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Back to square one. L’Italia del dopo crisi

Written by Luca De Benedictis Tuesday, 21 June 2011 16:22 Print
Back to square one. L’Italia del dopo crisi Illustrazione di Guilherme Kramer

La crisi finanziaria ha inciso profondamente sulla dinamica degli scambi internazionali. L’Italia, come gli altri paesi industrializzati e non, ne ha subito gli effetti, che non si limitano al contraccolpo congiunturale dovuto alla contra - zione della domanda globale, ma si traducono in una selezione distorta tra le imprese che spesso penalizza quelle innovative. Ora che la crisi sembra alle spalle, quali ne sono stati gli effetti sulla struttura produttiva? Quali settori sono stati maggiormente toccati e quali sono gli scenari in cui le imprese si troveranno a operare?


È successo l’incredibile. Per dieci anni il PIL mondiale era cresciuto di circa il 4% l’anno. Il commercio internazionale, come tradizionalmente accadeva da almeno un trentennio, era cresciuto a un tasso ancor più rapido, di 2 punti percentuali in più. Poi è arrivato il 2008, e con esso la crisi finanziaria internazionale, e nel 2009 il tasso di crescita del PIL mondiale è sceso sotto lo zero, quasi di 3 punti percentuali. E il commercio internazionale? Incredibilmente è scivolato giù, lungo la china della contrazione della domanda globale. Sprofondando in modo vertiginoso, trascinato dal verificarsi della crisi proprio in quei paesi industrializzati, Stati Uniti in primis, attori principali degli scambi commerciali, e dal ripercuotersi sulle imprese operanti nei mercati internazionali della crisi di fiducia tra le banche, che limitava la liquidità e la disponibilità a coprire i rischi d’impresa associati allo spostamento di merci da un paese all’altro.

Le stime più recenti dell’Organizzazione mondiale del commercio1 dicono che nel 2009 il commercio mondiale si è ridotto del 12% rispetto all’anno precedente. Non succedeva dai tempi della Grande depressione. Un evento epocale, che ha spinto molti a fare paragoni tra le due crisi e a trarre dalla prima pronostici sull’andamento della seconda.2 È successo l’incredibile, ed è incredibile che dall’incredibile si sia riemersi. La crisi è stata violenta: ha gettato all’aria i mercati finanziari internazionali e la fiducia incondizionata nell’economia di mercato; ha spinto i governi a un interventismo su cui tutti pochi mesi prima non avrebbero scommesso un centesimo, quello stesso centesimo che poi tutti erano pronti a scommettere sulla probabilità – piccola, forse piccolissima, ma comunque maggiore di zero – che tutto il sistema potesse andare a scatafascio.

I governi hanno gonfiato i loro debiti pubblici, si sono fatti carico degli azzardi altrui; le famiglie hanno visto minacciati i loro risparmi, svanire l’illusione che la finanza potesse rendere tutti ricchi subito; le imprese hanno perso i loro mercati e molti, molti lavoratori hanno perso il loro lavoro. Il segno più evidente del passaggio della crisi resta questo: in Italia, secondo i dati Istat,3 il tasso di disoccupazione era dell’8,4% nel 2010, al di sotto di quello europeo, ma molto più alto, ben sopra quello comunitario, se guardiamo ai giovani, alle donne e alle Regioni meridionali. Il tasso d’inattività del paese, inoltre, era vicino al 38%, mentre quello europeo era del 29%. Come ci ricorda l’Istat,4 «nel 2010 molti individui non hanno effettuato alcuna azione di ricerca attiva (di lavoro) perché hanno ritenuto che la loro azione sarebbe stata infruttuosa». La crisi ha dunque inciso sulle aspettative individuali, sul modo in cui si guarda al sistema economico. Questo vale per i potenziali lavoratori ma anche per le imprese. È proprio su questi effetti secondari, su questi danni collaterali della crisi che vale la pena soffermarsi, soprattutto per quel che riguarda la partecipazione dell’Italia agli scambi internazionali. Ma prima cerchiamo di capire a che punto siamo.


