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Stranieri in patria

Written by Helena Janeczek Tuesday, 26 April 2011 16:37 Print
Stranieri in patria Foto: Massimiliano Naro

Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi. | di Helena Janeczek


Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi. Discutono di calcio e di politica, commentano i temi del giorno secondo quanto ha detto il TG o la “Prealpina” sbirciata sul banco di qualche bar-tabacchi. Il delitto di Avetrana, l’età di Ruby, la guerra contro Gheddafi, le prossime elezioni comunali. Formano un coro di accenti siciliani, calabresi e campani, alcuni così stinti dalla residenza in Alta Italia che è impossibile attribuire loro un’origine, salvo la certezza che siano meridionali. Pensionati, prepensionati, ex operai delle aziende che la crisi, una alla volta, ha fatto sbaraccare. Magari qualcuno è stato anche postino, bidello, usciere: beneficiario, in pratica, di uno di quei posti fissi su cui si fonda l’assioma che “i terroni non hanno voglia di lavorare”.

Percorrendo le vie che si diramano dalla piazza, sbircio le targhe degli studi professionali, colpita dalla quantità di cognomi indubbiamente non lombardi. Uno degli avvocati più quotati è siciliano, e il notaio dove ho siglato l’acquisto della casa era un ometto che leggeva l’atto d’acquisto con l’inflessione ermetica di un maresciallo dei Carabinieri da commedia all’italiana. Nell’attuale giunta PDL-Lega, il noto parrucchiere trapanese Sparacia fa l’assessore allo Sport e allo spettacolo, mentre si è dovuto accontentare del doppio ruolo di presidente e amministratore delegato dell’Azienda municipalizzata, il vicecoordinatore PDL della Provincia di Varese, nato come Totò al rione Sanità di Napoli. «Chillo, sapete, tiene tutti gli amici suoi…», mi ha detto un commerciante suo conterraneo, lasciando sospeso in aria il prosieguo della frase. Che siano attendibili o meno, stupisce poco che corrano voci di questo genere, se persino il “Corriere” titola «il “boss” del PDL» e chiosa: «Dicono sia il politico più potente del Varesotto, ma lui smentisce sempre e fa professione di modestia. Comunque sia ieri il Tribunale di Busto Arsizio lo ha rinviato a giudizio per concussione: Nino Caianiello, manager di aziende pubbliche e stratega del PDL provinciale, viene accusato da un imprenditore di aver preteso una tangente da 400.000 euro per la concessione di un’autorizzazione a un supermarket di Gallarate. Caianiello non era né sindaco né assessore, ribatte la difesa, ma la tesi del pm Roberto Pirro è che, nonostante non avesse incarichi formali, Caianiello fosse il “dominus” dell’urbanistica cittadina in virtù del suo ruolo di leader - ship politica in Forza Italia».1

Ha quindi ragione Aldo Cazzullo, nativo di Alba, quando nel sottotitolo del libro che precede il fortunato “Viva l’Italia!”, sostiene che nel bene e nel male siamo tutti diventati meridionali? Una nazione unificata dall’espansione della pizza come di corruzione, inefficienza, clientelismo, mafia?

Il gruppo davanti alla Popolare di Bergamo rende difficile pensare al Sud diventato senza avvedersi colonizzatore culturale. Magari non a Milano, ma nelle realtà di provincia i terroni restano fra di loro, mentre i pensionati lombardi dicono le stesse cose, nella stessa piazza, ma a distanza di cinquanta-cento metri. Forse lo mette in dubbio persino una carriera come quella del boss fra virgolette che resta in sella malgrado le pendenze giudiziarie e tuttavia riveste ruoli politici inferiori al suo potere, mentre gli incarichi di prestigio toccano a chi può vantarsi di rappresentare il territorio dove è nato.

Prendo la foto di classe di mio figlio, ultimo anno della “Dante Alighieri”, la scuola primaria più centrale. Un tempo, nella città denominata “Manchester italiana”, si usava distribuire gli alunni nei banchi con criteri di censo: in prima fila i figli degli industriali, nell’ultima quelli degli operai. Qualcosa di simile si propaga ancora oggi: nella “A” i bambini della borghesia gallaratese, sino alla “C”, dove finiscono quelli di provenienza più incerta e variegata. Per questo, insieme a mio figlio, nella 5a C ci sono una bambina marocchina, due di genitori peruviani, il compagno cileno e quello albanese, la figlia di una bielorussa e un italiano, una di madre ucraina, alunni provenienti da famiglie di origine siciliana, romana, pugliese e lucana. Solo due compagni su ventidue hanno i genitori di Gallarate, sei originari di comuni nel raggio di una ventina di chilometri, e questo si sente in senso letterale. Esclamano «aspe’» (e non «guaglio’» come si sente alla TV e alla radio), apostrofandosi talvolta con i nomi abbreviati alla prima sillaba, ma sono al tempo stesso “il Matteo”, “la Farida” e “la Katia”.

