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L'Europa e l'Italia negli scenari globali. Il declino non è inevitabile

Written by Pier Carlo Padoan Friday, 29 February 2008 23:10 Print
Come sarà il sistema globale tra dieci anni? E tra trenta? Come sarà l’Italia in queste date? E l’Europa? Sono domande che ci si pone sempre più di frequente di questi tempi. Che sono tempi relativamente favorevoli per il sistema globale nel suo complesso ma da cui l’Europa e l’Italia stentano a trarre in pieno i benefici. E soprattutto ci si chiede: ci sono margini per Europa e Italia, per migliorare la propria posizione relativa ed evitare di subire nel lungo periodo le spinte del processo di globalizzazione?

Come sarà il sistema globale tra dieci anni? E tra trenta? Come sarà l’Italia in queste date? E l’Europa? Sono domande che ci si pone sempre più di frequente di questi tempi. Che sono tempi relativamente favorevoli per il sistema globale nel suo complesso ma da cui l’Europa e l’Italia stentano a trarre in pieno i benefici. E soprattutto ci si chiede: ci sono margini per Europa e Italia, per migliorare la propria posizione relativa ed evitare di subire nel lungo periodo le spinte del processo di globalizzazione?

Il mutamento dei rapporti di forza Come tutte le principali istituzioni internazionali confermano, mai in passato la crescita dell’economia mondiale era stata così sostenuta e, soprattutto, cosi diffusa, tale cioè da coinvolgere un così gran numero di paesi e di popolazione, come in questi primi anni del nuovo secolo. Se si estrapolano queste tendenze, con uno dei numerosi esercizi di «scenario globale»1[1] disponibili in letteratura, si arriva a quello che si potrebbe definire un «consensus» sull’assetto dell’economia mondiale nei prossimi decenni. Nel 2015 Stati Uniti e Giappone si confermano le prime due economie mondiali per dimensione di PIL. La Cina sale al terzo posto superando la Germania che è seguita da Francia e Regno Unito. L’Italia resta al settimo posto, ma il Canada esce dal gruppo dei primi dieci, mentre vi entrano India, Corea del Sud e Russia. Si affermano cioè i BRIC (Brasile, Russia, Cina, India), le grandi economie emergenti di questi ultimi anni. Se si guarda più lontano, al 2050, lo scenario cambia radicalmente.[2] La prima economia del mondo è la Cina, seguita da Stati Uniti e India. Seguono, ma molto più indietro per dimensione, Giappone, Brasile, Messico, Russia. L’Italia è al quattordicesimo posto.

Quali sono le forze che producono questi mutamenti così rilevanti di peso economico? Gli scenari di lungo periodo si basano sulla teoria della crescita consolidata, che individua quattro fattori principali: la crescita della popolazione, l’accumulazione di capitale, l’accumulazione di conoscenza, sopratutto tramite il capitale umano e, infine, l’apertura commerciale. Ma la crescita non deriva solo dall’aumento della disponibilità di fattori produttivi. Dietro l’apparente linearità dei processi si celano profondi mutamenti strutturali che sconvolgono la divisione internazionale del lavoro. Mutamenti cosi rilevanti nella posizione relativa delle economie, oggi come in passato, passano necessariamente per una profonda modificazione della specializzazione produttiva. Nella fase attuale, come spesso in passato, per crescere bisogna cambiare, e chi non cambia non cresce. Queste modifiche, che sono l’elemento caratterizzante della fase attuale dello sviluppo mondiale, sono sostenute da due fattori di fondo: la mobilità del capitale e del lavoro, il ruolo crescente delle tecnologie dell’informazione. La mobilità dei fattori rende sempre meno importante il ruolo dei flussi di commercio di manufatti e sempre più rilevante il ruolo della frammentazione e rilocalizzazione dei processi produttivi. L’affermarsi delle tecnologie dell’informazione, a sua volta, sta generando implicazioni che trascendono le caratteristiche settoriali e che coinvolgono i sistemi economici nella loro interezza. Tali tecnologie infatti, in quanto tecnologie generali (general purpose technologies) incidono non tanto e non solo su cosa si produce, ma su come lo si produce, e richiedono quindi mutamenti profondi nell’organizzazione delle imprese e nel funzionamento dei mercati dei fattori, da quello del lavoro a quello del capitale. Questo spiega il formidabile contributo che queste tecnologie hanno portato alla crescita della produttività.

