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Il traffico illegale dei rifiuti: un business internazionale

Written by Antonio Pergolizzi Tuesday, 24 May 2011 16:51 Print
Il traffico illegale dei rifiuti: un business internazionale Illustrazione: Anna Sutor

Il giro d’affari delle ecomafie ha assunto proporzioni preoccupanti. Il loro raggio d’azione non è limitato al Mezzogiorno, ma si estende alle Regioni del Nord Italia e addirittura oltre i confini nazionali, fino in Cina. È un vero e proprio business, del quale si spartiscono i profitti non soltanto le associazioni criminali, ma anche insospettabili funzionari pubblici e colletti bianchi.

 

 

“Ginu u mitra”, all’anagrafe Luigi Abbate, è un boss di Cosa Nostra con un lungo pelo sullo stomaco a capo del mandamento di Porta Nuova, nel centro di Palermo. Conosciuto nell’ambiente della malavita per la sua abilità nell’uso delle armi: freddo e preciso come un Rolex. Con un buon fiuto imprenditoriale, bravo nel “lavare” e accumulare picciuli. Aveva fiutato l’affare che ruota attorno alla monnezza, soprattutto se giochi sporco, e per non dare nell’occhio si era impiantato dall’altra parte dell’Italia, a 1500 km di distanza: Lombardia e Liguria le sue mete. Mai grandi lavori, ma tanti piccoli appalti. La sua storia criminale, o meglio la sua incursione nel mondo della spazzatura, è durata qualche anno e adesso l’hanno scritta i magistrati di Palermo, assieme alla questura e alla prefettura. Sono loro che, alla fine di aprile, hanno inceppato il meccanismo e assestato il peggiore dei colpi per un uomo di mafia: gli hanno sequestrato beni per un valore di ventidue milioni di euro. Tanti soldi, che farebbero una bella legge finanziaria italiana, accumulati spostando e sversando immondizia.

Come? “Ginu u mitra” era riuscito negli ultimi cinque anni nell’impresa di assicurarsi il controllo dell’immondizia di decine di Comuni lombardi e liguri, grazie alla sua società, “Italia 90”, con sede legale a Palermo, ma cabina di regia a Ospedaletto Lodigiano, a due passi da Lodi. Società che si avvaleva di una rete di altre dieci cooperative, definite dagli investigatori «società fantasma e pronte ad essere sfruttate per interessi illeciti se fosse stato necessario ». Tutte riconducibili a lui e intestate a suoi familiari, prestanomi secondo gli inquirenti, e adesso sotto sequestro.

Gli investigatori sono convinti di trovarsi di fronte a un «solidale e compatto gruppo imprenditoriale mafioso all’interno del quale ciascuno dei consanguinei ha svolto il ruolo di prestanome, offrendo un importante contributo per il conseguimento dei fini illeciti realizzando una rete di società cooperative, la maggior parte dedite all’attività di raccolta e smaltimento rifiuti, strettamente collegate all’impresa principale, “Italia 90”, con finalità dirette a monopolizzare il settore». Appunto. La società era riuscita ad aggiudicarsi appalti per circa otto milioni di euro, occupandosi di ogni tipologia di rifiuti, da quelli urbani agli speciali, dallo spazzamento delle strade allo smaltimento dei rifiuti cimiteriali. Tutti lavori svolti esclusivamente nell’Italia settentrionale, dove si era aggiudicata oltre quaranta gare d’appalto indette da altrettanti Comuni delle Province di Lodi e Cremona, e a macchia di leopardo in Lombardia e Liguria.

Dalle indagini emergono chiaramente l’abilità e l’intraprendenza imprenditoriale che permettevano al “sodalizio criminale” di muoversi indistintamente sia nel settore pubblico, cioè dei rifiuti solidi urbani (quello sempre preferito da Cosa Nostra, giacché vi girano un sacco di soldi pubblici), sia in quello privato, ossia dei rifiuti speciali lasciati al libero mercato. Capacità di intervenire negli appalti pubblici, quindi, e di proporsi a quegli imprenditori desiderosi di risparmiare sui costi di smaltimento degli scarti.

