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Pane di Stato

Written by Gaetano Savatteri Tuesday, 21 June 2011 17:36 Print
Pane di Stato Foto: Michele Lapini

I figli delle graduatorie si riconoscevano a settembre. In apparenza erano uguali agli altri, abbronzati al termine dell’estate, cresciuti di qualche centimetro in altezza, le ginocchia sbucciate per i ruzzoloni in bici, eppure nei loro occhi avresti potuto notare una leggera incertezza, un’ansia tremula, un indefinito timore. | di Gaetano Savatteri


I figli delle graduatorie si riconoscevano a settembre. In apparenza erano uguali agli altri, abbronzati al termine dell’estate, cresciuti di qualche centimetro in altezza, le ginocchia sbucciate per i ruzzoloni in bici, eppure nei loro occhi avresti potuto notare una leggera incertezza, un’ansia tremula, un indefinito timore. I figli delle graduatorie serbavano dentro le loro anime bambine una sorta di presentimento minaccioso. Nei giorni di settembre, dentro quelle anime riverberavano echi di parole ignote: assegnazione provvi - soria, trasferimento, punteggio, circolare, riavvicinamento, scavalco, distacco, ricorso.

Ero figlio delle graduatorie pure io. Riconoscevo nei miei simili medesimi patemi: per questo nei giorni di settembre scappavo sempre da casa, per andare fuori a giocare. Lasciavo i miei genitori seduti al tavolo della cucina, impegnati a rifare conti di punteggi, a calcolare diplomi e lauree, anni di servizio, sedi disagiate. Mi tiravo la porta alle spalle per non sentire: sul pianerottolo mi raggiungeva la voce distratta di mamma: «Stai attento quando attraversi la strada ». Ma avvertivo che aveva testa solo per le graduatorie, e in quei giorni di settembre non sentivo la sua attenzione che in altri periodi dell’anno invece mi perseguitava anche quando giravo l’angolo del palazzo, anche quando superavo la cartolibreria Cappuccetto Rosso, anche quando oltrepassavo il cancello dell’oratorio.

Ero figlio delle graduatorie. Figlio dello Stato. Del posto fisso. Se mio padre non fosse entrato nei cessi della stazione ferroviaria di Caltanissetta Xirbi io sarei nato in Sicilia, come mio padre, mio nonno e i miei trisavoli. Ma una mattina d’estate del 1963, aspettando la coincidenza del treno per Catania, mio padre venne sospinto da un’impellente necessità verso i cessi. Nello svolgimento del fatto, raccolse un giornale abbandonato nel bagno degli uomini. Era una copia del “Giornale dei concorsi”, benemerita pubblicazione che nel Sud d’Italia, allora come ora, vanta record di diffusione inimmaginabili e riporta le uniche notizie capaci di cambiare la vita dei suoi lettori. A mio padre la cambiò, pure a mia madre e, nonostante non fossi ancora nato, pure a me. All’uscita dal cesso, mio padre aveva già deciso di presentare domanda d’insegnamento nella Provincia di Milano, fidandosi del giornale che annunciava disponibilità praticamente illimitata di posti per maestri di scuola elementare. Tre mesi dopo era seduto dietro una cattedra della scuola di Satellite, con incarico annuale presso la direzione didattica Alessandro Manzoni.

Mio padre aveva deciso di andarsene dalla Sicilia il 30 giugno 1963. Era stato per caso, leggendo la copia strappata del “Giornale dei concorsi”. Ma sempre il suo racconto era seguito dal ricordo che quello stesso giorno nelle campagne di Palermo, a Ciaculli, una Giulietta piena di tritolo aveva ammazzato cinque carabinieri e due artificieri dell’Esercito. In qualche modo, credo c’entrasse con la sua decisione di andarsene.

Fino ad allora mio padre aveva provato supplenze regionali e scuole sussidiarie di campagna. Ma ora c’era Milano, c’era l’incarico annuale, c’era lo Stato, c’era il posto fisso. E una città lontana dalla Sicilia. Lontana pure da Ciaculli. Papà vendette la Millecento usata, comprò maglie di lana e cappotto pesante e salì sul treno delle 17:41 tirandosi dietro una valigia senza spago, in camicia bianca e cravatta, biglietto di cuccetta di seconda classe per distinguersi dagli operai che emigravano al Nord con pane e sarde salate nella borsa.

