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L’industria di produzione culturale italiana è forte

Written by Riccardo Tozzi e Francesca Medolago Albani Wednesday, 23 February 2011 17:08 Print
L’industria di produzione culturale italiana è forte Illustrazione di Anna Godeassi

Riccardo Tozzi e Francesca Medolago Albani analizzano lo stato dell'industria culturale italiana in un articolo del numero 2/2011 di Italianieuropei.

 

Nonostante l’atteggiamento scettico, e talvolta disfattista, dei media nazionali, è innegabile che l’industria culturale italiana stia attraversando oggi una fase di innovazione e prosperità in più settori: dalla musica, alla fiction televisiva, al cinema. Per far sì che tale successo si consolidi nel tempo è fondamentale che il sostegno alla produzione culturale nazionale ricopra un ruolo di primo piano nell’agenda politica.

Dagli articoli che seguono emerge in modo inconfutabile un fenomeno di notevole rilievo: l’industria di produzione culturale del nostro paese è in piena fioritura. Non si sono mai pubblicati e letti così tanti romanzi italiani, la fiction nazionale ha quasi eliminato dagli schermi della televisione generalista quella americana, la musica italiana ha successo in patria e all’estero. E, ultimo in ordine di tempo, il cinema italiano si sta affermando come il più forte fra quelli dei paesi occidentali: è in fase di sorpasso su quello francese e si avvia ad avere in assoluto la più alta quota di mercato interno. I primi anni del terzo millennio appaiono segnati da una grande crescita della produzione e del consumo di prodotti culturali nazionali.

Nonostante questi andamenti siano chiari da tempo, la comunicazione non li ha registrati. L’esempio più evidente è quello del cinema. Da quattro anni i film italiani raggiungono una quota di mercato interno del 30% circa (la Francia è al 35%, Germania, Spagna e Inghilterra intorno al 10%). Nel nuovo anno si prevede che tale quota possa raggiungere il 40%. I giornali internazionali di settore parlano da almeno tre anni di «renaissance of Italian cinema »: la stampa e la televisione del nostro paese continuano a parlare, invece, della crisi del cinema italiano. Esponenti delle professioni coinvolte nel fenomeno partecipano ai convegni illustrandone le tendenze, ma le loro parole non sono ascoltate o vengono addirittura derise. Domina un pensiero che prevede, come in un teorema, che l’Italia berlusconiana e televisiva debba per forza essere degradata culturalmente e ridotta a una sorta di “penisola dei famosi” appesa al teleschermo. Però i fatti paiono inequivocabilmente smentire questa tesi: occorrerà prendere atto che quel pensiero è una costruzione retorica. È ora di farlo, e di farlo di buon animo. Se il paese esprime un’industria culturale vitale e un pubblico interessato ai suoi prodotti, non è quel disastro che si immagina. Forse ad alcuni piace credere che vi sia una situazione di grande difficoltà perché il “disastro”, soprattutto se considerato inevitabile, mette l’anima in pace: non c’è nient’altro da fare che maledire (cosa che si può fare standosene in poltrona) e cercare colpe altrove. Meglio ancora, per alcuni, si può sottintendere che la modernità in sé sia un disastro e che si stava meglio quando si stava (ideologicamente) peggio.

Le storie raccontate in questi articoli dicono invece che il paese può entrare nella modernità e cavarsela bene. O meglio, sostengono che lo abbia già fatto, anche se ancora in pochi se ne sono accorti. Certo, questo significa informarsi prima di parlare, progettare invece di giudicare, agire invece di recriminare. Vuol dire anche guardare a ciò che avviene fuori dai propri confini e prendersi la responsabilità di elaborare prima, e governare poi, nuovi processi in casa. Forse bisogna anche chiarirsi bene su cosa si intenda per “modernità”, e quanta poca parte in questo abbiano l’attualità o la gestione della contingenza. Perché anche un’altra cosa va detta: quello che gli articoli narrano sinteticamente è il risultato di lunghi periodi di sofferenze diverse e, nel momento in cui bisognava scegliere se rimboccarsi le maniche o mollare tutto, di ripartenza. La metà degli anni Novanta ha rappresentato l’apice della crisi per la musica, per il cinema, per la neonata fiction nazionale. L’editoria si trovava in una situazione diversa, con i “classici” della letteratura che pompavano artificiosamente la diffusione della carta stampata attraverso i collaterali. Ci si trovava però anche tra le macerie economiche delle partecipazioni statali e delle liberalizzazioni allegre. Nessuno in quel momento della storia del paese avrebbe posto l’attenzione alla cultura tra le priorità della politica. Le componenti artistiche e produttive delle diverse industrie culturali hanno dovuto trovare da sé la soluzione ai loro problemi, ed è stato giusto così. È allora che si sono distinte le due anime dell’audiovisivo: quella cinematografica, tesa alla ricerca di un nuovo pubblico, e quella della fiction, alla ricerca delle grandi platee popolari. Poi sono arrivati i sostegni normativi (dall’Europa), quindi una nuova disattenzione lungo il quindicennio segnato dalla crescita, infine gli incentivi fiscali per il cinema: ora più nulla.

