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Laicità e Partito Democratico

Written by Giuliano Amato e Ignazio R. Marino Friday, 29 February 2008 20:22 Print

Giuliano Amato È stato scritto da più parti che il tema della laicità rischia di essere il vero pomo della discordia su cui può infrangersi l’unità necessaria al Partito Democratico. Sono convinto anch’io che è un pomo di discordie possibili, ma lo è forse per ragioni diverse da quelle che usualmente si riconducono al dibattito sulla laicità e quindi al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa, tra istituzioni civili e istituzioni religiose.

Ignazio R. Marino Ritengo anch’io che il nodo della laicità nella costituzione di un partito nuovo sia centrale e che oggi viviamo in un’epoca storica nella quale i rapporti tra Stato e Chiesa, soprattutto in un paese come il nostro, in cui questi rapporti sono regolati dal Concordato, di fatto costituiscono una situazione della quale si debba tener conto con serietà, rigore ed equilibrio.

GIULIANO AMATO È stato scritto da più parti che il tema della laicità rischia di essere il vero pomo della discordia su cui può infrangersi l’unità necessaria al Partito Democratico. Sono convinto anch’io che è un pomo di discordie possibili, ma lo è forse per ragioni diverse da quelle che usualmente si riconducono al dibattito sulla laicità e quindi al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa, tra istituzioni civili e istituzioni religiose.

Enunciato in questi termini il tema riflette un conflitto che ha attraversato i secoli e che è di vera e propria giurisdizione. In vari casi e in diversi contesti storico-politici le religioni hanno preteso e pretendono ancora oggi una sorta di «esclusiva» nella regolazione dei rapporti umani che sono più correlati ai loro principi, ora negando addirittura la giurisdizione dello Stato, ora pretendendo che lo Stato uniformi le sue regole a quei principi. E sono avvenute entrambe le cose. Ad esempio, in materia matrimoniale lo Stato ha affermato la sua giurisdizione nei paesi dell’Europa continentale soltanto dopo Napoleone, e non ovunque. In Italia le due giurisdizioni convivono e lo Stato ne è venuto riconquistando parti crescenti negli ultimi decenni, negando nella sua legislazione il principio della indissolubilità del matrimonio e assoggettando a delibazione non più automatica le sentenze matrimoniali della Chiesa con il nuovo concordato del 1985. Oggi in diversi paesi mussulmani la religione pretende la subordinazione delle decisioni dello Stato alle sue norme e, seppure in modi diversi, la ottiene.

Di laicità si è iniziato storicamente a parlare quando si è inteso affermare l’autonomia della sfera civile dalla religione. In sostanza, quando si è preso a far valere la distinzione tra Cesare e Dio, la rivendicazione da parte di Cesare della potestà di regolare tutte le vicende che attengono alla sfera civile. Quindi il matrimonio, non meno dei contratti di enfiteusi, rientra nella giurisdizione civile. Ora, è evidente che nel nostro tempo via via che la sfera civile e che le istituzioni civili si trovano a regolamentare questioni che toccano principi di interesse della religione, essa fa sentire la sua voce. E allora ecco che il tema della laicità si ripropone quasi sempre all’insegna del confine al di là del quale la voce della religione, da noi della Chiesa, è o non è interferenza negli affari civili. Se ne discute e se ne scrive molto, ma all’interno del futuro Partito Democratico credo che saremo tutti fondamentalmente d’accordo sui due enunciati seguenti. Primo, la manifestazione, da parte della Chiesa, di quel che pensa sulle questioni sottoposte alla giurisdizione dello Stato è assolutamente fisiologica, e può essere semplicemente gradita o sgradita a seconda che la si condivida o meno. Secondo, l’eventuale pretesa che ogni tanto sembra esserci da parte di taluno che le istituzioni civili conformino le proprie prescrizioni non tanto ai principi, ma ad una dettagliata articolazione di essi, in modo da renderle assolutamente riproduttive di indicazioni minuziose, va oltre, questo sì, quello che è giusto una volta che il confine tra Dio e Cesare sia ben tracciato. Se non fosse così, vivremmo la situazione paradossale di trovarci a criticare il fondamentalismo islamico e i paesi in cui esso prevale – in quanto ignora la distinzione tra Dio e Cesare e pretende che Cesare scriva sotto la dettatura di chi si ritiene interprete di Dio – salvo poi da noi, magari anche per combattere questo Islam, agire nello stesso modo in nome del nostro Dio. È chiaro che se questo accadesse ci sarebbe qualcosa che non funziona e davanti ad una tale ipotesi credo che tutti i potenziali aderenti al Partito Democratico si riconoscano nell’insegnamento di Maritain. Maritain scrisse già cinquant’anni fa che è giusto per i credenti farsi portatori dei propri principi nella sfera della loro azione civile e politica, ma poiché anche per loro il fine primario è il bene comune, nel caso in cui la rigidità sulle proprie posizioni possa essere fonte di divisioni che lo mettono a repentaglio, un adattamento alle esigenze del bene comune sarebbe più provvido e più appropriato.

