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I poveri del Brasile garantiscono la vittoria di Lula

Written by Giancarlo Summa Sunday, 02 March 2008 20:18 Print
Domenica 29 ottobre, le dieci di sera. Luiz Inacio Lula da Silva, rieletto presidente del Brasile con 58,2 milioni di voti, ha già ricevuto la telefonata di rito del suo avversario sconfitto, Geraldo Alckmin, e ha appena rilasciato una breve dichiarazione davanti a trecento giornalisti, cameraman e fotografi di tutto il mondo stretti nel salone di un hotel. Adesso, dopo mesi di campagna elettorale massacrante e un anno e mezzo sotto il fuoco incessante dei mass media, è il momento di gettarsi tra le braccia della sua gente, di lasciar parlare il cuore.

Domenica 29 ottobre, le dieci di sera. Luiz Inacio Lula da Silva, rieletto presidente del Brasile con 58,2 milioni di voti, ha già ricevuto la telefonata di rito del suo avversario sconfitto, Geraldo Alckmin, e ha appena rilasciato una breve dichiarazione davanti a trecento giornalisti, cameraman e fotografi di tutto il mondo stretti nel salone di un hotel. Adesso, dopo mesi di campagna elettorale massacrante e un anno e mezzo sotto il fuoco incessante dei mass media, è il momento di gettarsi tra le braccia della sua gente, di lasciar parlare il cuore. E Lula – il leader sindacale forgiato dagli scioperi contro la dittatura, il fondatore del Partito dei lavoratori (PT), il candidato alla presidenza sconfitto tre volte e, dal primo gennaio 2003, il primo presidente di sinistra di questa nazione grande quanto un continente – lo fa nel posto di sempre: l’avenida Paulista, il viale simbolo di San Paolo, un lungo corridoio di grattacieli che concentrano buona parte del potere finanziario del paese, ma anche teatro tradizionale di comizi e cortei. Anche stavolta migliaia di persone – dieci, quindicimila, difficile dirlo – hanno rispettato l’appuntamento. Nel 2002 erano molti di più, ma questi quattro anni sono stati difficili, e l’esperienza reale di governo, come sempre, fa appassire le speranze e i sogni più generosi.

Lula è stanco, ma sorride felice. Sale su un enorme tir carico di altoparlanti, di quelli che in Brasile si usano per le sfilate di carnevale e le manifestazioni. Sotto la giacca sportiva, indossa una maglietta di cotone bianca, con una scritta: «La vittoria è del Brasile». Quando inizia a parlare è commosso. «Questa è una vittoria che mi realizza come uomo politico – scandisce, la voce roca, quasi incrinata – perché è stata la vittoria di quelli di sotto contro quelli di sopra. È il piano di sotto che è arrivato lì in cima». Il popolo dei bassi contro i quartieri alti. Lula è un figlio del popolo più povero, è cresciuto nel Nord-Est devastato dalla siccità, ha conosciuto la fame, ha iniziato a lavorare da bambino; la fabbrica e la militanza sindacale hanno trasformato la sua vita, e lui da trent’anni sta trasformando quella del Brasile. «Potete esserne sicuri, non cambierò mai di lato. Non smetterò mai di sapere da dove vengo, e dove voglio andare. Non da solo, ma con 190 milioni di brasiliani, per migliorare la vita di tutti». Sotto il palco improvvisato, uomini e donne del piccolo team che ha accompagnato il presidente in campagna elettorale si abbracciano, felici e quasi increduli. In appena dieci mesi si è realizzato un miracolo: la resurrezione politica e la trionfale rielezione di Lula.

