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Sovranità

Written by Massimo Luciani Tuesday, 19 July 2011 11:09 Print
Sovranità Illustrazione: Serena Viola

Si potrebbe dire che della sovranità sappiamo tutto. Sappiamo, in particolare, che la questione ha assunto una posizione centrale nella teoria e nella pratica politica allorché si è trattato di fondare nuovi ordini politico-sociali, formalizzando e legittimando una discontinuità rispetto al passato.

Si potrebbe dire che della sovranità sappiamo tutto.

Sappiamo, in particolare, che la questione ha assunto una posizione centrale nella teoria e nella pratica politica allorché si è trattato di fondare nuovi ordini politico-sociali, formalizzando e legittimando una discontinuità rispetto al passato. È quanto accadde nella lunga fase storica che portò alla creazione degli Stati nazionali, quando si dovette giustificare la dissoluzione del principio universalistico sul quale riposava l’ordine tradizionale del mondo cristiano (e per questo era essenziale stabilire che rex superiorem non recognoscens in regno suo est imperator); è quanto accadde nel travaglio rivoluzionario della fine del XVIII secolo, quando si dovette giustificare il taglio della testa di un re, contrapponendo il potere costituente (il potere dei popoli di darsi un nuovo ordine giuridico-politico), quasi novello dio in terra, al Dio nei cieli che aveva fondato la legittimità dell’ordine antico e unto la fronte del monarca che ora veniva decapitato.

Sappiamo, anche, che se la sovranità esterna dello Stato venne subito costruita come un potere privo di limiti diversi da quelli costituiti dalla compresenza di eguali e contrarie sfere sovrane di altre soggettività statuali, la sovranità interna, per quanto si par-lasse di una plenitudo potestatis del monarca, per lungo tempo non fu tale da pretendere di sottrarsi, in diritto, a qualunque limite o contenimento. Non fu così nelle prime anticipazioni medievali della teoria, ma non fu così nemmeno nelle riflessioni di quello che viene ritenuto il fondatore della dottrina moderna della sovranità, Jean Bodin, che disegnavano un potere assai meno “assoluto” di quanto comunemente si creda (del resto, realisticamente, non si poteva non constatare che anche nelle monarchie assolute europee il potere del sovrano era giuridicamente limitato da tutta una serie di leggi fondamentali, fonte di diritti e privilegi di alcuni ceti sociali).

Sarà solo la teoria rivoluzionaria del potere costituente (ascrivibile soprattutto a Emmanuel Joseph Sieyès) che, presentando in quella forma la sovranità, la costruirà come una prerogativa assoluta, apparentemente senza limiti e regole. Apparentemente, è bene ribadire, perché in realtà lo stesso potere costituente, se non incontra limiti giuridici (non valendo quelli del vecchio ordine costituzionale, ormai distrutto o in via di distruzione, né quelli del nuovo ordine, che sta fondando se stesso), incontra limiti forse ancor più invalicabili, quali sono quelli connessi alle compatibilità della storia: al potere costituente si chiede di scriverla, la storia, ma questo si può fare solo se si rispettano le condizioni date del momento in cui esso viene esercitato. Sappiamo, infine, che la sovranità ha fatalmente subito un processo di ero-sione conseguente alla crisi di quello Stato nazionale del quale aveva accompagnato la nascita: lo sviluppo delle istituzioni sovranazionali e internazionali e il peso crescente dei condizionamenti imposti da un mondo globalizzato hanno definitivamente alterato un quadro che solo fino a pochi decenni or sono sembrava essersi stabilizzato. E possiamo dire che si è potentemente sviluppato un quid che si contrappone in tutto e per tutto al “sovrano” che abbiamo conosciuto sinora e che per questo possiamo definire come un antisovrano (perché non è un soggetto unitario, ma è composto da una pluralità di soggetti; perché non dichiara la propria aspirazione all’assoluta discrezionalità dell’esercizio del proprio potere, ma – anzi – cerca di presentare le proprie decisioni come logiche deduzioni da leggi generali oggettive, quali pretendono d’essere quelle dell’economia e dello sviluppo; perché non reclama una legittimazione trascendente come la volontà di Dio o l’idea dell’eguaglianza degli uomini, ma immanente, come quella che è data appunto dagli atti materiali; perché non pretende di esercitare potere su un gruppo sociale dotato almeno di un minimum di omogeneità, come il popolo di una nazione, ma sulla totalità dei gruppi sociali, su tutti i popoli di tutto il mondo). Eppure, sebbene tutto questo sia vero, la retorica della “fine della sovranità” non sa convincere. Lasciamo da canto il fatto che i condizionamenti del potere statale sono diversi a seconda del peso e della solidità di ciascun paese. È bene non dimenticare, però, che spesso si enfatizza l’esistenza di quei condizionamenti per giustificare l’esigenza di politiche impopolari, quando invece le regole sovranazionali o internazionali che condizionano l’agire politico sono state negoziate da quegli stessi governi degli Stati che poi di tali regole si fanno schermo.

E non sa convincere nemmeno l’idea di un “transito” indolore verso una politica senza sovranità, nella quale il cittadino cederebbe volentieri il passo al cosmopolita. L’idea che la crisi della sovranità sia un problema solo per gli Stati non è accettabile. Essa, infatti, è un problema anzitutto per le persone, perché senza sovranità i loro diritti politici (e non solo) non sono garantiti e le politiche redistributive non si possono attuare. Sicché la questione della sovranità continua, ancora oggi, a porsi, reclamando che si scelga tra la restaurazione delle antiche sovranità nazionali e la costruzione di sovranità più ampie, magari continentali. Senza rimanere nel limbo nel quale oggi ci troviamo.

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