Una implicazione importante di questi processi è che perde sempre più di significato il modo in cui siamo abituati a pensare alla specializzazione merceologica, distinguendo, per esempio, tra beni a bassa e beni ad alta tecnologia. Ciò in cui un paese si specializza, ciò che produce e vende è sempre più un «prodotto composito» di cui solo una parte è rappresentata dalla manifattura, mentre una parte crescente è rappresentata da «servizi», principalmente quelli cosiddetti avanzati. Si tratta di una constatazione rilevante sopratutto nel momento in cui, dal punto di vista italiano, si voglia rispondere alla domanda di come resistere alla competizione dei paesi emergenti che producono, a costi infinitamente più bassi, i beni che per decenni abbiamo prodotto noi.

I fattori di crisi L’altra condizione generale per la realizzazione degli scenari globali è l’assenza di crisi, che possono provenire da quattro fonti principali: una insufficiente governance dell’economia mondiale, le pressioni demografiche e migratorie, l’energia, la sicurezza.

La governance dell’economia mondiale La crescita sostenuta dell’economia mondiale è minacciata dal permanere e dall’aggravarsi degli squilibri nei pagamenti internazionali e dal rallentamento o dalla possibile inversione di tendenza del processo di liberalizzazione commerciale. Per quanto riguarda il primo punto, le istituzioni internazionali da tempo insistono affinché i principali attori globali adottino misure di aggiustamento che permettano di ridurre il deficit corrente degli Stati Uniti e di riassorbire il surplus della Cina e delle altre economie dell’Asia senza rallentare il ritmo della crescita. In quest’ottica gli Stati Uniti dovrebbero ridurre il deficit di bilancio pubblico, la Cina dovrebbe permettere un apprezzamento della propria valuta in un contesto di graduale liberalizzazione dei mercati finanziari, il Giappone e l’Europa dovrebbero accelerare le riforme strutturali per accrescere il tasso di sviluppo. Infine, i paesi produttori di petrolio dovrebbero aumentare la loro capacità di assorbimento di beni e servizi. Finora i progressi in questi ambiti sono stati limitati e si sta facendo strada l’idea che, nel lungo periodo, saranno i mercati a trovare un aggiustamento non traumatico degli squilibri attraverso mutamenti dei tassi di cambio e dei prezzi relativi, e che quindi la governance del sistema globale non richieda sostanziali correzioni. Una visione, quest’ultima, che appare in netto contrasto con quanto ci avevano consegnato gli ultimi anni del decennio passato, contrassegnati di una impressionante catena di crisi finanziarie che avevano sconvolto praticamente tutte le economie emergenti, dall’Asia, alla Russia, all’America Latina. Ma nel frattempo, si sostiene, i mercati sono molto migliorati nel loro funzionamento, grazie anche ai progressi sul fronte della regolazione e della sorveglianza e, di conseguenza, sono oggi in grado di sostenere squilibri molto maggiori che nel passato senza subire contraccolpi o crisi. È molto difficile, se non impossibile, stabilire quale posizione sia più vicina al vero. Ma se si guarda alla storia delle relazioni finanziarie internazionali in una prospettiva di lungo periodo non si può non constatare che a periodi di apparente calma e forte sviluppo sono sempre seguiti periodi di crisi anche violente e spesso con caratteristiche diverse da quelle che le avevano precedute. Prudenza suggerisce, dunque, di non abbassare la guardia e di lavorare perché la governance delle relazioni internazionali si rafforzi.