Ritengo che fino a questo punto del ragionamento non dovrebbero esserci dissensi. Ci può essere invece in termini comportamentali una maggiore o minore conformità a questi principi maritainiani in ragione di circostanze che sono contingenti e legate molto anche alla situazione personale dell’uno o dell’altro. Insomma, non c’è dubbio che davanti ad una forte pressione delle gerarchie vi possono essere singole persone che se ne ritengono più influenzate o vincolate, e altre che sono più disposte a ricordarsi di Maritain. E questo è possibile che accada anche fra di noi, all’interno del Partito Democratico. Ma i principi che reggono la laicità come consapevolezza della distinzione tra sfera civile e sfera religiosa non credo che pongano problemi.

IGNAZIO R. MARINO Ritengo anch’io che il nodo della laicità nella costituzione di un partito nuovo sia centrale e che oggi viviamo in un’epoca storica nella quale i rapporti tra Stato e Chiesa, soprattutto in un paese come il nostro, in cui questi rapporti sono regolati dal Concordato, di fatto costituiscono una situazione della quale si debba tener conto con serietà, rigore ed equilibrio.

Avendo una lunga esperienza di vita in un paese, come gli Stati Uniti, che si ispira al credo religioso – dove è scritto «In God we trust» anche sulla moneta e dove non c’è presidente che non finisca un discorso con la frase «Dio vi benedica» – ma dove i fedeli di ogni religione devono mantenere i propri sacerdoti e i propri luoghi di culto attraverso una contribuzione diretta e non sulla base di finanziamenti decisi da accordi tra Stato e Chiesa, devo dire che quel tipo di sistema porta a una responsabilizzazione nella scelta e nel praticare il proprio culto. Il fatto che l’obolo versato settimanalmente non sia un atto di generosità, dovuto o non dovuto, desiderato o non desiderato, ma rappresenti proprio l’elemento concreto attraverso il quale ciascuno partecipa al mantenimento del proprio culto, è stato per me qualcosa di sorprendente, essendo cresciuto in un sistema differente. Credo anche che si dovrebbe stabilire – anzi, ritengo che si debba stabilire – un confine tra Dio e Cesare e in un qualche modo, in maniera quasi provocatoria, definire la job description dello Stato e la job description della Chiesa. Non è d’altra parte ipotizzabile, e nemmeno lecito, limitare l’espressione della Chiesa su tutto quello che riguarda la vita e quindi anche l’organizzazione di una società. Sarebbe, infatti, sorprendente che la Chiesa non si occupasse di temi come la famiglia, la vita, il suo inizio e la sua fine, la libertà individuale, la pena di morte, le guerre. Credo che questo sia un aspetto assolutamente naturale e insito nel ruolo che la Chiesa è chiamata a svolgere. Un ruolo che la Chiesa svolge attraverso la testimonianza, l’educazione delle coscienze e l’esempio dato ai fedeli. Naturalmente non spetta a me esprimere giudizi sull’operato dei sacerdoti e della Chiesa, credo però che, in generale, l’esempio e la formazione delle coscienze siano le forme più adatte per raggiungere l’obiettivo assolutamente legittimo dell’evangelizzazione. Ritengo anche che, ma è ovviamente una mia personale considerazione, attraverso l’esempio e l’educazione delle coscienze al messaggio cristiano si possano raggiungere più fedeli e anche più vocazioni che non proponendo indicazioni categoriche. Penso, ad esempio, al ruolo straordinario della Chiesa tra i poveri del mondo e a tutte quelle situazioni in cui gli strumenti dell’evangelizzazione sono essenzialmente la compassione, la carità e l’amore. Nella società italiana di questi ultimi anni, in alcune occasioni la percezione è stata differente, e in determinati momenti è sembrato che almeno una parte della Chiesa volesse influenzare non le coscienze, ma principalmente le azioni anche di chi ha il compito di organizzare, attraverso le leggi dello Stato, la vita del paese. A mio giudizio questo non è il modo più sereno di procedere, proprio nella prioritaria missione della stessa Chiesa, cioè nella diffusione del messaggio di Gesù Cristo. Lo Stato ha il compito e il dovere di organizzarsi attraverso leggi che rappresentino la sensibilità della maggioranza dei cittadini, mentre la Chiesa ha certamente il più difficile obiettivo di educare e formare le coscienze. In questa virtuosa separazione degli obiettivi non si crea conflittualità fra Chiesa e mondo laico, perché personalmente, e l’ho detto in tante occasioni, sono convinto che vi sia una religiosità anche in quest’ultimo.

