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Sia benedetto il Partito Democratico

Written by Stefano Menichini Friday, 29 February 2008 20:29 Print
Tre faglie attraversano l’area del centrosinistra, con solchi, per la verità, discretamente profondi. Una riguarda la visione dei problemi internazionali, una seconda riguarda i problemi economico-sociali, e, infine, una terza riguarda la visione dei problemi «eticamente sensibili» o, se si vuol considerare la cosa da un altro punto di vista, il modo di concepire la laicità della politica. Queste «faglie» sono caratterizzate dal fatto di attraversare in maniera non sovrapponibile le frontiere organizzative delle formazioni che compongono la coalizione di cui consta il centrosinistra italiano.

A chi non crede né alle congiunzioni astrali né alla semplice sfortuna, potrebbe sembrare un complotto. Oppure qualcosa di peggio, e di più consono all’argomento: una maledizione divina. Ma la prima tesi – il complotto – appare come un cascame di altre epoche, quando tutto era CIA, Trilateral e Opus Dei. E credere nella maledizione divina implica già un giudizio di merito, vuol dire che delle tante versioni dell’accaduto si è scelta la più drastica e inappellabile: si pensa davvero che il Partito Democratico non sia nelle grazie divine?

Delle tante coppie concettuali che potevano strangolare nella culla il partito nascituro – eguaglianza/merito, liberismo/socialismo, libertà/ giustizia, moderatismo/radicalismo, sinistra/centro, individualismo/ solidarietà – quella che si sta rivelando più pericolosa è la coppia che poteva essere considerata riappacificata in partenza. Anzi, proprio da lì si era partiti: laici e cattolici finalmente insieme. La chiusura del cerchio. Un secolo di storia italiana che si ricompone. Popolo cattolico e masse socialiste sotto la medesima bandiera. Non più soltanto alleati, allineati dietro i rispettivi grandi partiti, come nella lotta antifascista, nell’immediato dopoguerra, nello scorcio della solidarietà nazionale o in quella peculiare forma di resistenza che è stato l’antiberlusconismo in versione Ulivo. Questa volta si va proprio sotto la stessa sigla. Leadership e sezioni messe in comune, la medesima tessera, un solo destino elettorale, infine una folta galleria di antenati che ora sono di tutti, e pazienza se quand’erano in vita se l’erano date di santa ragione. Ecco, se della nascita del Partito Democratico questa dovesse essere la lettura prevalente – qualcosa del genere scrisse anni fa Domenico Rosati, oggi in termini critici si parla di «compromesso storico bonsai » – allora anche l’interpretazione dei suoi guai come maledizione divina apparirebbe convincente. Magari non proprio maledizione divina, diciamo papale, o cardinalizia, o vescovile, magari parrocchiale. Insomma, sappiamo di cosa stiamo parlando: il «Grande disegno» dell’incontro storico tra ex comunisti ed ex popolari avversato dalla Chiesa di Roma, dalla CEI del cardinal Ruini, all’uopo scagliata contro tutti i punti deboli e tutte le contraddizioni del nascente partito.

Non è una trama di Dan Brown, è l’interpretazione prevalente che l’establishment politico-giornalistico dà dei conflitti che si sono aperti negli ultimi anni in Italia intorno ai temi sensibili della vita, della morte, della malattia: fecondazione assistita, eutanasia, aborto, sessualità, matrimoni gay, unioni civili. Come registrarono le agenzie di stampa nel febbraio scorso, quando l’allora presidente della CEI preannunciò la pubblicazione di un documento «impegnativo per i cattolici» che già suonava come una sorta di scomunica contro i politici che sostenevano la legge sui Dico: «Vuole far saltare il Partito Democratico». La tesi che qui si vuole proporre è che solo una

politica asmatica e terribilmente miope può ridurre a questo scontro quasi correntizio l’esplosione delle tematiche etiche nella società italiana; esplosione che, oltre tutto, è già avvenuta in tutte le altre società occidentali. Ma anche che un partito con l’ambizione di quello che sta per nascere trova una straordinaria opportunità di sperimentarsi sulla frontiera più esposta della modernità, il che è molto meglio che adagiarsi sulla rassicurante capacità di compromesso ereditata dall’Italia un po’ cinica della prima Repubblica. Qui sta il principale errore che una sinistra laica progressista possa fare, un danno arrecato non alla morale più o meno religiosa, ma a se stessa. La Chiesa ha colto il punto di crisi delle società ricche contemporanee: un deficit valoriale molto grave, l’affermarsi del culto dell’onnipotenza dell’individuo, l’indifferenza rispetto alle molte scelte personali possibili, di coppia o collettive, rese disponibili dall’in- crocio tra una potenza scientifica e tecnologica senza precedenti e una diffusa ideologia del «fai da te». La Chiesa vede in questa situazione i propri spazi pastorali ridotti al lumicino, per di più nel costante confronto con la fierezza crescente di un sistema di valori forti, asseverativi, generalmente temuti anche se non rigorosamente rispettati come quelli dell’islam.