Le relazioni commerciali Discorso diverso è quello che riguarda le relazioni commerciali. Il sostanziale fallimento del Doha Round è un fatto molto negativo per l’economia mondiale e rischia di mettere in discussione gli scenari di sviluppo assai più che gli squilibri macroeconomici. Gli scenari di sviluppo, come detto, presuppongono profonde trasformazioni nella specializzazione produttiva che diano spazi crescenti agli scambi di servizi e accrescano l’accesso dei manufatti dei paesi emergenti e in via di sviluppo ai mercati dei paesi avanzati. In mancanza di progressi in questa direzione si consoliderà la tendenza, che ha subito una fortissima accelerazione nel periodo recente, verso accordi commerciali bilaterali o regionali, che potrebbero complicare, invece che facilitare, il processo di integrazione multilaterale e ripercuotersi negativamente, come è avvenuto in passato, anche sulle relazioni monetarie e finanziarie.

Le pressioni demografiche Nel 2050, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Asia sarà di oltre 5 miliardi, pari a circa il 60% del totale mondiale. La popolazione dell’Africa salirà al 20% e quella dell’Europa farà il percorso inverso scendendo sotto il 10%, poco al di sopra di quella del Nord America. Le conseguenze di un tale scenario si comprendono anche meglio alla luce delle considerazioni appena svolte sul commercio. È impossibile concepire, nei paesi industriali e soprattutto in Europa, l’applicazione simultanea di misure protezionistiche ai flussi di prodotti e a quelli delle persone. Occorrerà, nel lungo periodo ma a partire da oggi, mettere in pratica una strategia che identifichi un equilibrio tra questi due flussi, e occorrerà trovarla a livello di grandi regioni e attori, nell’ambito di una governance globale in cui l’Europa sia in grado di giocare un ruolo da protagonista.

L’energia L’irrompere sulla scena globale di attori delle dimensioni e dalla spinta dinamica di Cina e India non potrà non avere ripercussioni strutturali sui mercati energetici. Secondo uno scenario di consenso[3] la domanda globale di energia primaria crescerà del 30% tra il 2003 e il 2020, ad un tasso annuale del 1,7%, con forti incrementi per il gas naturale, le fonti «idro» e le altre fonti rinnovabili diverse dalle biomasse. Le proporzioni fra le fonti di energia rispetto al totale della domanda rimarranno, al 2020, essenzialmente in linea con la situazione attuale, con un predominio dei combustibili fossili (81% della domanda mondiale), suddivisi tra petrolio (che rappresenta circa un terzo della domanda), gas naturale e carbone (un quarto circa per entrambi), e una riduzione dell’1% del nucleare dal 6,4% al 5,4%.

A fronte di questi scenari si determinerà una riallocazione dell’offerta. Il Medio Oriente e la Russia si affermeranno come i principali produttori di petrolio e gas. L’America Latina – sopratutto Venezuela e Brasile – e l’Africa vedranno crescere sostanzialmente la propria produzione. In tutte le altre regioni l’estrazione di petrolio diminuirà, mentre quella di gas naturale aumenterà ovunque tranne che in Europa, dove la produzione petrolifera si ridurrà drasticamente rendendo ancor più pesante l’attuale dipendenza dalle importazioni. La produzione di carbone si concentrerà in Sudafrica, Australia, America Latina, Indonesia e Nord America. Il crescente disallineamento geografico tra domanda e offerta determinerà un aumento del commercio internazionale di petrolio e gas, sia in termini assoluti che in rapporto all’offerta. Medio Oriente e Russia incrementeranno di molto le loro esportazioni di petrolio e gas verso il resto del mondo, mentre i paesi OCSE e le economie asiatiche aumenteranno le proprie importazioni.

Lo scenario appena delineato potrà essere significativamente modificato da politiche alternative, soprattutto nei paesi avanzati, e orientate al cambiamento e alla diversificazione del mix dei combustibili (favorendo le fonti rinnovabili e, laddove già esistano centrali nucleari, la fonte nucleare), al miglioramento delle performance in termini di efficienza energetica delle tecnologie e a programmi di sensibilizzazione per la riduzione della domanda energetica. Tutto ciò potrà portare a una riduzione della crescita della domanda mondiale di energia e soprattutto della domanda di combustibili fossili.