Nel settore pubblico, spiegano gli investigatori, le gare sono state vinte anche con l’impiego di un forte potere intimidatorio, con violenze nei confronti delle imprese concorrenti e minacce verso alcuni funzionari dei Comuni appaltanti, che venivano indotti a rivelare informazioni coperte dal segreto d’ufficio. Il solito paradigma mafioso, quindi, che fuori dai confini siciliani rischia di acquisire ancora più efficacia. A Riva Ligure, ad esempio, “Italia 90” ha gestito la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti dal novembre 2007 all’ottobre 2009. Anche se non tutto filò liscio, visto che il Comune lamentava inadempienza contrattuale, e anche i sindacati avevano mosso guerra alla società per i ritardi nei pagamenti degli stipendi ai lavoratori e per le pessime condizioni di sicurezza in cui questi si muovevano.

Un risultato investigativo che arriva dopo due anni di indagini serrate, perché non è mai facile venire a capo degli intrighi criminali, soprattutto se si adotta il metodo Falcone: seguire i soldi, i loro movimenti. L’inchiesta parte infatti nel 2009, quando gli amministratori di Zelo Buon Persico, piccolo paesino del lodigiano, si insospettirono perché era stata un’impresa siciliana ad aggiudicarsi l’appalto per lo smaltimento dei rifiuti. Avevano, quindi, chiesto informazioni alla prefettura di Palermo, scoprendo che i gestori della società “Italia 90” erano Maria Abbate e Claudio Demma, sorella e cognato del mafioso della Kalsa a Palermo. Sulle loro tracce si mise immediatamente la procura di Lodi ed entrambi finirono in manette nel settembre di quell’anno, insieme ad altre sette persone: scattava l’inchiesta, denominata “Matassa”, per turbativa d’asta, corruzione e smaltimento illecito di rifiuti. In quell’occasione i magistrati accertarono l’esistenza di una associazione a delinquere finalizzata all’aggiudicazione e acquisizione di appalti pubblici nella raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani di alcune città lombarde e conclusero che una parte delle gare d’asta era stata vinta «aggirando le procedure relative al possesso delle qualità soggettive degli amministratori delle società concorrenti». “Ginu u mitra” non è né il primo né l’ultimo boss che ha trovato nella monnezza un’occasione di guadagno, stimato intorno ai sette miliardi di euro l’anno solo considerando i rifiuti speciali. Già clan campani, calabresi e pugliesi hanno sperimentato l’affare da diversi decenni a questa parte, prima nelle loro terre d’origine, poi nel resto del paese. Sulle gesta criminali dei Casalesi nelle Province di Napoli e Caserta è stato scritto di tutto; diciassette Rapporti ecomafia di Legambiente ne hanno documentato ogni aspetto. Basti solo ricordare che in queste due Province l’ecomafia ha scaricato negli ultimi tre anni, secondo Legambiente, almeno tredici milioni di tonnellate di scorie tossiche, trasportate da 520.000 tir, accumulando circa quattro miliardi di euro. Sversamenti che hanno creato ciò che il magistrato Donato Ceglie ha definito «una Chernobyl tutta italiana». Poco o nulla, invece, è stato scritto sulle incursioni mafiose nel ciclo dei rifiuti al Nord, che la propaganda leghista vorrebbe far passare come ancora immacolato. Sono stati però gli inquirenti a mettere tutto nero su bianco, a svelare il dietro le quinte del sistema rifiuti. In Lombardia, ad esempio, nell’ultimo anno le inchieste “Infinito”, “Parco Sud”, “Tenacia” e “Redux-Caposaldo”, concluse con centinaia di arresti e decine di milioni di euro tra beni e conti correnti sequestrati, hanno svelato la costante aggressione dei clan all’ambiente e al territorio lombardo: dal ciclo dei rifiuti a quello del cemento. Dove si mischiano vecchi riti di affiliazione e di intimidazione con pratiche modernissime di alta finanza e di controllo degli appalti pubblici. Inchieste che, come mettono a verbale i magistrati milanesi, testimoniano quanto «i valori