La Chiesa, per finire, trae da questa analisi disperata del proprio campo – e dalla constatazione di uno stato ormai irrecuperabile di minoranza, anche nel cuore dei propri insediamenti tradizionali – la spinta a una mobilitazione permanente, a un rapporto dichiaratamente conflittuale con i sistemi politici e con le legislazioni che giudica remissivi o cedevoli rispetto a una tendenza a suo avviso disastrosa. In questo terzo segmento del problema, laddove la rivendicazione da parte della Chiesa al diritto di parola e di azione diretta sconfina nell’ingerenza negli affari di Stato, il mondo laico può a buon diritto opporsi. Ma l’impeto del conflitto conduce la sinistra troppo in là: a negare il fondamento del segmento iniziale, del punto di partenza, della serietà dell’analisi sulla crisi profonda delle società contemporanee, ricche, sazie e incapaci di autolimitazione.

È quanto è successo in Italia in questi ultimi mesi. In una paradossale riedizione dello schema degli opposti estremismi, si è eccitato un dibattito aspramente polemico in materia di diritti della persona. Nessuna delle singole questioni – la fecondazione assistita, le unioni civili, i matrimoni gay, l’eutanasia – appare fra i primi dieci posti delle emergenze avvertite come tali dagli italiani. Eppure lo scontro etico ha dominato il campo della politica, lo ha anzi egemonizzato. Non ha sottratto spazio alle discussioni sul futuro di un paese lento e incapace di crescere: ha letteralmente cancellato questo fondamentale tema dall’agenda della politica, dell’informazione, insomma dal discorso pubblico. Nella sua reazione alle iniziative vaticane, la sinistra laica progressista, messa sotto pressione, ha esagerato. Non tanto o non solo quando – come è capitato – qualcuno ha intimato ai vescovi o al Papa il silenzio o l’autocensura, ma soprattutto quando, nell’impeto dello scontro, si è rivelata incapace di cogliere il nucleo di verità che è a monte del protagonismo della Chiesa: ciò che c’è di vero in un’analisi della crisi delle società contemporanee che per primo e meglio di altri proprio il fronte politico progressista-solidaristico dovrebbe elaborare. Non parliamo di astrattezze. Qualcuno ha sostenuto che, in questi anni, si è riversata sul piano dell’etica dei comportamenti l’ideologia neoliberista precedentemente vincente in economia. Non è un’os- servazione infondata. Certo la sinistra antiliberista dovrebbe rifletterci su: la rottura dei legami comunitari, il consumismo delle cose, delle persone e dei sentimenti, la ricerca della soddisfazione personale elevata a regime di vita contro tutto e contro tutti, la fatale emarginazione e il senso di frustrazione di chi non ha i mezzi per realizzare alcuni obiettivi indotti dalle mode, anche se si parla di chirurgia estetica o di una vita condotta secondo i dettami del glamour, tutto questo ricorda abbastanza da vicino le teorizzazioni di chi voleva liberare lavoro e impresa da «lacci e lacciuoli», rendere ognuno «libero in casa sua» (di ampliare metrature e cambiare destinazioni d’uso), contrapporre ogni fantasiosa libertà imprenditoriale alle fastidiose leggi, sottrarla all’iniqua tassazione, farla galoppare in una gara senza regole.