Il mondo laico che riconosce i valori fondamentali che riguardano la dignità dell’uomo, la vita umana, la giustizia sociale, l’organizzazione della società, non può prescindere da quel principio di precauzione, di prudenza nella valutazione di tanti aspetti della nostra vita che la Chiesa, per altri motivi, professa.

Qualche giorno fa riflettevo sull’opportunità o meno di introdurre anche nel nostro paese, attraverso un disegno di legge, la possibilità di adottare gli embrioni congelati e conservati nelle cliniche per l’infertilità e ho fatto una ricerca su quali siano i paesi che hanno una legislazione in proposito. Sono sicuro che una proposta di questo genere solleverebbe molte critiche dettate da opinioni e pareri diver- si, anche al di là del problema etico della scelta fra l’adozione di questi embrioni e il loro abbandono nelle celle frigorifere che prelude, inevitabilmente, alla loro distruzione. Nel vedere le fotografie di bambini nati da embrioni che, tolti dalle celle frigorifere, impiantati in utero, dopo nove mesi hanno dato origine a delle nuove vite, credo che anche per un non credente sia difficile pensare che in quel gruppo di cellule non ci sia l’inizio di un processo di vita. Certo è lecito sostenere che quel processo sarebbe impossibile senza l’impianto in utero, ma dal punto di vista scientifico almeno secondo le conoscenze attuali, molti scienziati concordano nell’affermare che nel momento in cui c’è un nuovo DNA si può dire che ci sia un nuovo individuo.

A mio giudizio questo è un principio di precauzione condivisibile che però entra in dissonanza con le affermazioni di coloro i quali, all’interno del mondo dei credenti, sostengono che invece il principio di precauzione si debba anticipare al momento in cui non c’è ancora un nuovo DNA, al momento in cui, ad esempio, lo spermatozoo entra nell’ovocita. In casi come questo dovrebbe nascere un senso di attenzione e ascolto reciproco tra chi si pone, nei confronti della vita e della dignità dell’uomo, il problema di rispettare un principio di precauzione e non si dovrebbero alzare muri di incomprensione quando le singole posizioni non possono essere né provate dalle scritture e né contrastate da affermazioni scientifiche.

