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La responsabilità di una diversa idea di libertà

Written by Stefano Ciccone Tuesday, 22 November 2011 18:34 Print
La responsabilità di una diversa idea di libertà Illustrazione di Emanuele Ragnisco

Schiacciati dall’alternativa tra moralismo e indifferenza, i diritti delle persone omosessuali non trovano spazio nella politica italiana; istituzioni politiche e religiose impongono modelli fissi e costrittivi, favorendo la diffusione di pregiudizi e omofobia. A farne le spese è l’intera comunità, intrappolata in una cultura sempre più ostile verso l’alterità.

I diritti delle persone omosessuali e la lotta all’omofobia sono parte di una politica di centrosinistra? Questa domanda può apparire per alcuni versi scontata e per altri inopportuna. Il sostegno ai diritti delle cosiddette “minoranze sessuali” è tematizzato dalla politica come accessorio ai più generici diritti civili dei cittadini. Dunque, un impegno che allude alla sessualità come elemento costitutivo dell’identità delle persone, dei loro progetti di vita, della loro esperienza relazionale, viene assunto ma, paradossalmente, solo come attributo delle libertà di un cittadino neutro in uno spazio pubblico anch’esso neutro e indifferente alle differenze: «Non mi importa con chi va a letto, mi importa che sia un buon politico, un’avvocata competente, un medico affidabile».

Ovviamente sappiamo che questa indifferenza non è uguale per tutti: la performance lavorativa, l’autorevolezza politica, l’affidabilità professionale sono nettamente distinte dalla vita riproduttiva, dalle relazioni intime e affettive, dall’aspetto del corpo solo nel caso degli uomini: gli uomini possono essere sposati o meno, senza figli, sovrappeso. Non altrettanto vale per le donne. Le osservazioni sull’aspetto fisico, benevole, sarcastiche o licenziose, saranno parte dello spazio in cui la donna può agire e condizioneranno comunque la valutazione su di lei, sulla sua carriera.

E se invece ciò che desideriamo e come lo desideriamo fosse importante nel costruire il nostro essere sociale? E se la rappresentazione sociale dei ruoli e delle attitudini di genere strutturasse lo spazio sociale, i comportamenti delle persone, i modelli di welfare, le gerarchie e i vincoli in cui si sviluppano destini, diritti e poteri delle persone?

In realtà i diritti sessuali non attengono meramente alla possibilità di avere comportamenti che non inducano discriminazioni, ma attengono alla soggettività. E, a mio parere, non possono trovare risposta nella semplice inclusione in uno spazio sociale dato, ma mutano quello spazio, ne trasformano attributi, fondamenti. A partire dalla distinzione tra spazio pubblico e privato e la conseguente costruzione di una gerarchia tra ciò che ha rilevanza politica o meno.

La rappresentazione dei ruoli sessuali di donne e uomini nei media e nella scena pubblica, la mediazione del denaro e del potere nelle relazioni tra i sessi, la ricerca di libertà oltre i modelli normativi eterosessuali sono un terreno che non va relegato all’insignificanza pubblica e politica o fatto oggetto di controllo moralistico ma richiede una pratica collettiva, di critica e trasformazione di donne e uomini. Su questo terreno la sinistra ha mostrato una grande debolezza nel contrastare l’ipocrisia di una destra che ci ha invece abituati alla convivenza spregiudicata dell’indifferenza amorale, con l’uso della “macchina del fango” come strumento di lotta politica e con il richiamo a modelli tradizionali per generare consenso sociale.

Proprio in questa ambivalenza tra “autoritarismo permissivo” e “trasgressione omologata” sta la natura del berlusconismo e la sua idea asfittica di libertà secondo cui non ci sono limiti per chi corrisponde a un modello tradizionale, ma viene negato qualunque margine di trasgressione. La sua stessa aggressività misogina, le sue battute omofobe sono tutt’uno con la sua ostentazione di virilità bulimica. Così, alla difesa della privacy di chi si conforma alla norma corrisponde l’invadenza dello Stato sui corpi e sulla sessualità: proprio Berlusconi e la sua maggioranza hanno parlato del corpo di Eluana Englaro come corpo da imprigionare perché, anche senza vita, avrebbe potuto procreare.

Oggi, di fronte a nuove domande di libertà e nuove minacce derivanti dalla potenza pervasiva della tecnologia e della legge nelle nostre vite, la politica che ha tematizzato la cittadinanza e la titolarità di diritti come attributi neutri, fatica a intervenire su un terreno in cui il corpo è sempre più direttamente oggetto di conflitto.

