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Economia sociale, economia reale

Written by Mattia Granata Monday, 28 March 2011 12:30 Print
Economia sociale, economia reale Illustrazione: Maurizio Santucci

La crisi economica ha riportato l’attenzione sulle anomalie dei mercati tradizionali e ha riaperto il dibattito sull’economia sociale e sulla sua capacità di coniugare le esigenze di produttività con quelle della società. Tra mondo cooperativo, nuovo welfare e Big Society, si delineano i tratti di una riflessione ormai imprescindibile.

 

Di recente, lo scenario dominante dal punto di vista economico, e delle strutture e delle ideologie che su quello scenario si erano nel tempo formate, ha repentinamente accelerato il ritmo della propria trasformazione.

In relazione alla strutturale crisi economica mondiale, voci autorevoli hanno riportato all’attualità nel dibattito pubblico i temi connessi alle imperfezioni dei mercati, a partire dalla carente regolamentazione (o vigorosa e irresponsabile deregolamentazione) diffusa negli anni scorsi nei mercati mondiali che, estremizzandone l’ideologia, ha evidenziato la fragilità non solo dell’istituzione stessa del mercato, ma pure delle fondamenta economiche e civili su cui poggiano il benessere degli Stati economicamente più sviluppati e le speranze delle popolazioni del mondo, che ne sono ancora escluse, di giungere a quello stesso benessere.

Prima fra queste voci, anche per chi la ascolti da posizioni diverse, è certamente quella proveniente dal vertice della Chiesa romana, che con l’enciclica “Rerum Novarum” ha rinvigorito la riflessione della dottrina sociale volta alla comprensione dei problemi che oggi attraversano le economie e le società mondiali, e alla ricerca delle necessarie soluzioni. Chiunque abbia studiato, creduto, operato nell’ambito della cosiddetta “economia sociale”, di ogni matrice ideale e culturale, ha trovato in questo documento una consonanza di argomenti, di analisi e di valori in cui, anche quando provenga da un percorso di laicità, non può che riscontr are lunghi tratti simbiotici: «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca – si asseriva – il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica».

A partire da simili constatazioni delle imperfezioni manifestate dall’economia capitalistica globalizzata negli ultimi anni, nel nostro paese fioriva un dibattito attorno alla cosiddetta “economia sociale di mercato”. Fra i protagonisti della vita pubblica direttamente o indirettamente chiamati a esprimersi su questi temi, anche il ministro Tremonti sviluppava la sua asperrima critica al «capitalismo mercatista », la «fanatica forzatura del mondo del liberismo economico».

Oltre che per lo stimolo a revisioni teoriche rese necessarie dal manifestarsi di fatti nuovi, la crisi ha evidenziato l’esigenza di affrontare le conseguenze dirette delle trasformazioni di questi anni sulle strutture delle nostre società avanzate e, innanzitutto, sul welfare State. Che questo istituto sia «sotto pressione», come scrivono Ferrera e Maino in questo numero, oppure destinato al «fallimento», come asserisce Stefano Zamagni, certamente il tramonto di una fase storica – e della cultura che l’aveva accompagnata – è stato accelerato dagli eventi.

Le iniziative di David Cameron in proposito hanno sancito un turning point. Il leader conservatore inglese, infatti, con alcune delle sue azioni ha testimoniato i tentativi di una ridefinizione ideologica e programmatica fondata sulla necessità di modernizzazione dei rapporti tra economia e società, e sull’enfasi attorno all’importanza della “comunità”. In sintesi, delineando i tratti di una «post-bureaucratic age», Cameron ha ipotizzato una riforma dei pubblici servizi incentrata sulla devoluzione di poteri agli stessi lavoratori statali riuniti in forma di cooperative (scolastiche, sanitarie, e così via). Definendola come il più grande trasferimento di potere dallo Stato ai lavoratori mai avvenuto, il leader conservatore ha auspicato il sorgere di una «new culture of public sector enterprise and innovation». In area progressista, anche a livello internazionale, la proposta ha incontrato giudizi contrastanti, e vi è chi ha accusato il politico di «usare il linguaggio del socialismo per mascherare la dissoluzione dei pubblici servizi» e per favorire un pericoloso ritorno al laissez-faire.

Naturalmente la proposta può essere discussa sia politicamente che nel merito, perché i diritti universalistici incarnati nel tradizionale sistema di welfare siano difesi con fermezza; su questo non v’è dubbio. E tuttavia, anche alla luce del rinvigorirsi degli argomenti prima richiamati e del ripensamento sul mainstream diffuso nei decenni passati, accusare l’avversario di parlare la propria lingua pare una ben contraddittoria posizione politica e, soprattutto, culturale. Perché, in realtà, il presente parrebbe richiamare alla ribalta visioni e convinzioni profondamente radicate nella storia delle forze progressiste politiche, sociali ed economiche. Anche per questi motivi i temi affrontati in questo numero sono significativamente attuali: perché permettono di comprendere, sul piano teorico e analitico, le reali dimensioni delle porzioni di economia e società che, nelle prospettive di Big Society ora in voga e in Italia ben conosciute, potrebbero acquisire un ancor maggiore peso. La cooperazione, ad esempio, è per sua natura “sociale” e “di mercato”, per quanto il suo ruolo sia stato talvolta mal compreso, non essendo stata valorizzata la cultura economica che in essa è sedimentata.