Se chi è laico approfondisse tutti i ragionamenti che possono portare al rispetto della vita dell’uomo e chi è credente invece riconoscesse che scienza e conoscenza non sono avversari della fede, si potrebbe raggiungere il traguardo della costruzione di una società più accogliente per tutti e anche di una nuova forza politica comune. Se questo tipo di incontro non avverrà in maniera assolutamente serena, approfondita e pacata da parte di tutte le componenti di questo nuovo soggetto politico, l’unione tra il patrimonio socialista e quello cattolico del nostro paese non si potrà realizzare. E sarà allora difficile avere una forza politica che rappresenti effettivamente una larga parte del paese e non sia invece una semplice alchimia, un fragile tentativo di mettere insieme due componenti culturali della storia italiana che finiranno per andare in cerca delle loro origini culturali e partitiche. Credo che quanto detto emerga chiaramente dal dibattito politico attuale e personalmente in questo mi sento di condividere la posizione di chi ritiene che Cesare debba occuparsi delle leggi dello Stato e che la Chiesa debba preoccuparsi di formare le coscienze, di dare l’esempio e di far crescere la società sulla base della professione del messaggio cristiano. G.A. Hai toccato quello che è il nodo cruciale del possibile consenso, ma anche del rischio di dissenso che potrà esservi tra di noi e che – come dicevamo – non sta nella comune accettazione dell’esistenza di una chiara distinzione tra le due sfere. Il nodo riguarda la comune consapevolezza delle ragioni del principio di precauzione e quindi la comune adesione a quelli che possono esserne di volta in volta i confini. È proprio qui, infatti, che si scontrano due culture diverse, che sono abbastanza lontane l’una dall’altra, ma compresenti in quello che io chiamo, se non altro per scaramanzia, l’aggregato che dovrebbe dar vita al Partito Democratico. Ne ho parlato tempo addietro usando una distinzione un po’ semplicistica ma allusiva. Ho parlato di libertà come autoaffermazione e di libertà come responsabilità. In realtà la libertà come pura autoaffermazione di sé è una figlia degenere della cultura liberale. Non è presente nel pensiero di Stuart Mill, né di Locke e tanto meno di Kant. Tutti loro parlano di libertà come responsabilità. Ed è proprio della cultura liberale ritenere che, in applicazione dei principi della libertà, la scelta del giusto e dell’ingiusto sia affidata alla tua coscienza, e non ad una regola eteronoma imposta dall’alto. In questo senso l’esercizio della libertà è sempre scelta fra giusto e ingiusto e quindi, come insegnava Isaiah Berlin, c’è sempre una scelta morale nell’esercizio della libertà. Tuttavia si è venuta affermando, con crescente unilateralità, l’idea che la libertà sia sempre e soltanto una espansione dell’io e quindi, in chiave di Ulisse, l’andare, andare, andare sempre più in là. C’è – sia chiaro – questa componente e trova proprio nella scienza la sua esemplificazione maggiore. La scienza deve poter andare oltre. Se ti dicessi che tu non puoi valicare un determinato punto, che quelle sono le tue colonne d’Ercole, tu mi risponderesti: «ma allora tu mi ostacoli. Io devo andare oltre». È vero, ma non dimentichiamo la distinzione tracciata a suo tempo da Jonas: alla conoscenza non può essere posto limite. Ma per l’applicazione della conoscenza è la stessa cosa?

È evidente che molte volte l’ampliamento della conoscenza dipende dalla sua stessa applicazione e non c’è bisogno di spiegare in quante e quali circostanze questo accade. Tuttavia, quando si ha a che fare con l’applicazione della conoscenza sorge un problema: quali effetti si stanno producendo?

Perché fin quando ci si limita alla pura conoscenza non si produce alcun effetto, se non quello di accrescere il sapere dell’uomo, ma quando, sia pure ai fini di un’ulteriore ricerca, si applicano alla realtà esistente, modificandola, conoscenze già acquisite, si producono degli effetti. Su chi li si produce? Su che cosa? Io non posso sapere se un farmaco cura o non cura una data patologia se non lo applico. Ma nell’applicarlo produco effetti su qualcuno. Sono legittimato a farlo? È qui che nasce il principio di precauzione, come principio non solo morale, ma anche legislativo, fatto valere in particolare dagli ambientalisti rispetto agli effetti su terzi di una serie di attività umane che in precedenza venivano svolte con il massimo disinteresse per le loro conseguenze. Ma non c’è soltanto questo. Perché ci possono essere, nella nostra attività e nell’esercizio delle nostre libertà, degli effetti più ampi di cui noi ci disinteressiamo.

Un argomento che è tipico di chi considera la libertà un processo di autoaffermazione isolabile dal contesto e quindi non arrestabile in nome del contesto è: «Io voglio solo che chiunque intende far così sia libero di farlo, non intendo obbligare nessuno». Ma non è così semplice, perché una volta che si introduce una libertà, la si introduce per la società nel suo insieme, e non si sa in quali contesti reattivi si va a inserirla e con quali conseguenze. Il tema qui non è né la salute di singole persone né la salubrità dell’ambiente (gli ambiti ormai classici in cui il principio di precauzione è più facilmente compreso), è piuttosto l’integrità della societas della quale si è parte. Arriviamo così al nocciolo della questione: io sono o non sono corresponsabile dell’integrità della societas di cui faccio parte? Oppure, in una società libera esistono solo individui ciascuno dei quali provvede a se stesso? Mi permetto di notare che questa seconda visione della società fu a suo tempo fatta propria da Margaret Thatcher, la quale disse: «Non esiste la società, esistono solo gli individui». E tutto il mondo al quale noi apparteniamo reagì in maniera molto critica. Le fu risposto che esiste anche una societas. Così fu. E fu giusto, perché nelle nostre radici culturali, che ci sia un po’ di Locke, che ci sia un po’ di Kant, di Toniolo, di Marx, di Gramsci, di Rosselli, di Calogero, è comunque radicata l’idea che noi siamo animali sociali, che interagiamo tra di noi e che siamo parte di un insieme.

