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India e Unione europea: partner naturali per la pace e lo sviluppo

Written by Malcolm Subhan Friday, 29 February 2008 21:08 Print

Le relazioni dell’India con l’Unione europea sono più generalizzate e più produttive di quelle che la legano a qualsiasi altro attore globale. Negli ultimi due anni l’India e l’UE si sono impegnate nel compito rivoluzionario di trasformare le relazioni intessute nei precedenti quarantacinque anni in una partnership strategica, in un rapporto stabile e fondato su basi ampie, su valori condivisi di democrazia, pluralismo, legalità e rispetto dei diritti umani. Il primo ministro Manmohan Singh e il suo interlocutore finlandese, Matti Vanhanen, hanno riconosciuto l’importanza dei progressi compiuti verso questo obiettivo durante il vertice di Helsinki del 13 ottobre 2006, il settimo dei summit tra India e Unione europea svoltisi dal 2000 a oggi.

Inoltre i ventisette paesi dell’Unione rappresentano un importante attore globale in un mondo multipolare, con 493 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo compreso tra 1000 e 1200 miliardi di euro. L’UE è impegnata nella promozione di un dialogo che favorisca la pace e lo sviluppo, al punto da essere considerata dagli americani una potenza «soft», che nelle relazioni internazionali preferisce il dialogo al confronto militare. È opportuno ricordare anche che l’Unione europea ha avuto un successo oltre ogni aspettativa nel suo obiettivo iniziale, quello di portare pace e stabilità in un continente che aveva conosciuto lunghi secoli di conflitti armati, comprese due guerre mondiali.

Mentre gli americani vogliono innalzare un muro di acciaio e cemento lungo i confini con il loro vicino meridionale, il Messico, l’Unione europea ha una politica di prossimità, che offre agli Stati orientali a lei prossimi e a quelli posti sull’altra sponda del Mediterraneo un rapporto privilegiato che va al di là degli accordi esistenti, e assicura relazioni politiche più profonde e una più piena integrazione economica. Infine, l’UE è il più generoso donatore di assistenza tecnica e finanziaria ai paesi in via di sviluppo. Il sostegno economico al popolo palestinese, per esempio, è stato pari a 650 milioni di euro nel 2006. Quanto agli interventi dell’Unione europea in favore dello sviluppo dell’India, questi ammontano al momento a 80 milioni di euro all’anno, una somma che sale a 800 milioni se si aggiungono le cifre relativi agli aiuti provenienti dai singoli Stati membri.

L’India gode da quarantacinque anni di rapporti amichevoli e reciprocamente vantaggiosi con l’Unione europea: una fase di relazioni amichevoli assai più lunga di quelle avute con la Cina, il Giappone, l’ASEAN e perfino con la Russia. L’India è stato uno dei primi paesi in via di sviluppo ad offrire un riconoscimento diplomatico alla Comunità economica europea a sei nazioni, l’antesignana dell’Unione attuale. Quella che era cominciata come una semplice relazione commerciale, concretizzatasi nell’accordo di cooperazione commerciale che l’India ha sottoscritto con la CEE nel 1974, si è oggi consolidata con lo Strategic Partnership Joint Action Plan, che i primi ministri Manmohan Singh e Tony Blair hanno adottato al sesto vertice India-UE, tenutosi a Nuova Delhi un anno e mezzo fa.

Un ultimo, ma non meno importante aspetto è rappresentato dal meccanismo istituzionale indispensabile per rendere concreta la partnership dell’India con l’Unione, che è già attivo e funzionante. La vecchia istituzione incaricata di ciò, la Commissione congiunta UEIndia, che sovrintende all’attuazione dei tre accordi di cooperazione successivi, è stata istituita nel 1974. Altri meccanismi per promuovere il dialogo continuo tra India e UE sono le riunioni tra esperti agli incontri annuali dei ministri degli esteri delle due parti e dei primi ministri. Quel che più conta è che le comunità di imprenditori indiani ed europei forniscono suggerimenti al vertice attraverso propri incontri annuali. Anche la società civile svolge un suo ruolo: ha anch’essa una propria tavola rotonda, che è stata ideata dall’ex ministro delle relazioni esterne, Jaswant Singh, e che si riunisce annualmente dal 2000.

