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Corpulenza e opulenza: la stigmatizzazione del corpo grasso

Written by Andrea Carlino Friday, 10 February 2012 13:17 Print

La connotazione negativa del corpo grasso ha radici profonde; da Ippocrate e Galeno sino ai testi letterari e scientifici dell’Ottocento, la corpulenza è stata sempre associata a vizi quali l’ingordigia e la pigrizia, appannaggio delle classi abbienti. Nel moderno Occidente, invece, l’obesità è condizione propria dei segmenti più svantaggiati della società. Ma, davvero corpulenza non fa più rima con opulenza?


Secondo i dati più recenti pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità nel marzo 2011, l’obesità costituisce il quinto fattore di rischio per i decessi a livello mondiale uccidendo quasi 3 milioni di adulti ogni anno per cause direttamente legate al peso eccessivo e all’eccesso di grasso: innanzitutto diabete, malattie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro. Dal 1980 ad oggi, inoltre, i casi di obesità sono raddoppiati e nel 2008 1,5 miliardi di persone che avevano più di vent’anni erano sovrappeso. Questi pochi dati danno la misura della gravità del problema costituito dall’obesità nel mondo contemporaneo e giustificano l’urgenza della specifica campagna di prevenzione promossa dall’OMS, una campagna incentrata innanzitutto sull’educazione alimentare (una dieta povera in grassi, sali e zucchero) e sulla lotta alla sedentarietà. Questo in un mondo in cui l’industria agroalimentare sollecita capillarmente la consumazione e in cui l’urbanizzazione e le moderne condizioni di lavoro e di trasporto inducono alla pigrizia. Nei paesi avanzati obesi, corpulenti e grassi si contano soprattutto tra le classi meno agiate, tra coloro che sono culturalmente e socialmente svantaggiati. Generalizzando si potrebbe dire che dalle ricerche epidemiologiche più recenti emerge con sempre maggior chiarezza il ruolo svolto da fattori economici, sociali e politico-culturali nell’indurre questo stato patologico: mancanza di educazione alimentare e alla salute, difficoltà d’accesso a risorse alimentari sane, diete dettate dalla distribuzione dei prodotti dell’industria agroalimentare che compensano con conservanti e grassi nocivi un’alimentazione povera, insufficiente o soltanto disattenta. Ma queste constatazioni d’ordine socioeconomico, benché servano a oggettivare il problema, non sono sufficienti per alleviarlo o risolverlo, né a indicare i modi per farlo. Infatti, l’allarme lanciato dall’OMS sembra rivolgersi, innanzitutto, implicitamente ed esplicitamente, ai singoli individui.1 Potendo contare poco sull’iniziativa pubblica e collettiva per mutare comportamenti ormai cristallizzati e ancor meno sul supporto dell’industria per la “bonifica” dei prodotti dannosi alla salute, gli individui della nostra società opulenta sono chiamati in prima persona a correggere le proprie abitudini e, per così dire, a rifuggire dai rischi e a compensare i danni che una certa modernità, sregolata, ingiusta o squilibrata, può comportare nella quotidianità vissuta e incarnata di ciascuno. L’individuo è, in fin dei conti, socialmente designato come responsabile primario del benessere o del malessere del proprio corpo. Così, l’eccesso di peso, a dispetto dell’evidenza oggi acquisita secondo cui per molti aspetti esso è frutto di condizioni di vita individualmente incontrollabili, costituisce il segno di una mancanza di disciplina e di controllo su se stessi e, pertanto, implica un giudizio negativo su coloro che ne sono affetti. Verrebbe da dire: oltre al danno anche la beffa, una beffa che è la pesante eredità di una tradizione antica.