L’idea di eguaglianza e l’idea di giustizia sono figlie di questa concezione di noi stessi. Altrimenti ciascuno provvederebbe solo a se stesso e fu in questo senso che il thatcherismo venne rifiutato. Ora, non si può essere thatcheriani a sinistra. Questo vale per l’economia, ma vale anche per il resto. E quindi qui c’è anche un problema di consapevolezza delle nostre radici. A chi dice, senza preoccuparsi delle conseguenze sull’insieme, «se è tecnicamente fattibile, lo si faccia senza remore», ovvero «io non voglio imporre niente a nessuno» io chiedo di fermarsi. Gli chiedo di fermarsi perché sbaglia davanti alla nozione irrinunciabile di libertà come responsabilità, gli chiedo di fermarsi perché rinnega, in realtà, le nostre radici; gli chiedo infine di fermarsi perché diviene corresponsabile di un circolo vizioso che porta ad una tensione permanente con la religione, nella quale è fortissimo il senso di responsabilità dell’insieme. Perché io non escludo affatto che in talune rigidità che ci sono oggi nelle posizioni della Chiesa o della Conferenza episcopale vi sia l’ansia generata da chi dà la sensazione che non esistono limiti. Ed è poi quest’ansia che porta a irrigidire le posizioni, a rifugiarsi nei no pregiudiziali, a rifiutare ogni seria discussione di merito.

È indiscutibile, ad esempio, che il disegno di legge che il governo ha varato a proposito dei cosiddetti Dico sia abissalmente distante, nella conformazione che dà ai diritti dei conviventi, dalla disciplina matrimoniale. Per questo, dire che un disegno di legge del genere distorce gli incentivi a danno del matrimonio significa più che altro avanzare una pregiudiziale. Può però esserci quell’ansia che porta a pensare «se io dico di sì, la prossima volta faranno anche adottare i bambini dalle coppie gay», e quindi si produce un’escalation di reciproche diffidenze. Ebbene, non vorrei che nel Partito Democratico fossero presenti queste diffidenze reciproche né che, per governarle, ce la cavassimo con la libertà di coscienza, rassicurandoci l’un l’altro con l’affermazione: «ci sono poi delle questioni delicate su cui ciascuno la potrà pensare come crede». No, questa sarebbe la porta di Babele e almeno il nostro futuro partito non deve essere tale. Esso dovrà essere fondato non sul principio «ciascuno la pensi come crede», ma sull’assunto che ciascuno deve essere consapevole che attraverso la libertà si esercita una responsabilità non solo verso se stessi, ma verso l’insieme. Ciò porta a far proprie, nella misura di volta in volta necessaria, le ragioni degli altri, senza che ciò attenti alla libertà, perché ad essa è inerente il principio del limite. Direi di più, è al nostro essere umani che è inerente l’idea stessa del limite, legata al fatto che c’è una parte dell’esistenza di cui non sappiamo e forse non sapremo mai abbastanza, che alcuni chiamano mistero, e che porta all’umiltà. Negarlo porta invece all’ubris e l’ubris, quando arriva ad essere tale, non è mai espressione di libertà, ma è espressione di delirio.

Il Partito Democratico sarà capace di affrontare le questioni più delicate se avrà queste premesse, che spero nessuno fra di noi vorrà definire oscurantiste. Se così fosse, dovrei disperare delle nostre fonda- menta comuni. Voglio aggiungere che su queste premesse il credente ben può rivolgersi alla sua Chiesa ed esprimerle il motivato convincimento che non siamo interamente circondati dal male, che non tutte le devianze dalle tradizioni a cui eravamo abituati sono l’espressione di Satana, che non c’è bisogno di essere Baudelaire per capire che anche in situazioni lontane dalla normalità può esserci un bene che si viene formando e che è giusto riconoscere come tale; e che una religione che si fonda sull’amore e sulla pietas, quando diventa spietata, allora forse ha rinnegato se stessa. Se ne può parlare, se ne deve parlare per discernere i tanti cambiamenti che abbiamo davanti. Ma nessuno di coloro che si fronteggiano deve essere messo in una condizione ansiogena.