All’inizio di quest’anno la situazione di Lula pareva disperata. I sondaggi indicavano che la maggioranza relativa della popolazione disapprovava il governo e che, in quel momento, Lula avrebbe perso le elezioni contro l’eventuale candidatura di José Serra (ex ministro del governo di Fernando Henrique Cardoso e sindaco di San Paolo), sul quale aveva prevalso al ballottaggio nel 2002. Era il risultato di un accumulo di fattori, il più visibile dei quali è stato lo scandalo del cosiddetto «mensalão» (la grande mesata), scoppiato nel giugno 2005, quando il leader di un piccolo partito alleato del governo, Roberto Jefferson, accusò il braccio destro di Lula, José Dirceu, di gestire uno schema di pagamenti mensili a deputati e senatori di varie forze politiche, per garantire una maggioranza parlamentare stabile. Uno dei problemi strutturali del sistema politico brasiliano è la sua estrema frammentazione. A partire dal 1982, oltre ottanta partiti hanno presentato almeno un candidato in una elezione, ma solo ventisette hanno disputato più di tre elezioni consecutive. In pratica, esistono solo sei partiti strutturati a livello nazionale, di cui i tre più importanti sono il PT di Lula, il Partito socialdemocratico (PSDB) di Cardoso e il PMDB, una formazione nata sulle ceneri del MDB (il partito omnibus di opposizione alla dittatura), forte in tutto il paese ma cronicamente divisa (parte del PMDB appoggia il governo Lula, parte è all’opposizione). Per qualunque presidente, indipendentemente dai voti ottenuti, non è facile ottenere l’appoggio del Congresso.

Non sono mai emerse prove né indizi solidi che il «mensalão» sia esistito. Jefferson, che aveva lanciato le sue accuse dopo essere stato coinvolto (nel suo caso, con prove solide) in uno scandalo di corruzione nel servizio postale, è stato destituito dal mandato parlamentare per aver mentito al Congresso. Ma le denunce di Jefferson, a suo tempo uno dei fedelissimi dell’ex presidente Fernando Collor, destituito per corruzione nel 1992, hanno provocato la creazione di tre diverse Commissioni parlamentari d’inchiesta (CPI), che per mesi hanno tenuto sotto scacco il governo, grazie ad una enorme pressione dei mass media.

Pur senza provare l’esistenza del «mensalão », sempre negata dal governo, il lavoro delle CPI e le indagini della magistratura hanno fatto venire alla luce un finanziamento non dichiarato della campagna elettorale del PT nel 2002, per un ammontare di circa venti milioni di euro. Senza alcuno strumento di finanziamento pubblico delle campagne elettorali, i contributi non dichiarati fatti da imprese, chiamati «caixa 2» (cassa 2) sono pratica corrente in Brasile e, ancorché illegali, sono utilizzati da tutti i partiti. Simili scandali durante il governo Cardoso sono sempre stati messi a tacere in fretta, nel silenzio compiacente della stampa, ma nel caso del governo Lula non c’è mai stata simile compiacenza. Lo scandalo ha provocato un enorme danno di immagine al governo, costringendo il presidente a rinunciare ad alcuni dei suoi principali collaboratori, tra cui Dirceu, l’uomo che, come leader del PT e coordinatore della campagna elettorale del 2002, aveva avuto un ruolo fondamentale nell’elezione di Lula. Sono cadute anche le teste del presidente del PT José Genoino, e di Duda Mendonça, il pubblicitario che aveva curato la campagna di Lula e che, testimoniando in una CPI ha ammesso di aver ricevuto oltre tre milioni di euro dal PT in un conto corrente off shore non dichiarato in un paradiso fiscale nei Caraibi. Un colpo durissimo per i militanti del partito, che, come il PCI in Italia, aveva sempre fatto della lotta alla corruzione una delle sue bandiere.

La strategia dichiarata delle forze di opposizione è stata quella di mantenere la pressione politica e mediatica sul governo, con l’obiettivo di «far sanguinare» Lula sino alle elezioni quando questi, indebolito, sarebbe stato battuto facilmente dal candidato prescelto dal PSDB e dal suo principale alleato, il PFL (Partito del fronte liberale, nato da una costola del partito filo-militare ARENA). «Ci libereremo di questa razza del PT per i prossimi trent’anni», ripeteva uno dei leader del PFL. Quotidiani e riviste sono stati, in generale, i più aggressivi nel tentativo di fiaccare il governo e, per quanto poco incisivi dal punto di vista della tiratura (il principale giornale brasiliano, la «Folha de S. Paulo», vende poco più di trecentomila copie al giorno in un paese con quasi 190 milioni di abitanti), hanno avuto un ruolo decisivo nell’alimentare il risentimento contro il governo di ampi settori della classe media nelle regioni più ricche. Non si è trattato, ovviamente, di una irritazione con motivazioni puramente «etiche». La classe media è il settore della popolazione che più ha sofferto gli effetti delle politiche di rigore fiscale portate avanti, sia pure in modo diverso, dal governo Cardoso e dal governo Lula. Al contrario, anche se per ragioni diverse, sia l’apice che la base della piramide sociale brasiliana sono state beneficiate dalla politica economica del governo guidato dal PT.

