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La cooperazione italiana nel mercato globale: tendenze, dimensioni, sfide

Written by Alberto Zevi Monday, 28 March 2011 12:40 Print
La cooperazione italiana nel mercato globale: tendenze, dimensioni, sfide Illustrazione: Maurizio Santucci

Nel complesso, il sistema cooperativo italiano ha reagito alla recente crisi meglio delle altre imprese, grazie soprattutto a politiche di investimento e di gestione diverse da quelle adottate dall’imprenditoria non cooperativa. Per far fronte alle sfide future, le cooperative dovranno puntare su innovazione, internazionalizzazione, aumento dell’efficienza e delle capacità di governo societario.

 

Per analizzare le tendenze e le sfide della cooperazione italiana nel mercato globale non si può non fare riferimento alla crisi del 2008-10 e a come questa è stata affrontata dalle cooperative.

Se si dovesse descrivere in poche parole il comportamento delle cooperative italiane rispetto alla crisi che ha colpito l’economia nazionale a partire dal 2008 si potrebbe affermare che esse l’hanno affrontata cercando, prioritariamente, di minimizzarne gli effetti negativi sui loro soci e dipendenti e, al tempo stesso, di mantenere inalterate, per quanto possibile, le loro capacità produttive per riprendere la crescita una volta stabilizzatesi le condizioni di mercato. Grazie a tale comportamento, nel 2009, anno di forte flessione del prodotto interno lordo, le cooperative nel loro insieme hanno continuato ad aumentare il valore della produzione e il numero di occupati e nel 2010, anno anch’esso difficile, hanno ancora accresciuto, seppur marginalmente, il volume complessivo del valore della produzione e hanno sostanzialmente salvaguardato (nell’aggregato) i livelli di occupazione. Tenuto conto dell’andamento esposto si può sostenere che nel loro insieme le cooperative sembrano avere resistito meglio di buona parte delle altre imprese agli effetti della crisi.

Naturalmente la dinamica descritta si è manifestata con intensità diversificata per settore e tipologia di cooperativa. Della crisi hanno sofferto maggiormente, soprattutto all’inizio, le cooperative attive nell’industria manifatturiera, in quella delle costruzioni e, nel settore terziario, quelle operanti nel comparto dei servizi alle imprese. Successivamente le difficoltà si sono estese all’insieme degli altri settori.

I fattori che hanno influito in maggior misura sulla dinamica delle cooperative sono stati gli stessi che hanno interessato l’insieme delle imprese: la forte e rapida caduta della domanda (specie nel settore dell’industria manifatturiera e delle costruzioni); le dinamiche e i comportamenti della pubblica amministrazione (ritardi dei pagamenti e calo nel numero degli appalti); l’atteggiamento del sistema bancario in termini di disponibilità alla concessione di prestiti.

Gli effetti sull’industria manifatturiera si sono concentrati in una prima fase sulle cooperative che erano fortemente esposte verso l’estero. In questi casi, peraltro, la ripresa dell’economia tedesca e di quella dei paesi emergenti ha determinato un’attenuazione del calo iniziale. Pesa ancora, su questo comparto, la debolezza della domanda connessa alla dinamica dei consumi e degli investimenti interni. Per quanto riguarda le cooperative attive nell’industria delle costruzioni e nei settori collegati, il declino della domanda nel settore sia delle abitazioni sia degli immobili industriali e commerciali sta provocando la diminuzione del valore della produzione da un lato e l’aumento dell’indebitamento complessivo dall’altro.

L’aumento del livello dell’indebitamento pubblico conseguente all’aumento del disavanzo (oltre che alla diminuzione del PIL) ha indotto la pubblica amministrazione (nazionale e locale) a ridimensionare la politica degli appalti e ha ulteriormente allungato i termini di pagamento. Un simile comportamento non poteva non avere effetti su quelle cooperative (tra cui certamente anche quelle sociali) che hanno appunto come principale mercato le pubbliche amministrazioni. In molti casi ciò si è riflesso sul valore della produzione e sui programmi di investimento, ma anche sui livelli di indebitamento, che sono significativamente aumentati.

Infine, la generalità delle cooperative ha sofferto del comportamento tendenzialmente restrittivo del sistema bancario, dapprima come effetto del cosiddetto credit crunch e, successivamente, come portato delle restrizioni che gli istituti di credito hanno di fatto attivato a seguito dell’accrescersi dell’ammontare complessivo delle sofferenze relative alla maggior parte delle imprese. La caduta dei consumi e degli investimenti, insieme con l’aumento della concorrenza, ha poi toccato praticamente tutti i settori e i comparti in cui la cooperazione è presente. Come naturale conseguenza di quanto riportato, in quasi tutti i comparti è possibile riscontrare una caduta dei margini che dovrà necessariamente essere fronteggiata attraverso radicali e consistenti recuperi di efficienza. Per contro non vi è dubbio che nel loro insieme le cooperative, proprio grazie allo sforzo che hanno fatto per minimizzare gli effetti negativi della crisi, assicurando il credito e le retribuzioni, valorizzando i prodotti conferiti e calmierando i prezzi, hanno concorso in misura molto significativa a sostenere le economie locali.