Non per i bambini di una classe molto unita, ma per il mondo attorno, l’arrivo degli stranieri ha generato negli strati sociali una scossa sotterranea. I terroni si sono scoperti italiani; talvolta, in contemporanea, anche simpatizzanti o militanti della Lega: cosa che non toglie che si possano creare rapporti di buon vicinato con certa “brava gente” arrivata sullo stesso ballatoio di una casa di ringhiera da un paese lontano. Il motore che spinge il paese a disgregarsi e al tempo stesso lo tiene insieme come una colla velenosa si chiama risentimento. Ingrossa il consenso della Lega e regala quindici ristampe a un libro come “Terroni”. Ma non è solo il rancore reciproco delle due estremità dello stivale. Possiede molte più facce, molti più strati, sedimentazioni in certe aree sovrapposte e mai elaborate che trovano sfogo nelle risposte più distruttive. Nelle città del Nord da lungo tempo industrializzate come quella di cui sto raccontando, le giornate erano scandite dalle sirene delle fabbriche, la società organizzata intorno al lavoro, valore e fine condiviso, primo e ultimo. Però era norma che il figlio dell’operaio divenisse a sua volta operaio e il figlio dell’industriale mandasse avanti l’impresa di famiglia. Capitava certo che un operaio si mettesse infine ad aprire la sua fabbrichetta proverbiale e capitava che chi non aveva spazio o voglia di calcare le orme di un padre imprenditore si avviasse verso la libera professione. Ma era raro che, fra i locali, i lavoratori pensassero di mandare i figli all’università e ancora di più che, al solo fine di acquisire qualifiche in più da spendere in azienda, vi fossero indirizzati i figli degli industriali.

Per questo nelle regioni settentrionali oggi ci sono tanti medici, avvocati, notai, commercialisti e così via, terroni o figli di terroni. I figli di chi è arrivato non capendo una parola e ora rimastica l’inflessione dialettale in piazza con i compari, ma persino i figli dei mafiosi. Non solo chi, come gli insegnanti, è stato mandato su grazie a quelle graduatorie nazionali più volte contestate dalla Lega che tuttavia rivelano il nodo dello scandalo. Perché è laggiù, in Bassa Italia, che vorrebbero essere tutti dottori. Invece qui la cosa non è ancora ritenuta tanto normale, come ha fatto capire l’incarnazione di mito e mentalità dell’operoso Nord, ossia Silvio Berlusconi, dicendo proprio: «È impensabile che i figli degli operai diventino tutti dottori!». Così, insieme al disprezzo della cultura in senso lato, cova la brace del rancore contro chi per suo tramite ha saputo trovare un modo imprevisto per scalare verso l’alto la piramide sociale. Braci che dalle parti del Nord-Est vengono attizzate dal rimosso di essere stata, a sua volta, zona di un’immigrazione secolare, ma in genere poco riscattata dall’ascesa, specie nelle regioni vicine tanto più avanzate, quanto difficilmente permeabili attraverso il lavoro delle braccia.

Strati di rancore dei subalterni di ieri verso quelli che oggi stanno all’ultimo gradino della scala: prima i veneti, poi i terroni, infine gli “extracomunitari”. È una dinamica elementare, quella per cui c’è sempre qualcuno che diventa l’under dog di qualcun altro, permettendogli nel confronto di sentirsi finalmente integrato. Ma anche la logica spietata della guerra tra poveri, per cui l’ultimo arrivato accetta di sgobbare e vivere in condizioni intollerabili per un lavoratore italiano. Emigrano ancora dal Sud Italia, tantissimi, ma solo coloro che contano di guadagnare quanto basta per non doversi accampare in tuguri spesso affittati a costi di rapina.