Quando Lula venne eletto presidente quattro anni fa il Brasile era economicamente sull’orlo dell’abisso. Cardoso lasciava in eredità un’inflazione in ascesa, la fuga di capitali, una svalutazione quasi fuori controllo, riserve di valuta forte ridottissime, rating del «rischio paese» superiore a 2500 punti (ossia, per comprare titoli del debito estero brasiliano, gli investitori chiedevano un premio di rischio del 25%). Una situazione che ricordava drammaticamente la vigilia del crack argentino del dicembre 2001, uno scenario che Lula sapeva di dover evitare a tutti i costi. La decisione del presidente è stata quindi quella di adottare – prima in modo tattico, quindi come strategia – una politica economica restrittiva, elevando a priorità numero uno il controllo dell’inflazione, a scapito di una crescita vigorosa del PIL. Questa politica si è basata su tre punti: tassi di interesse molto elevati (fino ad un massimo del 15% al netto dell’inflazione), che vanno a beneficio dei detentori di titoli pubblici, un robusto avanzo primario (intorno al 4,5% l’anno) e un cambio sopravvalutato. Con alcuni aggiustamenti introdotti successivamete, questa politica continua ancor oggi: ad ottobre del 2006, il tasso di interesse è del 13,75%, a fronte di un’inflazione di quasi il 3%, un minimo storico, mentre la moneta brasiliana, il real, si è rafforzata del 70% sul dollaro in quattro anni.

I tagli alla spesa pubblica decisi in nome dell’austerità fiscale hanno impedito al governo Lula di effettuare tutti gli investimenti necessari per migliorare (o conservare in efficienza in modo adeguato) le infrastrutture del paese, e hanno contribuito a mantenere la crescita del PIL ai livelli più bassi di tutta l’America Latina, eccezion fatta per Haiti. Tra il 2003 e il 2005, la crescita media del Brasile è stata del 2,8% l’anno (ossia, di poco superiore al 2,6% degli otto anni del governo Cardoso), e nel 2006 non dovrebbe superare il 3%. Dal punto di vista macroeconomico, però, i due governi hanno risultati molto differenti da mostrare. Il primo mandato di Lula si chiude con l’inflazione in caduta libera, un surplus record della bilancia commerciale (45 miliardi di dollari nei primi dieci mesi dell’anno), con l’aumento dei livelli di occupazione formale (in media, centomila nuovi posti di lavoro al mese), aumenti salariali superiori all’inflazione, utili senza precedenti per le imprese e le banche. E se alla vigilia delle elezioni del 1998 Cardoso era stato costretto a chiedere un prestito d’emergenza di trenta miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale per evitare il crack del paese, nel marzo 2005 Lula è riuscito a rimborsare tutti i debiti del Brasile con quell’istituzione. L’altro grande successo del governo Lula è stata la sua politica estera. Il Brasile si è trasformato in uno dei protagonisti della scena internazionale, con la creazione del G20, il gruppo dei paesi emergenti che riunisce il 60% della popolazione mondiale, e si oppone duramente ai sussidi agricoli dell’Unione europea e degli Stati Uniti, bloccando i negoziati nell’Organizzazione mondiale del commercio.

