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Anatre zoppe e aquile imperiali

Written by Carlo Pinzani Sunday, 02 March 2008 18:33 Print
Sembra di essere in Italia. Qualche giorno dopo le elezioni americane del 7 novembre, il senatore democratico del South Dakota Tim Johnson ha subito un intervento neurochirurgico per la risoluzione di un aneurisma cerebrale e, subito, si sono avanzate ipotesi, speranzose o allarmate, di un rovesciamento della maggioranza al senato. Questo avrebbe potuto dividersi tra cinquanta senatori democratici e altrettanti repubblicani, rendendo così decisivo il voto del vicepresidente Cheney (che, in questo modo, avrebbe finito per svolgere un ruolo in qualche modo comparabile con quello dei senatori a vita nel senato italiano).

Gli effetti immediati delle elezioni

Sembra di essere in Italia. Qualche giorno dopo le elezioni americane del 7 novembre, il senatore democratico del South Dakota Tim Johnson ha subito un intervento neurochirurgico per la risoluzione di un aneurisma cerebrale e, subito, si sono avanzate ipotesi, speranzose o allarmate, di un rovesciamento della maggioranza al senato. Questo avrebbe potuto dividersi tra cinquanta senatori democratici e altrettanti repubblicani, rendendo così decisivo il voto del vicepresidente Cheney (che, in questo modo, avrebbe finito per svolgere un ruolo in qualche modo comparabile con quello dei senatori a vita nel senato italiano).

Eppure, le elezioni di metà mandato hanno segnato una fortissima ripresa del Partito Democratico, che ha raggiunto una maggioranza abbastanza comoda alla camera dei rappresentanti e una risicata al senato, sufficiente peraltro a rovesciare la situazione precedente e a reintrodurre lo schema del divided government. Questo rende più complicato il rapporto tra il presidente e il Congresso, controllato da una maggioranza appartenente ad un partito diverso: l’azione di governo diventa più difficile per la maggiore incisività del controllo parlamentare e la produzione legislativa diviene più faticosa, per la necessità di un maggiore ricorso al compromesso tra l’esecutivo e il Congresso.

Non vi è quindi dubbio che il risultato conseguito dai democratici abbia modificato notevolmente la situazione politica generale, soprattutto nel breve periodo. Giustificata è anche la soddisfazione dei democratici per un risultato accanitamente perseguito e anche diffusamente previsto. Non sembra, però, che i dati di fondo della situazione politica americana abbiano subito alterazioni: gli Stati Uniti erano un paese profondamente diviso tra schieramenti elettorali e politici sostanzialmente equivalenti e continuano ad esserlo anche dopo le elezioni di midterm, anche se è vero che il risultato modifica le prospettive per la futura sfida presidenziale del 2008.

Questa è certamente l’indicazione principale che viene dalle elezioni ed è comprensibile che su di essa si sia accentrata l’attenzione dei commentatori e che le candidature, dichiarate o soltanto ipotizzate, siano venute moltiplicandosi nelle ultime settimane. Certo, il loro destino dipenderà anche dalla sorte degli ultimi due anni di governo di George W. Bush. Ed è questa la seconda questione sulla quale gli analisti si affaticano.

L’ascesa del neoconservatorismo

Occorre anzitutto ricordare che le elezioni di midterm nel caso di un doppio mandato presidenziale hanno una caratteristica comune, che risale addirittura all’introduzione dell’elezione popolare dei senatori, cioè a partire dal 1914. Si tratta del sixth-year jinx, la «iella del sesto anno», come viene definita nel gergo politico-elettorale la regolarità statistica che vede il partito del presidente in carica da sei anni (o del vicepresidente che gli è subentrato) perdere seggi in entrambi i rami del Congresso a vantaggio dell’opposizione. Il fenomeno ha riguardato Wilson, Coolidge, Roosevelt, Truman, Eisenhower, Johnson, Ford e Reagan. Soltanto le elezioni del 1998, nel sesto anno di Clinton, rappresentarono una parziale eccezione a questa regola, dal momento che la perdita di seggi avvenne soltanto alla camera dei rappresentanti. La spiegazione prevalente di questa parziale anomalia, che smentiva la fisiologica stanchezza dell’elettorato per le Amministrazioni presidenziali di due mandati, attribuisce il mancato insuccesso democratico agli eccessivi attacchi repubblicani nei confronti di Clinton nell’affare Lewinsky.

