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Disintermediazione

Written by Gino Roncaglia Monday, 26 September 2011 18:06 Print
Disintermediazione Illustrazione: Marina Sagona
Il termine “disintermediazione” è collegato a un libro per certi versi profetico: “The Next Economy”, scritto nel 1983 da Paul Hawken, un autore molto impegnato sul fronte del rapporto fra commercio e ambiente.

 

Il termine “disintermediazione” è collegato a un libro per certi versi profetico: “The Next Economy”,1 scritto nel 1983 da Paul Hawken, un autore molto impegnato sul fronte del rapporto fra commercio e ambiente.

In prima istanza, l’idea è che le nuove tecnologie consentano agli utenti di svolgere autonomamente tutta una serie di attività che di solito richiedevano figure di mediazione, legate in particolare alla distribuzione e alla vendita di beni e servizi. Un fenomeno divenuto evidente con lo sviluppo di internet,che porta al moltiplicarsi delle situazioni di disintermediazione:dall’acquisto di un biglietto aereo alle operazioni bancarie, dalla prenotazione di un albergo alla denuncia dei redditi.

Dal punto di vista dell’utente, il vantaggio principale di queste forme di disintermediazione è legato all’abbattimento dei costi relativi alle figure di mediazione (agenzia di viaggi, sportello bancario …). Il risparmio è forte soprattutto quando la disintermediazione è accompagnata dal passaggio dei beni stessi dal mondo fisico a quello digitale: passaggio che riguarda ormai molti tipi di beni informativi (musica,libri, video, giornali e riviste …) e che comporta potenzialmente la scomparsa di tutte le figure coinvolte nella produzione, distribuzione e vendita del supporto fisico dell’informazione.

Così, ad esempio, la diffusione della vendita di musica online, o di film on demand, o di e-book, mette in crisi la produzione fisica di dischi o CD musicali,di video cassette o DVD, di libri su carta;mette in crisi il ruolo dei distributori che portavano i prodotti fino ai punti vendita presenti sul territorio; mette in crisi infine il ruolo di questi stessi punti vendita. Processi di disintermediazione di tal genere comportano dunque notevoli conseguenze culturali, sociali ed economiche,anche sul mercato del lavoro. Del resto,non si tratta di un processo nuovo: basti pensare alla progressiva scomparsa,in passato, di figure come i centralinisti,o come i bigliettai sull’autobus. La questione è più complessa quando abbiamo a che fare con l’idea di una forma di disintermediazione che non riguarda solo i supporti dell’informazione,ma anche la sua circolazione informa digitale. Secondo i teorici di una sorta di autonoma onnipotenza della rete nella gestione e selezione delle informazioni,non servirebbero più giornalisti(o almeno, certe figure di giornalisti),perché il citizen journalism reso possibile da blog e social network è più capillare e – grazie ai meccanismi di verifica diffusa dell’informazione – perfino più affidabile; non servirebbero più bibliotecari, perché i cataloghi in rete delle biblioteche e, in prospettiva,la crescita di vere e proprie biblioteche digitaline farebbero venir meno la funzione;non servirebbero più non solo le librerie e i librai ma neanche gli editori,dato che ciascuno è in grado di pubblicare e distribuire da solo i propri lavori in formato elettronico. Una prospettiva che riguarderebbe anche,e in maniera particolarmente rilevante,il campo della politica: gli strumenti di rete, si sostiene, potrebbero consentire da un lato una informazione più capillare per i cittadini-elettori,dall’altro forme di democrazia diretta allargata, attraverso consultazioni semplici,immediate, frequenti e a basso costo. Questo porterebbe a una perdita di rilievo delle figure tradizionali di mediazione politica, a cominciare da partiti e sindacati, e per alcuni alla crisi della stessa idea di rappresentanza politica.

La prospettiva di una totale disintermediazione informativa, presentata con accenti opposti ma argomentazioni straordinariamente simili da tecno entusiasti e catastrofisti, nasconde però una notevole confusione di idee.

Così, per fare solo un esempio, il citizen journalism è in molti casi una risorsa preziosa, ma non è affatto ovvio che possa funzionare senza alcuna forma di supporto e riferimento da parte del giornalismo professionale, oche abbia i mezzi per arrivare a coprire con tempestività qualunque tipo di notizia, permettendo di verificarne le fonti e valutarne correttamente l’importanza:tutti aspetti che richiedono comunque specifiche competenze.2 Un discorso analogo si potrebbe fare in altri settori, ad esempio in quello della mediazione politica: l’idea di consultazione permanente di un’opinione pubblica che ha teoricamente a disposizione una informazione ricca e differenziata, ma non sa reperirla, valutarla e selezionarla, e non dispone di adeguati meccanismi di negoziazione argomentativa, presenta rischi notevoli,3 già oggi evidenti nel ruolo anomalo di strumenti come i sondaggi.

La maggiore facilità nella distribuzione e circolazione delle informazioni e la moltiplicazione delle fonti informative costituiscono indubbiamente un vantaggio,ma pongono anche problemi legati proprio alla necessità di strumenti di mediazione informativa che ne facilitino il reperimento, la valutazione ela selezione. Una considerazione che vale nella politica ma anche, ad esempio,nell’editoria: con la crescita dell’informazione circolante e del fenomeno del self publishing, il ruolo delle figure professionali preposte a selezionare e validare i contenuti – gli editori – non viene certo meno.

A controbilanciare la disintermediazione relativa ai supporti dell’informazione,insomma, sarà probabilmente la crescita, e non già la scomparsa, di figure professionali legate alla mediazione informativa, anche se il lavoro di queste figure si svolgerà in forme nuove, e sempre più spesso in rete.

 


 

[1] P. Hawken, The Next Economy, Ballantine, New York 1984.

[2] Per una discussione su questi temi si veda il volume – ben argomentato pur se spesso discutibile nella radicalitàdelle conclusioni – di F. Metitieri, Il grande inganno del Web 2.0, Laterza, Roma-Bari 2009.

[3] Su questo tema si veda S. Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza,Roma-Bari 2004.

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