La relativa miglior tenuta delle imprese cooperative rispetto all’andamento dell’economia è da attribuirsi a due ordini di fattori. Per un verso occorre tenere conto che negli ultimi anni, nel loro insieme, le cooperative hanno sviluppato una politica di investimenti per molti aspetti differente da quella che ha caratterizzato una parte rilevante dell’imprenditoria non cooperativa. Per altro verso, molte realtà cooperative hanno fronteggiato la recessione facendo ricorso a modalità di gestione del tutto peculiari e propriamente cooperative.

Per quanto riguarda il primo punto non si può non sottolineare che negli ultimi decenni una parte importante della cooperazione (in tutte le sue tipologie e in quasi tutti i settori in cui opera) ha avuto come riferimento un orizzonte di medio-lungo periodo, orizzonte che ha sollecitato molte cooperative a porre l’accento sia sulla necessità di accrescere le loro dimensioni, sia su quella di rafforzare i collegamenti reciproci così da sviluppare le sinergie possibili. Un simile, peculiare comportamento è stato il frutto di un insieme di fattori che qui sarebbe troppo lungo da spiegare. In estrema sintesi, esso può essere fatto risalire al fatto che la consapevolezza di dover rispondere alle esigenze e ai bisogni di lungo periodo dei loro associati ha condotto le cooperative appunto a rendere prioritaria quell’accumulazione necessaria a dare una risposta positiva a tali esigenze. L’indicatore che forse testimonia meglio un simile comportamento è quello della dinamica delle dimensioni medie delle cooperative. Nel corso degli ultimi vent’anni, in effetti, l’insieme delle cooperative, a differenza di quanto si è verificato per le altre imprese, ha significativamente accresciuto le proprie dimensioni medie fino a superare, a partire dalla fine del secolo scorso, quelle dell’insieme delle società di capitale. Nel 2006 (ultimo dato disponibile) ogni cooperativa occupava mediamente oltre 20 addetti contro i 3,9 delle imprese e i 12,5 delle società di capitali. Contemporaneamente non è mai venuta meno la tendenza delle cooperative a collegarsi tra di loro fino a giungere, in molti casi, a integrazioni e fusioni con lo scopo di sviluppare economie di scala e incrementi di efficienza. Anche se il fenomeno non ha riguardato tutta la cooperazione, si può osservare che alla vigilia della grande crisi una parte non irrilevante delle cooperative si presentava con strutture adeguate e con livelli di patrimonializzazione tendenzialmente equilibrati.

Per quanto riguarda invece il secondo punto, la loro stessa missione (e cioè la priorità attribuita al perseguimento dei bisogni degli associati) ha indotto le cooperative a cercare quelle modalità di gestione che in misura maggiore potevano essere coerenti con le esigenze dei loro soci. In questo caso le scelte hanno assunto forme diverse. Nelle cooperative di lavoro (comprese quelle sociali), ad esempio, laddove l’obiettivo prioritario è quello di cercare di assicurare il lavoro dei propri associati, è prevalso, nel corso della crisi, un comportamento mirante, per quanto possibile, a mantenere gli occupati riducendo le ore lavorate e in qualche caso anche le retribuzioni. Analogo è stato il comportamento in altri comparti della cooperazione. Le cooperative agricole e quelle di lavoratori autonomi hanno cercato di garantire l’economia delle imprese socie. Quelle di credito e quelle di consumo hanno a loro volta cercato di operare a sostegno delle economie locali laddove risiedeva la gran parte dei loro associati e dei loro clienti. Naturalmente spesso lo hanno fatto facendo ricorso agli strumenti propri dell’intervento pubblico (ammortizzatori sociali) ma ancora più frequentemente adoperando i più tipici strumenti cooperativi, appunto dalla flessibilità delle retribuzioni o dei prezzi di conferimento fino all’aumento dell’impegno dei soci nel finanziamento delle loro cooperative in termini di prestiti o di incrementi di capitale.

Grazie ai fattori citati la cooperazione nel suo insieme ha potuto concorrere sia a temperare la caduta dell’occupazione che si è manifestata a livello dell’economia nel suo complesso, sia a mantenere attive iniziative imprenditoriali che altrimenti sarebbero potute venir meno. Peraltro, la fine della caduta della produzione complessiva e la timida ripresa in corso non significano la fine della crisi e dei suoi effetti negativi.

In primo luogo, il processo di globalizzazione entro cui la crisi si è inscritta ha reso evidente che nei mercati delle merci e dei prodotti, in quelli del lavoro e dei capitali, nelle correnti e nelle modalità del commercio internazionale, nella diffusione delle informazioni, nei modi e nell’intensità di intervento degli Stati nell’economia e nella società sono in corso mutamenti radicali; mutamenti che rendono illusorio pensare che il futuro possa essere considerato, nel Vecchio Continente e specie in Italia, come una ripetizione del passato, quasi che la crisi sia stata una semplice parentesi in un processo di crescita sostanzialmente replicabile.

