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Giovani musulmani in Italia: un’integrazione possibile?

Written by Gianfranco Fini Wednesday, 26 October 2011 12:26 Print
Giovani musulmani in Italia: un’integrazione possibile? Illustrazione: Alessandro Sanna

Per vincere la sfida dell’integrazione, l’Italia deve superare i modelli tradizionali dell’assimilazionismo e del multiculturalismo comunitario, in favore di politiche di inclusione sociale e mediazione culturale. L’esperienza di altri paesi insegna che non c’è integrazione senza reciprocità e che per sviluppare un modello di integrazione inedito si deve partire dal presupposto che i giovani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale e che dunque il rispetto dell’altro e la disponibilità alla condivisione sono condizioni essenziali.


La sfida dell’integrazione è una sfida giovane. È giovane perché riguarda principalmente gli immigrati di seconda generazione, cioè coloro che sono nati in Italia o che in Italia sono giunti nell’età della loro formazione umana e civile. Ed è giovane anche perché, per un paese come il nostro, si tratta di una sfida nuova, una sfida rivolta al futuro.

Basta soltanto uno sguardo alle cifre per rendersi conto dell’importanza e dell’imponenza del fenomeno: in sei anni il numero dei minori di origine straniera residenti in Italia è più che raddoppiato. Erano poco più di 400.000 nel 2004, sono oltre 900.000 secondo il dato del 2009 e le previsioni ci dicono che nel 2011 abbiamo superato il milione. Di questi ultimi, ben 572.000 sono nati in Italia.

Ne discende che la sfida dell’integrazione richiede l’applicazione di nuovi modelli culturali, di una nuova mentalità e, in modo particolare, di un approccio meno superficiale, meno miope, meno scontato e, soprattutto, meno fuorviante rispetto a quello che spesso emerge nel dibattito italiano. Dire, ad esempio, che l’immigrazione è innanzitutto una questione di sicurezza, o che è una costante emergenza, o ancora una questione di convivenza interetnica all’interno di una società in cui non ci si deve “disturbare” a vicenda significa non comprendere la reale portata della trasformazione in atto. Vuol dire anche, ed è quel che più temo, farsi trovare culturalmente e politicamente impreparati davanti ai giganteschi processi che si stanno svolgendo su scala europea e che l’Italia è in qualche modo chiamata ad affrontare con un’intensità che fino a qualche anno fa non era prevedibile. La sfida dell’integrazione può essere vinta se si è capaci di realizzare, con uno spirito un po’ più aperto e lungimirante, politiche di autentica inclusione sociale, ma soprattutto di mediazione e interazione culturale.

L’integrazione dei musulmani costituisce, nell’ambito del tema più generale dell’integrazione dello straniero, uno degli aspetti più delicati e culturalmente impegnativi, per la rilevanza numerica della componente musulmana all’interno della nostra società, oltre che per una certa nostra difficoltà nel comprendere in cosa effettivamente si concretizzi l’identità musulmana.

La ricerca condotta da Mario Abis sull’integrazione delle seconde generazioni di musulmani in Italia conferma che un progetto italiano d’integrazione deve avere il coraggio di superare i modelli che tradizionalmente altri paesi hanno adottato quando si sono confrontati con questo stesso tema. I modelli dell’assimilazionismo, da una parte, e del multiculturalismo comunitario, dall’altra, stanno mostrando entrambi, per ragioni diverse, i loro oggettivi limiti e i segnali inequivocabili di una certa crisi. È chiaro che se vogliamo operare in modo inedito, porci in una prospettiva un po’ più lungimirante e ambiziosa – perché di questo è fatta la politica – dobbiamo avere l’ambizione di elaborare un modello italiano di integrazione, che muova dalla presa d’atto di un elemento ineludibile, ossia che i giovani musulmani di seconda generazione vivono una doppia appartenenza culturale. Ovviamente si sentono italiani perché sono cresciuti nel nostro paese, parlano la nostra lingua e a volte i nostri dialetti e condividono l’apertura mentale propria di una società occidentale. Si sentono però anche, con la stessa intensità, arabo-musulmani, perché avvertono il forte legame con i loro valori di origine e perché – circostanza che deve farci riflettere – considerano il “modello etico” appreso all’interno delle loro famiglie come più solido di quello che vedono normalmente rappresentato nel nostro paese e che non trae giovamento dai cattivi esempi morali che da qualche tempo predominano nella vita pubblica italiana.

Una possibile conclusione da ricavarne è che la sfida per l’integrazione dei musulmani di seconda generazione passa anche per la conquista da parte loro della consapevolezza che una società occidentale, ossia laica, aperta e plurale non è soltanto una società prospera, più ricca, che offre più opportunità, ma anche una società fondata su una solida etica della responsabilità.

In estrema sintesi, questi ragazzi desiderano integrarsi mantenendo le loro tradizioni e i codici etici trasmessi dai genitori. È curioso notare che per costoro la parola “integrazione” risuona con un accento negativo: «Sembra voler dire – come si legge nella ricerca citata precedentemente – che ai giovani musulmani di seconda generazione manchi qualcosa, che debbano riparare a lacune, a mancanze».

