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La verità nell’era del video

Written by Carlo Freccero Monday, 26 September 2011 17:41 Print
La verità nell’era del video Illustrazione: Marina Sagona

Con la separazione tra sapere e potere e il massiccio diffondersi della televisione, le democrazie odierne assomigliano sempre più a delle sondocrazie: tutto è lecito in nome del consenso, dell’“audience”, e l’unica verità che conta è quella dei sondaggi, del marketing. Tuttavia, nell’Italia berlusconiana e nell’Inghilterra di Murdoch si scorgono i primi segnali di un’inversione di rotta.

 

La verità è stata per la filosofia quello che il sacro Graal è stato per i cavalieri medievali e la pietra filosofale per gli alchimisti: un obiettivo sfuggente e mai raggiunto, ma capace di giustificare qualsiasi sforzo e qualsiasi sacrificio. Ogni volta, in ogni epoca e con ogni pensatore, la verità veniva raggiunta solo per essere contraddetta e superata dal pensiero successivo. Sino a che questa impossibilità di raggiungere il vero, in modo definitivo ed esaustivo, ha cominciato a far parte della teoria stessa della verità. La verità è tale solo sino a quando viene “falsificata” in senso popperiano. E ancora, la verità è qualcosa che cambia nel tempo con l’avvicendarsi di epistemi diverse. Pensiamo al concetto di rottura epistemologica in Gaston Bachelard. E pensiamo al concetto di regime di verità teorizzato da Michel Foucault.

Siamo immersi in epistemi che definiscono le condizioni di ciò che può essere pensato, subiamo il condizionamento di regimi che stabiliscono la differenza tra vero e falso.

Tutto questo sembra convergere in una sorta di relativismo, di svalutazione del concetto di verità. Ma proprio Foucault ci dice il contrario nel suo “Le courage de la vérité”.1 Se il concetto di verità è “debole” dire la verità ha comunque un suo ethos, è espressione di una scelta morale. Se la verità assoluta non esiste, esiste però in ogni epoca e in rapporto a ogni regime di verità la parresia, la capacità di dire il vero, anche a costo di qualsiasi conseguenza e quindi come esercizio di una sorta di eroismo. Etimologicamente parresia significa “dire tutto”, nel senso di dire tutta la verità. Chi dice la verità in questo senso è disposto anche ad assumersi ogni rischio legato alla sua scelta. La verità infatti può essere in contrasto con le convinzioni ortodosse e offendere chi esercita il potere. Dire la verità è un atto di coraggio che può giungere a mettere a rischio la stessa vita del parresiasta. Fondamentale, a questo proposito, è l’esempio di Socrate che paga con la vita la ricerca e la professione della verità. Questa ha dunque un valore morale, indipendentemente dal suo fondamento epistemologico. Sacrificarsi in nome della verità ha una sua nobiltà e grandezza. Anche la politica si mantiene a un livello alto, sinché rimane ancorata a un presupposto di verità.

Nello stesso tempo la verità rappresenta un regime di potere. Proprio perché indiscutibile, detta regole indiscutibili. L’equazione sapere potere – la denuncia dei regimi di verità – ha portato il pensiero ad autolimitarsi, a depotenziarsi, a esibire la sua debolezza come una rinuncia a ogni forma di potere e prevaricazione. Ma così come nella “Dialettica dell’illuminismo”2 Horkheimer e Adorno denunciano il ribaltamento della ragione illuminista negli esiti nefasti e irrazionali del nazismo, anche il pensiero debole, noto per limitare ogni forma possibile di potere, si trasforma, al contrario, nelle forme attuali di populismo autoritario.