La stigmatizzazione del grasso ha, in effetti, una storia lunga e il giudizio che oggi lo accompagna, argomentato in termini morali, comportamentali o estetici, è il retaggio di una percezione sociale e culturale della corpulenza di lunga, anzi lunghissima durata.2 Attraverso i secoli, dall’antichità classica sino ai “Fact sheets” dell’OMS, la definizione di questa condizione particolare del corpo rimane stabile, così come restano immutati tanto l’indicazione delle cause che la determinano, quanto il riconoscimento degli inconvenienti e delle patologie che essa può portare. I testi della tradizione medica classica, quelli, per intenderci, che da Ippocrate e Galeno in poi dominano il panorama della medicina almeno sino alla fine del XVII secolo, definiscono la pinguedo come un accumulo di grasso e di carne dovuto agli eccessi di alimentazione, che procura difficoltà nel movimento, respirazione difficile e affaticata, diverse disfunzioni e, soprattutto, l’apoplessia.3 Questi stessi elementi si trovano anche nei dizionari linguistici, come ad esempio il “Dictionnaire Universel”4 di Antoine Furetière la cui prima edizione è pubblicata nel 1690, mentre dal 1620 comincia a circolare in ambito medico la parola obesitas. Un cambiamento linguistico non da poco che attraverso il nome già indica la causa: la sua etimologia è “mangiare in eccesso” (ob-edere), ma anche “divorare” e “consumare”.5 Non a caso, nelle edizioni aggiornate del Furetière, ad esempio in quella del 1725, è inserito il lemma obésité, caratterizzato come «termine medico» sinonimo di corpulenza. Qui si precisa che «ciò che contribuisce all’obesità è tutto quanto tempera il sangue e lo rende grasso e meno aerato, come la mancanza di esercizio e di movimento, una vita troppo oziosa e spensierata, il troppo dormire, gli alimenti troppo nutrienti o mangiati in quantità eccessiva». Il medesimo elenco di cause comportamentali è ancora indicato dai dizionari medici ottocenteschi, come il “Dictionnaire des sciences médicales”,6 prestigioso e diffusissimo, pubblicato da Panckoucke a Parigi nei primi anni del secolo.

In passato, così come oggi, ingordigia e pigrizia o, se si preferisce, gola e accidia, nel linguaggio della morale classica e cristiana, sono pertanto indicate come cause principali dell’eccesso di peso. Due vizi capitali, dunque, due comportamenti della mollezza e dell’intemperanza, severamente condannati anche da Aristotele nel VII libro dell’“Etica Nicomachea”. Proprio sul piano dei comportamenti e sul loro impatto sulla forma fisica, poi, nel tardo Medioevo, grazie anche all’impulso fornito dall’esempio monastico, emerge un ideale corporeo della magrezza che si è andato affermando come modello virtuoso, perseguito nella versione asceticoreligiosa come distacco dai piaceri, astinenza e privazione, in quella più mondana e cortese come controllo di sé, equilibrio e moderatezza.7

La connotazione negativa o, quantomeno ambigua, del corpo grasso, quindi, ha radici profonde e la critica della corpulenza si può rintracciare in numerosissime testimonianze testuali e iconografiche della tradizione colta e popolare, dove essa è sovente associata ad altri vizi o a temi di polemica e di satira. Basti considerare la figura di Bacco, spesso raffigurato grasso, ebbro e illanguidito dai piaceri dei sensi, che tanta fortuna ebbe anche nell’iconografia antica e moderna, o l’immagine ingiuriosa dell’obeso spesso utilizzata nel corso del Cinquecento nelle contese confessionali tra cattolici e protestanti per rappresentare tanto Lutero, ad esempio costretto a trasportare il proprio ventre in una carriola, quanto papi e cardinali corrotti, “gonfiati” da Satana, più intenti a piaceri mondani che a doveri spirituali. Anche la letteratura trabocca di figure di obesi, giganti e corpulenti, la cui stazza contribuisce ad acuire la percezione negativa, minacciosa o immorale dei personaggi: dall’insaziabile voracità dei grassi giganti di Rabelais, bonaccioni intontiti dal troppo mangiare, all’infida giovialità godereccia del Falstaff shakespeariano, fino ad arrivare, in tempi più recenti, alla figura dell’obeso immorale, parassita e bulimico incarnata dall’Ubu Roi di Alfred Jarry.

