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Visto dall'Italia. Il comunismo sovietico e la storia del Novecento

Written by Giuseppe Vacca Friday, 29 February 2008 17:57 Print

Per il suo duplice profilo di principale figura del comunismo italiano e di dirigente autorevole, per più di trent’anni, del comunismo internazionale, la vicenda personale di Palmiro Togliatti si presta in modo esemplare a ripensare la storia del comunismo sovietico nel Novecento. Lo confermano tre libri molto diversi fra loro, usciti l’estate scorsa: «Togliatti e Stalin», di Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky; «Sul memoriale di Yalta», di Carlo Spagnolo; e «Togliatti nel suo tempo», a cura di Roberto Gualtieri, Carlo Spagnolo e Ermanno Taviani.1

Ci spingono a parlarne in questa sede il convincimento che la ricostruzione di una democrazia di partiti in Italia potrà avere solide fondamenta solo se saprà basarsi su una visione storica equilibrata del «secolo breve» (una visione emancipata dalle grandi narrazioni ideologiche degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato) e l’auspicio che le élite impegnate nell’esperimento affascinante e difficile di dar vita al Partito Democratico acquistino piena consapevolezza della validità del metodo storico come principale risorsa culturale e strategica necessaria per generare una forza politica vitale e duratura.

Il libro di Aga-Rossi e Zaslavsky è una riedizione, notevolmente arricchita, di un volume uscito dieci anni fa con lo stesso titolo. Anche per questo lo prenderemo in esame limitatamente ai temi che ne caratterizzano il metodo e l’impostazione, i quali, malgrado il progredire della disponibilità delle fonti e degli studi (a cui anche i due autori hanno contribuito in questi anni), nella sostanza non sono mutati. La loro ricerca ebbe origine da un’occasione archivistica straordinaria, offerta dalla breve stagione della «rivoluzione degli archivi » ex sovietici (1992-96). Infatti, il volume fu costruito quasi per intero sulle relazioni dell’ambasciata di Roma al ministero degli esteri sovietico dalla nomina dell’ambasciatore Kostylev alla morte di Stalin (1945-53), con attenzione pressoché esclusiva alle informazioni riguardanti il PCI, i suoi rapporti con Mosca e la sua azione in Italia. Nella nuova edizione fonti e temi di ricerca si sono notevolmente slargati e avremo modo di accennarvi. Ma, per stare all’impostazione della ricerca, è difficile dire in qual genere di storiografia i due autori abbiamo inteso inserirsi. Parrebbe la storia internazionale, poiché il rapporto fra il PCI e la politica estera staliniana, a cui il volume è dedicato, è impostato come un case study emblematico del modo di operare del comunismo internazionale come «sistema», centrato sul potere decisionale autocratico di Stalin. Ma né in questa, né nelle altre loro ricerche gli autori si sono mai dedicati veramente ad inquadrare la politica estera dell’URSS nelle dinamiche della storia mondiale del Novecento; essi si sono dedicati piuttosto a dimostrare come qualunque attore del comunismo internazionale, nell’età staliniana, abbia dovuto operare, volente o nolente, come il terminale di un unico disegno, sempre uguale a se stesso, rispondente alla percezione staliniana dell’interesse statale dell’URSS. Tale impostazione coglie indubbiamente un aspetto essenziale del «sistema» staliniano, ma per farne la storia, tanto più nella prospettiva della storia internazionale, è ancora poco e non ci aiuta a comprendere, ora che il comunismo sovietico è finito, né il modo in cui esso si era autorappresentato, né le rappresentazioni con cui venne percepito, autenticamente o strumentalmente, dagli avversari.

Per restare nei confini cronologici e tematici del volume, ci pare che le idee guida dei due autori siano le seguenti: con la seconda guerra mondiale l’URSS staliniana diviene una «superpotenza», la cui vocazione è la conquista di un predominio mondiale basato sull’espansione territoriale propria o di regimi comunisti affermatisi autonomamente (come nel caso della Yugoslavia e della Cina), ma ad essa rigidamente subordinati. L’Unione Sovietica si sarebbe quindi configurata come una potenza espansionistica portatrice di una minaccia catastrofica per qualunque popolo, consistente nella imposizione violenta (con la forza delle armi e l’occupazione militare) del proprio modello economico, del proprio sistema politico e della propria potenza. Perciò i partiti comunisti non sarebbero mai andati oltre la funzione di «quinte colonne», magari giocata con grande abilità, secondo le capacità dei loro leader di ingannare le proprie popolazioni e manipolarne il consenso al fine di accrescere la potenza dell’URSS.