Alla luce di quanto detto risulta chiaro che sono già in atto tutti i meccanismi necessari alla realizzazione di una efficace collaborazione fra India e Unione europea nell’ambito della promozione della pace e dello sviluppo. I primi anni delle relazioni tra l’India e l’Unione ci hanno anche offerto un esempio sorprendente di come Nuova Delhi abbia contribuito con la CEE alla definizione di una politica europea nei confronti dell’India e quindi con il Pakistan, il Bangladesh e lo Sri Lanka. Nel 1962, infatti, quando erano in pieno corso le trattative per l’adesione del Regno Unito all’Europa dei sei, Nuova Delhi temeva che, una volta che il Regno Unito fosse entrato nella CEE, le esportazioni indiane verso le isole britanniche sarebbero crollate, non godendo più del regime preferenziale del Commonwealth, che garantiva l’esenzione dei dazi per le merci in entrata nel mercato britannico.

Il compito del primo ambasciatore indiano alla CEE, K. B. Lall, fu quello di assicurare che tali esportazioni non avrebbero sofferto cali. La proposta che egli avanzò prevedeva che, una volta conclusi positivamente i negoziati per l’ingresso del Regno Unito, l’Europa allargata avrebbe stipulato un accordo di cooperazione commerciale con l’India. Il veto francese all’adesione britannica alla Comunità portò ad una sospensione delle trattative, e solo nel 1973, quando il Regno Unito (insieme all’Irlanda e alla Danimarca) entrò a far parte della CEE, l’India fu in grado di concludere un accordo di cooperazione commerciale con l’Europa, a quel punto allargata a nove nazioni.

Questo accordo, entrato in vigore nel 1974, il primo del genere stipulato dalla Comunità europea, era il frutto del comune impegno dei rappresentanti indiani ed europei, ma quel che più conta è che era destinato a servire da base per analoghe intese della CEE con il Pakistan, lo Sri Lanka e il Bangladesh. Passato qualche anno, Nuova Delhi lasciò intendere che fosse arrivato il momento di sostituire l’accordo precedente con uno fondato su più ampie basi economiche e commerciali. Ancora una volta la missione diplomatica indiana a Bruxelles diede un contributo considerevole, anche se il nuovo accordo fu sottoscritto dall’India solo nel 1982, a causa del cambio di governo sopravvenuto a Nuova Delhi. Come non era difficile prevedere, le relazioni dell’India con la Comunità e poi con l’Unione europea, erano incentrate su aspetti economici, soprattutto di natura commerciale. Erano gli anni in cui i paesi in via di sviluppo cercavano di limitare i ritardi in ambito commerciale; anni in cui la parola d’ordine era «trade not aid». Le questioni economiche e commerciali trovavano così una definizione sempre più ampia di anno in anno. Nel 1994 l’accordo India-UE sulla cooperazione e la part- nership riguardava per qualche aspetto non solo argomenti di cooperazione commerciale ed economica, ma anche un’ampia gamma di temi a questi connessi, dall’agricoltura alla pesca, alla scienza, alla tecnologia; senza però tralasciare le telecomunicazioni, le tecnologie informatiche e satellitari, l’informazione e la cultura, l’ambiente, lo sviluppo delle risorse umane, il controllo degli stupefacenti e la cooperazione per lo sviluppo.

Economia e politica sono due facce di una stessa moneta: per questo è diventata sempre più evidente la necessità di una cooperazione politica. La firma dell’accordo del 1994 da parte di Pranab Mukherjee, ministro del commercio indiano dell’epoca, fu accompagnata da una Dichiarazione politica congiunta. Essa consolidava un embrionale dialogo politico tra l’India e l’Unione e forniva il dispositivo istituzionale necessario per portare avanti quel dialogo in modo continuativo, soprattutto attraverso incontri regolari tra il ministro indiano per le relazioni esterne e una «troika» di ministri degli esteri europei, in primo luogo dei paesi che detenevano la presidenza di turno dell’Unione.

