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I repubblicani si preparano al dopo Bush

Written by Maurizio Molinari Sunday, 02 March 2008 18:36 Print

La sconfitta subita nelle urne alle elezioni di midterm segna il momento di inizio di una campagna presidenziale repubblicana che punta nel 2008 a conservare la Casa Bianca riconquistando i settori moderati e centristi dell’opinione pubblica. Se è vero che la perdita del controllo di entrambi i rami del Congresso è stata uno smacco superiore alle previsioni dei leader repubblicani – che pensavano di mantenere il controllo del senato – quando lo stratega elettorale Karl Rove si è trovato a dover spiegare al presidente George W. Bush cosa era avvenuto si è limitato a svelare un numero: 77 mila. Tanti sono stati i voti che hanno fatto la differenza nelle urne dei collegi elettorali decisivi per il voto di midterm: se fossero andati ai repubblicani avrebbero consentito di mantenere il controllo di entrambe le camere.

 

Si tratta di un numero tanto più significativo se si considera che nel novembre del 2004 il candidato democratico John F. Kerry perse lo Stato dell’Ohio – e dunque anche la Casa Bianca – per una quota di voti molto simile: circa 80 mila. Commentando a caldo quella sconfitta, Kerry si limitò a dire «ho perduto per l’equivalente di uno stadio di football». Rove ha detto a Bush qualcosa di molto simile dopo la disfatta al Congresso. A spiegare i due risultati elettorali sono state le analisi postelettorali secondo le quali ad assicurare la vittoria dei democratici nel 2006 è stata la fuoriuscita dal campo repubblicano di settori del voto moderato e centrista, tradizionalmente in bilico fra i due schieramenti.

In Stati decisivi per il controllo del senato, come la Pennsylvania, l’Ohio, la Virginia, il Montana e il Missouri – ma anche in collegi decisivi per la camera, come Indiana e Ohio – i candidati democratici sono riusciti ad intercettare il voto centrista grazie a candidati moderati, antiabortisti e a favore del porto d’armi, abili nel presentarsi come interpreti del mainstream, i valori tradizionali dello sterminato entroterra americano. Sono tre le ragioni per le quali questi elettori centristi hanno abbandonato i repubblicani: l’insofferenza per l’eccessivo spostamento del partito verso i settori della destra cristiana, testimoniato dai referendum proposti (e bocciati) in Missouri contro l’aborto e in più Stati a favore di un emendamento costituzionale contro le nozze gay; lo scontento per l’incapacità del presidente George W. Bush di ottenere risultati militari e politici positivi in Iraq; la protesta per i numerosi scandali etici che hanno investito personaggi come il leader texano Tom DeLay e Mark Foley, deputato della Florida.

Per evitare che la sconfitta del 2006 si ripeta nel 2008 i repubblicani dovranno riuscire a dare risposte energiche a queste tre ragioni di scontento della propria base elettorale. Se infatti è vero che la grande maggioranza dei cittadini americani si considera di fede moderata – e tende a non votare i liberal considerandoli troppo di sinistra – questa grande sacca potenziale di voti non esita a punire i repubblicani quando lo ritiene opportuno. Non solo votando per i democratici, ma anche semplicemente non recandosi alle urne. Si spiega anche così il fatto che mentre nel 2004 vi furono circa 120 milioni di votanti, nel 2006 non si è arrivati neanche alla metà.