Sicurezza Come abbiamo visto, lo scenario di espansione sostenuta, per essere percorribile, deve evitare crisi di governance del sistema globale, pressioni demografiche e problemi sul fronte energetico. Ma deve anche poter contare su un ambiente internazionale in cui la sicurezza sia garantita almeno nei suoi aspetti principali. Questa considerazione ci conduce ad una componente della analisi degli scenari sicuramente molto complessa, sia perché le variabili che determinano la sicurezza sono molteplici, sia perché ciascuno degli elementi sopra discussi (governance, demografia, energia) sono, a loro volta, fortemente intrecciati con la dimensione della sicurezza, e ciò in quanto «richiedono» sicurezza e allo stesso tempo contribuiscono a determinarla.

Senza nessuna pretesa di completezza si possono individuare cinque minacce principali alla sicurezza internazionale: a) la proliferazione nucleare, cui si associano il rischio del deterioramento del regime di non proliferazione e la crescente difficoltà del sistema multilaterale ad assorbire le crisi regionali; b) il terrorismo internazionale, di cui è lecito attendersi il perdurare della minaccia, senza escalation; ma anche con attacchi condotti prevalentemente con armi convenzionali; c) il crimine organizzato, con il possibile allargamento del fenomeno ai paesi ricchi di materie prime (India, Cina, Russia, Nigeria, Brasile) e la possibilità di contatti fra i gruppi criminali e terroristici; d) le crisi regionali in Medio Oriente, in Asia Centrale e nel Caucaso, nell’Africa Sub sahariana, nei Balcani; e) il peggiorare della minaccia da parte dei paesi a rischio e quindi dall’Iran con la prosecuzione del programma di arricchimento dell’uranio; dall’Iraq con ingovernabilità, inasprimento del terrorismo e guerra civile; dalla Corea del Nord con i test nucleari e la corsa agli armamenti.

L’Europa Gli scenari sopra delineati rinforzano l’idea della necessità di definire una governance del sistema globale, non solo per le questioni economiche. Ed è difficile pensare ad una governance efficace senza un ruolo forte e attivo dell’Europa. Ma per svolgere questo ruolo l’Europa deve risolvere due problemi: ridare dinamismo al suo sistema economico e sociale e imparare a parlare con una voce sola. Senza il primo fattore la presenza europea non è credibile, senza il secondo non è efficace.

L’economia Negli ultimi anni l’economia europea ha continuato a perdere terreno e, come si è visto, i trend in atto prevedono il suo ulteriore ridimensionamento. Inoltre, la crescita dell’Europa rimane dipendente da quella altrui e, in particolare, dalla domanda nordamericana. Infine, oltre a perdere peso relativo in termini di dimensione l’economia europea comincia a mostrare anche sempre maggiori differenze al suo interno, soprattutto tra i paesi grandi, che crescono poco, e quelli più piccoli che crescono di più. E l’Europa cresce poco perché meno di altre aree sembra in grado di cambiare la propria specializzazione e quindi la propria collocazione nell’economia globale.

La strategia di crescita dell’Europa si è sempre basata sull’integrazione, realizzatasi attraverso cinque fasi: l’integrazione commerciale, dalla nascita della Comunità europea come unione doganale; il mercato interno, che ha teso a integrare quei mercati non direttamente esposti alla concorrenza internazionale; l’integrazione monetaria, che ha portato alla moneta unica, considerata complemento necessario per il buon funzionamento del mercato unico e che sta conducendo anche alla integrazione dei mercati finanziari; l’integrazione (di fatto) delle politiche fiscali nell’ambito del patto di stabilità; e infine l’ultimo passo di questa strategia, ossia l’integrazione tecnologica, cioè uno degli obiettivi principali della strategia di Lisbona, che affida alla creazione e diffusione di conoscenza il ruolo di motore principale della crescita. Il successo simultaneo di questi diversi livelli di integrazione, che dovrebbero sostenersi l’uno con l’altro, risolverebbe il problema della bassa crescita, anche perché permetterebbe un’accelerazione del cambiamento.