Il salto di qualità nella cooperazione politica, ma anche in quella economica, si è verificato nel 2000, in occasione del primo vertice India-UE svoltosi a Lisbona. L’India era rappresentata dal primo ministro Atal Behari Vajpayee, l’Unione dal primo ministro portoghese António Guterres. Il Portogallo, che deteneva la presidenza di turno europea, era chiaramente quello che aveva sollecitato la decisione dell’UE di tenere il vertice. L’India si aggiungeva così alle cinque potenze globali con le quali l’Unione teneva vertici regolari: la Cina, il Giappone, la Russia, gli Stati Uniti e il Canada.

Nella Dichiarazione congiunta scaturita da quel primissimo vertice, l’India e l’Unione si definivano «partner importanti nella formazione di un emergente mondo multipolare» e si impegnavano a «edificare una coalizione di interessi per affrontare le sfide del Ventunesimo secolo». Nello stesso tempo, India e UE riaffermavano il proprio impegno per promuovere «lo sviluppo sociale ed economico e la prosperità, così come la pace, la stabilità e la sicurezza sul piano internazionale» e riconoscevano «la necessità di collaborare più strettamente per promuovere la pace, la stabilità e la sicurezza nelle proprie rispettive aree geografiche e al di là di queste, attraverso il dialogo bilaterale e misure che creino fiducia tra i paesi interessati».

Parole davvero coraggiose! Intanto, nel giugno 2004, la Commissione europea, il braccio esecutivo dell’Unione a Bruxelles, presentava una proposta dettagliata per una partnership strategica India-UE ai governi dell’Unione, al Parlamento europeo e al governo indiano, ottenendo da tutti riscontri positivi nel corso dell’estate. Il quinto vertice sanzionava la partnership strategica nel novembre dello stesso anno e s’impegnava a redigere un piano d’azione particolareggiato per la sua attuazione, che doveva essere presentato al sesto vertice per l’approvazione. Ma al quinto vertice veniva trovato anche l’accordo per «avviare un dialogo sul disarmo e la non proliferazione » e «per considerare un regolare scambio di opinioni sulle possibilità di cooperazione su temi quali la risoluzione dei conflitti, le operazioni di pace e la ricostruzione».

Il sesto vertice India-UE, che si è tenuto a Nuova Delhi nel 2005, tra i primi ministri Manmohan Singh e Tony Blair, ha adottato il piano strategico congiunto che gli sherpa dei due leader hanno redatto nel periodo intercorso tra il quinto e il sesto vertice. La decisione è stata presa, come osserva la dichiarazione politica di Singh e Blair, «in riconoscimento della nostra partnership strategica e della comune responsabilità nel contribuire alla pace, alla sicurezza e alla prosperità sul piano internazionale ». I due primi ministri hanno inoltre riaffermato la «convinzione comune della fondamentale importanza del multilateralismo» e si sono impegnati a «collaborare strettamente per promuovere un multilateralismo efficace e a consolidare le azioni dell’ONU per il mantenimento e la costruzione della pace, attraverso lo scambio delle best practice e l’impegno nella formazione congiunta». Si decideva inoltre di aprire un dialogo India-UE sulle questioni della sicurezza sul piano globale e regionale, sul disarmo e la non proliferazione.

