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Editoriale. L’economia sociale ci salverà

Written by Italianieuropei Monday, 28 March 2011 12:26 Print
Editoriale. L’economia sociale ci salverà Illustrazione: Maurizio Santucci

Se è vero che nel nostro paese la percentuale di disoccupati è in media superiore all’8%, con punte che superano il 22% fra i più giovani (20-24 anni); se è vero che chi un reddito ce l’ha vede progressivamente erodersi il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; se questo insieme di fattori determina, come emerge dai dati diffusi recentemente dalla Banca d’Italia, la sempre maggiore difficoltà delle famiglie italiane a far fronte alle spese quotidiane, costringendole a indebitarsi ed esponendo le più deboli al rischio di scivolare nella povertà, è chiaro allora che occorre pensare un nuovo modello di Stato sociale per il dopo crisi, che sappia rispondere a questo crescente bisogno anche in una fase, come quella attuale, di contrazione e di qualificazione della spesa pubblica.

 

Se è vero che nel nostro paese la percentuale di disoccupati è in media superiore all’8%, con punte che superano il 22% fra i più giovani (20-24 anni); se è vero che chi un reddito ce l’ha vede progressivamente erodersi il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; se questo insieme di fattori determina, come emerge dai dati diffusi recentemente dalla Banca d’Italia, la sempre maggiore difficoltà delle famiglie italiane a far fronte alle spese quotidiane, costringendole a indebitarsi ed esponendo le più deboli al rischio di scivolare nella povertà, è chiaro allora che occorre pensare un nuovo modello di Stato sociale per il dopo crisi, che sappia rispondere a questo crescente bisogno anche in una fase, come quella attuale, di contrazione e di qualificazione della spesa pubblica. Un welfare State che, fondandosi sull’economia sociale, sulla cooperazione e sulla sussidiarietà, sia in grado di compensare gli squilibri che, già presenti nella società italiana, si sono drammaticamente aggravati negli ultimi anni.

Il vasto settore dell’“economia sociale”, nelle sue varie anime, nelle sue varie forme, attraversa quindi una fase di potenziale ulteriore ampliamento dei propri orizzonti.

D’altra parte la ridefinizione del ruolo dello Stato e degli enti locali come garanti di alcuni tradizionali settori di intervento (assistenza, sanità, istruzione, servizi) ha offerto occasioni sempre maggiori per i soggetti operanti nel non profit e nell’economia sociale, anche alla luce delle performance con cui questi soggetti hanno sovente ovviato a lacune o rimediato a disfunzioni dell’offerta pubblica.

Di fronte alle diffuse difficoltà a reperire i mezzi economici adeguati a garantire la sopravvivenza di quei servizi sociali di base che sono stati punto di forza della democrazia italiana nel dopoguerra, l’economia sociale si è infatti sviluppata soprattutto in settori a forte incidenza di lavoro e in aree toccate da processi di ristrutturazione, assumendo, nel primo caso, la gestione di molte attività nel comparto dei lavori pubblici e assolvendo, nel secondo, al compito di salvaguardare reddito e occupazione di strati di lavoratori investiti dalla crisi economica. Allo stesso modo, l’economia sociale ha coinvolto altri campi di attività e nuovi ceti sociali, perdendo caratteri esclusivamente di classe e assumendo funzioni economiche e sociali nel campo della produzione, della distribuzione, della sanità e dell’organizzazione di servizi.

Questo orizzonte spinge anche le forze progressiste ad aggiornare la propria visione, rivalutando il concetto storicamente metabolizzato di sussidiarietà e collocando questi temi in un preciso quadro teorico di riferimento.

Abbiamo voluto combinare una serie di studi che permettono di mettere a fuoco lo status quo di questi argomenti: in primo luogo sul piano teorico, perché essi sono coerenti con filoni di pensiero ben radicati nel riformismo del nostro paese, sia di matrice laica e socialista, sia cattolica, e poi sul piano dell’analisi concreta, in modo da fornire una panoramica dell’ambito cooperativo dell’economia italiana, settore che da sempre rappresenta un nucleo fondamentale di questo fenomeno nel mondo.

Le performance che l’impresa sociale, nella sua forma cooperativa, ha mantenuto in tradizionali settori di riferimento (costruzioni, consumo, terziario, agroalimentare, bancario e assicurativo) mostrando una persistente competitività in mercati altamente concorrenziali, confermano l’esigenza di comprendere, al fine di contribuire a perfezionare, le modalità con cui si è affermato un modello alternativo di azione nei mercati che coniuga efficienza e socialità.

Chiusi nel tunnel di una crisi di cui a stento si intravede la fine, persi fra le macerie prodotte dalla finanziarizzazione dell’economia e dall’inseguimento sfrenato del profitto ad ogni costo, sappiamo che il futuro dell’economia dovrà fondarsi sull’economia reale, sulle persone, sulle risposte ai bisogni concreti della società. È tempo di ricostruire e di decidere su che basi farlo. L’economia sociale ci salverà?

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