Allo stesso tempo, il governo ha concentrato il denaro disponibile in una trentina di ambiziosi e innovativi programmi di assistenza – riuniti sotto il nome di «Fame Zero» – che hanno modificato profondamente la geografia sociale del paese. Il programma più importante è il «Borsa Famiglia», di cui beneficiano più di undici milioni di famiglie povere (circa 45 milioni di persone in tutto), che ricevono ogni mese un contributo tra 15 e 95 real (5,5 e 35 euro) in cambio dell’impegno dei genitori di far frequentare la scuola ai figli e di provvedere a tutte le vaccinazioni previste. Altri programmi vanno dal sostegno all’agricoltura familiare (in contrapposizione all’avanzata dell’agrobusiness, che d’altro canto ha un ruolo importante nel boom delle esportazioni brasiliane) alla costruzione di decine di migliaia di cisterne nelle aree colpite dalla siccità. L’insieme dei programmi di «Fame Zero» ha un costo relativamente basso (circa 6 miliardi di euro nel 2006) ma ne traggono vantaggio circa 60 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione. Uniti agli investimenti del governo nell’educazione, l’assistenza sanitaria e la previdenza sociale (il valore reale del salario minimo, riferimento per il pagamento delle pensioni, è aumentato del 26% in quattro anni, e oggi ammonta a una cifra pari a 120 euro), la diminuzione dell’inflazione e i programmi «Fame Zero» sono stati determinanti per una sensibile riduzione degli indici di povertà nel paese. Tra il 2003 e il 2005, i brasiliani sotto la linea della povertà sono diminuiti del 19,3%, e oggi rappresentano il 22,8% della popolazione: circa 43 milioni di persone. Nel frattempo, sette milioni di brasiliani poveri sono entrati a far parte della classe media. Grazie all’aumento della disponibilità di credito bancario e agli interessi più bassi per gli acquisti a rate, milioni di brasiliani hanno avuto accesso a beni di consumo (televisori, DVD, frigoriferi, motorini) che prima gli erano preclusi, mentre i prezzi dei generi alimentari di base sono diminuiti sensibilmente. La maggioranza della popolazione ha percepito un netto miglioramento nelle proprie condizioni di vita, una realtà praticamente ignorata dai mass media ma che, alla fine, si è manifestata attraverso le urne.

La virata è cominciata all’inizio dell’anno. Senza nuove rivelazioni e

senza che comparissero prove, il «mensalão» ha perso spazio nei telegiornali,

anche se ha continuato a tener banco su quotidiani e riviste.

Col passar del tempo, i sondaggi hanno indicato che la maggioranza della popolazione era convinta che la corruzione esistesse in tutti i governi e che il PT fosse meno implicato degli altri partiti. L’aurea «etica» era perduta, forse per sempre, ma il PT continuava ad essere visto come la forza politica più impegnata a favore dei poveri. Lula ha cominciato a risalire nei sondaggi, mentre nel PSDB si consumava una feroce guerra interna per la designazione del candidato. Alla fine, il prescelto è stato Alckmin, governatore uscente dello stato di San Paolo, un politico relativamente poco espressivo e senza carisma, legato all’Opus Dei, noto per le sue posizioni conservatrici e l’entusiasmo a favore delle privatizzazioni. Alla fine di giugno, la vittoria di Lula sembrava assicurata: nei sondaggi, il presidente aveva il 45% delle preferenze, contro il 22% di Alckmin.

A partire da questa situazione, la strategia di Lula per le elezioni del primo ottobre è stata quella di amministrare il vantaggio, utilizzando la campagna elettorale per far conoscere al paese i risultati positivi ottenuti dal governo e ignorati dai mass media. Niente attacchi duri agli avversari, e mano tesa a settori del PMDB e di partiti minori per cercare di ottenere una migliore governabilità nel secondo mandato. La strategia avrebbe probabilmente funzionato – agli inizi di settembre, nei sondaggi Lula aveva il 51%, equivalente al 57% dei voti validi – se due quadri del PT non fossero stati sorpresi, il 15 settembre, mentre cercavano di comprare da alcuni faccendieri un dossier contenente informazioni compromettenti sul coinvolgimento di José Serra, candidato del PSDB a governatore di San Paolo, nell’acquisto di ambulanze a prezzi gonfiati. I due sono stati arrestati dalla polizia federale, che ha sequestrato loro una borsa piena di denaro, per un ammontare equivalente a 650mila euro, apparentemente il prezzo del dossier. L’acquisto di informazioni non è illegale, ma i due non hanno saputo spiegare l’origine del denaro. Le indagini della polizia hanno presto coinvolto altri quadri del PT, due dei quali amici personali del presidente Lula, e tutti legati al presidente del partito e coordinatore della campagna, Ricardo Berzoini. Questi si è detto all’oscuro dell’operazione, ma Lula ha deciso di sostituirlo nei due incarichi. Al suo posto è stato indicato Marco Aurélio Garcia, uno dei più rispettati dirigenti del PT, consigliere di Lula per la politica estera.