Il Joint Action Plan indica come l’India e l’Unione promuoveranno un efficace multilateralismo, come collaboreranno per il mantenimento e la costruzione della pace e per la fornitura di un’assistenza postbellica, come opereranno per raggiungere gli obiettivi del disarmo globale e della non proliferazione delle armi di distruzione di massa, come intensificheranno la loro collaborazione nell’impegno per la lotta al terrorismo, come sosterranno la cooperazione nelle aree dell’Unione europea e della SAARC e favoriranno la democrazia e i diritti umani. Il Piano, inoltre, affronta i temi del rafforzamento del dialogo sulla politica economica e la cooperazione e sullo sviluppo degli scambi e degli investimenti. Tutto questo fa capire come l’India e l’Unione europea, operando insieme, potrebbero emergere come una forza irresistibile a favore della pace e dello sviluppo sia al proprio interno sia oltre i propri confini. Nel settimo vertice, svoltosi a Helsinki il 13 ottobre scorso, i primi ministri indiano e finlandese hanno discusso dei numerosi rischi per la pace e hanno indicato la via migliore per affrontare ognuna di queste minacce, il cui elenco comprendeva i test nucleari della Corea del Nord, il programma nucleare iraniano, il conflitto israelo-palestinese, la formidabile sfida che l’Afghanistan ha ancora davanti a sé, la violenza nello Sri Lanka.

Il vertice di Helsinki ha prodotto un rapporto sull’attuazione del Joint Action Plan. Dei nuovi meccanismi di consultazione tra le due parti che sono stati attivati, l’unico di nostro immediato interesse è quello che prevede un dialogo sulla sicurezza, mentre gli altri riguardano gli scambi e gli investimenti. Il dialogo sulla sicurezza offre a funzionari di alto rango la possibilità di scambiarsi opinioni sulle questioni della sicurezza globali e regionali, sul disarmo e la non proliferazione. Si svolgono consultazioni anche sulla cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine organizzato.

In verità, il bilancio è altrettanto scarso per quanto riguarda la cooperazione nel campo di un multilateralismo efficace. L’India e l’Unione europea hanno collaborato l’anno scorso alla riforma delle Nazioni Unite. Hanno appoggiato l’istituzione al Palazzo di vetro di un Consiglio per i diritti umani e di una Commissione per la costruzione della pace. In questi due organismi sono rappresentati l’India e fino a otto Stati membri dell’Unione. «Costruire la pace nel XXI secolo» è stato il tema di una conferenza India-UE svoltasi a Nuova Delhi.

Le relazioni tra l’India e l’Unione continuano a essere dominate dai temi economici e commerciali. Lo si vede chiaramente dal Joint Action Plan e dal primo rapporto sulla sua attuazione. Il fatto è che ci si concentra molto su questi aspetti, le questioni economiche e commerciali in gioco sono importanti e gli obiettivi perseguiti da una parte e dall’altra sono chiari e definiti. Per di più, le responsabilità sulle questioni commerciali e agricole ricadono per legge sulla Commissione europea. Il Commissario al commercio, Peter Mandelson, è incaricato delle negoziazioni sugli scambi, anche se opera nell’ambito del mandato affidatogli dagli Stati membri, come si è visto chiaramente al Doha Round.

La verità è che per i paesi dell’Unione europea è risultato più facile avere una politica comune in materia di scambi con l’estero, avere una politica agricola comune, trasformare i distinti mercati nazionali in un mercato unico, sostituire le valute nazionali con una sola, l’euro, e così via. Meno facile è stato avere una comune politica estera e di sicurezza. Entrano in gioco interessi nazionali anche quando si tratta di commercio estero, ma i paesi membri dell’Unione si sono dimostrati disposti, in questi casi, a mettere gli interessi dell’UE nel suo insieme davanti a quelli nazionali (anche se con minore disponibilità rispetto a prima). Fin dal 1970 i paesi membri dell’Unione hanno cercato di coordinare le proprie posizioni sulle questioni di politica estera, con la pubblicazione di dichiarazioni congiunte. Tali dichiarazioni di condanna di atti di aggressione o di terrorismo, o di sostegno a iniziative di pace, non sono però mai destinate a preludere a un’azione pratica. Inoltre, siccome la decisione di uscire con una di tali dichiarazioni deve essere presa all’unanimità, i paesi dell’Unione restano in silenzio su questioni che qualcuno di loro considera particolarmente delicate!