La sfera neutra della rappresentanza istituzionale del mondo liberale è da tempo infranta, la sfera sociale dei diritti chiede di essere riconosciuta nella sua dimensione non meramente economica. È necessario tutelare la libertà individuale dall’invadenza della società, ma non basta. Gli orientamenti affettivi e sessuali delle persone sono oggetto di ricorrenti tentativi di ingerenza da parte delle gerarchie religiose a varie latitudini. E proprio una politica che abbia derubricato questa dimensione come accessoria può essere disponibile a scambiare opportunisticamente tali diritti. Da qui il carattere sconveniente della domanda iniziale: molto spesso il centrosinistra al governo ha deluso le aspettative dei movimenti, delle associazioni impegnate su questi temi inseguendo un’ansia di legittimazione.

Nell’attuale stagione, contraddistinta da una grande “ingerenza confessionale” nella vita pubblica, assistiamo a una diffusa presenza istituzionale e mediatica delle gerarchie cattoliche e a uno scambio spesso strumentale tra queste e i partiti, ma non abbiamo modo, al contrario di altre stagioni, di incontrare le tensioni interne alla comunità dei credenti come comunità plurali, non imbalsamate nella forma stereotipata proposta dagli opportunisti devoti. Non si tratta dunque di invocare argini più alti sulle due sponde del Tevere in nome di un’idea di religiosità relegata nello spazio privato, quanto di produrre una politica che sappia declinare insieme libertà, domanda di senso, soggettività, relazione: una diversa idea di laicità come processo di desacralizzazione, cioè di rimozione dei dispositivi che rendono dimensioni della vita indisponibili alla scelta e all’autodeterminazione delle persone. Mostra oggi la sua inadeguatezza un’idea di laicità dello Stato, contrapposta all’invadenza normativa “etica” delle gerarchie religiose, intesa come creazione di uno spazio neutro di indifferenza reciproca, lasciando che ognuno releghi “a casa” le proprie emozioni: una rappresentazione che rinvia a un’idea della democrazia e dello spazio pubblico non come luoghi di interrogazione reciproca tra culture, soggettività diverse che costituiscono i fondamenti della convivenza comune, ma come spazio vuoto della reciproca indifferenza in cui la libertà di tutti è frutto della rinuncia di ognuno a esprimere la propria soggettività. Si ripropone così una polarizzazione – che corrisponde a una divisione dei ruoli sessuali – tra spazio pubblico (in cui vanno governate le pulsioni potenzialmente prevaricanti dei singoli) garantito da uno Stato estraneo e sovrapposto alla società, e spazio privato della cura e della relazione non riconosciute per la loro valenza etica, ma ridotte a destino biologico. Ma il monopolio dell’esercizio simbolico dei riferimenti morali in mano alle gerarchie religiose è figlio di una rinuncia. La rinuncia della politica a mettersi alla prova su un terreno più avanzato e complesso che tenga insieme diritti, civiltà e regole, capace di cambiare orientamenti culturali diffusi, ascoltare domande di libertà più ricche ed esigenti.

Non sono in discussione solo le scelte della politica, ma la sua stessa natura, la dimensione del suo agire: amministrazione della dimensione istituzionale (peraltro sempre più incalzata dallo strapotere dell’economia) o anche intreccio tra governo, conflitti, trasformazione della vita quotidiana?

La politica, anche a sinistra, si è troppo spesso identificata in modo invisibile con quella del maschio eterosessuale che si faceva carico dei diritti degli altri, delle minoranze, dei soggetti discriminati o stigmatizzati: diritti delle donne, degli immigrati, degli omosessuali, dei portatori di handicap, delle minoranze religiose. Diritti pensati da una norma che, dal centro della propria neutralità, riconosce cittadinanza. Una cittadinanza che chiede di nascondere le differenze. Eppure in gioco non c’è la libertà degli altri ma la nostra: la libertà di amare chi e come vogliamo o è di tutti o di nessuno. Altrettanto inadeguata e illusoria pare la prospettiva della semplice convivenza tra una pluralità di differenze tra loro indifferenti.