Le trasformazioni storiche degli ultimi anni e il nuovo scenario anche teorico determinato dalla crisi in corso, che ha conferito autorevolezza e merito alle idee prima esposte e indebolito le più consolidate teorie mercatiste, spingono la cooperazione verso un processo autoriflessivo che ne sostenga l’alterità di ruolo e l a funzione distintiva nella società e nell’economia; essi dovrebbero indurre quei settori della politica storicamente attenti all’evoluzione dei percorsi cooperativi a valorizzare maggiormente gli aspetti di questa realtà, anche per contribuire all’implementazione e alla diffusione della loro cultura dell’economia di mercato. Nelle società e nelle economie attraversate e sottoposte alle pressioni della trasformazione, che la crisi economica non può che accelerare, da parte sua la cooperazione deve mirare a perseguire i propri scopi economici e sociali mutualistici, valorizzando e consolidando il ruolo storico dell’associazionismo quale corpo intermedio, quale cellula sociale e politica del tessuto istituzionale del paese. La crescita spinta a cui nell’ultimo ventennio questo settore è stato sottoposto, e le performance mantenute anche nel periodo di crisi, qui evidenziate da Alberto Zevi e che confermano il tradizionale ruolo anticiclico di questo fenomeno, ribadiscono la possibilità di affermare un nuovo protagonismo, non solamente di tipo economico.

Certo, la cooperazione deve accettare il fatto di essere una forza in fase di cambiamento in un contesto che è a sua volta in evoluzione, e assecondare questo processo – anche promuovendolo al proprio interno – senza rigidità e vincoli di conservazione e autoprotezione, perseguendo l’innovazione sia sul piano organizzativo, sia su quello strategico. Nel primo campo, dopo molto tempo, gli ultimi segnali sono realmente positivi. Il patto siglato in un clima di entusiasmo a Roma il 27 gennaio scorso, patto con cui le centrali cooperative hanno costituito un coordinamento unico della rappresentanza, ha permesso di superare la separazione ormai obsoleta fra tendenze culturali e politiche del movimento. La fondazione dell’Alleanza delle cooperative italiane è il primo passo verso l’auspicabile unità della rappresentanza di questi sistemi di imprese. Sul piano imprenditoriale, il ruolo delle cooperative evidenziato da Vera Zamagni e confermato dalle analisi settoriali – ruolo mantenuto in ambiti fondamentali per l’economia del paese, come la grande distribuzione, il credito, le costruzioni e il macrocomparto del “sociale” (assistenza, cura, istruzione, e così via) – potrebbe essere affiancato dall’azione in settori nuovi e importanti.

Oltre alla costruzione del “nuovo welfare”, che potrebbe vedere il protagonismo di strumenti considerati obsoleti e invece mostratisi attuali e moderni (come le mutue, ad esempio) o a sviluppi nel settore delle libere professioni e del lavoro autonomo, anche intellettuale, significative potrebbero essere le occasioni nel campo della riforma dei servizi al cittadino e nella gestione di “beni pubblici”, a lungo ascritta prevalentemente all’esercizio della mano dello Stato. In questo senso la Costituzione italiana, a scanso di equivoci, fornisce un’indicazione troppo spesso trascurata o dimenticata quando prescrive al suo articolo 43 che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire (…) a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali».

Nei processi di liberalizzazione e di apertura alla concorrenza di mercati sostanzialmente mai sviluppati in Italia, il ruolo che la cooperazione “di utenza” sarebbe in grado di giocare nell’organizzazione della domanda (e non dell’offerta) potrebbe essere centrale in molti settori e probabilmente rassicurerebbe pure i legittimi timori di ampie porzioni della cittadinanza progressista di questo paese, potenzialmente coinvolta in prima persona nella partecipazione ai processi economici.

È intrinseca alla cooperazione una cultura del mercato e della economia civile poiché, nella teoria come nella pratica, è evidente che essa cresce, si sviluppa e influenza benignamente i territori in cui opera in virtù della propria alterità fondante, solamente laddove i mercati si aprono alla libera competizione ed essa riesce a perseguire livelli di efficienza almeno pari a quelli dei competitors.

Le imprese attive nel campo dell’economia sociale quotidianamente coniugano l’efficienza nei mercati con i bisogni delle comunità: un’esigenza ormai da tutti riconosciuta al fine di promuovere uno sviluppo reale e non effimero.

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