Quell’episodio era anche emblematico di una profonda trasformazione del Partito Repubblicano, avvenuta proprio nei due mandati di Clinton e che era il risultato di un lungo processo di trasformazione della destra americana, avviatosi a partire dal 1964, con la fallimentare candidatura di Barry Goldwater; proseguito con Nixon e acceleratosi negli anni Ottanta con le due presidenze di Ronald Reagan. In quest’ultima fase, l’ascesa del neoconservatorismo nel Great Old Party era in gran parte legata alla comparsa di una nuova componente nella politica americana: la destra religiosa. Questa aveva abbandonato la diffidenza nei confronti della politica, tradizionalmente nutrita dalle diverse denomi- nazioni protestanti, impegnandosi a favore dei repubblicani in seguito ad una direttiva fiscale dell’Amministrazione Carter, che considerava discriminatorie le scuole religiose fondate dopo il 1963 e revocava pertanto alcuni benefici fiscali.1

Anche a non voler considerare il fatto che questa evoluzione era strettamente collegata alla più antica e durevole contraddizione della storia degli Stati Uniti, quella della diversità razziale, lo schieramento delle Chiese protestanti del Sud a favore del GOP era certamente una di quelle fratture epocali che valgono a modificare durevolmente gli assetti politici di un paese, tanto più che si accompagnava a profonde trasformazioni economiche che vedevano accrescere il peso del Sud e dell’Ovest.

Si veniva così a coagulare una reazione ai processi d’integrazione razziale avviati negli anni Sessanta che, invertendo una tendenza ultrasecolare, spostava a favore dei repubblicani il populismo democratico degli Stati del Sud e dell’Ovest, collegandolo stabilmente ai tradizionali interessi del big business che, peraltro, con le Amministrazioni di Reagan e di Bush senior, continuavano a mantenere salde le redini del Partito Repubblicano.

La terza componente del neoconservatorismo, che doveva precocemente tendere a trasformarsi in un nuovo blocco sociale, doveva manifestarsi durante i due mandati di Bill Clinton, con l’ascesa dei neoconservatori in senso stretto, cioè di un gruppo d’intellettuali e politici che provenivano dalla tradizione democratica e, più spesso, dalla sinistra radicale e dai movimenti che, negli anni Sessanta, avevano alimentato la protesta studentesca contro i vincoli sociali del puritanesimo tradizionale e contro l’impegno americano nel Sud-Est asiatico. Con una conversione tanto brusca quanto diffusa, e non certo limitata ai soli Stati Uniti, questo gruppo abbastanza omogeneo sviluppò un’articolata e radicale critica di tutta la politica liberal interna e internazionale portata avanti dai democratici, con una veemenza polemica che lasciava trasparire l’estremismo delle origini. Lamentando gli eccessi del progressismo nell’integrazione razziale, nella diffusione delle provvidenze dello Stato sociale, nella tendenza a limitare la proiezione militare internazionale degli Stati Uniti, i neoconservatori trovarono larga eco tra i politici repubblicani, specialmente dopo che Ronald Reagan aveva reintrodotto nella politica i concetti e i toni della destra più attaccata ai valori della tradizione americana. Questi – si affermava – erano stati posti in discussione, sul piano della politica interna, dall’evoluzione del grande disegno rooseveltiano e ancor più dalla grande rivoluzione nei costumi innescata dalla liberazione sessuale e dall’ascesa del ruolo delle donne nella vita associata.