Proprio l’obiettivo di riconquistare i centristi ha contraddistinto le mosse elettorali dei primi repubblicani a scendere in campo in vista del 2008. La mossa iniziale, a neanche dieci giorni dalla sconfitta di midterm, è stata del senatore dell’Arizona John McCain, ovvero il candidato che George W. Bush sconfisse nelle primarie del 2000 grazie al sostegno della destra religiosa. McCain non è amato dagli evangelici perché lo considerano troppo moderato sulle questioni di valore – aborto, diritti degli omosessuali, valori della famiglia – ma questa sua debolezza diventa ora una forza, anche perché unita ad un impegno su temi etici – dalla riforma dei finanziamenti elettorali alla nuova legge contro la tortura – che lo rende credibile presso l’elettorato che nel 2004 non votò a favore del presidente Bush. Forte di questo appeal politico sugli elettori centristi, il settantunenne veterano del Vietnam McCain gioca le sue mosse al fine di essere considerato credibile anche dai conservatori doc. Si spiega così il fatto di essere stato lui ad uscire per primo allo scoperto con la richiesta di aumentare le truppe in Iraq al fine di stabilizzare la situazione e ridurre le violenze interetniche. Si tratta di un posizione che McCain ha ereditato da pensatori neo- conservatori – come il politologo dell’American Enterprise Institute, David Frum – dal 2005 costantemente critici nei confronti del Pentagono di Donald Rumsfeld per l’opposizione a modificare l’assetto strategico in Iraq. La pubblicazione del rapporto della commissione Baker-Hamilton sull’Iraq ha offerto a McCain un’ulteriore occasione per accreditarsi nei confronti dei conservatori: da un lato respingendo la richiesta di ritiro del grosso delle truppe combattenti entro il marzo 2008 e dall’altro opponendosi con fermezza all’ipotesi di aperture diplomatiche nei confronti della Siria di Bashar Assad e dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad. L’intento di McCain è di sfruttare la credibilità nei confronti dei centristi e al tempo stesso diventare affidabile per i conservatori, e il terreno scelto per questa scommessa politica è l’Iraq. Per un duplice motivo. In primo luogo, la crisi di Baghdad è destinata a rimanere il principale tema di politica estera dei prossimi anni e qualsiasi candidato alla presidenza deve dimostrare di avere delle idee valide su come gestirla. In secondo luogo, riuscendo ad influenzare l’operato del presidente – come la decisione sul rafforzamento delle truppe sembra indicare – McCain punta a presentarsi come un erede dell’attuale Amministrazione repubblicana.

Sono queste mosse a spiegare i sondaggi d’opinione – da Gallup a Newsweek – che sin dall’estate indicano in McCain il candidato di punta dei repubblicani capace anche di prevalere di diverse lunghezze in un’ipotetica sfida con Hillary Clinton, al momento il politico più in vista fra i democratici. Ma il voto del 2008 è ancora lontano, ed essere ora il volto più esposto potrebbe nuocere a McCain, tenendo presente che in America l’elettorato tende ad appassionarsi ai volti politici emergenti e assai raramente apre le porte della Casa Bianca ad un senatore (nel secondo dopoguerra è avvenuto una sola volta, con John F. Kennedy).

Fra i politici di statura nazionale che non hanno mai ricoperto incarichi a Washington spicca Rudolph Giuliani, l’ex sindaco di New York nato a Brooklyn in una famiglia di immigrati italoamericani nel 1944, noto per la dottrina della «tolleranza zero» contro il crimine e per aver guidato la città nella reazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Sulla carta Giuliani ha il curriculum ideale per raccogliere voti democratici nell’era della guerra al terrorismo: se da un lato nessuno più di lui può garantire di essere in grado di proteggere gli americani, dall’altro le posizioni favorevoli all’aborto e al riconoscimento dei diritti degli omosessuali sono tali da allettare la sinistra di una roccaforte liberal co- me l’Upper West Side di Manhattan. Si tratta di un vantaggio nell’ipotetica sfida presidenziale nelle metropoli sull’Atlantico e sul Pacifico, ma anche di un serio problema nell’affrontare la corsa delle primarie nell’entroterra rurale, dove Giuliani per prevalere dovrà riuscire a conquistare l’elettorato di Stati come la North Carolina e il Kansas, nei quali la destra conservatrice è molto consolidata e in genere incorona candidati poco transigenti sui valori. Saranno i prossimi mesi a dire se Giuliani riuscirà a conquistare i «Social Conservatives» ovvero quei repubblicani che votano in base ai valori: patria, famiglia e libera impresa. Anche sul business infatti l’ex sindaco rischia di essere chiamato a giustificare le proprie scelte, a causa di una serie di consulenze a più zeri con ditte private che rischiano di farlo apparire troppo condizionabile dalle lobby di Washington.

