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Per chi non le beve tutte

Written by Andrea Bossola Tuesday, 24 May 2011 17:16 Print
Per chi non le beve tutte Illustrazione: Anna Sutor

I fautori del ˝sì˝ al referendum sull’acqua cavalcano i temi della privatizzazione e della svendita del bene “pubblico” per eccellenza senza considerare alcuni aspetti fondamentali della questione: come possono le imprese pubbliche far fronte agli ingenti investimenti di cui necessitano le infrastrutture del sistema idrico? Perché opporsi a priori a una legge che consentirebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro?


Sono 15.000 i posti di lavoro a rischio nei prossimi anni nel settore delle aziende del Servizio idrico integrato (SII), senza considerare l’indotto. Una cifra che rappresenta quasi un terzo dei 45.000 posti di lavoro diretti che, secondo le stime di Federutility, caratterizzano il settore acqua. L’incertezza del sistema normativo, la conseguente resistenza del mondo del credito, la latitanza di investimenti e la scure di un referendum demagogico e ideologico rendono il sistema delle imprese idriche, mai come ora, instabile.

Per attenuare la portata di questa possibile perdita di posti di lavoro e invertirne la tendenza è necessario rilanciare gli investimenti nel settore dell’acqua, rafforzare la fiducia del credito nel comparto e sgombrare il campo da soluzioni anacronistiche e improduttive. Per fare questo è opportuno non contrastare i recenti interventi legislativo- regolatori che permettono di attivare, mantenere e incrementare gli investimenti in un settore che per anni ha sofferto di regole poco chiare e talvolta contraddittorie e sicuramente non assecondare le velleitarie idee referendarie. Appurato che non stiamo privatizzando il bene acqua (l’acqua è e resta un bene demaniale statale) e tanto meno stiamo “svendendo” le infrastrutture idriche e ambientali del nostro paese (beni demaniali comunali inalienabili), bisogna concentrarsi nel rilanciare un settore che deve creare lavoro produttivo e opere al servizio dei cittadini. Il settore soffre di una cronica arretratezza infrastrutturale e di uno storico ritardo nel soddisfacimento dei crescenti fabbisogni ambientali. Possiamo affermare senza tema di smentita che sin dall’epoca risorgimentale il nostro paese sconta, nel settore SII, un ritardo infrastrutturale rispetto ai principali paesi europei stimabile in decine di anni. Oggi più che mai questo ritardo è allarmante: le infrastrutture italiane sono le peggiori tra quelle di tutti i paesi europei esclusa la Grecia.


La situazione attuale


Il Rapporto Utilitatis 2010 redatto per il Dipartimento per gli affari regionali della presidenza del Consiglio dei ministri ci fornisce il quadro più aggiornato della copertura del servizio idrico integrato a livello nazionale, articolato per aree e per Regioni (si veda la Tabella 1). Se si può ritenere soddisfacente il dato relativo alla copertura del servizio di acquedotto (oltre il 95% della popolazione), in termini di acque reflue la situazione è preoccupante. In particolare il deficit depurativo è tra i peggiori in Europa. Se a questo si aggiunge la vetustà delle opere esistenti si comprende l’allarme infrastrutturale che caratterizza il SII italiano. Servono quindi consistenti investimenti nel settore per recuperare il gap infrastrutturale e rinnovare il patrimonio di impianti esistente, ormai vetusto e inadatto a soddisfare standard qualitativi e quantitativi di servizio.  


Investire: ma quanto?

Nella “Relazione sullo stato dei servizi idrici” del 2008, il CONVIRI, analizzando i piani d’Ambito relativi a cinquantatré ATO, ha evidenziato un fabbisogno di investimenti nella rete e negli impianti a servizio del SII di 773 euro per abitante nell’arco piano, con una media ponderata di circa 37 euro per abitante l’anno. Estrapolando questi dati il CONVIRI determina un fabbisogno complessivo di investimenti a livello nazionale di circa 45,7 miliardi di euro nei prossimi vent’anni. Partendo dagli stessi piani d’Ambito, ma con diverse metodologie di calcolo dell’impatto dell’inflazione e dell’omogeneizzazione tra ATO, il “Blue Book 2007” di Utilitatis stima un fabbisogno complessivo di investimenti di circa 61,7 miliardi di euro.