Come detto, la ripresa della crescita passa necessariamente per una profonda modificazione della specializzazione produttiva e, nel periodo in cui viviamo, la natura «generale» delle tecnologie dell’informazione rende superata la nozione tradizionale di settori produttivi anche nel senso che permette la formazione di nuove strutture e filiere di specializzazione. In questa prospettiva, allora, i vantaggi comparati dell’Europa sembrano più forti di quanto generalmente ammesso o temuto. Questo dato si può apprezzare sia dal lato della domanda che da quello della offerta. Dal lato della domanda il livello di benessere raggiunto in Europa spinge alla ricerca di nuove forme di soddisfazione dei bisogni che trovano, a loro volta, forme di fruizione sempre più smaterializzate. Ne segue un aumento dei consumi dei servizi, sia di quelli individuali che di quelli legati ai bisogni di base, che sono parte integrante del sistema di welfare del nostro continente. Dal lato dell’offerta, come si ricordava, i prodotti industriali richiedono un’intensità crescente di servizi e di conoscenza.

Dall’interazione tra domanda e offerta emergono cluster tecnologici nuovi a cui si associano i beni compositi, che comprendono beni materiali e, sempre più, immateriali: per esempio, la difesa e valorizzazione dell’ambiente (legata anche ai mutamenti sul mercato energetico sopra ricordati), la protezione della salute (sopratutto nelle società che invecchiano), la mobilità sostenibile in aree ad elevata congestione, lo sfruttamento dei patrimoni turistici e culturali. Ne deriva che, tanto per fare un esempio, la pressione congiunta della nuova concorrenza internazionale, che può dover richiedere l’abbandono dei settori di specializzazione tradizionale, e dell’invecchiamento della società europea possono essere visti come delle minacce alla sicurezza e sostenibilità del modello europeo di vita ma anche come grandi opportunità di cambiamento. Naturalmente, non è scontato che da tali pressioni possa effettivamente nascere un nuovo modello di specializzazione dell’Europa nel sistema globale. Il materializzarsi di uno scenario virtuoso richiede una forte azione politica a due livelli: quello comunitario, dove è necessario accelerare il processo di integrazione dei mercati dei servizi, costruire reti infrastrutturali e realizzare progressi sul piano della deregolamentazione dei mercati; quello degli Stati membri, dove devono essere intensificati gli sforzi per l’accumulazione del capitale umano, per la semplificazione amministrativa e la liberalizzazione dei mercati, oltre che per l’investimento in innovazione.[4]  E, last but not least alla luce di quanto ricordato, l’Europa dovrà dotarsi di una strategia unitaria nel settore dell’energia.[5]

La governance Il rapido rovesciamento delle posizioni relative in termini di peso economico rende sempre meno rilevante e influente quella che è stata la struttura consolidata di governance del sistema globale per qualche decennio: la combinazione tra un’istituzione informale, il G7, che ha spesso «definito l’agenda», e un insieme di istituzioni formali, (l’ONU, il FMI, la Banca mondiale, l’OMC, l’ILO) dove, almeno in parte, l’agenda è stata tradotta in azione. L’ascesa dei BRICs e la perdita di peso di molti paesi europei sta generando un vuoto di governance a livello globale a causa del disallineamento tra peso economico e peso politico dei principali attori. Le conseguenze sono di due ordini. Da una parte proliferano, come nel campo delle relazioni commerciali, gli accordi regionali e quelli bilaterali. Dall’altra si creano «gruppi ad hoc» sulla base di una mission specifica.[6] Si assiste così a una evoluzione dell’architettura della governance che rischia di rivelarsi instabile e addirittura controproducente. Un passo verso la sua stabilizzazione potrebbe venire con l’affermazione di una voce unica europea nelle diverse sedi, formali e informali, in cui la governance internazionale viene attuata. Tale voce sarebbe in grado di definire un interesse comune dei paesi dell’Unione europea e di farlo prevalere ove possibile nei confronti degli altri partner. Ne beneficerebbe il sistema globale e ne beneficerebbe l’Europa.[7]