Mio padre mai prima di allora aveva lasciato la Sicilia: a Satellite non c’erano mandorli né colline né montagne, ma c’era nebbia e pochi parlavano l’italiano. Dei suoi quaranta alunni di terza, undici si esprimevano in siciliano, altri sei in pugliese, quattro in veneto, tre in calabrese, cinque in napoletano, il resto in lombardo. Solo il figlio del medico condotto sapeva articolare frasi nella lingua ufficiale della nazione. Un certo orecchio per gli idiomi stranieri e un rinnovato senso patrio servirono a mio padre per impartire le coniugazioni dei verbi contribuendo all’unificazione del paese.

Mia madre seguì dappresso il marito, sia pure cinque anni dopo, giusto il tempo di una laurea, un matrimonio in paese con tutti i parenti e una domanda di insegnamento per le scuole medie che ebbe risposta positiva al primo colpo. Quando mamma arrivò alla stazione centrale di Milano, in una giornata così buia e polverosa che il cielo aveva il colore delle traversine, era già in uno stato abbastanza interessante di quattro mesi. Mio padre, nel frattempo, aveva fatto le cose in grande, limitatamente al suo stipendio di maestro, affittando un appartamento al settimo piano, al numero civico 2 di via Puccini.

Quando portò mia madre a Satellite, dove fino a tre anni prima pascolavano le mucche dei principi Trivulzio, mamma ebbe un mancamento. Ne attribuì la causa allo stato di gravidanza, ma in seguito avrebbe ammesso che mai aveva visto un posto così brutto: prati pelati, strade deserte, ciminiere fumanti e in mezzo si alzavano otto palazzi di otto piani ciascuno, affiancati l’un l’altro. E questo si ripeteva per altre otto volte, in altrettanti isolati di otto piani, in una simmetria ottagonale che faceva venire la claustrofobia solo a parlarne.

Credo siano stati felici, comunque. E sempre riparlavano dei giorni in cui ancora non c’ero, ma mi si aspettava, ridendo al ricordo che gli unici mobili erano una branda grande con materasso di lana, cucinino a gas, due sedie e una scatola d’imballaggio per apparecchiare la tavola.

Della sera della mia nascita mio padre ricorda che, dal corridoio dell’ospedale che solcava a passi lunghi, gli parve di sentire un boato, come un tuono. Ma era inverno, poteva accadere. Poi, dimenticò tutto appena gli portarono il suo primo figlio maschio, per il quale era già deciso che avrebbe preso il nome del nonno che sopravviveva solo in una foto dentro una cornice intarsiata. Era il 12 dicembre 1969: arrivarono telegrammi e telefonate dalla Sicilia. Nella confusione di pannolini e biberon, nel tentativo di capire a chi assomigliassi di più, mia madre e mio padre captarono distratti alcune parole sussurrate dagli infermieri dell’ospedale che discutevano di bombe, di stragi, di morti.

Prima di Natale, mamma e papà presero il treno per la Sicilia, per andare a presentarmi ai parenti. Soltanto arrivati laggiù si trovarono a dover dare spiegazioni su quello che era successo a piazza Fontana, di cui sapevano poco e solo quanto papà aveva letto sul giornale durante le ventiquattro ore di viaggio verso sud.

Eravamo figli delle graduatorie. Eravamo figli dei ministeri: ministero della Pubblica istruzione, dell’Interno, dei Lavori pubblici, della Sanità, delle Poste. Non capivo bene perché, ma il cambio di un sottosegretario poteva scombussolare la mia vita, farmi cambiare città, amici, compagni di scuola, abitudini. I decreti delegati mi strapparono per un po’ di mesi alle cure strette di mamma e papà, improvvisamente travolti da riunioni, assemblee, discussioni, votazioni, consigli d’istituto.

