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La rivolta araba: banco di prova per l’Occidente

Written by Farian Sabahi Tuesday, 26 April 2011 15:12 Print
La rivolta araba: banco di prova per l’Occidente Illustrazione: Lorenzo Petrantoni

Il mondo arabo è attraversato da un’ondata di proteste che non riguardano solo il benessere economico, ma anche la libertà e i diritti. L’Occidente è chiamato a un’importante sfida di mediazione tra interessi economici e difesa dei diritti umani: di sicuro questa volta non può rimanere passivo, a rischio di essere accusato di complicità con i regimi repressivi dei paesi in rivolta.


Il Medio Oriente è in subbuglio e ancora non è chiaro quale sarà l’esito delle proteste, ma la dura risposta del colonnello Gheddafi verso gli insorti in Cirenaica lancia un messaggio agli altri leader: per restare al potere devono rispondere con le armi e non cercare un compromesso come hanno fatto il tunisino Ben Ali e l’egiziano Mubarak, deposti nel giro di poche settimane. E così stanno facendo i sauditi che, temendo l’effetto domino nei paesi del Golfo Persico, hanno mandato i carri armati in Bahrein in difesa della dinastia sunnita degli Al-Khalifa, al potere da oltre duecento anni.

A Manama gli sciiti sono il 70%, si considerano la popolazione indigena e hanno legami con i correligionari sauditi – concentrati nella regione di Qatif, ricca di petrolio – con cui condividono le discriminazioni religiose e l’emarginazione politica, sociale ed economica. Sono arabi e non fanno appello all’Iran, nei cui confronti sono cauti, ma gli Al-Khalifa utilizzano in modo spregiudicato la carta settaria per spaventare gli altri paesi del Gulf Cooperation Council (Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti) e ottenerne l’aiuto per reprimere il dissenso, anche se il GCC prevede l’intervento solo in caso di invasione e non per salvare un regime dalle proteste.

Nonostante la violenza, in Bahrein i dimostranti sembrano decisi a ottenere riforme. Le proteste, che hanno portato all’annullamento della prima tappa del mondiale di Formula 1 prevista per il 13 marzo, non sono da sottovalutare: fin dagli anni Trenta Manama è animata da una tradizione di attivismo, anche sindacale, il clero liberale milita tra le fila della società civile e la scena politica è ben più movimentata che nel resto del Golfo. La leadership saudita è consapevole del potenziale pericolo e per questo invia rinforzi agli Al-Khalifa attraverso la King Fahd Causeway, la superstrada sopraelevata lunga ventisei chilometri che collega l’isola principale alle coste saudite. Costruita nel 1981 per motivi strategici, ha finito per favorire il turismo sessuale dei sauditi che godono della maggior liberalità di costumi dell’isola, dove si possono bere alcolici e si vede di tutto, dal velo integrale alla minigonna. Fino al completamento dei lavori nel 1986, durante le processioni sciite di Ashura il cielo di Manama si rannuvolava per la presenza degli elicotteri militari sauditi, segno che Riyad teme da sempre l’irrequietezza del vicino Bahrein. Il Golfo non sarà però risparmiato dall’ondata di ribellione solo in virtù del relativo benessere: a Manama il re ha elargito quasi duemila euro a famiglia, ma non ha schivato le proteste, perché la rivolta ha assunto una dimensione transnazionale e la rabbia si è mischiata all’orgoglio per i risultati raggiunti sfidando il paternalismo dei leader.

Inoltre, il Bahrein non può vantare la ricchezza dei vicini sauditi, dei qatarini e degli Emirati: le riserve petrolifere sono quasi esaurite e gli introiti provengono principalmente da un pozzo saudita il cui greggio è venduto per conto della famiglia Al-Khalifa. Indipendente dal 1971 (prima era un protettorato britannico), Manama è un centro bancario, ma l’economia è fragile, la disoccupazione giovanile sfiora il 20%, eppure si importa manodopera: filippini, cingalesi e bangladesi per la manovalanza; giordani, siriani, yemeniti e pakistani di etnia baluci tra le fila della sicurezza che spara sui dimostranti. Questi stranieri, sunniti chiamati per fare da contrappeso alla maggioranza sciita, acquisiscono il passaporto del Bahrein ma ora i dimostranti esigono che tornino a essere cittadini dei soli paesi di provenienza.