Eppure gli stranieri destano forse anche un risentimento simile a quello dei troppi dottori meridionali, qualcosa che somiglia all’invidia. I meridionali arrivarono con le valigie di cartone o con quelle vere e ammaccate e se ci avevano infilato un caciocavallo, una salsiccia, un sacchetto di taralli, una volta che erano stati mangiati, dei sapori di casa restava solo la nostalgia. Per poterla colmare bisognava aspettare Natale o Ferragosto, scendere al paese e caricarsi di provviste nuove. Così andò avanti per decenni. Melanzane, broccoli, cime di rapa comparivano dagli ortolani settentrionali in diverse ondate, tutte di molto successive a quelle della forza lavoro umana, e le prime mozzarelle fresche giunsero dalla Puglia a Milano solo negli anni Ottanta.

Oggi che persino quella di bufala viaggia sino a Tokyo e Sydney, sembra quasi inconcepibile quel ritardo. Non era più dovuto ai problemi di conservazione e trasporto, ma a un fatto culturale. È che i meridionali non esistono. Diventano terroni solo rispetto al Nord Italia: e portare un’identità in negativo, attribuita da altri, rende stranieri in patria. Questo li ha resi collettivamente deboli, li ha conservati in uno stato di subalternità di cui si sono approfittati sia i poteri mafiosi e clientelari, sia chi nei luoghi di immigrazione ha continuato a tollerarli. Così rimpiangevano il loro paese, la loro mozzarella unica e ineguagliabile, rimasta giù vicino ad Andria, Gioia del Colle, Bojano, Latina, Aversa, Battipaglia.

Gli stranieri hanno il vantaggio di avere alle spalle una nazione da cui provengono, a volte persino più di quella. L’usanza di chiamarsi “fratelli” se la sono portata appresso i neri africani e i musulmani d’ogni gradazione di colore. E se anche i comuni negano l’apertura di moschee, non possono impedire che, in un batter d’occhio, qualcuno apra un money-transfer, una rosticceria di kebab, una bottega che venda proprio di tutto, dal riso pachistano ai cetrioli russi in salamoia, okra e patate dolci, pane arabo fresco. Gli stranieri hanno il vantaggio di sapersi stranieri in Italia.

A Viggiù c’è un sindaco leghista donna, italo-americana, di pelle nera. Ne ho sentito parlare con rispetto da un suo cittadino mandato a vendere i prodotti del “Casale d’Arcisà”, malgrado il suo nome lumbard specializzato in nodini di mozzarella lavorati sotto la supervisione del «sig. Pietro De Crescenzio, presidente della Cooperativa e casaro originario pugliese con trentennale esperienza nel campo». L’Italia è un paese strano. Un paese dove le spinte a far emergere qualcosa di nuovo, riconoscere e valorizzare quel che già c’è, devono superare la barriera di quelle opposte. Dall’Alto Adige alle Egadi, sono sempre troppi a voler cambiare tutto perché nulla cambi. È questo ciò che foraggia corruzione, clientelismo, inefficienza, mafia: utili sia per conservare lo status quo, sia per farsi strada nelle dinamiche bloccate. Per difendere i privilegi o allargarli, nulla funziona meglio che far leva sul riflesso di scaricare le proprie mancanze, i propri errori, i propri ritardi addosso agli altri. Diventa facile, rispecchiandosi nel meridione disastrato, restare convinti di vivere «nella regione più ricca d’Europa, dunque del mondo», come ha ribadito di recente Giulio Tremonti a proposito del Nord Italia. Il ministro dell’Economia non avrà avuto modo di misurare quei dati statistici sullo stato delle scuole, degli ospedali, dei trasporti pubblici, persino della pavimentazione stradale a confronto con la Svizzera o anche solo con la Catalogna. Lo ha fatto mia madre, l’ultima volta che è venuta a trovarmi. Faceva quattro passi per Gallarate ed esclamava a ogni angolo: «Che decadenza! È una vergogna che in uno Stato dell’Unione europea possa ancora esistere tanta miseria! ». «Miseria?», ho cercato di ribattere, «no, guarda, questo è ingiusto, esagerato».

Ma forse la miseria dell’Italia, intuita da un’ottuagenaria abituata agli standard di Monaco di Baviera, è che prosegue nel suo declino con la testa sotto la sabbia. Tutta assieme.

 

 


[1] R. Rotondo, Concussione, va a giudizio il «boss» del Pdl, in “Corriere della Sera”, 23 settembre 2009.


Foto di Massimiliano Naro

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