Avevo sette anni, ancora oggi l’espressione “decreti delegati” mi pare vento di tempesta che entra nelle case e le sconvolge. I figli delle graduatorie vivevano per nove mesi in una città del Nord, fino a convincersi che fosse l’unica vita possibile. Ma a fine giugno pote - vi ritrovarli tutti al casello di Melegnano, nei sedili posteriori di Ottoecinquanta, Centoventisette, Giulie, Centoventotto, Cinquecento, Alfette. Tutti ai blocchi di partenza, a litigare con fratelli e sorelle, il pallone Supersantos da usare nelle soste agli autogrill, le magliette già sudate. I figli delle graduatorie sciamavano allora per l’Autostrada del Sole, macinando chilometri, sorpassando a intervalli regolari le auto di chi percorreva la stessa strada, ripassando l’elenco delle province targa dopo targa. I figli delle graduatorie parlavano l’italiano pulito e un po’ ordinario di chi aveva ricevuto l’imposizione di eliminare ogni scoria dialettale, perché eravamo figli di statali e lo Stato, si sa, parla italiano. Lungo quei viaggi, noi figli delle graduatorie e dei ministeri imparammo a conoscere l’Italia: Firenze, Bologna, Orvieto, Roma, Napoli, Pompei, Lagonegro, Pizzo Calabro. Attraversavamo ponti sugli affluenti del Po, sul letto dell’Arno o del Tevere. Ripassavamo la storia dei libri di scuola tagliando il quadrilatero di Mantova, sfiorando San Martino della Battaglia, incrociando la linea gotica e osservando dall’autostrada i muri chiari dell’Abbazia di Montecassino. Eravamo figli dello Stato. E lo Stato coincideva con questo paese di valli, di monti, di fiumi, di campanili, di città, di mucche placide che cercavamo di contare mentre l’auto filava via lungo la pianura. Sembravano giorni sereni. Ma sapevamo che a settembre sarebbero ricominciati tremori e timori. Le graduatorie pesavano sulle nostre vite fragili: punteggi, anzianità, anni di servizio, trasferimenti, assegnazioni provvisorie. Tutto era graduatoria. Perfino noi figli corrispondevamo a un punteggio: un figlio tot punti, due figli tot punti, tre figli altri punti. E un figlio malato, chissà perché, erano molti più punti in graduatoria.

Ci sentivamo ingrati verso i nostri genitori: noi così sani e abbronzati rappresentavamo punti scarsi; le sbucciature alle ginocchia non facevano punteggio, nemmeno a strapparsi le croste fino a farle sanguinare. «Sono uscite le graduatorie», gridava una mattina mamma da là dentro, la cornetta del telefono ancora all’orecchio.

Mio padre e mia madre partivano di corsa per il provveditorato agli Studi. Per molte ore non sapevo più niente di loro: immaginavo il provveditorato agli Studi come un corridoio lungo e nero, senza uscite, senza luce al fondo. I miei genitori ne venivano inghiottiti: quel giorno non tornavano a pranzo. Io e mia sorella restavamo dalla signora del piano di sotto, ne avvertivo le occhiate di compassione, quasi fossi diventato orfano. Mangiavo di malavoglia, ogni volta che l’ascensore si fermava al piano mi accostavo alla porta, ma il campanello restava muto. Finalmente, a sera, quando già le lacrime mi pungevano gli occhi, mamma e papà tornavano: avevano facce disfatte dalla stanchezza, era difficile capire se la battaglia era vinta o persa. Mamma ci baciava con un sorriso e ci riportava a casa. Una volta a letto, li sentivo nella luce della cucina, mio padre passeggiava nervoso attorno al tavolo, mia madre lo consolava risciacquando i piatti nel lavello. Mi addormentavo così, con ritrovata serenità, consapevole che per il momento le cose non sarebbero cambiate.

La televisione ripeteva parole che non capivo: Brigate Rosse, NAR, NAP, Prima Linea, Ordine Nuovo. Il sabato pomeriggio mamma e papà non ci portavano più in centro: l’ultima volta avevo visto poliziotti con gli scudi, gli elmetti, i manganelli e le facce spaventate vicino all’entrata dell’Upim. Mentre mi aggiravo nel reparto giocattoli, giù per strada si sentivano sirene e botti forti, come quelli dei giochi di fuoco per la festa della madonna nel paese siciliano di mamma e papà. Ogni volta che la televisione parlava, mio padre e mia madre si rabbuiavano e mi sembrava mi guardassero corrucciati, quasi fosse colpa mia le cose che succedevano dentro la TV. Una sera cominciarono a parlare forte: poi dal mio letto sentii la porta aprirsi, richiudersi con forza. Mi alzai: trovai mia madre sola in cucina che piangeva piano, per non farsi sentire. Non disse niente e mi abbracciò.

Papà un giorno tornò a casa triste triste. Raccontò a mia madre che un suo ex alunno era finito in galera, arrestato durante una manifestazione: gli avevano trovato una pistola. Mio padre diceva che era il più intelligente della classe, il più studioso, il più vivace.

