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Editoriale. Il futuro della Germania in Europa

Written by Giuliano Amato Wednesday, 23 February 2011 11:08 Print
Editoriale. Il futuro della Germania in Europa Illustrazione di Anna Godeassi
Uno dei frutti migliori del lungo dopoguerra europeo è che noi italiani siamo diventati sinceri amici della Germania. La critichiamo malvolentieri e ci dispiace trovare nelle sue scelte e nei suoi comportamenti delle ragioni per farlo. Riconosciamo infatti la capacità che ha dimostrato di liberarsi del nazismo, di condannarlo senza indulgenze e di saper vivere senza riserva alcuna in un assetto democratico fondato sulla più salda garanzia dei diritti.

Siamo inoltre consapevoli del ruolo che ha giocato per l’integrazione europea, usando l’asse franco-tedesco per far fare alla stessa integrazione un passo in più di quello generalmente voluto dalla Francia. Le riconosciamo infine il ruolo di prima della classe e – si sa – criticare i primi della classe è qualcosa che magari si fa, ma lo si fa soltanto nel foro interno, dove se la critica si mischia con l’invidia non se ne accorge nessuno. Certo è che oggi la sentiamo cambiata. Per decenni aveva collocato la propria crescita in seno a quella dell’Europa – e per questo dell’Europa era stata il motore – mentre oggi sembra pensare solo ed esclusivamente a se stessa. Sul terreno internazionale la Cancelliera parla sempre meno del seggio europeo alle Nazioni Unite e sempre più lascia che si consolidi l’aspettativa del seggio tedesco. Sul terreno economico e finanziario, la Germania ha accettato, fra mille perplessità e tentennamenti, che vi sia un meccanismo europeo per sostenere i paesi in difficoltà, ma il principio fondamentale è che ciascuno deve pagare comunque i propri debiti e che in nessun caso il contribuente tedesco deve metterci del suo per i debiti degli altri. Per non parlare della durezza con cui detta unilateralmente agli altri paesi dell’euro le regole da adottare per i rapporti economici e sociali al loro interno, lasciando intendere che l’eurozona potrà funzionare solo se riuscirà ad essere una Germania allargata.
Che cosa è successo ai nostri amici tedeschi? E quale atteggiamento dobbiamo tenere con loro? Gli articoli qui pubblicati ci aiutano a capire entrambe le cose, con indicazioni e suggerimenti che non sempre collimano, ma sono comunque tali da dirci con chiarezza i punti forti e i punti deboli della Germania di oggi, mettendoci così in condizioni di procedere a ragion veduta. Di sicuro – ci viene detto – non è tornata la Germania di un tempo, che nutriva aspirazioni egemoniche. È solo divenuta più normale, normale come la Francia e l’Inghilterra e più o meno tutti gli altri, che hanno un’anima nazionale prima di averne (se l’hanno) una europea; mentre in passato per la Germania divisa e ancora schiacciata dalla responsabilità del nazismo e della guerra, l’unica possibile anima era stata quella europea. È divenuta forte, e le va riconosciuto, avvalendosi di una Ordnungspolitik che assicura una presenza dello Stato nell’economia saldamente fondata su
principi liberali (l’ordoliberalismo degli anni Trenta), rendendolo utile alle imprese, e non conflittuale con le esigenze della loro crescita interna e internazionale, come raramente accade in altri paesi. Confida molto nella stabilità e la pretende, ma ciò non è figlio soltanto dei vecchi incubi weimariani, è anche dovuto a una attualissima e meritoria percezione dei tanti fattori di volatilità che contrassegnano l’economia e la finanza divenute globali.
Certo, di qui vengono anche i suoi punti deboli, l’ipersensibilità alle sue fragilità interne, che rende la sua politica molto, troppo attenta ai veti e ai vincoli interni, e la conseguente visione del mondo europeo circostante, in particolare di quello meridionale, come un mondo di parassiti, che vivono sulle spalle della Germania e che debbono imparare a fare da soli. La Germania non accetta facilmente che, quando si parla di squilibri macroeconomici dannosi per il mondo, si punti il dito non sui soli paesi in deficit, ma anche su quelli in surplus. E quando si rivolge agli altri paesi europei pretendendo da loro che facciano come lei, sembra ignorare che, se davvero lo facessero, aggraveremmo tutti insieme gli squilibri mondiali, mentre abbiamo la responsabilità di concorrere a ridurli, trovando in primo luogo un migliore equilibrio all’interno della nostra Europa.
E di qui cogliamo facilmente ciò che sarebbe bene fare nei confronti dei nostri amici tedeschi. Non prenderli di punta, ma coinvolgerli di più nel vasto dibattito in corso oggi in Europa, che essi leggono soltanto di riflesso, o dall’interno degli stereotipi che si sono formati sugli altri o attraverso il filtro dello scambio intenso che hanno ormai con la sola Francia. C’è molto che noi dobbiamo imparare dalla Germania, e personalmente penso che ciò riguardi anche il mercato del lavoro, a partire dalla qualità della formazione che essa assicura ai suoi lavoratori, spiegando così buona parte della loro maggiore produttività. Ma a sua volta la Germania deve cogliere, senza deformazioni autocelebrative, il rapporto effettivo che ha con noi, riflettendo sulla entità delle sue esportazioni negli stessi paesi mediterranei e sul beneficio che tali esportazioni ottengono dalla parità valutaria garantita dalla comune appartenenza all’eurozona. E deve anche capire che non tutto è perfetto al suo interno. Non è vero, ad esempio, che la sua domanda interna non è ulteriormente espandibile a causa della accresciuta anzianità della sua popolazione, giacché molti sono ancora i servizi che non ha liberalizzato e molte sono di conseguenza le opportunità di maggiori consumi (da parte degli stessi anziani) tuttora non utilizzate.
La Germania di oggi si sente europea, se è ed è accettata come leader dei processi europei. Ma proprio perché è così, la sua acquisita “normalità” non può essere quella di tutti gli altri. È e non può che essere la normalità di un paese leader, con le responsabilità che necessariamente accompagnano l’attenzione per i propri interessi. Nel Consiglio europeo del 4 febbraio scorso la Cancelliera Merkel ha detto esplicitamente che «in ventisette non si può decidere». Sappiamo tutti che c’è del vero, ma questo non significa che possa bastarle il previo consenso della Francia per imporre la sua volontà ai restanti venticinque. Non è così che si esercita la leadership, né è utile agli stessi interessi del paese leader rifiutarsi di concorrere al benessere degli altri, quando questo contribuisce al suo.
Nell’immediato dopoguerra, gli americani furono criticati per il Piano Marshall, perché questo non nasceva da un puro spirito di solidarietà, ma serviva a rimettere in piedi economie che avrebbero così importato prodotti degli stessi americani. Se convinceremo la Germania a meritarsi una critica del genere, avremo fatto noi, e avrà fatto la stessa Germania, un importante passo avanti.

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