La debolezza di Giuliani è la forza di Sam Brownback, il senatore del Kansas che già nel 2006 aveva lasciato intendere di volersi candidare presentandosi come un conservatore doc: il suo curriculum a Capitol Hill lo mette in cima alla classifica dei conservatori in numerosi campi, dalla politica estera all’immigrazione. Brownback non ha difficoltà a presentarsi agli elettori dell’America rurale, e sta dedicando dunque ogni sforzo al tentativo di diventare credibile anche per i centristi: si spiega così l’intervista pubblicata a fine anno sul neoconservatore «New Republic» nella quale, per la prima volta, ha ammorbidito la propria posizione sull’aborto, rinunciando alla contrarietà assoluta che finora lo aveva contraddistinto.

Se McCain, Giuliani e Brownback sono i nomi dei quali in casa repubblicana si discute di più, il parterre è però assai più affollato: dall’ex presidente della camera dei rappresentanti Newt Gingrich all’ex governatore del Wisconsin Tommy Thompson, dal senatore del Nebraska Chuck Hagel all’ex governatore di New York George Pataki. Ma la vera novità arriva da un’altra direzione: lo Stato del Massachusetts, ovvero la granitica roccaforte dei liberal, patria dei Kennedy, che negli ultimi quattro anni è stata governata dal repubblicano Mitt Romney, classe 1947. Basterebbe questo per fare di Romney un valido candidato, e se aggiungessimo gli attestati di stima che continua a ricevere dalla famiglia Bush si potrebbe arrivare ad ipotizzare che questo figlio del Michigan – lo stesso Stato che diede i natali al presidente Gerald Ford – potrebbe avere molte carte da giocare nella corsa del 2008. Ma il maggiore interrogativo che pende su Romney è la fede: appartiene infatti alla Chiesa mormone, considerata dagli evangelici come una setta ai confini della fede cristiana. Il precedente dell’elezione alla Casa Bianca del cattolico John F. Kennedy e del quacchero Richard Nixon – nonché della candidatura alla vicepresidenza dell’ebreo Joseph Lieberman nel 2000 – lasciano supporre che nulla osti alla corsa di Romney. Ma per dimostrare di poter vincere dovrà prima discutere in pubblico la fedeltà al credo di Joseph Smith come finora non ha fatto. A prescindere dagli esiti della sfida questo passaggio potrebbe avere un impatto di lungo termine sulla società americana quanto l’eventuale scelta da parte dei democratici di puntare su una donna come il senatore di New York Hillary Clinton o un afroamericano come il senatore dell’Illinois Obama Barack.

Ma non è tutto: non è un mistero che nei salotti repubblicani a Washington il nome più popolare in realtà è quello di Jeb Bush, il cinquantaquattrenne ex governatore della Florida, popolare a Miami quanto Giuliani a New York, cattolico, sposato con una messicana, fratello dell’attuale presidente nonché notoriamente considerato da papà George come il più adatto della famiglia a guidare la nazione. Terminato il secondo mandato da governatore, Jeb ha scelto di rinchiudersi nella vita privata, evitando di svelare progetti futuri ma anche alimentando indiscrezioni e dubbi. In realtà ha di fronte molte opzioni: se emergerà un candidato forte fra i repubblicani potrebbe diventarne il vice, puntando ad entrare in punta di piedi alla Casa Bianca, mentre se le primarie dovessero spaccare il partito potrebbe defilarsi, dedicandosi al business immobiliare e aspettando il proprio turno nel 2012. Ma c’è anche un terzo scenario: se Hillary Clinton dovesse scendere in campo Jeb potrebbe anche essere richiamato all’ordine dai leader del partito, entrando da protagonista in una sfida presidenziale destinata ad essere un duello senza precedenti fra le due dinastie politiche più influenti degli interi Stati Uniti.

Quali che saranno le decisioni dei candidati, presenti o futuri, gran parte delle possibilità dei repubblicani di conservare la Casa Bianca re- stano comunque nelle mani di George W. Bush. Se negli ultimi due anni di mandato riuscirà a dare agli americani l’impressione di lasciare una nazione più sicura e prospera di come la trovò nel gennaio 2001 potrebbe aprire la strada al suo successore. Se invece non dovesse riuscire a rimediare agli errori commessi, soprattutto in Iraq, la punizione dell’elettorato colpirebbe i repubblicani in maniera assai più severa di quanto avvenuto nelle urne delle elezioni di midterm.

 

 

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