Il 14 marzo i sauditi hanno mandato le forze speciali in sostegno alla dinastia regnante nel Bahrein. E intanto a Jeddah, dove si trova in esilio l’ex presidente tunisino Ben Ali e dove gli abitanti protestano per la mancanza di una rete fognaria, circola una barzelletta: incontrando all’inferno il loro successore Mubarak, gli ex presidenti egiziani Nasser e Sadat gli chiedono se sia stato vittima del veleno o di un colpo di pistola. Il leader deposto risponde: «Né dell’uno né dell’altro, sono finito nella ragnatela di Facebook».

In epoca nasseriana, il panarabismo viaggiava sulle onde corte di Radio Cairo, che faceva tremare gli altri leader arabi, fin nella roccaforte dell’imam di Sanaa, che provò a mettere fuori legge la radio senza riuscirci. Nel 2011 i giovani arabi (il 60% ha meno di trent’anni) convogliano la loro rabbia nei social network, ma ad avere un peso maggiore è l’emittente televisiva Al-Jazeera, che amplifica le dimostrazioni di piazza in una prospettiva panaraba, portando gli slogan di ribellione nelle case del Medio Oriente. Certo non se lo sarebbe aspettato Mubarak, che qualche anno fa si recò in visita ufficiale in Qatar ed entrando nella sede di Al-Jazeera, a quel tempo quattro stanze e uno studio, esclamò: «Tutto questo rumore arriva da una scatola di fiammiferi? », sottovalutando i futuri sviluppi.

Poco lontano da Doha, in Bahrein, a scatenare le proteste è Google Earth, il programma che diffonde le immagini satellitari di quasi ogni angolo del pianeta: nella capitale Manama sono circolate foto che documentano come gli sciiti siano costretti a vivere ammassati in piccole aree, mentre i sunniti la fanno da padrone. E proprio il Bahrein riassume in sé le cause del malcontento arabo: disoccupazione (anche dei neolaureati), corruzione e grande disparità nella distribuzione della ricchezza. Problemi ai quali, nel caso dello Yemen, si aggiunge la malnutrizione di parte della popolazione. Queste informazioni erano disponibili da tempo, ma nel Nord del mondo i servizi di intelligence sono stati presi alla sprovvista e gli intellettuali non hanno compreso il processo di modernizzazione in atto sulla sponda sud del Mediterraneo: nel giro di qualche decennio la scolarizzazione è quasi raddoppiata, in cinque paesi (Iran, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Tunisia) le ragazze sono più istruite dei loro coetanei, e di pari passo sono calati il numero di figli per donna e l’endogamia (matrimoni tra cugini).

Questi fenomeni non hanno a che vedere con lo scontro tra civiltà, ma sono i sintomi di uno scontro per la civiltà. E sono gravidi di conseguenze: se per decenni gli arabi hanno invidiato il benessere occidentale, cercando di imitarlo, a un certo punto si sono resi conto che c’era qualcos’altro che non avrebbero potuto comprare con i petrodollari: la libertà e i diritti umani. Al di là delle cause molteplici e delle diverse sfumature nei paesi interessati, l’esito delle proteste arabe potrà essere o non essere democratico. Non ha senso discutere di un modello di stampo occidentale oppure di matrice turca, perché la cartina al tornasole saranno il pluralismo politico e la libertà di espressione, i diritti delle donne, delle minoranze religiose e di coloro che hanno un orientamento sessuale diverso.

Non è la prima volta che il Medio Oriente, teatro di colpi di Stato e rivoluzioni, è nel caos. Diversamente dal passato, però, questa volta nelle piazze non si bruciano le bandiere a stelle e strisce o israeliane. E, come ha scritto l’intellettuale francese Olivier Roy, l’Islam politico non c’entra: i giovani scesi in strada non hanno frequentato le scuole religiose ma gli istituti statali, laici. Se sono arrabbiati è perché, pur avendo un diploma in tasca, non trovano lavoro e non riescono a rendersi indipendenti. In quelle società tradizionali, senza un lavoro non ci si sposa, non si mette su casa e non si riesce ad avere una vita sessuale regolare. «Ad animare le proteste è anche la frustrazione sessuale», spiega l’egiziano Magdy El Shafee, autore di “Metro”, il primo romanzo arabo a fumetti, censurato dal regime di Mubarak.1

Evocare il fantasma di Bin Laden, come fa una certa stampa, è fuorviante. Agitare lo spettro del radicalismo islamico non spiega l’attualità ma confonde le acque e fa passare sotto silenzio la complicità dell’Occidente con i dittatori arabi. Una complicità che rischia di ritorcersi contro l’Europa, attraverso l’immigrazione di masse arrabbiate (e non solo invidiose per i risultati – in primis materiali – raggiunti dagli occidentali) per l’inazione dell’Occidente. Nelle recenti sollevazioni popolari il radicalismo islamico non c’entra ma gli integralisti potrebbero inserirsi in un contesto politico fragile e frammentato.