Ma più in generale, dalla fine del Medioevo sino a pochi decenni or sono – diciamo sino a quando l’epidemiologia ha consentito di rilevare i determinanti socioeconomici dell’obesità nel contesto specifico della società contemporanea – la corpulenza, con diverse sfumature, è stata saldamente associata innanzitutto all’opulenza e alla ricchezza, quasi eletta a manifestazione fisica caratteristica di persone che, per statuto, potevano permettersi di indulgere nel consumo più o meno smodato di cibo e di bevande o nell’inattività fisica. Così a quella che poteva essere l’immagine di forza e di potenza della corpulenza carnosa e tonica dell’aristocrazia guerriera medievale, si sostituisce, con l’emergere di una nobiltà più sedentaria e di una borghesia urbana, quella della corpulenza adiposa e molle di privilegiati, ricchi e benestanti che manifesta e incorpora, al tempo stesso, tanto l’agiatezza, quanto l’ozio e la dissipazione smisurata. Soprattutto dal XVIII secolo s’instaura l’equazione “grasso = ricco”, sino al punto di arrivare, in alcuni casi, alla precisa designazione professionale del corpulento, come accade, per fare un esempio tra tanti, in una serie di immagini a stampa in cui si rappresentano abiti e aspetti dei diversi componenti della società francese d’Antico Regime, in cui l’immagine del banchiere reca la didascalia: «L’embonpoint (corpulenza, rotondità) de l’homme de finance / annonce assez son opulence».8 Notabili, commercianti, uomini d’affari, tanto quanto giudici, avvocati e addirittura medici, tra Settecento e Novecento, nei ritratti e nelle descrizioni letterarie appaiono sovente come delle figure abbondanti che orgogliosamente ostentano la loro corpulenza, quasi che la forma rotonda del corpo costituisse un attributo appropriato al loro stato, un attributo eloquente quanto alla posizione che occupavano nella società.

D’altra parte, proprio l’associazione corpulenza-opulenza è stata spesso utilizzata in chiave di satira e di severa critica sociale e morale. L’antica storia di Dionisio, tiranno di Eraclea, modello negativo dell’obeso, circola in diversi testi letterari e scientifici tra Cinquecento e Ottocento, compreso il “Dictionnaire des Sciences Médicales” di Panckoucke citato sopra. Attingendo alla tradizione classica, lo scrittore francese Pierre Boaistuau, nella seconda metà del Cinquecento, lo presenta come un despota che, non facendo altro che mangiare, bere e dormire, era talmente ingrassato da non poter più muoversi, né governare il suo popolo. Era costretto a trascorrere giorni e notti con le sanguisughe attaccate alle membra per compensare lo straordinario eccesso di grasso che senza freno né ritegno ingurgitava. La storia di Dionisio fa parte di una serie di storie di “banchetti prodigiosi”, come quelli memorabili preparati da papa Sisto, che, spiega Boaistuau, egli descrive «non tanto per imitarli, ma per detestarli». Infatti, la straordinaria abbondanza di pietanze e bevande che sono offerte e consumate nel corso di questi festini e baccanali, se da un lato determina l’ingrasso smodato dei commensali con inevitabili conseguenze sul loro corpo, dall’altro sottraggono nutrimento ai «poveri di Cristo che con esse avrebbero potuto sostentarsi».9 Dalla storia di Dionisio e dalla critica dei banchetti emerge, così, un elemento di contrapposizione e rivendicazione sociale che si annida nell’etimologia stessa della nozione di obeso: l’obeso ricco e potente non soltanto si nutre in eccesso, ma così facendo consuma risorse alimentari sottraendo nutrimento alla comunità. Questo tema persistente, ma spesso sotterraneo nella storia della percezione dell’obesità sino al XX secolo, affiora con vividezza in occasione di tensioni politiche e sociali. Basti pensare al ricchissimo repertorio di caricature di nobili adiposi, avidi e arroganti, contrapposti ai corpi svelti e smagriti dei rivoluzionari giacobini; o alla pro- liferazione di immagini satiriche sulla corpulenza del re Louis Philippe, il grasso artefice dello sviluppo della borghesia manifatturiera e finanziaria, che è stato immortalato anche da Honoré Daumier in forma di flaccida pera o come un immenso “Gargantua” (nel 1831) che, sprofondato su una poltrona, immobile e con la bocca spalancata, ingurgita tutto quanto è prodotto dal popolo francese; oppure ancora, nel corso della prima metà del secolo scorso, ad alcune dell’artista tedesco George Grosz in cui si rappresentano crudamente le angherie inferte da grassi affaristi e da industriali traboccanti di denaro su povere vittime del potere industriale e finanziario: vittime smagrite, allo stremo, che ricordano, inesorabili, i detenuti dei campi di sterminio nazista.