E l’Italia? Non rimane molto spazio per approfondire le implicazioni per l’Italia di quanto fin qui descritto. Ma tali implicazioni si possono dedurre con relativa facilità. In assenza di cambiamenti nei trend attuali e col prevalere degli elementi di debolezza del nostro sistema economico l’Italia rischia di diventare sempre più piccola all’interno di un’Europa che si rimpicciolisce a sua volta, e proprio perché non sembra in grado di cambiare. I punti di debolezza del nostro sistema produttivo sono ben noti e non è il caso di ripercorrerli qui. Basta una dato per sintetizzarli tutti. L’Italia è l’unico tra i grandi paesi dell’area euro la cui produttività del lavoro sia diminuita nel corso degli ultimi cinque anni. Meno enfasi, però, si pone normalmente su quelli che sono, malgrado tutto, i punti di forza della nostra economia: a) solidi vantaggi competitivi nei settori del «made in Italy»; b) elevata competitività dei comparti di meccanica strumentale; c) preminenza internazionale di numerosi distretti industriali e sistemi locali produttivi; d) un gruppo crescente di imprese medio-grandi con forte proiezione internazionale; f) una ritrovata dinamica del comparto bancario e finanziario.[8]  A questi fattori di forza, che comunque riflettono la tradizionale specializzazione produttiva del paese, va aggiunto che, nella prospettiva della ridefinizione delle specializzazioni sopra descritta, l’Italia si trova ben posizionata nei confronti di cluster quali salute e benessere, mobilità sostenibile, innovation in life style, beni turistici e culturali: cluster che sono in grado di beneficiare significativamente dell’introduzione di nuove tecnologie dell’informazione e dello sviluppo dei servizi avanzati. Altra è la questione, che qui non trattiamo, di quali siano le politiche di lungo termine necessarie per cogliere queste opportunità.

Infine, per quel che riguarda la governance internazionale, dovrebbe essere evidente il beneficio che l’Italia trarrebbe da una voce forte e unitaria dell’Europa. Ferma restando l’opportunità di definire e sostenere, di volta in volta, l’interesse italiano nel nuovo contesto globale nell’ambito dei diversi campi in cui tale interesse dovesse essere definito, difficilmente esso potrebbe essere sostenuto adeguatamente in assenza di una voce europea con cui integrarsi.

Non si può sottacere però che per l’Italia potrebbe materializzarsi uno scenario assai meno positivo di quello qui sopra abbozzato, uno scenario cioè molto simile a quello descritto nell’articolo di Simon Tilford in questo numero,[9] di una possibile uscita dell’Italia dall’unione monetaria europea. Di uno scenario simile si possono dire due cose: che è molto difficile che si possa realizzare in pratica, ma che, ove si realizzasse, avrebbe conseguenze a dir poco catastrofiche per il nostro paese. Si tratta di uno scenario che è difficile che si realizzi perché richiederebbe il verificarsi di due condizioni concomitanti: il coagularsi di una pressione sufficientemente forte per far prendere l’ipotesi in seria considerazione, e le condizioni istituzionali necessarie ad una uscita dall’unione monetaria e alla reintroduzione di una valuta nazionale.[10] La pressione economica finanziaria per un abbandono della moneta unica potrebbero materializzarsi qualora si formasse un consenso sull’idea che non esiste altra soluzione ai problemi della crescita italiana che non quella della svalutazione della moneta, insomma un sostanziale passo indietro. Le condizioni istituzionali non solo richiederebbero il ragguardevole impegno a reintrodurre un sistema monetario e dei pagamenti in lire, ma richiederebbero inoltre una qualche forma di accordo con gli altri paesi dell’Unione pur in assenza di una clausola di opt-out per il nostro paese. Le conseguenze di una simile decisione si concretizzerebbero, come appena detto, in un salto all’indietro del nostro paese di almeno dieci anni, ma in condizioni assai più gravi di quelle di un decennio fa. E questa decisione sarebbe la ammissione di un fallimento di un intero paese, la dichiarazione che di fronte ai nuovi scenari globali l’Italia non ha un strategia degna di questa nome. Il fallimento non sarebbe simbolico ma sostanziale. Molto probabilmente, per un paese ad alto debito come il nostro, una simile decisione avrebbe conseguenze assai pesanti sui tassi di interesse, che potrebbero portarci alla bancarotta.