I.R.M. Io partirei proprio da questo, da coloro che si fronteggiano. Penso che il Partito Democratico possa essere un terreno adatto per superare le differenze che stiamo elencando, ma solo se, nel momento in cui si confrontano, gli interlocutori che rappresentano l’anima socialista e l’anima cattolica più progressista della nostra storia si lasceranno pervadere dal dubbio. Si dovranno sedere a quel tavolo del confronto con l’idea che l’interlocutore possa in qualche modo avere ragione, dovranno affrontare i dubbi che ognuno di noi ha dentro e riconoscere: «forse questo mio percorso potrebbe essere articolato in un modo differente». È ugualmente importante il concetto della coscienza che cerca la libertà come responsabilità e non come autoaffermazione: questo è uno degli aspetti principali in tutti i dibattiti che abbiamo avuto negli ultimi anni nel nostro paese, perché se noi cerchiamo la libertà come responsabilità diamo completo accesso a qualunque forma di ricerca e quindi espansione della conoscenza, che però non significa libertà assoluta di utilizzare le tecniche o le nuove aree di conoscenza che riusciamo a definire attraverso la ricerca, attraverso la scienza. Credo che sostenere, come alcuni hanno affermato, che la libertà della ricerca, e quindi l’aspirare a una conoscenza sempre più ampia, sia una sorta di neopositivismo e, pertanto, da contrastare, sia sbagliato. Ed è sbagliato anche secondo alcune delle parole più importanti che possiamo trovare nelle scritture della religione cattolica. C’è un bel passo della prima lettera di San Paolo ai Corinzi che mi da molto conforto quando lo leggo; dice che il premio più grande che ognuno di noi – riferito ai credenti – potrà un giorno ottenere è che conosceremo come siamo conosciuti («ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto », 1 Cor 13,12). Cioè ci verrà dato un livello di conoscenza tale da poter comprendere tutto quello che noi oggi non riusciamo a capire con il nostro intelletto. È una questione di fede e, certamente, non è possibile oggi per noi essere certi – né per me, né per altri – che questo si avvererà. Però dà un indizio di come un personaggio come San Paolo considerasse la conoscenza, che viene vista come il bene supremo. Affermare che la conoscenza debba essere in qualche modo limitata, o che tutti gli sforzi che l’uomo nella sua storia ha compiuto per arrivare ad una conoscenza superiore, trovino o possano trovare una condanna nel pensiero cattolico è sbagliato e negato proprio dalle scritture. Credo però che si possa, attraverso il ragionamento, ricondurre tutto proprio al principio di precauzione di cui parlavamo prima. Vanno quindi certamente incoraggiati la scienza, lo studio, l’approfondimento di ogni aspetto della nostra vita, ma poi il principio di precauzione dovrebbe diventare l’elemento che permette, da qualunque patrimonio culturale si provenga, di fermarci qualora non sia chiaro se si invade la libertà di altri oppure il bene pubblico, o ancora il bene della società. Società che è concepita ed esiste in un certo modo, ma che non deve escludere altre forme di organizzazione sociale. Quello di cui abbiamo discusso in queste ultime settimane, a proposito dei diritti dei conviventi, dovrebbe essere ricondotto entro i limiti della conoscenza storica, della storia dell’uomo. Se non avessimo una famiglia come quella che la Chiesa sostiene e difende, non avremmo neanche avuto uno sviluppo della società così come la conosciamo oggi. Non credo, dunque, che quel tipo di famiglia abbia bisogno di essere difeso sollevando animosità o contrasti: quella famiglia è così straordinariamente forte anche perché è il frutto della spinta biologica della specie. Come esiste quel tipo famiglia, esistono, e sono sempre esistiti nella storia, altri tipi di unione affettiva che non debbono essere sviliti o avere meno possibilità di accesso alle risorse della società semplicemente perché sono diversi. La famiglia, ancora una volta, non trae la sua forza dalle regole e dai dogmi. La forza della famiglia deriva dal suo concetto stesso; un concetto che, nella mia visione, non può che essere condiviso, qualunque sia il patrimonio culturale al quale si appartenga, perché nessuno potrà mai negare che quella forza nasce dalla biologia con la quale siamo progettati e costruiti. Che questa biologia sia il prodotto di una mente suprema, come io credo, o il frutto di un caso, le condizioni sociali e storiche oggettive non cambiano. Credo però che una riflessione vada fatta anche allargandoci, come Partito Democratico, alle responsabilità delle forze politiche – composte quindi anche da intellettuali – non solo nazionali, ma anche europee. Si è fatto riferimento a Margaret Thatcher. Devo dire che la Gran Bretagna di Tony Blair rifugge con una certa persistenza, in inglese si direbbe con un certo pattern, da qualunque ragionamento dialogante su molti temi etici sui quali potrebbe invece essere formato un tavolo internazionale condiviso, e questo un po’ mi preoccupa. Il fatto che alcuni documenti condivisi, come la Convenzione di Oviedo, siano stati elaborati da organismi europei, ma che la Gran Bretagna sia uno dei pochi paesi a non averli sottoscritti, e il fatto che senza pensare ad un approfondimento che coinvolga tutto il continente europeo si voglia autorizzare la vendita degli ovuli femminili – che corrisponde al commercio di parti del corpo umano – pongono ancora una volta la Gran Bretagna al di fuori di quelle che sono regole condivise da quasi tutti, se non tutti, gli altri paesi europei e da quasi tutti gli altri paesi del mondo occidentale. Mi preoccupa anche il perseguire certe sperimentazioni, che sono indubbiamente affascinanti per chiunque si occupi di scienza, come il mescolare il DNA di un bovino con il DNA di un uomo per realizzare il sogno chimerico di conoscere quale tipo di cellule otterremmo e quali potenzialità avranno. Quando trapiantai, per la prima volta nella storia, nel giugno del 1992, il fegato di un babbuino in un uomo, rimasi stupefatto, ma anche spaventato nel verificare la presenza di cellule del sistema immunitario del babbuino che avevano migrato dal fegato in ogni organo del paziente e che convivevano con le cellule proprie del paziente trapiantato, nei reni, nei linfonodi, nel- l’intestino «tollerandosi» tra di loro. Però anche allora ci ponemmo, attraverso un dibattito presso il Congresso degli Stati Uniti, di fronte alla necessità di cercare di capire quale strada la conoscenza deve perseguire e quali invece possono essere i limiti che la tecnica deve porsi nel momento in cui la conoscenza evolve. Sono temi che vanno affrontati con serenità, e nell’affrontarli il Partito Democratico non può, per quanto esso sia il frutto dell’unione fra un patrimonio socialista e un patrimonio cattolico, fare riferimento, unilateralmente, alle parole scritte da coloro che rappresentano la cultura socialista e ai principi legittimamente sottolineati dai vescovi. Ritengo che il Partito Democratico debba essere un partito costruito da persone che pensano, si confrontano e usano la loro coscienza, che diventa anche senso di responsabilità, per capire quali siano le potenzialità di entrambe le culture da cui quel partito nasce. È solo attraverso questa strada, non ponendo divieti e limiti al ragionamento dell’altro, ma trovando insieme, con senso di responsabilità, le potenzialità in ogni percorso che si affronta, che secondo me si può costruire una forza nuova.