Viene spontaneo osservare che in realtà i giovani musulmani temono non tanto l’“integrazione”, quanto l’“assimilazione”, lo sradicamento, la perdita di identità. La ragione di questa confusione di significati nasce probabilmente dal fatto che questi ragazzi si trovano a vivere e a formarsi in un paese in cui non ci si interroga ancora abbastanza su come costruire la società prossima ventura, che sarà, se non si interromperà il trend demografico che vede l’Italia come uno dei paesi con il più basso tasso di natalità dell’Occidente, inevitabilmente una società multiculturale e multietnica. Se non ci interroghiamo a sufficienza su cosa significhi costruire questa società del futuro prossimo venturo è abbastanza naturale che i ragazzi di seconda generazione siano poi insoddisfatti dalle risposte che arrivano loro dalla politica, dal sistema amministrativo, dalla società tutta. «Se integrazione significa – si legge ancora nella ricerca – conoscere la lingua, rispettare i codici della società ospitante, questo non basta a farli sentire integrati, né completamente accettati». L’integrazione è qualcosa di molto più profondo e di molto più difficile da ottenere.

La soluzione al problema sta nel proporre l’idea di integrazione nel suo inscindibile binomio con il concetto di reciprocità. La reciprocità si fonda essenzialmente sul riconoscimento, sul rispetto e sulla disponibilità: riconoscimento, rispetto e disponibilità alla conoscenza da parte della società italiana di quella che è la cultura d’origine delle persone che vivono il processo di integrazione. E, parallelamente, riconoscimento, rispetto e disponibilità alla condivisione, da parte dei giovani immigrati, della cultura e, soprattutto, dei valori di fondo che sostengono e costituiscono l’identità italiana.

Parlando di condivisione della cultura e dei valori della nostra società occorre naturalmente essere consapevoli che questi ragazzi non potranno mai vedere l’Italia come la loro patria in senso stretto, cioè come la “terra dei padri”, perché non lo è. Semmai potranno e dovranno percepirla in un senso più ampio, civile e politico; come la loro nazione, che è il luogo della loro cittadinanza attiva, là dove si condividono valori, esperienze e progetti.

Ecco dunque che la doppia appartenenza culturale degli immigrati di seconda generazione può diventare ricchezza, tanto per loro quanto per il paese “ospitante”. Una delle condizioni essenziali per rendere effettiva e operante tale ricchezza è il superamento dei pregiudizi e della diffidenza nei confronti della cultura islamica che sono purtroppo diffusi in una parte della società italiana. E ciò a causa della disinformazione, dei messaggi talvolta superficiali veicolati dai media, ma anche a causa di una comunicazione politica che, in molti casi, diffonde strumentalmente sentimenti di islamofobia. In questo un contributo importante può venire dalla scuola e dalla sua capacità di trasmettere valori e culture, di garantire adeguati percorsi di inclusione nella nostra società insieme a quelle possibilità di crescita e di affermazione cui i minori immigrati hanno diritto al pari dei giovani italiani.

Ma dobbiamo anche chiederci come viene percepita dalle seconde generazioni l’immagine complessiva dell’Italia, perché se essa viene percepita come un paese che ha paura, diffidente, chiuso, che teme per il futuro, si riducono le opportunità di successo, di ascesa sociale e di integrazione. Il combinato disposto di paure, chiusure, grettezze e crisi economica, cui si unisce l’aspettativa di un futuro difficile, crea un ostacolo in più all’integrazione.

A tutto ciò si aggiunge un’ultima considerazione che riguarda un ambito cruciale di intervento che va oltre la dimensione culturale: l’integrazione civile e politica. Su questo piano l’Italia sconta un grave ritardo, che si concretizza nella mancanza di una risposta equa, moderna ed evoluta alla questione della cittadinanza. In merito sono già state avanzate diverse proposte di legge, nelle quali è possibile individuare alcuni punti di sintesi positiva. Ingiustificabile sarebbe invece lasciare le cose come stanno e non intervenire, perché persistere nell’inattività renderebbe ancor più difficile l’integrazione e, magari involontariamente, finirebbe per spingere i potenziali italiani di seconda generazione nella chiusura, nell’incomprensione, nel rigetto dell’integrazione. L’auspicio è quindi che nel momento in cui ci si confronta con il tema dell’integrazione non ci si limiti alle pur necessarie valutazioni di carattere culturale, ma si cerchi poi di calare questa valutazione in iniziativa legislativa. Se il futuro è inevitabilmente quello di una società multiculturale e multietnica il tema della cittadinanza – con tutto quello che comporta in termini, ad esempio, di esercizio del diritto di voto attivo e passivo – diventa imprescindibile. Non sfuggono tutte le difficoltà che la questione della concessione della cittadinanza comporta. Ma questa è, appunto, una sfida, che come tutte le sfide si vince se si ha il coraggio di osare. Se di fronte alle sfide si chiudono gli occhi e si usa un atteggiamento attendista, si perde in partenza.

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