Le debolezze del sistema elettorale americano

A questo punto, nel corso degli anni di Clinton, i neoconservatori avevano conquistato il Partito Repubblicano, giovandosi anche del fatto che la politica relativamente moderata e realistica di Bush senior non aveva dato i frutti sperati e aveva fatto anzi temere un ritorno stabile dei democratici alla guida del paese. Fu in questa fase che la politica del Partito Repubblicano venne radicalizzandosi in senso conservatore e si originò la drastica contrapposizione tra i sistemi di valori dei due schieramenti, anche grazie all’aperta strumentalizzazione dell’affare Lewinsky da parte repubblicana. Lo scontro politico cominciò a orientarsi prevalentemente sui temi etici e sui valori, a discapito della considerazione che tradizionalmente veniva attribuita agli interessi economici e ai conflitti di classe.2 Venne così completandosi il passaggio del populismo democratico del Sud al Partito Repubblicano e si accrebbe il peso della destra religiosa; l’opinione pubblica prese a mobilitarsi sempre più su temi come l’aborto, l’eutanasia, il controllo delle armi, l’insegnamento parentale, i matrimoni omosessuali. Contemporaneamente, grazie alla tradizionalmente elevata mobilità geografica degli americani, si giungeva ad una massiccia separazione anche fisica degli elettorati sia al livello di Stati che di contee, che, di per sé, invitava a ridisegnare i distretti elettorali a fini di parte, un invito che diversi Stati, prevalentemente repubblicani, accolsero volentieri.

Nelle elezioni presidenziali del 2000, il ruolo decisivo spettò a George W. Bush, il «cristiano rinato», che funse da sintesi e da catalizzatore delle tre componenti principali della ripresa conservatrice: mentre le origini familiari lo inquadravano pienamente nel repubblicanesimo tradizionale e la conversione religiosa gli garantiva l’appoggio della componente confessionale, i neoconservatori costituirono il nucleo dei principali collaboratori.

A riprova della rinnovata veemenza dello scontro politico, le contestate elezioni del 2000, il cui esito fu segnato dal pesante intervento della Corte suprema a proposito della prosecuzione delle verifiche elettorali in Florida, mostrarono lo stato penoso della legislazione e della situazione amministrativa relative al processo elettorale, in quella che a ragione è ancora considerata la più forte democrazia del mondo.

Questa condizione era del tutto inadeguata a reggere l’urto di un scontro elettorale condotto senza esclusione di colpi, e anzi deliberatamente esasperato soprattutto da parte repubblicana. Tale situazione aveva indotto il Congresso a votare nel 2002 l’Help America Vote Act, un provvedimento volto a ridurre la disomogeneità nei procedimenti e negli strumenti di votazione che, peraltro, continuavano a rimanere nella competenza degli Stati. Tuttavia, ancora nel settembre 2004, l’ex presidente Jimmy Carter denunciava sul «Washington Post» la mancata applicazione della legge, concludendo con un giudizio generale assai pesante:

«In qualsiasi nazione è da incoscienti permettere la prosecuzione di prassi elettorali fraudolente o viziate. Ma questo è particolarmente da respingere tra noi americani, che ci vantiamo di rappresentare un esempio globale di pura democrazia. A questo punto della procedura elettorale, essendo improbabili le riforme, la sola possibilità è quella di porre la massima attenzione dell’opinione pubblica sulla Florida e sulle sue pratiche sospette».3

Nonostante non abbiano mai attratto l’attenzione dei media, anche nelle elezioni presidenziali del 2004 sono stati avanzati pesantissimi dubbi sui risultati dell’Ohio, ove il controllo post elettorale delle schede sembra essere avvenuto «senza il rispetto né dello spirito né della lettera della legge».4

Nelle elezioni di novembre 2006, nonostante la presenza di molti Stati e circoscrizioni accanitamente contesi tra i due partiti, non sembra vi siano state contestazioni rilevanti sul procedimento elettorale. Restano peraltro da trarre due conclusioni in questa materia.