Poi guardò me e disse a mia madre: «Hai capito, no?». Capivo che mio padre voleva tornare in Sicilia, mia madre non tanto. Qualche tempo dopo, in un giorno di maggio, rientrando da scuola, trovai mamma e papà davanti alla televisione: era una cosa strana, a quell’ora non erano mai entrambi a casa e la TV comunque restava spenta. Mio padre rispose al mio sguardo interrogativo: «Hanno ammazzato Moro». Sapevo chi era: da cinquantacinque giorni ogni sera parlavano di questo Moro rapito dalle Brigate Rosse. Quella sera, mia madre a cena posò la mano su quella di mio padre che era stato muto per tutto il tempo: «Va bene, hai ragione tu: torniamo in Sicilia. Facciamolo per i ragazzi, qui al Nord è troppo pericoloso».

Non fu semplice. Lo Stato non voleva più farci tornare in Sicilia. Il tempo delle graduatorie si dilatò: ogni giorno a casa si parlava di punteggi, anzianità, sedi disagiate, trasferimenti, raccomandazioni, provveditori, onorevoli, sottosegretari, parenti di sottosegretari.

Durò parecchio, ormai ne sapevo più di un direttore didattico. In cuor mio speravo che lo Stato si fosse affezionato un po’ anche a me, che decidesse di farmi restare dove ero nato: ero pure figlio suo, no? Spuntò un sindacalista, amico di un sottosegretario, giurò che avrebbe sistemato ogni cosa: ci impiegò quasi due anni, disgraziato, ma qualcosa riuscì a fare.

Mi ritrovai sulla Giulia 1300 Super di papà, in un giorno di agosto del 1980, sull’Autostrada del Sole a ottanta all’ora. Dal finestrino di dietro vedevo il camion gigantesco al nostro seguito che conteneva tutta la mia casa, i miei vestiti, il pallone Supersantos, le medaglie del tennis, la chitarra acustica e tutto quello che aveva accompagnato i miei undici anni a Milano, ora in marcia lenta verso la Sicilia.

All’autogrill di Bologna Casalecchio andai a fare pipì. Ritornando al piano di sopra, mi sorprese il silenzio strano, si sentiva solo la voce dal televisore. Mia madre aveva occhi gonfi di pianto, un bicchiere di Coca Cola in mano. Sullo schermo passavano ambulanze, poliziotti e carabinieri tra polvere e calcinacci. Era venuta giù la stazione di Bologna, forse era esploso un serbatoio di carburante. Mio padre ci riportò in auto: «Per fortuna non siamo partiti in treno».

In Sicilia lo Stato si riprese mia madre e mio padre con la stessa parca generosità che aveva avuto al Nord. Mio padre era orgoglioso di questo fatto. Spiegava che era il lusso di essere figli dello Stato, dovunque sei lo Stato è sempre uno solo e tratta tutti allo stesso modo. A me non sembrava proprio così: la mia scuola in Sicilia era più vecchia, più brutta, più malandata di quella di Milano e ci pioveva dentro dal soffitto.

Non so perché, ma in Sicilia lo Stato appariva più piccolo, più povero, più sporco. Non so perché, ma in Sicilia tutti volevano il posto di Stato, ma non volevano tanto lo Stato.

La storia delle graduatorie di settembre non era finita. Adesso però era solo questione di piccoli avvicinamenti, di passi graduali per ottenere il lavoro nell’istituto scolastico più vicino a casa. Sentivo che mamma e papà affrontavano l’appuntamento con meno ansia, forse avevano guadagnato età ed esperienza. In Sicilia le graduatorie uscivano come a Milano, ma mio padre era più rilassato. Una volta – era il 1982 – mi portò in provveditorato, faceva un gran caldo, tutti si sventolavano con i moduli delle domande di trasferimento, sembrava di stare al circolo di conversazione. Andavamo da un piano all’altro, ma parevano tutti capitati lì per caso, nessuno sapeva dov’erano le gradua torie. Poi, mio padre incontrò un paesano suo, si abbracciarono, quello mi regalò un buffetto sulla guancia – «Ti sei fatto grande, picciriddo!» – domandò se avevamo bisogno. Appena mio padre disse che cercava le graduatorie, il paesano si mise a ridere: «E hai fatto tutta questa malavita? Vieni con me». Ci portò in uno sgabuzzino, tirò fuori un librone, cercò i nomi di mio padre e mia madre, strappò le pagine con il punteggio e disse: «Tutto a posto. Portale a casa così te le controlli con calma. Se hai bisogno, io sempre qua sono. Salutami tua moglie».