I principali temi del libro che qui interssa discutere sono quindi i seguenti: se l’URSS staliniana, proprio perché orientata da una proiezione della potenza basata sul controllo militare dei territori, sia stata effettivamente una «superpotenza» e in che misura la si possa considerare – almeno retrospettivamente – «espansionistica»; e se, alla luce di questa stessa ricerca, risulti confermata l’altra idea guida che alla prima è associata. Vale a dire che il PCI, gerarchicamente subordinato alla decisioni di Stalin, non poteva per definizione assolvere ad una funzione nazionale. Da questo angolo visuale i capitoli salienti del libro di Aga-Rossi e Zaslavsky sono quelli dedicati alla svolta di Salerno, alla questione di Trieste, alla posizione del PCI sul Piano Marshall e alle ragioni della moderazione di Stalin nel 1947-51, che avrebbe determinato l’abbandono dell’opzione insurrezionistica molto forte nel PCI di quegli anni.

Ignorando la storia dell’antifascismo comunista, al quale il PCI aveva dato forse i maggiori apporti analitici e strategici fin dagli anni Venti, e non prendendo in seria considerazione l’opzione antifascista nella politica di Stalin dal 1941 al 1945, per i due autori il problema della cosiddetta Svolta di Salerno si ridurrebbe al fatto che anch’essa fu decisa da Stalin e addirittura «ordinata» ad un riluttante Togliatti nella notte del 3-4 marzo 1944, alla vigilia della sua partenza per l’Italia. Non potendo ripercorre qui la complessa vicenda della Svolta di Salerno (del resto assai nota e ricostruita esaurientemente da Silvio Pons),2 mi limito ad osservare che la tesi di Aga-Rossi e Zaslavsky è contraddetta dalla documentazione di cui oggi disponiamo. Essi si basano sul documento elaborato da Dimitrov e Togliatti il 18 gennaio 1944, con il quale quest’ultimo aderiva alla piattaforma dei partiti antifascisti operanti in Italia basata sul rifiuto di partecipare al governo Badoglio fino a che il re non avesse abdicato. Secondo i due autori questo documento sarebbe stato il frutto di una elaborazione autonoma di Dimitrov e di Togliatti, smentita da Stalin nell’incontro segreto con il leader comunista italiano. Ma fra le carte di Molotov Silvio Pons ha ritrovato copia di quel documento con la scritta «approvato da Molotov» in data 29 gennaio 1944.3 Secondo il processo decisionale della leadership sovietica, «approvato da Molotov» equivale ad approvato da Stalin. Fu Stalin, dunque, a cambiare posizione e a concordare con Togliatti la nuova linea nell’incontro citato. Le ragioni di tale orientamento sono note e puntualmente riferite dai due autori: di fronte alla decisa iniziativa del governo Badoglio maturata proprio in quei giorni, volta ad ottenere il riconoscimento anche dall’URSS, e al fatto che essa prevedeva la partecipazione di tutti i partiti antifascisti al suo governo, per rafforzarne l’azione anti-hitleriana, Stalin colse un’occasione inattesa per intervenire nella sfera di influenza angloamericana, dalla quale l’URSS era esclusa, al fine di condizionarne gli assetti definitivi. Quindi mutò l’indirizzo che aveva sostenuto fino a pochi giorni prima, originando un riorientamento anche del PCI. Ma non si può ignorare che la piattaforma che scaturì dall’incontro fra Togliatti e Stalin era quella che il primo aveva proposto a Dimitrov ancor prima della conferenza di Mosca delle potenze antifasciste dell’ottobre 1943 e poi aveva approfondito e popolarizzato in novembre e in dicembre. Di fronte all’opzione staliniana per la piattaforma dei partiti antifascisti Togliatti aveva dovuto adeguarsi. Ma la documentazione di cui disponiamo ci dice che a cambiare strategia, nella fatidica notte, fu Stalin e non Togliatti, che si vedeva finalmente autorizzato a operare secondo le linee strategiche da lui precedentemente enunciate. Che poi dovesse essere Stalin a decidere in ultima istanza la linea del PCI è un’ovvietà non solo per i vincoli che legavano il PCI a Mosca, ma anche perché l’URSS era la principale potenza alleata di riferimento dei comunisti italiani nella guerra al nazismo e al fascismo. Se quindi la «svolta» fu decisa da Stalin non trovò certo Togliatti riluttante, ma incoraggiato ad agire secondo i suoi più profondi convincimenti. Quel che Stalin aggiunse fu probabilmente l’informazione che l’URSS si apprestava a riconoscere il governo Badoglio e ciò costituì non solo uno straordinario vantaggio al momento del suo rientro in Italia, ma anche la ragione per cui la nuova linea si impose rapidamente agli altri partiti antifascisti come la più aderente alla situazione. Peraltro, va osservato che Aga- Rossi e Zaslavsky continuano ad affermare che Togliatti non rivelò mai di aver avuto quell’incontro con Stalin, mentre, com’è noto, egli vi accennò chiaramente nel discorso pronunciato alla camera dei deputati il 6 marzo 1953, in morte del dittatore sovietico. Era stato un incontro segreto, del quale abbiamo notizia solo dal «Diario» di Dimitrov, mentre non ce ne è pervenuta neppure una registrazione. Perciò Togliatti si sentiva autorizzato a parlarne solo dopo la morte di Stalin.