La prima riguarda il fatto che, nonostante gli sforzi intrapresi, le condizioni del procedimento elettorale negli Stati Uniti non forniscono sufficienti garanzie di trasparenza e di correttezza, soprattutto per la varietà dei sistemi di votazione e per il sempre più diffuso ricorso a strumenti di voto elettronico (hardware e software) che, forniti da produttori diversi, lasciano spazio ad accordi tra gli organi elettorali dei diversi Stati e i vari fornitori, ai quali sembra talvolta venga completamente appaltato il procedimento elettorale, anche quando, in alcuni casi, siano state accertate connessioni con un partito politico. La seconda conclusione si collega alla già rilevata radicalizzazione dello scontro politico promossa soprattutto, ma non esclusivamente, dal Partito Repubblicano. Questo e «i suoi alleati nel mondo degli affari, nel movimento conservatore, nella comunità interessata alla politica estera e nella destra religiosa si sono posti un obiettivo sorprendentemente ambizioso: trasformare l’America e al tempo stesso il ruolo dell’America nel mondo. Ciò che conferisce a questo tentativo il suo aspetto grandioso è il fatto che il Great Old Party opera con un ristrettissimo margine politico. Il programma repubblicano non è espressione di un vasto consenso pubblico. È il programma di un’elite conservatrice abile nel catturare il sostegno di un’esigua maggioranza dell’elettorato e nell’impadronirsi del controllo del sistema politico del paese».5

Il neoconservatorismo e la guerra in Iraq

Questo perentorio giudizio è stato confermato dalle vicende dalla prima metà del secondo mandato di George W. Bush. Alla coalizione conservatrice che aveva vinto – sia pure in modo inusitato – le elezioni del 2000 mancava la spinta politica necessaria per avviare il radicale cambiamento che essa aveva delineato nell’ultimo decennio del secolo scorso. Com’è ormai quasi pacifico, questa spinta fu fornita dai tragici e criminali attentati dell’11 settembre 2001. Senza alcun dubbio questi meritavano una risposta forte e prolungata, ma da condursi non sul solo piano militare, come invece ha sostanzialmente scelto di fare l’Amministrazione Bush, sia nel primo che nel secondo mandato.

Una riprova di questa affermazione è da ricercarsi proprio nel risultato delle elezioni del novembre 2006. Per generale giudizio, l’esito della competizione è da attribuirsi all’andamento pesantemente negativo della guerra in Iraq, iniziata su presupposti errati, condotta con strategie approssimative e affrettate che, se sono state sufficienti ad abbattere rapidamente il regime baathista, si sono rivelate fallimentari nella gestione delle fasi successive. Con la conseguenza di un drastico calo dei consensi negli ambienti politici e nell’elettorato americano, preoccupato non soltanto dal continuo stillicidio di perdite umane e dall’enormità del costo economico, ma anche dalla completa mancanza di una visione politica complessiva sia della questione irachena sia, più in generale, di quella mediorientale.

Il fatto è che la guerra in Iraq è stata condotta sulla base di presupposti esclusivamente ideologici, nei quali si riassumono i principi fondamentali della politica internazionale del movimento neoconservatore, a loro volta veicolo di acquisizione del consenso interno occorrente per portare a compimento l’ambizioso programma di cui si è detto. Sfruttando la giustificata ondata emotiva seguita agli attentati dell’11 settembre 2001 e proponendosi di soddisfare la fondata esigenza di dare una risposta al terrorismo islamico, l’Amministrazione Bush nel 2002- 2003 presentò un programma di politica internazionale che, nell’intento di condurre una planetaria «guerra al terrorismo», rovesciava alcuni consolidati principi della politica estera americana.

Il ripudio espresso del multilateralismo e la conseguente adozione del criterio della valutazione esclusivamente unilaterale degli interessi americani; il passaggio dalle forme di contenimento dei nemici a quelle della guerra preventiva e del rovesciamento dei regimi non graditi o ritenuti comunque pericolosi; la totale svalutazione degli organismi internazionali a cominciare dall’ONU e l’esasperazione dei contrasti con qualsiasi alleato che non condividesse appieno le scelte americane, sono altrettanti mutamenti profondi introdotti nella condotta degli affari internazionali, concepiti anche in funzione di sollecitare il nazionalismo di grande potenza degli americani e di acquisire consenso anche per i temi valoriali sui quali impostare la politica interna e continuare a condurre nel contempo la tradizionale politica economica repubblicana di fiancheggiamento della business community.