Il modello berlusconiano di Italia appare da questo punto di vista ancora il più coerente e completo, visto che spazia dall’assoluzione per gli evasori fiscali ai più frivoli e peccaminosi modelli televisivi di comportamento. Quando la CEI del cardinal Ruini ha, insistentemente, scelto il centrodestra italiano come sponda politica, ha mostrato qui la sua contraddizione più palese. Il vero punto debole della sua azione pubblica, l’incoerenza rispetto alle premesse. Le confusioni altrui non esimono però il campo progressista dal guardare al proprio interno. Nelle storiche battaglie per i diritti civili, sospinta dalle sue componenti radicali, la sinistra italiana è cresciuta, ha vinto e a partire dagli anni Settanta ha prodotto una autentica egemonia culturale. Ha conquistato la fiducia e il consenso delle donne, fino ad allora escluse dal coinvolgimento democratico. Si è fatta paladina delle minoranze. È stato un processo impetuoso di recupero rispetto alle arretratezze di una società in tanti suoi angoli ancora contadina. Un processo di liberazione che non può essere né disconosciuto né tradito. Del resto, le lancette dell’orologio non tornano indietro, come dimostra la perdurante sostanziale intangibilità delle legislazioni su divorzio e interruzione di gravidanza.

Ripetendo l’errore grave della sinistra sviluppista in economia, anche la sinistra dei diritti civili ha interpretato questo processo come un’espansione potenzialmente illimitata, da non sottoporre a vaglio critico, come se il progresso si identificasse con qualsiasi nuova conquista della libertà individuale. Nello stesso tempo la rivoluzione tecnologica ha fornito, con rapidità incredibile, strumenti di una potenza mai vista. Nell’ambito più esplosivo e controverso – quello della vita, della morte e della malattia – il liberatorio «per me decido io» o «il corpo è mio e lo gestisco io» si è capovolto: è diventato possibile decidere praticamente tutto non solo per sé e su di sé, ma anche sulla propria discendenza. Ma il veicolo della libertà non era più il corpo naturale, bensì la macchina, l’artificio, l’assistenza e, in definitiva, il potere scientifico. È solo un esempio, ma altri se ne potrebbero fare, per dimostrare come la sinistra, che rimproverava alla destra neoliberista il disprezzo dei valori di solidarietà, si è distratta quando si è trattato di individuare il limite che questi stessi valori pongono alla libertà individuale (ad esempio a proposito di solidarietà verso le generazioni future: fare i figli dove, quando e come li vogliamo, impegnando autoritariamente il loro destino).

C’entra qualcosa tutto questo con la vicenda molto terrena del centrosinistra al governo, del Partito Democratico, con le controversie che hanno visto protagonisti DS e Margherita, con l’inedito confronto all’interno dello stesso partito fra due diverse interpretazioni dell’essere cattolici in politica? C’entra. Ma, come a questo punto dovrebbe essere evidente, c’è un notevole scarto fra la dimensione globale del problema e la sua declinazione nella politica di palazzo. Anche di questa sproporzione, i vescovi recano la propria parte di responsabilità. Nel mondo cattolico è diffuso il disagio verso una linea che dalla denuncia dell’impoverimento valoriale delle società opulente fa discendere sempre e soltanto la guerriglia permanente contro le leggi che alla fine riportano sempre alla libertà dei costumi sessuali. Un po’ un’ossessione, probabilmente rafforzata dalla percezione che questo tema penetra profondamente nella carne stessa dell’organismo ecclesiale, come dimostrano gli scandali nella Chiesa americana e l’allarme verso la diffusione dell’omosessualità nei seminari. Da un certo punto in poi, però, i problemi dei vescovi sono dei vescovi. La politica dovrebbe avere una sua autonomia e mantenere equilibrio di giudizio sotto qualsiasi tipo di pressione. Il problema di questi tempi è che lo scontro etico rischia di alterare tattiche e strategie di molti attori sulla scena. Il primo fronte che ne viene investito è quello dei politici cattolici, e se da una parte è vero che qui siamo già nel pieno della vicenda del Partito Democratico, è anche vero che questo spezzone della vicenda fa parte di una storia più antica. Prendiamone solo l’ultimo tratto, senza risalire a Sturzo e De Gasperi. Quando nel febbraio scorso sessanta parlamentari ulivisti cattolici, prevalentemente della Margherita, hanno sottoscritto un documento che nel nome della laicità si ribellava alle ingerenze vescovili, è stato come se un lago tracimasse.

L’occasione dell’iniziativa era contingente – la rivendicazione del diritto dei parlamentari ad approvare la legge sui Dico – ma affondava le radici nel passato recente. Più esattamente, in un ciclo di governo della Chiesa italiana, sostanzialmente corrispondente con quello del cardinal Ruini a cavallo dei pontificati di Wojtyla e Ratzinger, durante il quale il cattolicesimo democratico è stato progressivamente spinto ai margini, messo sotto silenzio, esautorato del suo ruolo di interlocutore privilegiato. Nelle analisi correnti tutto nasce quando muore la DC, la Chiesa si ritrova senza il naturale bacino di compensazione in politica, deve entrare nell’agone e valuta il nuovo ruolo dei cattolici democratici alleati della sinistra sotto l’Ulivo come subalterno, ininfluente, incapace di sostenere i valori nel momento in cui questi vengano investiti dalla valanga relativista.