Conclusioni Se i trend che caratterizzano il sistema globale continueranno inalterati, nel giro dei prossimi due decenni l’Italia vedrebbe ulteriormente ridotto il suo peso economico all’interno di un’Europa anch’essa economicamente e politicamente sempre più piccola. Questo scenario non è inevitabile. Sia perché potrebbe essere interrotto dal precipitare di crisi che potrebbero minacciare la stabilità del sistema sul piano macroeconomico, commerciale, demografico, energetico o di sicurezza (ma in questo caso la posizione dell’Italia ne uscirebbe ancora più indebolita), sia, al contrario, perché la posizione relativa dell’Europa e quella dell’Italia potrebbero essere migliori di quanto implichino i trend di fondo. Ma affinché si concretizzi lo scenario più favorevole è necessaria una forte azione su due livelli: a livello europeo, il successo della strategia di crescita tramite una maggiore integrazione e l’adozione di politiche di governance globali che vedano un ruolo primario della voce europea; a livello nazionale, dove politiche adeguate e lungimiranti rendano possibile sfruttare al meglio i vantaggi comparati dinamici che il nuovo quadro tecnologico offre, anche ad un paese apparentemente in declino come il nostro.[11]



[1] Come quelli prodotti, per esempio da World Economic Forum o Deutsche Bank: World Economic Forum, Global_Risk_Report 2006, disponobile su http://www.weforum.org/pdf/CSI/ Global_Risk_Report.pdf; World Economic Forum, Global_Risk_Report 2006 Background paper, http: //www.weforum.org/pdf/CSI/Davosrisk.pdf; World Economic Forum, Global Competitiveness Report 2005-2006, http://www.weforum.org/site/homepublic.nsf/Content/Global+Competitiveness+Programme%5CGlobal+Competitiveness+Network%3A+Partner+Institutes#5Reasearch, Human capital is the key to growth. Success stories and policies for 2020, agosto 2005, disponibilesu http://www.dbresearch.com/PROD/DBR_INTERNET_EN-PROD/PROD0000000000190080.pdfGlobal growth centres 2020 Formel-G for 34 economies disponibile su http://www.dbresearch.com/PROD/DBR_INTERNET_ENPROD/ PROD0000000000185704.pdf; Deutsche Bank Reasearch, Dynamic sectors give global growth centres the edge, disponibile

su http://www.dbresearch.com/PROD/DBR_INTERNET_ENPROD/PROD0000000000192762.pdf.

[2] Goldman Sachs, Dreaming With BRICs: The Path to 2050, Global Economics Paper, 99/2003.
[3] International Energy Agency, World Energy Outlook 2005, Parigi 2005.

[4] P. Guerrieri, P. C. Padoan, Cosa serve alla nuova strategia di Lisbona. Politiche europee e politiche nazionali, in «Economia Italiana», 1/2006.

[5] Cfr. l’articolo di Valeria Termini pubblicato in questo numero.

[6] Un esempio recente è la formazione, presso il FMI di un gruppo a cinque (Stati Uniti, Cina, Giappone, Arabia Saudita, area euro) allo scopo di rafforzare la sorveglianza sugli squilibri macroeconomici.

[7] Su questo aspetto cfr. A. Ahearne, J. Pisani-Ferry, A. Sapir, N. Veron, The EU and the Governanace of Globalisation, Bruegel, 2006.

[8] Cfr. l’articolo di Marcello Messori pubblicato in questo numero.

[9] Ma che è stato ripreso più volte dalla stampa internazionale, dal «Financial Times» al «Wall Street Jourrnal».

[10] Una uscita dall’unione monetaria con il mantenimento dell’euro come valuta nazionale sarebbe l’equivalente di una «dollarizzazione» dell’economia italiana. Si tratterebbe di uno scenario del tutto diverso che non è possibile discutere in questa sede.

[11] Questo scritto si basa sui risultati di un gruppo di lavoro sulla collocazione dell’Italia nel sistema globale avviato congiuntamente da GovernarePer, Italianieuropei e Nens, e a cui hanno partecipato, a titolo personale, aderenti ad altri centri di ricerca e di riflessione del centrosinistra.

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