Back to square one

Lo si era detto in molti. Le crisi sono anche occasioni di grandi cambiamenti. Una volta infranto lo status quo, appellandosi all’eccezionalità del - la condizione in cui ci si trova a operare, ci si può permettere di spingere la trasformazione del paese nella direzione che ci si è prefissati. I costi politici di tale decisionismo sono ciclici: peggiore è la condizione del momento, minore è l’opposizione al cambiamento. Ma se la crisi la si subisce coprendosi il capo e aspettando che la nottata passi, allora, una volta finita, ci si troverà di nuovo con i problemi di sempre: la produttività più bassa d’Europa, scarsa innovazione, imprese sottodimensionate, basso grado di internazionalizzazione, infrastrutture in ritardo, giustizia incerta e dai tempi incredibili, pubblica amministrazione costosa, scarsamente efficiente e finanziata da una porzione limitata della popolazione, un’economia sommersa inaccettabile per un paese moderno, divari regionali incolmabili e seri problemi di criminalità. Ma i grandi cambiamenti non sembrano esserci stati e, come direbbero gli inglesi, siamo dunque back to square one, nuovamente alla casella iniziale. Punto e daccapo.

E ci ritroviamo a discutere delle questioni di sempre. Dalla crisi si torna così al declino. E gli economisti tornano a dividersi tra declinisti e non declinisti. Tanto per esemplificare,5 da una parte Marco Fortis e la Fondazione Edison sottolineano i meriti delle imprese italiane, delle loro performance, dei loro tanti primati sui mercati internazionali, esaltando la cautela delle banche nazionali, lo scarso indebitamento delle famiglie e la tenuta del paese durante la crisi. Dall’altra Guido Tabellini, Giorgio Barba Navaretti, Tito Boeri e Carlo Scarpa dicono dalle pagine de “Il Sole 24 Ore” e de “lavoce.info” che, citando i primi, «la prima cosa da fare è sbarazzare il campo dall’equivoco che le cose dopo tutto non vanno poi così male» e che, citando i secondi, «in Italia si cerca di oscurare i dati più importanti con una marea di indicatori parziali, non poche volte irrilevanti o costruiti in modo tale da essere del tutto fuorvianti». Secondo questa opinione, il dato importante è uno: l’Italia non cresce, non abbastanza, non quanto gli altri paesi con cui è sensato fare un confronto. Non cresceva prima della crisi finanziaria, non cresce nella fase di ripresa. Il perché sta nei problemi di sempre e nell’inerzia nell’affrontarli.

I dati di un’inchiesta sulle opinioni degli economisti a proposito dello stato dell’economia italiana svolta alla metà del 2007 ci permettono di quantificare la prevalenza tra le due posizioni.6 Alla domanda: «Lei ritiene che i risultati registrati dall’economia italiana negli ultimi anni possano configurare una fase di declino?» il campione rappresentativo della distribuzione degli economisti nelle università italiane rispondeva di essere completamente in disaccordo per il 2% dei rispondenti, moderatamente in disaccordo per il 13%, moderatamente d’accordo per il 62%, e completamente d’accordo per il 23%.

Dunque, per tirare le somme: la situazione non era giudicata rosea prima della crisi, non lo è dopo la crisi. Che cosa c’è da aspettarci ora?


Due o tre osservazioni sul dopo crisi

Come si è detto, è stato un tonfo epocale. E da tale tonfo non si esce nemmeno in modo simmetrico a come ci si è entrati. Gli studiosi di serie storiche affermano che l’asimmetria nelle fasi del ciclo economico è spiegabile considerando i processi di apprendimento degli agenti economici. Prendiamo ad esempio l’impresa. Nella fase crescente del ciclo l’impresa che aumenta la produzione acquisisce contemporaneamente una precisa informazione sul suo grado di efficienza rispetto a quello dei concorrenti, sui suoi mercati di riferimento, sul gradimento dei consumatori riguardo ai beni da lei prodotti. L’impresa può quindi elaborare con maggior certezza le proprie aspettative future. Nella fase discendente del ciclo, l’informazione acquisita dall’impresa è meno precisa, questa ha maggior difficoltà a distinguere se lo stato delle cose dipende dalle proprie caratteristiche o da una condizione generale dell’economia. Ciò la rende meno certa e ne rallenta il recupero. Quindi la fase ascendente del ciclo sarà più lenta di quella discendente e i suoi effetti saranno maggiormente dilazionati in termini di investimenti e occupazione. Noi ci troviamo a questo punto.