Sulle vicende del cinema, in particolare, è necessario fare due riflessioni. La prima riguarda il ruolo svolto dall’Europa. Le istituzioni pubbliche non se la sono cavata bene: quelle europee non meglio delle altre. Però da lì sono arrivate le uniche innovazioni politiche nel campo dell’audiovisivo: la direttiva sulla TV del 1989, modificata poi nel 1997; il glorioso riconoscimento dell’“eccezione culturale”, che ha aperto una via diversa all’interno del mercato unico e contro il divieto di aiuti di Stato (e quindi consentito gli incentivi economici e fiscali); la misconosciuta, in Italia, risoluzione del Parlamento europeo del 2008 sulle industrie culturali; il Libro verde del 2010 sulle industrie culturali e creative, che porterà a una nuova risoluzione nel 2011. Lì si legge, tra i molti «considerando» sull’importanza del binomio industria-cultura anche per la crescita economica europea, che questo è uno dei pochi settori in cui l’Europa avrà sempre un vantaggio competitivo sul resto del mondo. E concretamente si propone l’applicazione di un’IVA ridotta su tutte le filiere e i prodotti culturali. Speriamo che qualcuno metabolizzi l’informazione e la proposta: speriamo che, venendo dall’Europa, ancorché con strumenti non cogenti, il suggerimento faccia scaturire una riflessione un po’ più ampia sulle soluzioni possibili per un sostegno sano all’industria culturale italiana.

La seconda scaturisce dai risultati eccezionali della produzione nazionale recente. Oggi si raccolgono i frutti di quanto investito negli anni passati, sempre più dai privati, sempre meno dal settore pubblico. Per giungere in sala un film ha bisogno almeno di due anni a partire dall’idea; un libro o un album nuovi necessitano più o meno dello stesso tempo. Se si tratta di esordienti il tempo tendenzialmente raddoppia. Si è quindi partiti nel 2007-08 per ottenere nel 2010 un risultato positivo e a doppia cifra. Il 2011 mostrerà appieno i risultati dell’aumento degli investimenti, sostenuti anche dagli incentivi fiscali, e presenterà al governo un’industria pronta a fare un salto di qualità, anche sui mercati esteri. E dal 2012? Se ci fossero una strategia di sostegno agli investimenti, una strategia di coordinamento con la promozione del “made in Italy”, una strategia multidisciplinare e di raccordo tra le amministrazioni competenti…

Per rimanere nella modernità, e cavarsela bene, bisogna elaborare modelli di politica industriale, portarli avanti pragmaticamente. E di modelli di politica industriale c’è, anche nel campo del prodotto culturale, grande bisogno. I successi ottenuti, frutto di iniziative settoriali, sono infatti instabili perché non sono mai stati messi a sistema: per farlo non basta la creatività, serve la politica. E la politica è, in questi anni, sostanzialmente mancata.

L’industria culturale italiana è un’opportunità per il paese, e anche per la politica, quella vera, di cui abbiamo bisogno: una politica volta alla crescita, non assistenziale ma di orientamento, incentivazione e integrazione. Che chieda il meglio da tutti e che faccia sentire tutti parte di un processo più vasto di sviluppo economico e civile.

Dall’analisi dei differenti ambiti del mondo culturale italiano emerge un elemento particolarmente interessante: dopo una fase di grande espan - sione, la fiction registra cenni di involuzione. Pur mantenendo sulle reti generaliste una posizione dominante rispetto alla produzione americana, la fiction italiana denuncia infatti alcuni preoccupanti punti critici: un calo di qualità, dovuto all’omologazione derivante dal fatto che tutte le reti generaliste sono alla ricerca dello stesso pubblico; un calo di quantità dovuto al taglio degli investimenti di RAI e Mediaset, per la crisi finanziaria della prima e il conseguente calo della tensione competitiva della seconda; l’assenza dai nuovi mezzi, in particolare per quanto riguarda la pay tv. Per questo tipo di televisione esiste una produzione americana ormai di lunga data e di notevole qualità, che occupa i canali delle piattaforme a pagamento e tende a trasferirsi anche sulla TV generalista. In Italia la produzione per questi mezzi è limitata, perché l’investimento di Sky è ancora in fase sperimentale, anche se i primi tentativi in tal senso (“Boris” e “Romanzo criminale”) hanno ottenuto un grande successo.

L’insieme di questi fattori di crisi sembra ricondursi a un processo che comincia a profilarsi all’orizzonte: il declino della televisione generalista. Lo sviluppo dei nuovi mezzi, il ruolo della rete, la ripresa del consumo cinematografico e degli eventi, sono tutti elementi che mettono in luce la fine del dominio della televisione generalista. Per l’Italia si tratta di uno sconvolgimento epocale. I processi sono in moto, il panorama televisivo italiano non potrà rimanere lo stesso: forse l’ombra dei due giganti che ci hanno sovrastato per così lungo tempo sta per dileguarsi. Ancora una volta, una grande opportunità; ma ancora una volta processi che richiedono un governo politico.

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