Davanti al provveditorato c’era un negozio di elettrodomestici. Le televisioni mute in vetrina mostravano una A112 bianca, i vetri infranti nel buio della notte di una città che non conoscevo. Mio padre si informò con uno che vendeva lì accanto semi di girasole e ceci abbrustoliti. Quello scosse la testa: «Ammazzatina ci fu a Palermo: si asciugarono il generale Dalla Chiesa, buonanima».

Avevo quasi tredici anni, mi misi a leggere di foga i giornali, ad ascoltare ogni TG. Mia madre cercava di distrarmi, non gli parevano cose da bambini: «Poi così ti impressioni». Ragione aveva: impressionato ero. In Sicilia qualcuno ammazzava gli impiegati dello Stato. Scoprivo che sparavano a poliziotti, carabinieri, magistrati. Immaginavo che anche loro avessero graduatorie con punteggi e anzianità e trasferimenti e scavalchi e distacchi. Avevano figli. Figli dello Stato. Non sapevo che si potesse morire per lo Stato. Mai potevo pensare che mio padre e mia madre, uscendo di casa al mattino, potevano andare a morire perché lavoravano per lo Stato. Me ne prese ossessione. A ogni omicidio mi andavo a leggere le biografie dei morti: mogli, figli, carriere. Di qualcuno scoprivo che aveva lavorato al Nord, poi era voluto tornare in Sicilia, magari per nostalgia o per affetto o per dovere.

Figlio dello Stato, tutto avrei voluto fuorché lavorare nello Stato. E soprattutto in Sicilia, dove mi pareva non ci fosse margine tra complici ed eroi. Non desideravo ritrovarmi né tra gli uni né tra gli altri. «Bene fai: il posto statale è sicuro, ma si guadagna poco», commentava mio padre, che ormai contava i mesi alla pensione. «Ti sei iscritto a legge? Fai il notaio, campi tranquillo e diventi ricco». Ragione aveva papà. Mi accarezzava l’idea di fare il notaio: timbrare, certificare, siglare e rendere pubblici accordi privati. Mi sembrava un buon modo di stare nello Stato, dentro le sue leggi, dentro i suoi codici, ma un po’ di lato, per i fatti propri, con la giusta autonomia.

Mancava poco alla laurea, già avevo deciso per il corso preparatorio al notariato. Ma un sabato di maggio del 1992 il mondo andò sottosopra: passai giorni a piangere, a parlare, a gridare, sotto la pioggia sabbiosa di Palermo. Mi sbattevo dal Palazzo di giustizia alla chiesa di San Domenico, da una veglia a un funerale, da un corteo a una fiaccolata. Cercai di tirare uno schiaffo a un ministro, uno al capo della Polizia, un altro al capo dello Stato. Dicevo: sei il capo di uno Stato che ha mandato a morire un giudice, sua moglie, tre ragazzi di scorta. Dicevo: sei il capo dello Stato, dovresti essere mio padre, ma chi ti conosce? Tornai a casa dopo una settimana di rabbia e dolore. Mio padre leggeva il “Giornale di Sicilia” scuotendo la testa, mia madre mi osservò come se venissi da un altro mondo.

«Voglio fare il concorso in magistratura », dissi. «E il notaio?», chiese mio padre, deluso. «Ma veramente credevi avrebbe fatto il notaio?», gli rispose mia madre, sorridendomi complice. Mio padre lanciò il giornale a terra, andò a chiudersi nello studio, non uscì nemmeno per cena.

Quando in casa mamma aveva già spento tutte le luci, papà venne nella mia stanza. Appoggiato allo stipite della porta, come parlando d’altro, guardando oltre la finestra, mi parlò: «Ragione hai. La nostra famiglia ha campato con il pane di Stato. Con quel pane vi abbiamo vestito, vi abbiamo fatto crescere e studiare. È vero, non ci ha dato moltissimo, ma era quanto bastava.

Adesso bisogna pure restituire qualcosa. In fondo, questa specie di paese, questo schifo di Stato, è pure un poco nostro. Non credi?».

 

 


Foto di Michele Lapini

 

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