I mass media hanno immediatamente trasformato l’episodio del dossier nel principale tema della campagna elettorale. Due giorni prima del voto, un investigatore della polizia federale ha fotografato il denaro sequestrato e passato ai giornalisti le immagini, che hanno occupato le prime pagine dei quotidiani e gran parte dei telegiornali, malgrado nelle stesse ore si fosse verificato un terribile incidente aereo con 155 vittime. È quanto è bastato per far sfuggire a Lula la vittoria al primo turno, dove ha ottenuto il 48,6% dei voti, contro i sorprendenti 41,6% di Alckmin. I voti ottenuti da due candidati transfughi del PT, la senatrice Heloisa Helena e l’ex ministro Cristovam Buarque, sono stati pari all’8,7%. La reazione di Lula è stata rapida. In pochi giorni, il presidente ha infittito la rete di alleanze negli Stati, in dieci dei quali si sarebbe svolto anche il ballottaggio per l’elezione dei governatori, e ha ribaltato la strategia politica della campagna. La parola d’ordine è diventata attaccare duro, ricordare al paese le condizioni disastrose dell’economia ereditate dal governo Cardoso, le privatizzazioni selvagge effettuate dal PSDB, le proposte di tagli draconiani ripetute dagli economisti vicini ad Alckmin.

Il messaggio è stato ripetuto nei comizi, nella propaganda in radio e TV, e nei quattro dibattiti televisivi in cui, nel giro di tre settimane, si sono affrontati i due candidati. La nuova strategia ha funzionato, e ha messo subito Alckmin sulla difensiva, costringendolo a ripetere, giorno dopo giorno, la promessa di non toccare i programmi sociali del governo Lula né di privatizzare qualunque impresa statale, a cominciare dalla Petrobras, il gigante dell’energia. Come sempre, quando un candidato si adagia sulle posizioni del suo avversario, gli elettori optano per l’originale. Due dei nuovi slogan della campagna di Lula sono diventati immediatamente popolari: «Non cambio il certo per il dubbio», diceva il primo; «Lasciate lavorare Lula», esortava il secondo. Marketing a parte, come spiega Marco Aurélio Garcia, la scelta vincente è stata quella di «politicizzare la campagna elettorale, con una netta inflessione a sinistra del nostro discorso».

La nuova strategia ha dato la carica ai militanti, quasi assenti nel primo turno, e come tramortiti per le batoste dei mesi precedenti. Per le strade si sono riviste le bandiere rosse con la stella del PT, i comizi di Lula richiamavano sempre più gente, negli autobus e nei bar la politica sostituiva il calcio come argomento di conversazione. I voti dispersi a sinistra al primo turno sono rientrati praticamente tutti. La popolarità del governo aumentava ad ogni sondaggio: alla vigilia del ballottaggio, il 53% dei brasiliani giudicava l’operato dell’esecutivo buono o ottimo, e il 33% lo definiva regolare: per un governo a fine mandato era un plebiscito.

Il 29 ottobre, Lula veniva rieletto trionfalmente col 60,8% dei voti: in percentuale, un filo meno che nel 2002, ma in termini assoluti con cinque milioni di voti in più (in quattro anni, la popolazione del Brasile è cresciuta di otto milioni di abitanti). Alckmin, al contrario, riceve 2,5 milioni di voti in meno che al primo turno. Per le élite conservatrici brasiliane è una sconfitta senza appello, così come per gran parte dei mezzi di comunicazione, che si sono schierati senza riserve contro Lula. Anche nella terra della «Rede Globo», la lezione è stata chiara: il potere dei mass media è grande, ma non assoluto. La politica fa la differenza: la gente sa giudicare e sa scegliere, per difendere i propri interessi e i propri sogni.