Oltre alla connotazione morale dell’obesità e della corpulenza in quanto generate da vizi quali l’ingordigia e la pigrizia, un altro filo rosso domina, quindi, nella percezione del grasso nel lungo periodo dell’immaginario occidentale: esso è associato a precise condizioni economico-sociali e a determinate posizioni di dominio e di potere. La corpulenza storicamente è segno di abbondanza e di opulenza, ma anche di accumulazione, di accaparramento, se non di sopraffazione. La stigmatizzazione del grasso non è quindi soltanto morale, ma anche socialmente rielaborata, come si evince nelle occasioni in cui il grassoricco è contrapposto al magro-povero. La radice profonda, se si vuole antropologica, di tale rielaborazione, e di conseguenza della percezione sociale negativa dell’obesità, risiede infatti nella visione del grasso come qualcuno che rompe un anello fondamentale del legame sociale: l’equa ripartizione delle risorse alimentari nella comunità, secondo i bisogni e le possibilità dei suoi componenti.10 Questa visione nasce, ovviamente, nel corso di una storia lunga e accidentata in cui carestie e penuria costituivano ciclicamente una minaccia e in cui la coscienza di un limite sconosciuto, ma ben presente delle risorse alimentari disponibili era acuta e diffusa. In tale contesto, come nei banchetti descritti da Boaistuau, l’idea soggiacente è che l’obeso consuma in eccesso ciò che, invece, potrebbe sfamare molti altri.

Nel mondo occidentale contemporaneo molte cose sono cambiate. Dalle nostre parti, l’orizzonte della disponibilità alimentare collettiva appare infinito; tecnologie e industrie consentono di “straprodurre” cibi e bevande. Inoltre, l’obesità è un problema che tocca sempre meno le classi più agiate e alcuni fattori di disagio medico-sociale che si riflettono nelle abitudini alimentari sono stati scientificamente individuati. La stigmatizzazione del grasso s’esprime attraverso argomentazioni diverse, di ordine estetico, comportamentale, sanitario, o anche morale, mentre quel registro sociale, dominante ancora sino al secondo dopoguerra, appare oggi affievolito. Forse che corpulenza non fa più rima con opulenza? E se adottassimo una prospettiva diversa, più larga, globale? Se guardassimo da Sud verso Nord, dall’Africa, ad esempio, all’Europa siamo proprio sicuri che il topos del grasso come opulento accaparratore di cibo a discapito di altri non sia più valido?

 


[1] Si veda Fact sheet, 311/2011, relativo all’obesità.

[2] Sulla storia dell’obesità sono usciti in questi ultimi anni quattro libri: S. Gilman, Fat. A Cultural History of Obesity, Polity, Cambridge 2008; Gilman, Obesity. The Biography, Oxford University Press, Oxford 2010; D. Haslam, F. Haslam, Fat, Gluttony and Sloth. Obesity in Literature, Art and Medicine, Liverpool University Press, Liverpool 2009; G. Vigarello, Les métamorphoses du gras. Histoire de l’obésité, Editions du Seuil, Parigi 2010. L’attenzione degli storici al tema dell’obesità è senz’altro da mettere in relazione con l’inasprirsi del problema sanitario globale in questo periodo.

[3] Si veda, ad esempio, la definizione fornita da B. Castelli, Lexicon medicorum ex Hippocrate et Galeno desumptum, Venezia 1607.

[4] A. Furetière, Dictionnaire Universel, Arnout et Reinier Leers, La Haye, Rotterdam 1690.

[5] T. Venner, Via recta ad vitam longam, or A Plaine Philosophicall Discourse of the Nature, Faculties, and Effects, of All Such Things as by Way of Nourishments, and Dieteticall Obseruations, Make for the Preseruation of Health (...), Londra 1620.

[6] Dictionnaire des Sciences Médicales, Panckoucke, Parigi 1812-22.

[7] In particolare N. Elias, La civiltà delle buone maniere, nel primo volume di Elias, Il processo di civilizzazione, il Mulino, Bologna 1988 (edizione originale del 1939).

[8] “Les Costumes français représentant les différents états du Royaume avec les habillements propres à chaque états”, Le Père et Avaulez, Parigi 1776. Citato in Vigarello, op.cit., p. 140.

[9] P. Boaistuau, Histoires prodigieuses, G. Janssens, Anversa 1594, pp. 160-72.

[10] C. Fischler, La symbolique du gros, in “Communications”, 46/1987, pp. 255-78.

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