Bisogna inoltre considerare che i paesi dell’Unione riconoscono che è necessario saper parlare con una sola voce sui problemi internazionali, se si vuole essere presi sul serio. Evidentemente non sono affatto contenti che alla loro influenza economica e commerciale non corrisponda una pari influenza politica. L’Unione europea ha addirittura un particolare tipo di ministro degli esteri, che si fregia del titolo di Alto rappresentante per la politica estera e per la sicurezza comune. Al momento il posto è occupato da Javier Solana, un ex segretario generale della NATO. Anche così i maggiori paesi membri dell’Unione si sono dimostrati riluttanti a cedere molto potere sui temi di politica estera e della sicurezza all’Unione. L’autorità essenziale resta pertanto ai paesi membri, anche se la Commissione e il Parlamento europeo, in misura minore, partecipano ai processi decisionali. In ogni caso, su tutte le decisioni importanti è necessaria l’unanimità.

Questo significa che non è possibile nessuna cooperazione politica efficace tra l’India e l’Unione se non su aspetti poco importanti per gli europei? Dobbiamo considerarla un fallimento: tutte chiacchiere e poche o nessuna azione concreta? Ovviamente no! L’India e l’Unione europea sono partner naturali, perché hanno operato insieme e molto efficacemente negli ultimi quarantacinque anni. Lo sono in base alla Dichiarazione congiunta scaturita dal vertice di Helsinki, in quanto sono le due più grandi democrazie del mondo e protagoniste globali in un modo multipolare. La loro partnership si fonda su valori condivisi di democrazia, pluralismo, legalità e rispetto dei diritti umani. Ai quali si può aggiungere il fatto che entrambe gestiscono con risultati positivi le differenze etniche, linguistiche e politiche, e che entrambe preferiscono il dialogo al confronto.

Ma l’India e l’Unione europea sono partner naturali per un’altra ragione ancora: entrambe sono potenze «soft». La teoria del soft power, elaborata dal professor Joseph Nye dell’università di Harvard individua tre tipi di potenza: militare, economica e soft. Quest’ultima, a suo giudizio, è la capacità di ottenere il risultato auspicato utilizzando il potere di attrazione invece di ricorrere a mezzi di coercizione o a forme di intervento economico. Il soft power nasce da tre elementi: la cultura, i valori politici e le scelte in politica estera. Nel caso dell’India gli evidenti aspetti culturali sono Bollywood e lo yoga, i valori politici sono la democrazia e il laicismo e, quanto alla politica estera, l’accento posto sul multipolarismo e sulla collaborazione con altri attori nell’area e a livello internazionale.

L’Unione europea in realtà è attratta dall’India a causa di questo suo soft power, dalle realizzazioni culturali e artistiche del suo popolo, dalla ricca presenza di intellettuali e di molti talenti in campo scientifico e commerciale, dalla disponibilità al dialogo. Si può ipotizzare che, sviluppando il proprio soft power, la diplomazia indiana saprà riacquistare l’ascendente di cui l’India godeva subito dopo la propria indipendenza e incarnato nel Panchshila, nella non violenza, nella cooperazione tra i continenti. Ricorrendo al proprio soft power l’India e l’Unione europea, potrebbero fare della loro partnership strategica un elemento di successo. Possono fare la differenza sulla scena mondiale, soprattutto in questa fase in cui le esperienze di guerra preventiva e di cambio di regime si sono dimostrate incapaci di produrre pace e sviluppo. Entrambi dovranno dimostrare una maggiore volontà politica nelle relazioni reciproche. Nuova Delhi ha preferito trattare con le principali capitali europee invece che con Bruxelles, sede delle principali istituzioni dell’UE, del Consiglio dei ministri, della Commissione e del Parlamento europeo. È un peccato, perché Nuova Delhi, comunque, ha inviato alcuni dei suoi più abili diplomatici e funzionari proprio a Bruxelles.

Alla luce di quanto detto finora possiamo quindi concludere che, senza voler sminuire l’importanza delle relazioni trilaterali tra l’India, la Cina e l’Unione europea e i rapporti di cooperazione con la Cina a livello di area asiatica, il rapporto dell’India con l’Unione europea risulta essere il più vantaggioso per l’India a livello nazionale, continentale e internazionale.

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