Ma partiamo dall’equazione foucaultiana tra sapere e potere. Sino a “Sorvegliare e punire” Foucault è soprattutto l’archeologo del sapere. Cerca nel tessuto storico l’analisi delle epistemi, ne mette in luce la paradossalità per la sensibilità moderna, come nell’esempio dell’enciclopedia cinese di Borges che apre “Le parole e le cose”. Le epistemi, pur essendo unitarie e imponendo una sorta di necessità alla produzione del sapere di un’epoca, sono profondamente diverse da epoca a epoca, da cultura a cultura. Da “Sorvegliare e punire” in poi il posto delle epistemi verrà preso dal potere. Al di là di una certa sensibilità, cultura, organizzazione del sapere, c’è sempre il potere. Disseminato nel tessuto sociale, il potere produce sapere attraverso la ricerca della verità. La temporalità, la caducità dell’episteme è annullata dalla presenza del potere, atemporale, inattaccabile, universale. Il rapporto tra sapere e potere è inscindibile. Inoltre Foucault sovverte la concezione tradizionale. Il potere perde le caratteristiche negative del potere sovrano che reprime, prevarica, interdice, per assumere l’aspetto universale di un sapere produttivo, gestito da tutti e di cui tutti sono partecipi. Se il potere produce sapere, a sua volta il sapere rappresenta una forma di potere. La potenza del sapere risiede nella verità. Foucault ha espresso più volte il desiderio di scrivere una storia della verità. Non in quanto la verità esista, ma in quanto ogni epoca ha ritenuto vere le proprie interpretazioni del mondo. È la verità a fare del sapere un’arma infallibile. La verità del cogito esclude la follia. Il sapere è quindi potere perché detiene la verità. Ma nella nostra epoca questa equazione è venuta a cadere, il sapere è diventato conscio dei suoi limiti, e forse proprio a causa di questa analisi si è consumata la separazione tra sapere e potere.

Nei primi anni Ottanta si dibatteva sulla morte del potere. Baudrillard ha costruito su questa affermazione la sua critica a Foucault. Oggi le cose ci appaiono in un’altra prospettiva. Se qualcuno o qualcosa è morto non è il potere, ma è il sapere.

Le scienze umane, la cui nascita coincide con la nascita dell’uomo, sono mosse e animate per Foucault dalla volontà di sapere e di verità. Scrive in proposito Habermas: «Questa volontà di verità è dunque per Foucault la chiave del rapporto interno tra potere e sapere».3 Ma la filosofia contemporanea, partendo dal rifiuto di un sapere che proprio Foucault ha rilevato intimamente connesso al potere e al dominio, ha rinunciato volontariamente a ogni fondamento. Il distacco dalla verità non è stato solo il risultato di un processo speculativo, ma ha rappresentato una scelta carica di significato politico. Con il “pensiero debole” il sapere si è staccato dalla verità rinunciando quindi, anche coscientemente, al potere. Il concetto di verità ha perso il suo significato anche nell’ambito delle cosiddette scienze umane.

L’epoca postmoderna contrappone alla verità un sapere basato sull’opinione e sulla sua rilevazione attraverso il sondaggio. Nuove discipline si affermano. Dal rigore del testo scritto, dalla scrittura, si passa allo schermo, con tutte le conseguenze che ne derivano. La televisione possiede alcune caratteristiche che la rendono idonea come media alla propagazione e alla produzione di un sapere plebiscitario.

In primo luogo, da quando è stata introdotta la rilevazione dell’audience, l’opinione del pubblico è entrata stabilmente a far parte della produzione di un sapere televisivo. È l’audience, di fatto, che seleziona le trasmissioni gradite al pubblico e presiede quindi alla formazione dei palinsesti televisivi. In secondo luogo, tramite il legame che la televisione commerciale ha istituito tra pubblicità e televisione, il marketing è entrato massicciamente a far parte della programmazione televisiva. È il marketing che studia le fasce di pubblico che il messaggio televisivo dovrà raggiungere e dà quindi indicazioni dettagliate sui requisiti dei programmi. Infine, le trasmissioni di attualità politica e di costume hanno da tempo introdotto l’uso dei sondaggi per commentare l’argomento all’ordine del giorno. La spiegazione, ovvero la ricerca delle cause, ancora una volta è stata sostituita dall’opinione.