Spesso alla rivendicazione di diritti si obietta chiedendo un particolare rigore: perché gli uomini o le donne omosessuali dovrebbero chiedere il diritto di accesso a un modello, quello della famiglia, che è stato oggetto di critica? Ancor più comprensibile l’obiezione: perché gli omosessuali dovrebbero farsi carico di questa critica e non dovrebbero aspirare a ciò che consideriamo accettabile con molta più accondiscendenza per coppie eterosessuali? Per uscire da questa impasse è necessario riconoscere che in gioco non ci sono solo diritti formali ma, più in generale, immaginario, aspettative, destini delle persone. E se questo è il terreno del conflitto non è possibile restare schiacciati dall’alternativa tra moralismo e indifferenza.

Ma proprio su questo nodo la politica appare segnata da un analfabetismo incapace di produrre parole adeguate e di riconoscere quelle elaborate dalla politica delle donne e dai movimenti che hanno fatto della critica alla naturalità della norma eterosessuale uno strumento per pensare una diversa qualità della libertà e della trasformazione.

L’immagine istituzionale del buon padre di famiglia e la battuta complice e collusiva con i maschi «meglio puttaniere che finocchio», con cui Berlusconi risponde all’indignazione per il suo abuso di potere per ottenere favori sessuali, sono parte della stessa rappresentazione della virilità e di un modello di potere. Una cultura retriva che ripropone una rigida asimmetria tra i sessi basata sulla rimozione del desiderio e della soggettività femminili e sull’obbligo maschile all’ostentazione di una sessualità bulimica. La doppia morale, il pregiudizio omofobo sono parte della stessa cultura.

L’omofobia non genera soltanto ostilità e discriminazione nei confronti di chi vive le proprie relazioni sentimentali e sessuali fuori dal modello normativo dell’eterosessualità, ma agisce come formidabile dispositivo di controllo e disciplinamento generalizzato. L’ironia e il disprezzo verso gli omosessuali sono un dispositivo che vincola la sessualità e la socialità di tutti. Anche le mie: maschio eterosessuale che vive nel continuo avvertimento del baratro in cui potrebbe precipitare se non corrispondesse a modelli fissi e costrittivi. La stigmatizzazione dell’omosessualità attiene alla costruzione dell’immaginario condiviso che costruisce i corpi di donne e uomini, i loro desideri, i loro destini, le loro presunte attitudini naturali, le forme della loro sessualità e della loro socialità. Si dice che l’omofobia contagia tutti ma fa male ai gay. No, fa male a tutti. Anche a me, perché ha immiserito le mie relazioni, la mia esperienza del corpo, la mia socialità e la mia affettività con gli altri uomini.

L’intimità tra uomini è interdetta in modo specifico rimandando a una rappresentazione del corpo, della sessualità e del desiderio maschili naturalmente violatoria e oppressiva. Una rappresentazione che struttura, di nuovo, corpi maschili e femminili: che associa alla penetrabilità l’inferiorizzazione e il dominio, che ripropone l’equazione invisibile tra femminilizzazione e perdita di autonomia e soggettività. Queste rappresentazioni contribuiscono a interdire quel processo di mutamento che è in corso nel maschile ma che non ha visibilità e parole per esprimersi e definirsi. E senza parola non c’è forma e questi mutamenti restano schiacciati in rappresentazioni ambigue e contraddittorie.

L’intimità tra donne è socialmente rappresentata e accettata in modo diverso. Le relazioni lesbiche hanno un diverso trattamento. Per molti versi rimosse, rese invisibili come è reso invisibile il desiderio femminile, rappresentano lo spauracchio di una sessualità femminile fuori dalla complementarità con il maschile e restano ammissibili proprio nella rappresentazione pornografica che rende il lesbismo accettabile perché di nuovo consumato dallo sguardo maschile. Ma forse, anche in questo caso, la scoperta e la libera espressione delle tante forme della sessualità delle donne, non schiacciate nella complementarità e nella specularità con il maschile, possono liberare e arricchire l’esperienza che gli uomini fanno del proprio corpo e del proprio desiderio.

La virilità appare così una costruzione sociale inscindibilmente legata al dominio e al tempo stesso perennemente precaria, esposta al rischio della perdita della propria identità. La costruzione sociale della virilità, la stigmatizzazione omofoba, la rappresentazione gerarchica dei sessi sono parte e fondamento di una più generale cultura ostile all’alterità, negano diffusamente gli spazi per differire. Per tutti: donne e uomini etero e omosessuali.

Oltre il dibattito sulle sorti di un leader politico in declino resta a noi la responsabilità di una diversa idea di libertà.

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