G.A. È fondamentale che di questo vi sia una consapevolezza diffusa fra noi che intendiamo dar vita a questo partito. Ma è opportuno concludere mettendo bene in chiaro che sarebbe un gravissimo errore tradurre ora queste nostre considerazioni – che spero siano condivise – in un decalogo sulla laicità del Partito Democratico. Tentare di scrivere oggi quel decalogo sarebbe infatti pericolosamente prematuro. Proveniamo da matrici diverse, abbiamo ciascuno i propri pregiudizi ed è anche possibile che nell’immediato non saremmo in grado di sottoscrivere un’esposizione di principi comuni. La nostra non può che essere la classica formazione progressiva di un’area di consenso comune, che già possiede gli elementi essenziali sui quali formarsi, ma alla quale dobbiamo dare il tempo di formarsi. Ci si richiedono perciò umiltà, consapevolezza, lungimiranza, sapendo che non tutto è precostituito. Quello della nascita del Partito Democratico è ciò che il politichese chiama «processo». Ma il politichese qui non sbaglia, perché richiama quel realissimo fenomeno della trasformazione comune di elementi chimici diversi, che si compie solo e imprescindibilmente attraverso un necessario intervallo di tempo. Non è diverso da quanto noi stiamo facendo ed è essenziale che lo sappiamo e ci comportiamo di conseguenza.

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