La formulazione forse più organica di questo disegno è quella fornita da uno degli esponenti di punta del neoconservatorismo, Norman Podhoretz. Questi, ribattezzando la «guerra al terrorismo» come «quarta guerra mondiale» e introducendo un improbabile parallelismo tra Truman e Bush junior, stabilisce un’assoluta (e immaginaria) continuità nella politica internazionale degli Stati Uniti, fondata sempre sulla difesa intransigente dei valori americani della libertà e della democrazia. In questa visione la guerra fredda – in quanto contrapposizione globale e prolungata – viene equiparata ad una guerra effettivamente combattuta e vinta dagli Stati Uniti, quando con Reagan sono passati sul piano propagandistico dal containment di Kennan al roll back nei confronti dell’Unione Sovietica. Dopo la vittoria nella guerra fredda, le Amministrazioni di Bush senior e di Clinton non seppero, secondo Podhoretz, comprendere la pericolosità dell’integralismo islamico, consentendogli di trasformarsi in minaccia globale. E ora, conclude Podhoretz, gli Stati Uniti, come «nella seconda e nella terza guerra mondiale devono resistere contro le impazienze, lo scoraggiamento e le opposizioni per tutto il tempo occorrente per vincere».6

La prospettiva post-elettorale

Muovendo da queste premesse, diventa possibile delineare alcuni elementi dello scenario politico dei due anni che ci separano dalle prossime elezioni presidenziali. Nonostante sia evidente l’opportunità di procedere ad una revisione condivisa da entrambi i grandi schieramenti politici americani dell’intera politica mediorientale e della stessa politica estera generale degli Stati Uniti e nonostante tale revisione sia diffusamente auspicata, è certo che essa non sarà condotta con vero spirito bipartisan.

Ciò presupporrebbe l’apertura all’interno del Partito Repubblicano di un confronto serio e vasto, del quale per il momento non si vede alcun segno, come dimostra l’accoglienza ricevuta dalle articolate conclusioni del gruppo guidato dal repubblicano Baker e dal democratico Hamilton: tanto il presidente, quanto colui che, in questa fase assai precoce della corsa alla presidenza nel 2008, appare il principale pretendente alla nomination repubblicana, il senatore dell’Arizona John McCain, hanno mostrato in proposito una notevole freddezza. Si sono, anzi, orientati a procedere nel senso dell’aumento, seppur temporaneo, delle forze americane in Iraq, nell’intento di giungere comunque ad una qualche situazione che possa essere definita come vittoria.

È però molto probabile che, in qualche forma, quel confronto si aprirà e in esso si misureranno il livello e la forza dell’egemonia raggiunti dal gruppo neoconservatore e dalla destra religiosa all’interno del Partito Repubblicano. Lo scontro potrebbe rivelarsi assai aspro, dato che, come si è detto, attorno alle impostazioni dei neoconservatori sembra essersi formato un vero e proprio nuovo blocco sociale, specialmente negli Stati del Sud e dell’Ovest. Appare difficile che il Partito Repubblicano e l’Amministrazione Bush possano rinunciare alla radicalizzazione dello scontro, dal momento che spingendo in questa direzione hanno visto aumentare i loro consensi fino al punto di disporre di un margine, seppur ristretto, per sovvertire un assetto politico e una proiezione internazionale consolidati, dovuti soprattutto ai democratici, ma che anche i presidenti repubblicani, da Eisehower a Nixon, da Ford al secondo Reagan e a Bush senior, avevano sostanzialmente accettato In queste condizioni, l’atteggiamento dei democratici dovrebbe essere assai duttile ed essi dovrebbero essere capaci di avanzare proposte utili in una situazione di grande difficoltà. Si tratta di insistere per l’approccio bipartisan sulla questione della «guerra al terrorismo», essendo al contempo pronti a procedere con decisione nel riaffermare i poteri del Congresso nei confronti di un esecutivo che, forte della maggioranza parlamentare e delle straordinarie condizioni determinate dalla guerra e dalla minaccia terroristica, ha notevolmente dilatato le proprie prerogative.