In secondo luogo non si può non rilevare che l’intensità della battuta d’arresto che si è manifestata insieme con le politiche attuate per attenuarne gli effetti negativi ha significativamente ristretto i precedenti margini di libertà e di autonomia di buona parte dei soggetti operanti nell’economia e nella società. Non vi è dubbio che buona parte delle famiglie e delle imprese da un lato e lo Stato (nelle sue diverse articolazioni) dall’altro si trovano oggi notevolmente indeboliti nelle loro capacità di agire.

Per rimanere sul terreno delle imprese si deve sottolineare che per una parte di esse (non facile da quantificare), che grazie alle politiche pubbliche ha potuto temporaneamente evitare chiusure e licenziamenti, lo sbocco finale sarà, con ogni probabilità, quello dell’uscita dal mercato. Parallelamente un altro gruppo di imprese si troverà ad affrontare la ripresa partendo da una situazione appesantita, da prezzi non remunerativi, da un indebitamento sensibilmente aumentato e contemporaneamente dalla necessità di riadeguare la propria struttura rispetto ai cambiamenti dei loro mercati di riferimento.

I fenomeni descritti riguardano anche le cooperative. È perciò prevedibile che anch’esse parteciperanno dei problemi dell’insieme delle imprese e dovranno come queste ristrutturarsi per farvi fronte. In questo contesto l’innovazione e l’internazionalizzazione per un verso e l’aumento dell’efficienza generale e delle capacità di governo per l’altro sono indubbiamente centrali. E costituiscono per le cooperative la sfida dei prossimi anni.

La possibilità di sviluppare innovazione (che si tratti di innovazione di processo o di prodotto) e di avviare e/o rafforzare la presenza diretta su mercati esteri è strettamente legata alla capacità delle imprese di assumersi gli oneri di iniziative (oltre che di individuare le modalità con cui realizzarle e finanziarle) che per definizione contemplano un’area di rischio che può essere significativa. In generale la scarsa propensione ad assumersi tali rischi spiega la relativamente limitata attività di innovazione propria delle imprese italiane. D’altra parte non può non essere messo in evidenza che la possibilità di gestire i rischi propri sia dell’innovazione sia dell’internazionalizzazione sono strettamente legate alla dimensione delle imprese e alla loro capacità di coinvolgere in tale attività altri soggetti. In questo senso nel mondo cooperativo, vi è da attendersi un’ulteriore implementazione e un rafforzamento delle politiche improntate a sostenere la crescita dimensionale e a diffondere e approfondire quei rapporti tra cooperative che permettano di consolidare e accrescere reti di supporto funzionali mettendole nelle condizioni di fronteggiare efficacemente le sfide del futuro.

Queste iniziative, che costituiscono al tempo stesso vere e proprie sfide, hanno importanti implicazioni. In effetti si tratta sempre di operazioni complesse e spesso anche sofisticate che comportano la messa a punto di meccanismi di governance idonei. Quella della capacità di governo di aziende articolate costituisce, nel quadro che si va delineando, una sfida per la cooperazione altrettanto rilevante di quella posta dalla dinamica dei mercati.

Accanto alle sfide cui si è fatto cenno ce ne sono altre che coinvolgono la cooperazione e che sono il portato, nel contesto di globalizzazione in corso, dei mutamenti prodotti dalla crisi. Ci si riferisce qui alla possibilità e per molti versi alla necessità che la cooperazione sia concepita come strumento, a partire dalle esigenze dei cittadini, per sostenere e sollecitare nuovi comportamenti sia a livello economico che a livello sociale. È opinione generalmente accolta che il paese sia spesso immobilizzato dal prevalere arbitrario di diffuse corporazioni e che le liberalizzazioni ipotizzabili in molti mercati possano concorrere ad aumentare il tasso di crescita dell’economia. Ebbene, in molti casi, si pensi ad esempio al vasto mondo delle libere professioni e del lavoro autonomo, la ristrutturazione, la modernizzazione e l’aumento di efficienza dei singoli comparti possono passare solo attraverso un coinvolgimento diretto degli interessati organizzati in forma cooperativa.

Infine, occorre considerare che la cooperazione ha tra le sue più specifiche caratteristiche quella di essere in grado di organizzare l’impegno anche economico delle persone per dare risposta alle loro esigenze e ai loro bisogni soprattutto laddove risultano evidenti da un lato i fallimenti e i limiti del mercato e, dall’altro, quelli dello Stato. L’esperienza di questi anni e quanto sta maturando anche in seguito alla globalizzazione apre alla forma cooperativa spazi inediti e di indubbio interesse per il paese, ad esempio il possibile sviluppo di cooperative tra cittadini e di iniziative che, aggregando i bisogni degli utenti, si propongono di renderli economicamente e socialmente protagonisti attraverso la gestione cooperativa. Si tratta del vasto campo delle politiche sociali ma anche delle utilities e dei servizi pubblici locali. L’impegno della cooperazione in questi campi costituirebbe certamente una sfida significativa e contemporaneamente uno sviluppo coerente delle sue potenzialità.

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