È necessario rilevare che da sempre, nella storia di un pensiero animato dalla volontà di verità, l’opinione ha rappresentato lo scarto, il resto del pensiero. Già per i greci e Platone la doxa rappresentava l’elemento deteriore, inessenziale, che si oppone alla verità. Ma nella società contemporanea i sondaggi di opinione hanno assunto proporzioni massicce e si è conferito loro un valore di verità. Mentre nelle società basate sulla verità il sapere è appannaggio di pochi, nella sondocrazia il sapere e il potere coincidono con la maggioranza.

Per la prima volta la verità e il potere sono stati espressi in termini quantitativi anziché qualitativi. La norma ha coinciso con la media statistica. Ai saperi tradizionali si è sostituito il sondaggio, il marketing. Nell’epoca della televisione generalista si realizza il potere della maggioranza. Si tratta di una democrazia, o potere popolare, filtrato attraverso il video. Ma si tratta altresì di un potere che in nome della maggioranza rifiuta qualsiasi tipo di limitazione e controllo realizzando una sorta di dittatura, una “democrazia antidemocratica”.

Sciolto dal suo legame con il sapere, il potere ha avuto bisogno di un nuovo linguaggio per riprodursi. Nel momento in cui è diventata il linguaggio del potere, la televisione non poteva che essere una forma di sapere. Ma rappresentava una forma di sapere depotenziata, parodistica e vuota. Il sapere, ogni forma di sapere, è un insieme di regole che disciplina e mette in forma il potere, nel momento in cui lo produce. Ma un sapere parodistico e vuoto genera un potere insensato. Un potere che trova in se stesso e non nel sapere la sua giustificazione, dà luogo a un cortocircuito che ci riporta a una concezione del potere primitivo e rozzo.

Il panopticon rappresenta per Foucault un dispositivo esemplare di formazione del potere disciplinare. La sua efficacia simbolica sta nell’idea di un unico guardiano che osserva, senza essere visto, la massa dei sottoposti ai meccanismi disciplinari. La televisione ha funzionato nell’ultimo ventennio come una sorta di panopticon rovesciato. Lo sguardo, anziché irradiarsi da un punto, converge in un punto e non è più lo sguardo del singolo guardiano. È lo sguardo della maggioranza che trova nel video il collettore della sua verità.

Impronta di un volto sulla sabbia, l’uomo è destinato per Foucault a scomparire con lo sgretolarsi dell’episteme moderna. Quindi con il superamento della storia e delle scienze umane. L’uomo come noi lo concepiamo è un’invenzione recente. Nasce con Kant, come soggetto trascendentale in grado di imporre le sue regole al mondo esteriore: «Con Kant si apre l’età della modernità. (…) Non appena si infrange il sigillo metafisico della corrispondenza fra lingua e mondo, la funzione di rappresentazione della lingua diventa essa stessa un problema: il soggetto rappresentante deve divenire oggetto per procurarsi chiarezza riguardo al problematico procedimento della rappresentazione stessa».4

Come sempre in Foucault un nuovo concetto si impone quando si realizzano le condizioni che permettono la nascita di un discorso su di esso. L’uomo nasce quando diventa oggetto a se stesso, quando le scienze umane superano la frattura tra le “parole e le cose” che segna la sparizione della metafisica, scegliendo come oggetto lo stesso soggetto conoscente.

L’uomo è dunque un oggetto parziale e limitato ma è contemporaneamente un soggetto, investito del compito che nell’ambito di una visione metafisica del mondo competeva a Dio. «La modernità inizia con l’incredibile e in definitiva impraticabile idea di un essere che è il sovrano esattamente dell’essere asservito, un essere la cui stessa finitezza gli consente di prendere il posto di Dio».5

Oggi che il pensiero esibisce la propria debolezza, l’uomo come valore, l’uomo in senso umanistico e classico, è da tempo sparito per lasciare il posto a una sua versione impoverita e neorealistica: la “gente”. La gente non si pone più come soggetto/oggetto di conoscenza, non è investita da alcun compito metafisico. Al contrario rappresenta la prova dello scacco del pensiero, il trionfo dell’opinione.