L’offensiva colpisce i vertici dei movimenti ecclesiali, ricondotti uno dopo l’altro all’obbedienza ai vescovi e anche riallineati politicamente. Con il raduno dell’Azione cattolica a Loreto nel 2004, l’operazione può dirsi completata. Sul versante ecclesiale, dopo che su quello politico, il cattolicesimo democratico e di sinistra è messo all’angolo. Non lo si sente più, mentre la scena è dominata dal cristianesimo di battaglia che non è più soltanto quello di Comunione e Liberazione, ma coinvolge altri movimenti e sconfina ben oltre i pascoli del gregge, con l’apparizione della vistosa figura dell’«ateo devoto». È come se – rinnegando la tradizione italiana di tolleranza – si volesse importare qualcosa dei modelli americani della fiammeggiante destra cristiana. Quando Joseph Ratzinger viene eletto Papa, torniamo a un tradizionalismo più eurocentrico, ma si spengono anche le ultime speranze che la Chiesa si rimetta sui binari rassicuranti e noti dell’interpretazione progressista del Concilio Vaticano II. Da quel momento la mitezza popolare post democristiana sembra davvero fuori tempo e fuori luogo. Se il cristianesimo che «non si fa zittire» è la modernità (o meglio, il tentativo di rispondere alla modernità), il mondo politico cerca di adeguarsi. È decisamente spiazzato perché poche sono le figure adatte a interpretare il ruolo, a parte un coerente ma marginale Rocco Buttiglione, un Formigoni un po’ infiacchito nella parte, improbabili neocristiani leghisti o post missini. I leader della destra, da Casini a Fini, per non parlare di Berlusconi, sono in questo decisamente inverosimili, anche se Ruini si appoggia in termini contrattuali al loro governo.

C’è un’intuizione nel centrosinistra. È ardita, perché suona provocatoria non solo verso la sinistra, ma soprattutto verso coloro che venendo dalla DC si sono maggiormente spesi per l’Ulivo, pagando in scissioni e, come si è visto, in difficili rapporti con i propri vescovi. Dando spazio, ruolo e agibilità politica a una componente cosiddetta teodem, Francesco Rutelli cerca non di accondiscendere alle volontà vaticane (come gli verrà ripetutamente e aspramente rimproverato), ma di intercettare una corrente di azione cattolica diversa dal passato, più efficace nell’interpretare l’ansia e la ricerca di valori forti di riferimento che non sono soltanto dell’elettorato credente.

C’è una quota di lucido investimento politico, e c’è una quota ampia di autentica convinzione personale. Quando nel giugno 2005 il referendum contro la legge 40 sulla procreazione assistita non raggiunge il quorum, la scommessa sembra clamorosamente vinta e Rutelli diventa il politico che – nel centrosinistra che si appresta ad andare al governo – può legittimamente presentarsi come interlocutore di un’ampia fetta di società. Ma anche qui c’è una valutazione politica: per questa via si cerca soprattutto di rompere il muro che rende il centrosinistra e il centrodestra non comunicanti, e impedisce ogni travaso di consensi e di idee.

Come capita spesso, una valida intuizione politica non trova nelle urne adeguato riscontro. Accade anche così nell’aprile 2006, come si evince dai risultati della Margherita al senato, da quelli dell’Ulivo alla camera e dal confronto fra le coalizioni. La campagna elettorale è stata travolta da Berlusconi, ricondotta agli schemi classici degli ultimi dodici anni, e Romano Prodi, «cattolico adulto», non è, né vorrebbe essere, il leader adatto a sostenere il tentativo rutelliano. Senza apportare sostanziali vantaggi all’Unione, e anzi esponendo Rutelli al rischio dell’isolamento all’interno del suo stesso partito (il suo ex alleato Dario Franceschini si propone come leader di una ritrovata alleanza post popolare che si avvicina autonomamente al Partito Democratico su posizioni tradizionalmente cattolico- democratiche), il tentativo teodem sprigiona invece effetti potenzialmente negativi all’interno del centrosinistra.

