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Razzismo

Written by Francesco Cassata Tuesday, 19 July 2011 11:08 Print
Razzismo Illustrazione: Serena Viola

Alcuni anni fa, nel 2008, in occasione del settantesimo anniversario della promulgazione in Italia delle leggi razziali, la Regione Toscana promuoveva, nel corso del meeting di San Rossore, la pubblicazione di un “Manifesto degli scienziati antirazzisti”, con l’obiettivo di dimostrare, punto per punto, l’infondatezza scientifica dei dieci articoli del cosiddetto “Manifesto degli scienziati razzisti” o “Manifesto del razzismo italiano” del luglio 1938.

Alcuni anni fa, nel 2008, in occasione del settantesimo anniversario della promulgazione in Italia delle leggi razziali, la Regione Toscana promuoveva, nel corso del meeting di San Rossore, la pubblicazione di un “Manifesto degli scienziati antirazzisti”, con l’obiettivo di dimostrare, punto per punto, l’infondatezza scientifica dei dieci articoli del cosiddetto “Manifesto degli scienziati razzisti” o “Manifesto del razzismo italiano” del luglio 1938. Molte le firme illustri del documento: da Rita Levi Montalcini a Massimo Livi Bacci; da Alberto Piazza a Francesco Remotti.

Il valore etico e la correttezza scientifica delle affermazioni contenute nel “Manifesto degli scienziati antirazzisti” del 2008 non sono ovviamente in questione. È tuttavia sull’efficacia intellettuale e politica del documento che ci sembra opportuno riflettere criticamente, per indagare un problema più ampio e meno contingente: quello dei fondamenti teorici dell’antirazzismo contemporaneo.

Il primo punto da sottolineare ha inevitabilmente una dimensione storiografica. Costruito in chiave polemica, come rispecchiamento al negativo, l’antimanifesto del 2008 finisce involontariamente per destoricizzare la svolta del 1938. Teso a dimostrare l’ascientificità del “Manifesto del razzismo italiano”,il documento di San Rossore spinge il razzismo italiano nella no man’s land dell’assurdo, dell’inspiegabile, relegando alla dimensione dell’indicibile il largo coinvolgimento degli scienziati italiani nell’elaborazione dell’ideologia razzista del fascismo o assolvendo paradossalmente la società e la cultura italiane dalla tentazione razzista. Il quarto punto dell’antimanifesto è in questa prospettiva indicativo: «Si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”».

Il consistente sforzo ideologico-politico compiuto proprio da Mussolini e dal razzismo biologico fascista per legittimare l’“arianità” della razza italiana e smantellare quella “ipotesi camitica” (sull’origine africana dei popoli mediterranei, e degli italiani) che aveva avuto nell’antropologo Giuseppe Sergi il suo più noto sostenitore rischia così di essere rapidamente rimosso. Il “mito ariano”, la cui rilevanza nella cultura italiana può essere colta semplicemente leggendo le opere di Giosue Carducci, appare un dato esterno, imposto dalla Germania nazista a un alleato sostanzialmente passivo.

Anche l’immagine della scienza – e dei suoi rapporti con il concetto di “raz - za” – assume una dimensione piuttosto naïve nei dieci articoli dell’antimanifesto. Il documento di San Rossore poteva contare su alcuni illustri precedenti di rilevanza storica internazionale: gli “Statements on Race” dell’UNESCO. Ben quattro ne furono emanati, dal luglio 1950 al settembre 1967, e i primi due a distanza di meno di un an-no l’uno dall’altro. Per quale motivo? Perché anche sul fronte antirazzista la comunità scientifica internazionale ha conosciuto intensi dibattiti e aspre divisioni prima di rinunciare definitivamente alla categoria di “razza”. Senza contare poi, sul fronte opposto, il perdurare, dagli anni Cinquanta fino ad oggi, di una lobby politica, economica e accademica che, a partire da alcuni ambienti statunitensi, ha alimentato le offensive del razzismo scientifico sullo scenario internazionale. In sostanza: non basta affermare che il concetto di “razza” è antiscientifico, occorre immergersi nella storia della scienza e ricostruire il suo complesso rapporto tanto con il razzismo quanto con l’antirazzismo.

Ma anche su un altro versante, meno storico e più contemporaneo, l’antimanifesto di San Rossore costituisce un esempio emblematico di alcune aporie dell’antirazzismo italiano. Nel “gioco di specchi” innescato con il “Manifesto” del 1938, il documento si rivolge infatti a un nemico che in realtà ha già cambiato volto. Il razzismo attuale – non a caso definito a partire dagli anni Settanta con il termine new racism – è strutturato in modo profondamente diverso rispetto al razzismo degli anni Trenta. Due sono gli elementi che lo caratterizzano: da un lato, il rovesciamento dei valori propri del relativismo culturale, e la conseguente sostituzione del concetto di “razza” con quello di “cultura”; dall’altro, l’abbandono del tema dell’inegualitarismo e della gerarchia tra le “razze”, a cui subentrano invece l’assolutizzazione della differenza culturale, la condanna della mescolanza e l’affermazione della reciproca inassimilabilità tra le “culture”. Sincretico per definizione, il razzismo si modifica rispetto ai propri oggetti e ai propri bersagli, rispetto agli interessi e alle passioni che lo animano; occorre seguirlo nelle tortuose modalità del suo riciclarsi e nelle sue molteplici ricontestualizzazioni. A parti re dagli anni Settanta, il nuovo razzismo ideologico ha assunto i contorni mimetici del culturali smo e del differenzialismo, abbandonando i riferimenti al biologismo e all’inegualitarismo e utilizzando a proprio vantaggio le argomentazioni antirazziste del relativismo culturale e del diritto alla differenza. Di conseguenza, l’antirazzismo classico, come quello espresso dal “Manifesto” di San Rossore, proprio perché imperniato esso stesso sul culturalismo e sul differenzialismo, non può più agire come un dispositivo critico efficace. Soffermandosi sull’anatema commemorativo, esso rischia di ridursi inconsapevolmente a mero anacronismo, denunciando giustamente i lati oscuri della memoria storica, ma non riuscendo a cogliere il vero volto del nemico, oggi. Il nostro razzismo quotidiano non ha i tratti ben riconoscibili di un Hitler o di un Gobineau. E, quel che è peggio, ha assimilato la lezione di Claude Lévi-Strauss, stravolgendo a proprio uso e consumo le categorie del relativismo culturale.

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