Abbiamo visto che affinché un concetto nasca e si imponga come naturale all’interno di una cultura, è necessario che si formi un discorso capace di definirlo e di imporlo.

Il nuovo sapere si costituisce attraverso l’interrogazione della gente. Nelle epoche storiche studiate da Foucault, il popolo veniva classificato, incasellato attraverso gli stati civili, gli archivi parrocchiali, i registri scolastici. Lo studio dell’archeologo attinge a questi materiali per ricostruire la trama che il potere tesse nel tessuto sociale.

La gente, con la produzione anonima di un sapere locale, fornisce a Foucault la materia cui attingere per i suoi studi: «La genealogia del sapere fa uso di tutti quei generi squalificati di sapere, dai quali si distinguono le scienze consolidate; essa offre il medium per la ribellione dei “generi deprezzati del sapere”. Tra questi Foucault non intende in prima linea i sedimenti del sapere erudito a un tempo occultati e tenuti presenti, bensì le esperienze, mai promosse a sapere ufficiale e mai sufficientemente articolate di gruppi assoggettati. Si tratta del sapere implicito della gente che in un sistema di potere costituisce lo strato infimo e che per prima sperimenta sul proprio corpo una tecnologia di potere».6

Mentre il sondaggio interroga la gente a proposito delle sue convinzioni coscienti, Foucault interroga il sapere inconscio della gente, i documenti, gli archivi, le tracce, per ricostruire l’organizzazione del sapere/potere all’interno di un’epoca. In questo modo dà la parola agli esclusi, agli emarginati, ma non direttamente. Interrogare la gente è ancora un modo di interrogare il potere. Per riprendere le parole con cui Foucault spiega il suo avvicinamento allo strutturalismo, come e più del senso, l’opinione non è che una sorta di “schiuma” di strutture più profonde. Ma nel momento in cui la nostra epoca ha saputo costruire sull’opinione un discorso scientifico attraverso il sondaggio, l’opinione è diventata la verità ufficiale: la verità della gente. Questa figura della gente, che ha rappresentato nell’immaginario dell’ultimo ventennio valori di schiettezza, immediatezza e onestà in contrapposizione alla disonestà dei “potenti”, non è altro che l’ultima incarnazione delle “masse” che Baudrillard aveva descritto nel suo libro “All’ombra delle maggioranze silenziose”.7

Secondo Baudrillard di fronte a un potere che tenta di indottrinarle, le masse fanno “massa”, una sorta di cortocircuito che non lascia filtrare alcun messaggio, una resistenza inconsapevole e ottusa. Lo scenario descritto da Baudrillard era lo scenario in cui la maggioranza silenziosa non si era ancora trasformata in maggioranza rumorosa. Questo processo si è realizzato nei decenni successivi in una serie di tappe, attraverso la mediazione del video. La “TV verità” prima e la nascita di un nuovo rapporto tra pubblico ed emittente in seguito – la neotelevisione – hanno fatto della massa anonima dei telespettatori un soggetto attivo, desideroso di partecipare e soprattutto di contare. L’uso massiccio del sondaggio ha dato a questa massa anonima la possibilità di esprimersi.

Separato dal sapere, il potere si è offerto direttamente all’interrogazione dello studioso attraverso il sondaggio. In mancanza di una verità da raggiungere sotto l’aspetto mutevole delle apparenze, la lettura del potere risulta oggi possibile per mezzo di nuovi materiali che non sono più archivi, registri o reperti indiretti, ma sondaggi, rilevazioni auditel e tabulati Nielsen, che registrano l’opinione della maggioranza in modo diretto.