Una serie di elementi contribuisce a rendere ancora troppo elevata l’incertezza. Da una parte la crisi ha sorpreso tutti e tutti sanno che se è successo potrà ripetersi. La crisi ha inoltre colpito i maggiori mercati di sbocco delle merci italiane, quello statunitense e quello europeo. Spostarsi su altri mercati non è né facile né veloce. E questo spiega in buona parte la differenza tra l’Italia e gli altri paesi europei (Germania, Gran Bretagna e Francia) in termini di partecipazione alla ripresa del commercio internazionale. Non esportiamo nei mercati più dinamici, ma questa è una caratteristica del nostro modello di specializzazione almeno a partire dagli anni Novanta.7 

Dall’altra parte la crisi ha colpito in modo preminente i comparti industriali, in particolar modo quello manifatturiero tradizionale. Il Rapporto annuale dell’Istat8 mostra come le imprese che hanno subito maggiormente gli effetti della crisi siano proprio quelle della manifattura tradizionale, del made in Italy, tanto per intenderci. Le stesse che erano state penalizzate dalla crescita delle economie emergenti, soprattutto asiatiche, nella fase antecedente alla crisi.9

In termini generali, i dati del Registro statistico delle imprese attive ci dicono che «già nel 2008 il saldo tra imprese nate e cessate risulta negativo (quasi 23.000 unità a fronte di un saldo positivo di oltre 70.000 nel 2007) (…). L’anno successivo, il saldo negativo tra imprese nate e cessate raddoppia (oltre 40.000 imprese) con un ruolo più rilevante delle cessazioni». Sembrano numeri molto rilevanti, e lo sono certamente per quegli individui coinvolti come operai o come imprenditori, ma non lo sono in termini aggregati: il numero di imprese attive nei settori presi in considerazione dalla analisi è di circa quattro milioni. Il numero di attività che hanno chiuso appare dunque assai ridotto. Ma in questi dati vi è nascosto anche uno di quegli effetti collaterali di cui parlavamo prima: la crisi chiude le imprese ma soprattutto non le fa nascere.

Un diverso effetto collaterale è invece associato al meccanismo di selezione tra le imprese determinato dalla crisi del commercio internazionale. In principio l’aumento della concorrenza tra imprese ingenerato dalla contrazione dei mercati avrebbe dovuto provocare l’uscita dal mercato delle meno efficienti e l’espandersi di quelle più efficienti, generando un effetto aggregato positivo: la crescita della produttività media delle imprese. Invece si è ingenerato un meccanismo perverso di selezione che ha messo in difficoltà soprattutto le imprese operanti sui mercati internazionali,10 tradizionalmente le più innovative. Il timing della crisi ha penalizzato soprattutto le imprese nuove, quelle maggiormente disposte a rischiare ma troppo fragili per resistere a una contrazione dei mercati senza poter contare su legami consolidati di tipo finanziario o reale.

Un ulteriore effetto collaterale della crisi è il mutamento delle condizioni nel mercato del lavoro.

In periodi di scarsa disponibilità di capitale finanziario, d’investimenti rallentati, di aspettative incerte è facile pensare che le imprese pianifichino la propria espansione confidando sulle offerte di un mercato del lavoro più fragile. L’uso della Cassa integrazione guadagni, dei contratti a tempo determinato o il ricorso sempre più frequente a contratti atipici sono diventati la norma in questi anni. Ma tale pratica ha l’effetto indesiderato di ridurre ulteriormente una già asfittica domanda di lavoro specializzato, ad alto contenuto di capitale umano. Il risultato non può che frenare ancora di più la spinta verso una crescita delle imprese più innovative, giovani e aperte ai mercati internazionali.


