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Parità

Written by Michela Marzano Monday, 28 March 2011 16:12 Print
Parità Illustrazione: Maurizio Santucci

Il concetto di “parità” è emerso negli anni Novanta, imponendosi nel panorama politico europeo per promuovere, al tempo stesso, uguaglianza e libertà.

 

Il concetto di “parità” è emerso negli anni Novanta, imponendosi nel panorama politico europeo per promuovere, al tempo stesso, uguaglianza e libertà. È d’altronde estremamente difficile separare tra di loro questi due concetti, soprattutto quando alla libertà come “non interferenza”, la famosa “libertà da” della tradizione filosofica liberale, si aggiunge la libertà come “non dominazione” della tradizione repubblicana, la “libertà di”, ossia la libertà effettiva che dovrebbe permettere a tutti, e in modo egalitario, di partecipare alla cosa pubblica. Anche se la libertà non è mai assoluta, ognuno deve poter scegliere come condurre la propria vita, senza costrizioni o intimidazioni, indipendentemente dal colore della pelle, dal sesso e dall’orientamento sessuale. La libertà è il cardine dell’autonomia personale: ciò che permette a ogni persona di diventare protagonista della propria vita. Al tempo stesso però, perché la libertà non resti un valore astratto, è necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali l’uguaglianza. Se non si hanno gli stessi diritti che hanno gli altri e se non si ha la possibilità materiale di farli valere, automaticamente non si può essere liberi di scegliere ciò che si vuole fare o di realizzare ciò che si desidera.

È all’interno di questo contesto che la parità tra uomo e donna costituisce un diritto fondamentale, una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi di crescita, occupazione e coesione sociale in tutto il mondo. Anche se, quando si passa dalla teoria alla pratica, le cose diventano più complicate e ci si rende conto che questa famosa parità è ancora un ideale astratto. In tutta l’Europa, ad esempio, il tasso di occupazione femminile rimane inferiore a quello degli uomini, sebbene le donne rappresentino la maggioranza degli studenti e dei laureati. Le donne continuano a guadagnare in media il 17,8% in meno rispetto agli uomini per ogni ora lavorata e a essere sottorappresentate nelle posizioni che comportano responsabilità politiche ed economiche. Per non parlare poi delle violenze sessuali che continuano a essere perpetrate contro le donne.

Se poi ci si concentra sull’Italia, la situazione delle donne è ancora più drammatica. Che si tratti delle rappresentazioni degradanti dei media o del linguaggio sessista utilizzato da alcuni uomini politici, il risultato è sempre lo stesso: ridimensionare la donna, ricordandole come il suo posto “naturale” sia accanto all’uomo, taciturna e consapevole della superiorità maschile. In fondo, il sistema della politica e il sistema televisivo si intrecciano a meraviglia e riflettono una visione molto precisa dei ruoli di genere. L’uso della parola spetta agli uomini. Le donne devono limitarsi a essere belle e tacere.

Certo, con questo non si intende dire che negli altri paesi europei l’immagine che i media danno della donna sia sempre rispettosa e degna. In tutto il mondo, la pubblicità utilizza il corpo femminile per vendere prodotti di ogni sorta. Un po’ ovunque, nell’universo della televisione e della moda, si abusa delle rappresentazioni eccentriche e provocatrici dei corpi femminili. Quello che qui si vuole dire è che negli altri paesi europei, a differenza di quanto accade in Italia, la donna non è solo questo; non è soltanto una bambola bella e taciturna che permette agli uomini di sfoggiare la propria superiorità. Tanto più che tutte coloro che chiedono di essere rispettate vengono spesso trattate come “isteriche”, “frustrate”, “radical chic”. Un modo come un altro per farle tacere. Insultandole in modo volgare. Oppure anche solo con una battuta. Poco importa il tono. Quello che conta è ferirle perché tacciano. E in genere, il risultato che si ottiene è proprio questo: il silenzio. Un silenzio che si trasmette di generazione in generazione e che spinge molte donne a introiettare l’immagine negativa che viene loro sistematicamente rinviata. Come fare allora per uscire da questo circolo vizioso? Esistono molte proposte per migliorare la situazione delle donne nel campo lavorativo e incentivare la loro presenza nella sfera pubblica. La più nota è quella che prevede l’attivazione delle cosiddette “azioni positive” (affirmative actions). L’idea è semplice: opporre alle discriminazioni esistenti una forma di “discriminazione positiva” allo scopo di favorire temporaneamente le donne. Si tratterebbe di permettere loro di avanzare e progredire in un settore determinato (nel mondo del lavoro,ma anche in politica) in modo da rendere effettivo l’accesso alle pari opportunità. L’esempio paradigmatico è l’adozione di “quote rosa”, come è stato previsto in Italia dalla nuova legge elettorale, per obbligare i partiti a inserire in lista almeno un terzo di rappresentanti femminili. Ma è veramente necessario discriminare per uguagliare? E, soprattutto, basta imporre delle quote perché l’uguaglianza diventi effettiva?

Come spiegava già Montesquieu nel 1748, quando si vogliono cambiare i costumi di una società e modificarne i comportamenti, non ci si deve illudere: il modo migliore non è cambiare le leggi, ma agire a livello sociale e, solo in un secondo momento, modificare anche le leggi. È per questo che la vera lotta per promuovere la parità consiste oggi nel lavorare sui “contenuti” e non più solo sui “contenitori” dell’uguaglianza, impegnandosi perché cambino l’atteggiamento e la mentalità maschili. L’emancipazione della don na non ha ancora portato all’equilibrio sperato perché molti uomini, in fondo, non vogliono rinunciare ai loro privilegi. La volontà di considerare la donna uguale all’uomo in termini di diritti, responsabilità, ruoli e capacità è ancora troppo debole. E la società non aiuta le donne, perché, al di là delle leggi, mancano spesso le strutture necessarie (asili nido, scuole materne con orari compatibili con quelli delle mamme che lavorano ecc.) a rendere più facile, quotidianamente, la vita di ogni donna.

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