Il risultato elettorale è stato positivo su tutti i fronti. Malgrado i colpi subiti, il PT ha sostanzialmente conservato la sua forza e ha eletto 83 deputati, contro i 91 del 2002, smentendo tutti i pronostici catastrofici sul futuro del partito. Nel complesso, le forze politiche che appoggiano il governo hanno eletto 322 deputati su 513 e mantengono la maggioranza al senato. Inoltre, il PT ha eletto cinque governatori, tra cui quelli della Bahia, il maggior Stato del Nord-Est, e del Parà, il più popoloso stato amazzonico. I partiti alleati hanno eletto altri undici governatori. In nessun momento del primo mandato Lula aveva avuto simili condizioni di governabilità.

Allo stesso tempo, i risultati rivelano un paese diviso. Lula stravince nelle regioni più arretrate e tradizionalmente più conservatrici del paese, il Nord-Est e l’Amazzonia, dove i programmi sociali del governo hanno cambiato la vita di milioni di persone, ma arranca a San Paolo, il motore economico del paese e culla del PT (dove Serra è eletto governatore a mani basse, e Alckmin prevale nei due turni), e perde seccamente nel Sud, compreso nel Rio Grande do Sul, per anni roccaforte rossa, dove si fanno sentire i disastrosi effetti della siccità sull’agricoltura, una delle principali attività dello Stato. E se i poveri votano per Lula in modo plebiscitario, il presidente ha contro di sé la maggioranza delle élite economiche e parte importante dei settori con livelli di istruzione più alti.

La rielezione è accolta con sollievo e entusiasmo in tutta l’America Latina. In questi quattro anni, la politica estera di Lula, eseguita dal cancelliere Celso Amorim e da Marco Aurélio Garcia, ha cambiato la geografia politica ed economica del continente. L’integrazione regionale è diventata prioritaria. Come ha ricordato Lula la notte della vittoria, «già non si parla più di ALCA (l’area di libero commercio delle Americhe, ambizione strategica degli Stati Uniti), si parla solo di Mercosul (il blocco commerciale formato da Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay e Paraguay, di cui Bolivia e Cile sono membri associati)». Il Brasile di Lula, per usare le parole del presidente, ha «relazioni eccellenti» con l’Unione europea e gli Stati Uniti, ma punta le sue carte sull’integrazione Sud- Sud, con i paesi vicini ma anche con l’Africa, l’Asia, il mondo arabo. In questo modo, il Brasile si è trasformato in un centro di equilibrio nelle tensioni che oppongono il presidente venezuelano Hugo Chávez e il boliviano Evo Morales a Washington. Da un lato, Lula ripete pubblicamente che Chávez e Morales sono «un bene» per i loro paesi, ma allo stesso tempo prende le distanze dalla loro retorica antiamericana. E sul dopo Fidel Castro, la posizione brasiliana è netta: si tratta di una questione interna di Cuba, e va evitata qualunque ingerenza o pressione internazionale.

I prossimi quattro anni non saranno facili. Il secondo governo Lula sarà giudicato sulla sua capacità di assicurare, finalmente, una crescita economica più vigorosa, accentuando la redistribuzione delle ricchezze e migliorando l’educazione e l’assistenza sanitaria. Se vuole farcela, Lula dovrà, volente o nolente, modificare la politica economica restrittiva del primo mandato. Ma la sfida più grande sarà quella di trasformare la maggioranza sociale ottenuta nelle urne in una maggioranza politica organizzata, e di identificare un possibile successore di Lula, che non potrà ripresentarsi nel 2010. Gli aspiranti sono molti, ma non c’è al momento alcun delfino naturale. E il PT dovrà molto riflettere sugli errori del passato e sulla strategia per il futuro. Un congresso straordinario del partito si terrà nel primo semestre del 2007.

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