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IL CONVIRI, nella già citata Relazione del 2008, riporta la seguente tabella (Tabella 2) recante i risultati di un vasto studio internazionale condotto dall’OCSE nel 2006.

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L’Italia dovrebbe quindi investire nel SII tra lo 0,35% e l’1,2% del proprio PIL, mentre lo studio evidenzia che si investe solo lo 0,15%: in altre parole, sono previsti a piano solo 2,2 miliardi di euro l’anno anziché il minimo indicato nello studio per i paesi ad alto reddito, ossia 5,14 miliardi di euro (pari allo 0,35% del PIL). Lo studio riporta poi che in Italia si realizza meno della metà degli investimenti previsti a piano. Ancora il CONVIRI, riprendendo questi dati, evidenzia che in Italia sono previsti meno della metà degli investimenti statunitensi o britannici (si veda la Tabella 3). Si può quindi concludere che, con una popolazione di circa sessanta milioni di abitanti e un fabbisogno stimato di circa cinque miliardi di euro l’anno, in Italia si dovrebbero investire annualmente almeno ottanta euro per abitante l’anno.

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La “prova del 9”

Regole generali di progettazione indicano che per ricostruire a nuovo il sistema idrico integrato (acquedotto, fognatura, impianti di depurazione) occorrono tra i duemila e gli ottomila euro per abitante (la variabilità del dato dipende essenzialmente dalla densità abitativa e dalla disponibilità della risorsa); ai fini della presente stima, che vuole essere cautelativa, si assume un valore di tremila euro per abitante. Prendendo questo valore minimo unitario, e considerando una popolazione di circa sessanta milioni di abitanti, si può dire che il valore di ricostruzione a nuovo del SII italiano ammonterebbe a circa 180 miliardi di euro. In Italia esiste una carenza infrastrutturale pari ad almeno il 10% del totale, valorizzabile quindi in diciotto miliardi, che distribuiti in dieci anni portano a un fabbisogno annuo di circa 1,8 miliardi di euro di investimenti. Le spese annuali per la manutenzione e il rinnovo del sistema esistente (che vale quindi circa 162 miliardi) necessitano almeno del 2% del valore di ricostruzione, quindi di circa 3,2 miliardi.

In conclusione, si può dire che il SII in Italia abbisogna di almeno cinque miliardi di euro l’anno di investimenti per i prossimi dieci anni, ossia di circa ottanta euro l’anno per abitante, contro i trenta previsti nei piani e i quindici effettivamente destinati. E per i successivi anni, bisogna calcolare circa quattro miliardi di euro l’anno per la manutenzione e il rinnovo delle infrastrutture per mantenere livelli adeguati di servizio e soddisfacimento della domanda idrica e ambientale.


E allora?

Se servono più di quattro miliardi di euro (poco meno di cinque) ogni anno per rimodernare e portare a livelli di efficienza il SII nei prossimi vent’anni, possono farsene carico le gracili e frammentarie imprese pubbliche ostaggio della cronica mancanza di risorse degli enti locali e, dopo l’ultima crisi economica, impossibilitate più che mai all’accesso al credito? O peggio utopistiche ONLUS o cooperative? O, drammaticamente, si può tornare alle gestione affidata ai dipartimenti comunali? La storia dei decenni scorsi ci dice di no, e senza possibilità di appello. In tal senso si è espresso il “sindaco dei sindaci” Chiamparino, presidente dell’ANCI, in una intervista a “Il Sole 24 Ore”: «Prendiamo il referendum sull’acqua pubblica. I referendari fingono di non sapere [che] si dovrà tornare alla vecchia gestione municipale con risultati disastrosi: i sistemi efficienti peggiorerebbero per mancanza di investimenti, e quelli inefficienti rimarrebbero tali».