In buona sostanza, lo scontro politico negli Stati Uniti sarà assai aspro e la posta in gioco è quella del definitivo superamento degli equilibri politici, sociali ed economici costituitosi nel prolungato periodo di egemonia del Partito Democratico nella fase centrale del secolo scorso. Non per nulla uno dei terreni maggiormente coinvolti nel contrasto riguarda gli equilibri interni all’ordine giudiziario, che non possono considerarsi ancora definitivamente acquisiti con la conquista della maggioranza da parte dei conservatori all’interno della Corte suprema.

Dall’andamento dello scontro dipenderà anche e soprattutto la politica estera e si potrà a quel punto vedere se George W. Bush sarà ridimensionato alla condizione di «anatra zoppa» (magari ragionevole) o se continuerà invece ad essere l’alfiere dell’aquila imperiale. In ogni caso, gli Stati Uniti rimarranno saldamente al centro dell’arena mondiale e di questo fatto dovranno tener conto tanto gli avversari quanto gli alleati. Per quanto riguarda questi ultimi, e in particolare l’Europa, si può sottoscrivere il concetto fondamentale espresso di recente, con accenti diversi, da Giuliano Amato e da Tony Blair, vale a dire che sarebbe illusorio per gli europei rinunciare all’alleanza con gli Stati Uniti per affrontare in totale autonomia gli straordinari cambiamenti dell’epoca della globalizzazione. Con il codicillo che la stessa Europa dovrà operare in modo da tener conto della lacerazione dell’alleato e adoprarsi perché in essa prevalgano i sostenitori della continuità dell’esperienza rooseveltiana anziché gli accesi paladini dell’unilateralismo, degli scontri di civiltà e, in definitiva, di un impero americano.

[1] Il principale artefice di questa evoluzione era stato il reverendo Jerry Falwell, postosi alla guida della protesta delle scuole religiose localizzate soprattutto negli Stati del Sud. La loro ascesa era legata anche alla possibilità che esse offrivano alle famiglie prevalentemente appartenenti alla Chiesa battista di sottrarsi all’integrazione razziale scolastica. Cfr. M. Friedman, The Neoconservative Revolution. Jewish Intellectuals and the Shaping of Public Policy, Cambridge University Press, New York 2005, pp. 205-222.

[2] Questa evoluzione è ottimamente ricostruita e criticamente esaminata nel libro di T. Frank, What’s the Matter with Kansas. How Conservatives Won the Heart of America, Metropolitan Books, New York 2004.

[3] Citato in M. C. Miller, Fooled Again. How the Right Stole the 2004 Election and Why They’ll Steal the Next One Too (Unless We Stop Them), Basic Books, New York 2005, p. 108.

[4] Cfr. R. J. Fitrakis, S. Rosenfeld, H. Wasserman, What Happened in Ohio? A Documentary Record of Theft and Fraud in the 2004 Election, The New Press, New York e Londra 2006, p. 291. Si tratta di una raccolta voluminosa e ragionata di documenti ufficiali e di testimonianze giurate in un procedimento giudiziario giunto fino alla Corte suprema dello Stato e del quale si era occupata anche la Commissione giustizia della camera dei rappresentanti, senza che peraltro la vicenda abbia sollevato, se non sporadicamente, clamore nei media nazionali.

[5] Cfr. T. B. Edsall, Building Red America. The New Conservative Coalition and the Drive for Permanent Power, New York 2006, p. 6. Il giudizio è poi avvalorato da un’ampia indagine socio-politica contenuta in tutta l’opera.

[6] Cfr. N. Podhoretz, World War IV: How It Started, What It Means, and Why We Have to Win, in G. Rosen (a cura di), The Right War? The Conservative Debate on Iraq, Cambridge University Press, Cambridge 2005, pp. 102-170.

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