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Editoriale. Quale governo per l’economia europea?

Written by Giuliano Amato Tuesday, 24 May 2011 16:30 Print
Editoriale. Quale governo per l’economia europea? Illustrazione: Anna Sutor

In termini di governance, sono due le chiavi di lettura delle decisioni che in sede europea si sono venute adottando sul terreno della politica economica e finanziaria negli ultimi mesi, sino al Consiglio europeo di fine marzo. La prima chiave è quella delle novità entrate nelle procedure comuni, che negli ultimi anni sono in genere nate sul terreno del coordinamento intergovernativo, ma hanno poi preso in prestito tratti di integrazione comunitaria, per ottenere quell’efficacia di risultati che altrimenti non avrebbero. La seconda chiave è quella dei rapporti reciproci fra le istituzioni europee, che si stanno assestando sui nuovi binari e sulle nuove competenze conseguenti al Trattato di Lisbona. Sotto entrambi i profili, le novità segnalate dagli articoli che seguono sono molte e davvero diverse.


In termini di governance, sono due le chiavi di lettura delle decisioni che in sede europea si sono venute adottando sul terreno della politica economica e finanziaria negli ultimi mesi, sino al Consiglio europeo di fine marzo. La prima chiave è quella delle novità entrate nelle procedure comuni, che negli ultimi anni sono in genere nate sul terreno del coordinamento intergovernativo, ma hanno poi preso in prestito tratti di integrazione comunitaria, per ottenere quell’efficacia di risultati che altrimenti non avrebbero. La seconda chiave è quella dei rapporti reciproci fra le istituzioni europee, che si stanno assestando sui nuovi binari e sulle nuove competenze conseguenti al Trattato di Lisbona.

Sotto entrambi i profili, le novità segnalate dagli articoli che seguono sono molte e davvero diverse. Guardiamo in primo luogo alle procedure. Certo, sembra tutto molto più intergovernativo di quanto vorrebbero coloro che continuano a ritenere necessario proseguire lungo la strada della “ever closer integration”, viste le difficoltà che la stabilità stessa dell’euro incontra in situazioni di crisi affidate al mero coordinamento delle politiche nazionali. Per contro, la Cancelliera Merkel dice basta alla disputa fra “comunitari” e “intergovernativi” e lancia la proposta di un “metodo dell’Unione”, che identifica con l’adozione di decisioni “comuni”, senza ulteriori specificazioni. E il Patto cosiddetto “europlus”, voluto proprio dalla Germania e approvato dal Consiglio il 25 marzo, è tutto un inno al coordinamento fra gli Stati e al ruolo che nell’impostarlo e realizzarlo dovrebbe spettare non tanto al Consiglio europeo, quarto ai “capi di Stato e di governo”, in puro stile di permanente conferenza intergovernativa.

È vero, ma è anche vero che in passato l’impegno degli Stati a ritenere la politica economica una materia di interesse comune (anche se rientrante nella loro competenza), era rimasto lettera morta, almeno per gli Stati estranei all’eurozona. Oggi il Patto europlus, che impegna anche Stati estranei all’eurozona (Bulgaria, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania) e invita gli altri ad aderire su base volontaria, impone linee di coordinamento e si sente alla fine costretto a prevedere che gli impegni assunti dagli Stati siano riversati nel programma nazionale di riforma e nel programma di stabilità che essi devono mandare alla Commissione e che la Commissione verifica. Il che comporta sia un’estensione dei contenuti risalenti al Patto di stabilità, sia una estensione dello stesso Patto a Stati estranei alla zona euro. E questa è un’estensione che andrà seguita con particolare attenzione, perché Italianieuropei 11 all’interno (e a questo punto anche fuori) della zona euro i vincoli che si intendono imporre per il futuro in ragione del Patto di stabilità saranno molto più stringenti di quelli attuali (per i paesi con un debito totale eccedente il 60% non sarà facile ridurre ogni anno l’eccedenza di 1/20). Inoltre, vincoli e impegni ci saranno non solo per gli squilibri di bilancio, ma anche per quelli macroeconomici e dovrebbero riguardare sia i paesi in deficit, sia quelli in surplus, cioè la Germania.

Naturalmente si tratterà poi di vedere quante di queste novità riusciranno a realizzarsi davvero, e qui pesa innanzitutto la varietà dei percorsi istituzionali prescelti per adottare o precostituire le decisioni che interessano.

Il coordinamento fra le economie (l’“europlus”) lo si cerca attraverso un “patto” che sembra scritto come un trattato internazionale, ma che si ritiene già impegnativo con la sottoscrizione dei governi e che si sottrae comunque alle procedure preesistenti. Fu così anche in occasioni precedenti e da ultimo può uscirne anche questa volta un finale accrescimento dell’acquis dell’Unione. Ma è tutto da vedere. Un trattato vero e proprio è invece quello con il quale si prevede di dar vita al meccanismo di stabilità finanziaria, per soccorrere gli Stati membri in difficoltà. Qui c’era più di una base legale per operare con gli strumenti dell’Unione, ma la Germania ha preferito così, perché, in caso di nuovo trattato, il suo governo è più libero di negoziare senza autorizzazioni preventive del Bundestag. Un vero azzardo imposto da calcoli interni tedeschi, perché ora il meccanismo di stabilità è affidato alla ratifica dei ventisette Stati membri. Che Dio lo assista.

Per converso, le innovazioni nel Patto di stabilità verranno introdotte – così ha deciso il Consiglio – con regolamenti e direttive. In tal modo il coordinamento dovuto al Patto di stabilità non è più materia intergovernativa, ma almeno pro quota diviene comunitaria, giacché regolamenti e direttive sono strumenti comunitari. Qui va notato che il risultato è dovuto non al presidente della Commissione, ma a quello del Consiglio, quel Van Rompuy che, interpretando senza protagonismi il suo ruolo ma agendo da mediatore silenzioso, ha avuto una elevata efficacia. E ha dimostrato che più integrazione può anche scaturire, se lo si vuole, dalle sedi intergovernative, giacché la scelta di affidarsi a regolamenti e direttive è una scelta che darà spazio e peso alle due istituzioni dell’Europa integrata, la Commissione e il Parlamento europeo. Non è univoca la conclusione che si può trarre sul piano della governance europea. Vi sono indicazioni contrastanti, sintomatiche di una situazione certo confusa, ma anche aperta; una situazione nella quale non mancherebbe lo spazio per europeisti capaci di guardare al futuro e di far fare passi avanti al magma in movimento di oggi.

 

Giuliano Amato
Presidente dell’Advisory Board
della Fondazione Italianieuropei

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