tradizionali e fondanti la mafia calabrese si siano saputi perfettamente adattare alla nuova realtà lombarda in cui sono andati a inserirsi». Dall’inchiesta “Redux-Caposaldo”, ad esempio, conclusasi agli inizi dello scorso mese di marzo dopo tre anni di indagini con trentacinque arresti, emerge uno spaccato del Gotha della ’ndrangheta che a Milano e provincia si occupa di tutto. Soprattutto di appalti pubblici e cantieri edilizi, ma facendo affari pure nel settore dello smaltimento dei rifiuti e nel mercato dei prodotti alimentari biologici, compresa una nota birra artigianale. Boss del calibro di Paolo Martino e Pepè Flachi sorpresi nel milanese a brigare come nella migliore tradizione mafiosa, organizzando summit nelle corsie degli ospedali, investendo capitali illeciti e accumulandone altri: “trasformando”, insomma, la monnezza in oro. L’inchiesta “Star Wars” del 2008, altro esempio, dimostra come la ’ndrangheta sia riuscita a fare nell’hinterland di Milano esattamente ciò che la camorra ha fatto – e continua a fare ancora oggi – in Campania: interrare migliaia di metri cubi di rifiuti industriali in buche profonde fino a dieci metri e larghe cinquanta, provando poi ad accaparrarsi i soldi pubblici per la bonifica, e infine costruirci sopra appartamenti e villette, chiudendo il cerchio. Esattamente alla maniera della camorra campana. Anche se è un errore, o un facile alibi, credere che siano solo le mafie a muoversi nel mercato nero dei rifiuti. Queste sono spesso solo un anello della catena, uno dei tanti segmenti di una struttura criminale complessa: il più delle volte le cosche offrono i loro contatti, le loro capacità di intimidazione e di controllo del territorio, mettendoli al servizio di spavaldi imprenditori dei rifiuti. Spesso non intervengono neanche direttamente. Il vero volto dei trafficanti di professione è essenzialmente imprenditoriale. Sono affaristi, faccendieri, funzionari pubblici, colletti bianchi. Una filiera criminale flessibile e operativa, efficiente e spregiudicata come solo il malaffare sa essere. Ciascun componente ha un proprio ruolo, è un ingranaggio essenziale della macchina. Si parte dai veri e propri trafficanti di mestiere, che tengono le fila dell’affare, e si arriva ai produttori conniventi, ai semplici camionisti, quindi ai funzionari pubblici lesti ad aggiustare carte e autorizzazioni fino ai tecnici dei laboratori analisi che redigono false certificazioni. Si falsificano i codici dei rifiuti come niente: formulari che diventano “carta straccia” attraverso quello che gli investigatori chiamano il “giro-bolla”. Gente che non si fa troppi scrupoli, pronta anche a inquinare la terra dove vive per denaro. Mai come nel caso dei rifiuti la scena del crimine si è rivelata affollata di personaggi di questo tipo, che rimandano a quell’“economia canaglia”[1] che prende corpo e sostanza in infinite indagini giudiziarie. E poi le rotte, prima Nord-Sud, ora circolari; nessuna Regione, nessun paese è risparmiato dagli sversamenti illeciti. L’ultima inchiesta sui trafficanti di rifiuti è dell’8 aprile scorso, della procura di Pescara, nome in codice “Emelie”: rifiuti ferrosi raccolti illegalmente da sette impianti di trattamento dislocati tra Abruzzo, Marche e Puglia e poi spediti in Grecia e Turchia. Il 24 marzo c’era stata l’inchiesta della procura di Ascoli Piceno, ancora scorie ferrose trafficate illegalmente; il 15 febbraio era stata la volta di quella denominata “Eurotess”, della procura di Prato, su un traffico di abiti usati e stracci che dal Nord finivano in Campania; l’8 dello stesso mese è stato il giorno dell’inchiesta “Terrazzamento” della procura di Reggio Calabria; sei giorni prima, nella stessa Provincia, è stata la procura di Locri a smantellare un’organizzazione criminale dedita al traffico illecito di rifiuti; un altro traffico illegale viene scoperto a Cava de’ Tirreni il 24 gennaio 2011 dalla procura di Napoli, mentre il 17 novembre scorso l’inchiesta “Dirty energy” della procura di Pavia attirava l’attenzione dei media: al centro dell’inchiesta la gestione illegale di un impianto di produzione di energia rinnovabile di una nota famiglia di industriali che avrebbe fruttato circa trenta milioni di euro. Così a ritroso, fino all’ormai lontano 2001, anno di entrata in vigore di quella che tuttora rappresenta l’unica legge contro il delitto ambientale, che punisce le «attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti».[2] Da quella data sino ad oggi, le inchieste sono state 182, con 1091 arresti e 3313 denunce. Per comprendere la circolarità dei flussi su tutto il territorio nazionale, basti pensare che delle ottantadue procure coinvolte, ventotto sono del Nord, altrettante del Sud e ventisei del Centro. Per capire qual è la torta che ogni anno si spartiscono i trafficanti, invece, secondo i dati ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sicuramente approssimati per difetto, nel 2006 sono scomparsi in Italia circa trentuno milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Rifiuti che si ritrovano nelle indagini, solo lì. Si tratta di una montagna alta come l’Etna (3100 m), con una base di circa tre ettari. Numeri approssimati per difetto, poiché, secondo attenti calcoli fatti dall’Università di Roma “Tor Vergata” per conto del Consorzio Polieco, nei dati ISPRA mancano all’appello almeno altri due milioni di tonnellate di scarti, che con ogni probabilità sono finiti oltreoceano, in Cina, gestiti da pericolose holding criminali che sui movimenti illegali di immondizia proveniente dall’Occidente stanno facendo affari d’oro. Con costi umani, sociali e ambientali inenarrabili. Crimini contro l’umanità che si stanno consumando alla luce del sole, nell’indifferenza dei governi e facendo la felicità di criminali e imprenditori. I materiali inquinanti vengono lavorati dalle povere popolazioni dei villaggi della costa in condizioni terribili; montagne di rifiuti che avvelenano, ai lati delle strade, sull’uscio delle stesse abitazioni, e che si trasformano in denaro per i capi e in morte certa per i lavoratori. Come finiscono lì, illegalmente? Di solito, in Italia il percorso criminale transfrontaliero inizia dalle grandi piattaforme logistiche che rastrellano ogni genere di scarto, anche quelli provenienti dalla raccolta differenziata di Regioni come il Piemonte o il Veneto, per destinarli all’estero (quasi sempre con la falsa dicitura di “sottoprodotti”). Per far perdere le tracce dei flussi, i carichi tossici passano di mano in mano, da un intermediario a un altro, da un paese a un altro: Italia-Germania-Olanda-Hong Kong- Cina, uno dei percorsi tipici. Cinque, sei, sette passaggi per ogni carico: è questa la regola. Bloccare tali flussi è l’obiettivo prioritario dell’Agenzia delle dogane, insieme alle forze dell’ordine: nel 2010 sono state sequestrate 11.400 tonnellate di pattume tossico diretto in Cina, India, Africa. I principali porti di spedizione si sono rivelati quelli di Genova, Venezia, Napoli, Gioia Tauro e Taranto. Quanto si è scoperto fino ad oggi non è altro che la punta di un iceberg. E come potrebbe essere altrimenti, visto che ogni anno, solo nei nostri porti, si movimentano oltre quattro milioni di container? In realtà, stiamo assistendo a ciò che molti economisti definiscono una nuova e strisciante rivoluzione industriale, che si svolge nei circuiti paralleli a quelli ufficiali, fatta attraverso il controllo di materie prime sotto forma di rifiuti e i cui protagonisti sono, per la prima volta nella storia, i criminali, i trafficanti di monnezza.

 

 


 

[1] L. Napoleoni, Economia canaglia: il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, il Saggiatore, Milano 2008.

[2] Articolo 260 del decreto legislativo 152/06, ex articolo 53-bis del decreto Ronchi.

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