Ci sono infatti nell’Unione forze minoritarie che non aspettavano che questa occasione per ricostruire un’identità credibile o comunque spendibile, e che nel nome della difesa della laicità contro le ingerenze vaticane pretendono lo spazio altrimenti negato. È un arco di personaggi e di aggregazioni politiche che coincide con tutti gli oppositori al progetto del Partito Democratico: dalle minoranze diessine ai socialisti della diaspora, dai radicali (nella loro posizione classica, in verità) fino alla sinistra neocomunista. Sono anche loro che impongono in cima all’agenda politica una questione come quella dei diritti delle coppie di fatto, che altrimenti coinvolgerebbe legittimamente solo una minoranza del paese. È un tema che la grande stampa laica riconosce istintivamente come proprio, perché dagli anni Settanta in poi ne ha fatto le fortune, con le grandi campagne sui diritti civili. Non si vuole qui negare né la rilevanza dei problemi (anzi, questo contributo in apertura ne ha dichiarato la dimensione epocale), né tanto meno (al contrario) la giustezza delle rivendicazioni. Ma è evidente che per motivi meramente politici si opera un capovolgimento della scala delle priorità nazionali. La tenuta dei soggetti posti maggiormente sotto pressione è ammirevole. In particolare, quella del gruppo dirigente dei DS, che non può cedere ad altri la tradizionale bandiera della laicità dello Stato, ma non consente che le polemiche compromettano il percorso verso il Partito Democratico. In questo, è chiaro che i sessanta cattolici democratici che ritrovano voce, coraggio e presenza politica risultano determinanti.

Alla prova dei fatti, cioè alla conta congressuale, l’agitazione da anni Settanta delle minoranze diessine non porta a casa alcun risultato. Più lesionata, dopo il terremoto, appare la casa della Margherita. La sua scommessa interna, dall’atto di fondazione, era la contaminazione reciproca fra correnti fortemente laiche e la tradizione cattolico- democratica. In questa prova, a parti bizzarramente rovesciate, il partito ha sofferto molto.

Visto però che siamo nel campo dei paradossi che si fanno realtà, il Partito Democratico risulta a questo punto non come la vittima di questo complicato conflitto, come appariva scontato e come forse intendevano lucidamente alcuni dei protagonisti, bensì come l’unica via d’uscita valida.

In fondo, la vicenda dei Dico questo insegna: che soltanto il lavoro di tre ministri ulivisti destinati a condividere presto stanze e simboli – Pollastrini, Bindi e Amato – ha prodotto un testo sostenibile, discutibile certo, ma bilanciato. Probabilmente, al di là dei suoi ardui destini parlamentari, l’unico punto di equilibrio attualmente raggiungibile.

I Dico sono però un episodio, ci saranno altre prove anche più impegnative. E se il Partito Democratico nel suo concreto divenire non fosse quel compromesso storico bonsai che denunciano i critici, e che qualcuno probabilmente ha sognato per decenni, avrebbe davvero una grande chance. Solo chi non si fa avvolgere e condizionare dagli schematismi ereditati dal passato, appare oggi in grado di interpretare ansie assolutamente diffuse, accogliere domande perfettamente trasversali, affrontare con libertà e mente sgombra di pregiudizi problemi del tutto inediti, sfide etiche sconosciute e rischiose. Le generazioni venute dopo il Sessantotto, nel costruirsi le proprie esistenze, fare e disfare famiglie, conoscere la sofferenza e il dolore, hanno capito che l’ideologia – compresa quella dei diritti assoluti – fornisce risposte solo provvisorie e ingannevoli. Sono vaccinate contro i fondamentalismi, difficilmente possono farsi risucchiare da reazioni tradizionaliste. Sono distanti dalla pratica religiosa e poco condizionabili, però possono riconoscere l’importanza della presenza della Chiesa in luoghi che spesso essa soltanto presidia: le periferie, le povertà, la devianza, il mondo affamato. A queste generazioni deve rivolgersi il Partito Democratico, più che a chi si è fatto cristallizzare nei conflitti di trent’anni fa secondo quelle regole d’ingaggio e quei ruoli fissi. Soltanto denunciando l’anacronismo, e in sostanza la vacuità, di un conflitto fra laicisti e clericali ai confini di una più grande guerra di civiltà, il Partito Democratico dimostrerà di essere effettivamente qualcosa di nuovo sulla scena. Ciò di cui c’è enormemente bisogno.

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