La gente, la massa tradizionalmente assoggettata, rivendica il potere in quanto maggioranza. La crisi dei partiti politici tradizionali, a partire dal crollo della Prima Repubblica, non è che un ulteriore sintomo di questo processo per cui le masse tentano inconsciamente di affrancarsi dalla democrazia rappresentativa per gestire il potere direttamente.

In questo processo che va dalla televisione alla politica Berlusconi ha saputo inserirsi con lucidità. Il suo partito, antipartito, nasce dalla conversione a un uso diverso, della struttura organizzativa di Publitalia ’80. Le tecniche pubblicitarie e televisive si sono rivelate essenziali nella costruzione di un regime di verità puramente quantitativo e legato alla rilevazione dell’opinione della maggioranza. Ma quest’opinione, proprio perché tale, è sottoposta a un continuo cambiamento, a una continua evoluzione. Ciò spiega perché si possa affermare, in tempi successivi, una cosa e il suo contrario, senza imbarazzo. L’opinione è mutevole e incerta. E in questo senso Berlusconi non dice il falso: esprime le convinzioni della maggioranza. Una maggioranza incostante che, a sua volta, è condizionata da un regime di verità televisivo.

Ma oggi il berlusconismo è in crisi. Se per la prima volta quello che abbiamo sempre considerato come normale, attuale, vero ci appare ora grottesco, imbarazzante, falso è perché un regime di verità costruito in termini quantitativi e maggioritari sta finalmente sgretolandosi sotto la spinta di nuovi media e di nuove epistemi. Il computer e il digitale non propongono verità maggioritaria, ma messaggi personalizzati.

Il disvelamento della verità celata dal potere torna a essere un mito e l’hacker il nuovo Robin Hood. Wikileaks ha fatto invecchiare di colpo tutte le bibbie del gossip. E questo fenomeno di invecchiamento accelerato e precipitoso non riguarda solo Berlusconi, ma investe un intero sistema. In questi mesi si celebra in Inghilterra, con echi negli Stati Uniti e nel mondo, una sorta di resa dei conti con il gruppo Murdoch e il suo personale concetto di informazione. Murdoch ha costruito il suo impero sui tabloid, ha sostituito l’informazione con l’infotainment, la verità con lo storytelling, e ha utilizzato il principio quantitativo non solo in televisione, ma su quei giornali che per lungo tempo sono stati il baluardo di quel giornalismo di inchiesta che nei paesi anglosassoni rappresenta un vero e proprio mito.

Il giornalista d’inchiesta era una volta un autentico parresiasta contemporaneo, disposto a rischiare la sua carriera, la sua tranquillità, la sua vita per fare emergere la verità. Il cronista d’assalto ha costituito un’icona stabile nell’Olimpo degli eroi hollywoodiani. Da tempo è stato sostituito da un fabbricante di fiction di bassa lega che asseconda la curiosità morbosa dei lettori manipolando cinicamente le notizie per renderle più glamour, più spettacolari, più vendibili.

Il giornalismo non richiede più etica professionale, ricerca della verità, ma solo cinismo, mestiere, tecniche di manipolazione della cultura popolare.

Improvvisamente tutto questo non è più sostenibile e i grandi numeri delle copie vendute, anziché costituire una giustificazione, appaiono come un’aggravante di fronte alla falsificazione, questa volta in senso popolare o populistico, della verità.

 


 

[1] M. Foucault, Le Courage de la vérité. Le gouvernement de soi et des autres II. Cours au Collège de France, 1984, Gallimard, Parigi 2009.

[2] M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966.

[3] J. Habermas, Il discorso filosofico della modernità, Laterza, Roma- Bari 1987, p. 265.

[4] Ivi, p. 264.

[5] Ivi, p. 265.

[6] Ivi, p. 283.

[7] J. Baudrillard, All’ombra delle maggioranze silenziose, Cappelli, Bologna 1985.

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