È innegabile che le società nelle quali il pubblico ha il controllo delle funzioni gestionali incontrano molte difficoltà: vi è un incremento generalizzato dei costi, anche per un uso in molti casi distorto delle aziende come serbatoio occupazionale, e vi è un malessere, oltre che economico, soprattutto finanziario, anche dovuto a elevati crediti commerciali. Il tutto si traduce in assenza di investimenti e conseguente deterioramento infrastrutturale e del servizio offerto. Una domanda provocatoria: sarà possibile per il Comune di Aprilia (enclave dei “ripubblicizzatori” del mercato idrico), il Comune più indebitato d’Italia (con il più alto valore pro capite di indebitamento), realizzare la manutenzione straordinaria delle reti e far funzionare correttamente il depuratore?

Il tema centrale della discussione non dovrebbe essere “acqua pubblica o privata?”, ma esclusivamente l’impegno a creare le condizioni per investire, per migliorare e dare sviluppo. In tal senso, il ricorso al contributo di soggetti industriali, anche privati o parzialmente tali, resta l’unica via per garantire i livelli di investimento infrastrutturale in assenza di risorse pubbliche dedicate per la loro generale esiguità e incostanza.

Di contro, è assolutamente utopico pensare di ritornare a finanziare le infrastrutture con la fiscalità diretta. Potremmo chiedere ai cittadini di pagare circa cinque miliardi di tasse in più ogni anno per i prossimi vent’anni? O è meglio pagare gli investimenti a “rate”, con una corretta tariffa articolata in modo da punire sprechi e usi impropri?

Se all’importanza di colmare il gap infrastrutturale con gli altri paesi si è aggiunta oggi la necessità di rilanciare la spesa nel settore delle costruzioni, perché è una delle leve migliori per dare una spinta alla domanda e fornire una risposta anticiclica alla debolezza dell’economia, il settore acqua liberalizzato può e deve essere la risposta alle pressanti necessità economico-ambientali del nostro paese. Se a questo si aggiunge che in generale quelle a favore del servizio idrico integrato sono opere immediatamente cantierabili, l’effetto volano sull’intera economia è immediato.

Con un investimento di un miliardo in nuove infrastrutture e/o nel rinnovo e nella manutenzione di quelle esistenti si producono 23-25.000 nuovi occupati tra cantieri e indotto. Il “sistema acqua”, con un livello di investimenti di quattro-cinque miliardi l’anno immediatamente cantierabili, genera quindi centomila posti di lavoro. Eppure anche sigle sindacali importantissime hanno firmato per il referendum e si apprestano a una crociata inspiegabile e anacronistica.

Perché parlare di privatizzazione quando la legge che si vuole abrogare conduce inevitabilmente alla gestione attraverso società miste (a maggioranza pubblica), ovvero al cosiddetto “modello toscano” che ha generato infrastrutture e posti di lavoro (secondo le parole del segretario regionale toscano della CGIL) nella culla del Rinascimento italiano? Non bisogna “abrogare” la speranza di costruire, finalmente, una industrializzazione di questo settore.

Spesso, nel passato, malgrado regole che lo imponevano, quando si è trattato di incrementare le tariffe o di riorganizzare le aziende per renderle più efficienti si è finito per rinviare i problemi alle generazioni future, comprimendo la spesa e non investendo pur di non compromettere il consenso elettorale. La tariffa dell’acqua in Italia, infatti, è tra le più basse d’Europa proprio perché non si ha il coraggio di far pagare gli investimenti necessari, e la conseguenza è che, al contrario, siamo tra i primi nello spreco delle risorse (perdite idriche) e nell’inquinamento di fiumi e di mari.

Resta da rafforzare il sistema di regolazione – quelli che fissano le tariffe e che dettano le regole del gioco: oggi più che mai necessitiamo di una Autorità indipendente, autonoma e qualificata che garantisca sia gli utenti dall’atteggiamento predatorio dei gestori, sia gli stessi gestori, che devono poter investire con tariffe e regole certe.

Necessitiamo di un modello regolatorio che premi efficienza ed efficacia e punisca incapacità, malaffare e immobilismo. Il nostro paese abbisogna, anche nell’acqua, di un sistema meritocratico in cui la premialità sia lo sprone a investire sempre di più e a fornire un migliore servizio ai cittadini. Il tema non è “acqua pubblica o privata?”, ma regole, tariffe, servizio, lavoro, sviluppo.

Last but not least: come mai anche il leader maximo Fidel ha costituito una società mista pubblico- privata (operante dal 2001) per la gestione dell’acqua a L’Avana?

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