Il mito del mercato globale e i rischi di introversione

Un ultimo effetto collaterale su cui vale la pena soffermarsi è il rinnovarsi di posizioni di politica economica che vedono nel commercio internazionale non tanto un meccanismo efficiente di allocazione delle risorse mondiali, ma piuttosto un diffusore di crisi internazionale, un agente infettivo da contrastare. D’altra parte, se c’è un soggetto che esce indebolito dalla crisi finanziaria, questo è il mercato globale e, paradossalmente, l’Europa; non tanto in quanto mercato, quanto piuttosto come entità politico-economica di riferimento. Le divisioni e le diffidenze durante la preparazione dei piani di sostegno pubblico di contrasto alla crisi, l’appoggio alla creazione di un fondo europeo anticrisi, il tiepido atteggiamento di fronte alle difficoltà di Grecia, Irlanda e Portogallo mostrano un’Europa più debole che forte. Più pronta a dividersi che a rinsaldarsi. E questo non è un bene, né per l’Europa né per l’Italia. Saranno soprattutto i rischi di introversione economica a determinare l’andamento prossimo venturo dell’economia.

 

 


 

[1] Si veda l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale per il commercio, International Trade Statistics 2010, Ginevra, aprile 2011.

[2] Si veda B. Eichengreen, K. H. O’Rourke, A Tale of Two Depressions, 2009. Per un aggiornamento alla prima metà del 2010 si veda il contributo degli stessi autori contenuto nel sito di discussione economica www.voxeu.org: Eichengreen, O’Rourke, What Do the New Data Tell Us?, 8 marzo 2010. Si veda anche C. M. Reinhart, K. S. Rogoff, The Aftermath of Financial Crises, in “Ameri - can Economic Review”, 2/2009, pp. 466-72.

[3] Si veda Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010, Roma, maggio 2011, soprattutto il capitolo 3.

[4] Ivi, p. 110.

[5] Quella che si cita qui non è una rassegna completa e non va intesa come tale: M. Fortis, S. Corradini, I mille primati del made in Italy, in “Quaderni della Fondazione Edison”, 47/2010; Fortis, Export qualcosa si muove, in “Economy”, 3 marzo 2010; Fortis, Italia 2010 una realtà nascosta dai numeri, in “Il Sole 24 Ore”, 6 aprile 2010; Fortis, Fiammiferi, spesa pubblica e i numeri made in Italy, in “Il Sole 24 Ore”, 25 aprile 2010; G. Tabellini, G. Barba Navaretti, Cure urgenti per l’Italia che non sa più crescere, in “Il Sole 24 Ore”, 2 aprile 2010; T. Boeri, C. Scarpa, Giocolieri con le cifre, in “lavoce.info”, 16 aprile 2010; Boeri, Scarpa, Tito Boeri e Carlo Scarpa replicano a Marco Fortis, in “lavoce.info”, 26 aprile 2010. In tempi più recenti “Il Sole 24 Ore” ha ospitato una serie di interventi sotto il titolo Perché l’industria non cresce. I contributi più generali di una inchiesta sull’Italia sono stati inclusi invece nel volume L’Italia che non cresce, “Il Sole 24 Ore”, maggio 2011. Il dibattito sui temi nazionali si è anche sviluppato online nei siti di “lavoce.info”, “nelMerito.com”, e “noisefromamerika.com”.

[6] L. De Benedictis, M. Di Maio, Economists’ Views about the Economy. Evidence from a Survey of Italian Economists, in “Rivista italiana degli economisti”, 1/2011. Tutta la documentazione sull’inchiesta è disponibile qui.

[7] Si veda su questo punto De Benedictis, L’economia di Pollicino. L’Italia nell’economia globale, in “Italianieuropei”, 2/2008.

[8] Istat, Rapporto annuale, cit. Si veda in particolar modo il paragrafo 2.3.

[9] È difficile distinguere l’effetto della riduzione della domanda, generato dalla crisi finanziaria, dall’effetto competitivo della maggior concorrenza da parte della Cina e degli altri paesi asiatici. L’effetto complessivo è la combinazione dei due elementi che interagiscono tra di loro. I dati sembrano mostrare che la crisi ha avuto un effetto orizzontale sui diversi settori dell’economia e che la trasformazione strutturale, soprattutto nel peso dei settori manifatturieri tradizionali, nel commercio mondiale, è da attribuire alla perdita di competitività rispetto ai concorrenti internazionali.

[10] Su questo punto si veda anche il lavoro di A. Accetturo, A. Giunta, S. Rossi, Le imprese italiane tra crisi e nuova globalizzazione, Banca d’Italia, “Questioni di Economia e Finanza”, 86/2011.

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