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Memoria

Written by Anna Foa Wednesday, 23 February 2011 11:21 Print
Memoria Illustrazione di Anna Godeassi
Memoria è oggi una delle parole più diffuse, più abusate. È divenuta una sorta di obbligo morale collettivo della nostra epoca, come gli slogan sul “dovere della memoria” ci mostrano, e viene volentieri sostituita alla storia, come più atta a veicolare percezioni soggettive ed emozioni che la storiografia, nel rigore della sua razionalità, appare incapace di recepire.

Fin dalle origini, nelle riflessioni dei filosofi greci, di Platone e di Aristotele in particolare, ma anche dei primi scrittori della storia come Erodoto, la memoria – mnemosine – viene contrapposta alla scrittura – che questa memoria trascrive e rende eterna – considerata troppo statica e rigida. Non a caso, la fonte privilegiata della memoria è quella orale, l’intervista, che mette in luce, della memoria, appunto la fluidità e l’immediatezza, di contro alla scrittura della storia, che irrigidisce questa mutabilità e precarietà in un racconto organizzato. Ma non illudiamoci, ché anche la memoria è il frutto di una o più scelte, di selezioni consapevoli o inconsapevoli nella gran mole del passato. Il bisogno di riorganizzare e di sistematizzare la fluidità della memoria, insomma di trasformare i suoi spezzoni in ricordi precisi, è espresso nel Medioevo e nel Rinascimento nell’arte della memoria, esercizi mnemonici legati alla spazialità, come il teatro de la memoria, in cui ogni dato trovava posto in un teatro ideale, immaginato. La memoria può essere individuale, essere cioè la percezione soggettiva di un singolo che riorganizza il suo passato in funzione del suo presente (o del suo futuro), e su questo molto potrebbe dire la psicoanalisi, che proprio su questo lavoro sulla memoria si fonda. Oppure, può essere collettiva, espressione cioè dell’identità di un gruppo, del suo raccontarsi, del suo immaginarsi. Ancora, la memoria può essere conflittuale, divisa: due o più gruppi elaborano memorie diverse e contrapposte e si scontrano su di esse. Ma la memoria conflittuale può dar vita a memorie pacificate, risultato di uno sforzo sociale di ricomposizione o addirittura a una memoria condivisa, risultato più difficile da raggiungere, e assai più problematico.
L’intreccio tra la memoria e l’identità è evidente, sia per quanto riguarda gli individui, sia per quanto riguarda i gruppi e le collettività. Lo stesso intreccio possiamo, naturalmente, individuare tra storia e identità. Ma, mentre la costruzione dell’identità fondata sulla storia si basa su un elemento di realtà – io sono il mio passato, la mia storia – quella fondata sulla memoria ha una valenza che può essere mitica, in tutto o in parte. Così, storicizzare le tappe attraverso cui sono passati i popoli o le nazioni, fino a identificarli con la loro storia, è diverso dall’identificarsi con i propri miti fondanti (in un esempio tragico, il mito ariano) fino a fondare su una memoria mitica e irreale la propria identità di nazione.
Da alcuni anni, della memoria si fa anche la storia. È, quella di cui si fa la storia, soprattutto una memoria collettiva, funzionale a un processo sociale di organizzazione memoriale. Il bisogno di collocare nel tempo la memoria, di sottolinearne i nessi con le domande del presente, con le contingenze politiche e culturali in cui si afferma, si consolida e si offusca, è evidentemente legato all’uso pubblico della memoria, alla sua funzione politica. Un uso che non ha in sé, a meno di falsificazioni o di vere e proprie censure, nulla di scandaloso, dal momento che serve come collegamento tra il passato e il presente. Il modello a cui si guarda in questa ricostruzione storica è, evidentemente, quello della ricostruzione della memoria della Shoah, un evento traumatico e capitale nel nostro passato, che ha, come tante altre memorie, avuto un percorso tardivo e non lineare, e su cui la produzione storica è sterminata. Così, su questo modello si forgiano altre memorie, spesso memorie traumatiche, che emergono proprio per la loro drammaticità, come quella degli altri genocidi del Novecento, da quello armeno a quello dei tutsi, o della guerra e della Resistenza. Tra i fattori che più contribuiscono alla costruzione di queste memorie, troviamo spesso i processi, gli atti giudiziari contro i carnefici. La memoria diventa condizione della giustizia.
Esiste, però, una stanchezza della memoria, una sua overdose. L’eccesso di memoria può avere effetti simili a quelli provocati dalla sua mancanza, può portare all’oblio o alla consuetudine. Se tutto è troppo ricordato, alla fine non si ricorderà più nulla. E talvolta, l’oblio, come nel Funes di Borges, finisce per essere necessario. L’oblio o l’elaborazione del lutto, l’oblio o la conciliazione con il passato. Ma solo dopo la memoria, in modo che vi sia giustizia, in modo che si tratti della fine di un percorso, non della sua cancellazione.

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