Così come non c’entra nulla Teheran, evocata come mandante delle rivolte in paesi a maggioranza sciita come il Bahrein, anche se in un primo momento i politici iraniani hanno rivendicato la paternità delle rivolte arabe: le autorità della Repubblica islamica hanno cercato una similitudine con la Rivoluzione khomeinista del 1979, mentre i leader del movimento di opposizione Onda Verde hanno avanzato l’ipotesi che gli arabi abbiano tratto ispirazione dalle proteste successive alle contestate elezioni presidenziali del giugno 2009, segnate dai brogli ai danni del leader riformista Mir-Hossein Mussavi.

Sappiamo cos’è andato storto in Medio Oriente: ben più difficile è capire come far andare le cose per il verso giusto. E per l’Occidente non sarà facile conciliare le aspirazioni popolari a diritti e democrazia con il sostegno agli alleati arabi da cui acquista l’oro nero. Dopo le denunce delle associazioni per i diritti umani, secondo cui in Bahrein le armi inglesi sarebbero usate per reprimere il dissenso, a febbraio il Parlamento britannico ne ha vietato la vendita alle autorità di Manama e il Foreign Office ha revocato numerose licenze. Intanto, nonostante la no-fly zone voluta dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il dialogo a cui Gheddafi sembra disposto, non dobbiamo dimenticare che il colonnello ha riconquistato terreno proprio grazie alle forniture militari acquistate a suon di petrodollari.

A differenza di Tripoli, a Manama a complicare lo scenario è la V Flotta statunitense, stanziata in prossimità di un’area suburbana sciita a pochi minuti di auto dalla Piazza delle Perle: la presenza militare saudita rappresenta una sfida al presidente statunitense Obama, che invita al dialogo con le opposizioni, e se la gerontocrazia saudita provoca Washington è per due motivi: è scoraggiata dalla velocità con cui gli Stati Uniti hanno scaricato l’alleato egiziano Mubarak e, per quanto piccolo e senza risorse, il Bahrein è il banco di prova della stabilità del Golfo Persico giacché – in assenza di un governo forte in Iraq – qui si scontrano gli interessi sauditi e iraniani. Se Manama desse avvio alle riforme chieste dai dimostranti, nel Golfo si rischierebbe l’effetto domino: il Bahrein è collegato all’Arabia Saudita da una superstrada sul mare e Riyad teme il contagio nella propria provincia nordorientale, dove si concentra il 10% della produzione mondiale di greggio e dove vive – perseguitata – una minoranza sciita che sarebbe rinvigorita da una vittoria dell’opposizione in Bahrein.

Come nel caso dell’Islam radicale, anche qui l’Iran non c’entra. Ma potrebbe approfittare dell’inazione occidentale, o peggio ancora della sua complicità con i dittatori, per far sentire la sua voce. Imbarcarsi in una guerra non è opportuno per molti motivi (pensiamo a Somalia, Afghanistan e Iraq) e la storia insegna che armare la resistenza può essere controproducente (pensiamo ai talebani in Afghanistan in chiave antisovietica). Ma, due anni dopo il discorso di Obama al Cairo, sarebbe opportuno lanciare un segnale agli arabi che lottano per la democrazia e la libertà, per non essere poi accusati di collusione con i dittatori che gestiscono le risorse energetiche del pianeta. Se l’Occidente starà a guardare, sarà ancora una volta complice e, paradossalmente, a sfruttare la situazione potrebbero essere gli ayatollah e i pasdaran iraniani, irritati dalla propaganda dei salafiti che considerano eretici gli sciiti. È infatti improbabile che a Teheran non vi siano reazioni alle rivelazioni di WikiLeaks, e in particolare alla nota di un americano che, durante una cena in Bahrein, sente un membro della casa regnante Al-Khalifa affermare che «gli sciiti sono come i tappeti, ogni tanto devi sbatterli».



1 M. El Shafee, Metro, il Sirente, Roma 2010.

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