La posizione di Togliatti sulla questione di Trieste è oggetto di una vasta letteratura e di una controversia politica e storiografica che dura da decenni. I due autori la ripercorrono sinteticamente come prova dell’impossibilità per il PCI di assumere una posizione corrispondente all’«interesse nazionale» italiano. In estrema sintesi, sul futuro di Trieste si confrontavano due posizioni: quella di Tito, che, forte dell’occupazione della città da parte delle sue truppe, ne rivendicava l’annessione alla Yugoslavia, e quella di Togliatti, che riteneva opportuno accantonare la questio- ne per affidarla ad una trattativa bilaterale successiva fra Italia e Yugoslavia, a guerra finita. Sia per Togliatti che per Tito la decisione ultima spettava a Stalin, che fino al giugno del 1946 (Conferenza dei ministri degli esteri di Parigi) sostenne la posizione yugoslava, per cedere poi di fronte all’intransigenza angloamericana e aderire alla soluzione del Territorio libero di Trieste. Gli autori ricostruiscono puntualmente gli avvenimenti e la logica che ispirava la posizione di Stalin: pur nel rispetto delle sfere di influenza stabilite nelle Conferenze internazionali delle potenze antifasciste nel 1944-1945, Stalin sosteneva le rivendicazioni yugoslave perché collimavano con la sua strategia generale, mirante ad estendere il più possibile il controllo militare dei territori conquistati dall’Armata rossa o da altri eserciti comunisti affidabili, com’era fino al 1946 l’esercito partigiano del maresciallo Tito. L’obiettivo corrispondeva alla logica dell’espansione territoriale della potenza sovietica e all’intento di saggiare le possibilità che gli alleati la subissero nei casi in cui l’occupazione di territori concordemente assegnati alla loro sfera di influenza, da parte di forze militari fedeli all’URSS, avesse creato una situazione di fatto che essi non si sentivano di rimuovere. La logica di Tito non era diversa e si iscriveva in un disegno egemonico riguardante il futuro assetto dei Balcani che Stalin sostenne fino alla vigilia della Conferenza di Parigi. L’accusa che Aga-Rossi e Zaslavsky rivolgono a Togliatti è di non aver rivendicato con altrettanta forza l’«italianità di Trieste», abbandonandone il destino alla decisione di Stalin, e ciò costituirebbe la prova che l’opzione prioritaria del PCI era la potenza dell’URSS, non l’«interesse nazionale» dell’Italia. Mi limiterò a discutere il modo in cui i due autori concepiscono la nozione di «interesse nazionale» e la impiegano come criterio di ricostruzione storiografica e di valutazione storica.

Le posizioni di Tito e di Togliatti sulla questione di Trieste dipendevano entrambe dalla decisione ultima di Stalin: quella di Tito, di impronta nazionalistica e unilateralistica, affidava la propria sorte alla forza delle armi e alla possibilità che Stalin si impegnasse in un duro confronto con gli alleati per sostenerla; quella di Togliatti puntava invece sull’interesse dell’Italia e della Yugoslavia a regolare amiche- volmente e quindi con maggiori margini di autonomia la loro controversia, a guerra finita, quando anche per Stalin le conquiste territoriali dell’Armata rossa avrebbero dovuto essere garantite dal riconoscimento angloamericano. Mi pare evidente, quindi, che si confrontassero anche due modi diversi di interpretare la politica estera di Stalin: nel caso di Togliatti le possibilità di mantenere Trieste all’Italia erano affidate ad un futuro equilibrio europeo nel quale l’URSS, rassicurata dal riconoscimento del controllo conquistato nei paesi dell’Europa centrale e orientale, potesse esercitare un ruolo stabile di potenza interessata a mantenere la pace e a favorire relazioni amichevoli fra i paesi appartenenti alle due diverse sfere di influenza. Era una posizione che scommetteva sulla tenuta della coalizione antifascista e su una opzione della politica estera dell’URSS che Stalin cominciò a capovolgere fin dal 1946, mettendo da parte l’antifascismo, tornando all’«antimperialismo» della tradizione bolscevica e ponendo le premesse della guerra fredda in Europa. La prospettiva in cui si muoveva Togliatti, basandosi sull’esperienza delle opzioni sovietiche negli anni della politica di sicurezza collettiva (1933-36) e della «guerra antifascista» (1941-45), era quindi aleatoria e non solidamente fondata. Ma il punto da discutere, qui, riguarda la sua aderenza all’interesse nazionale italiano e, più in generale, la tesi dell’impossibilità per il PCI di elaborare una propria politica in nome dell’«interesse nazionale».

La discussione ha un valore retrospettivo e dunque storiografico. Ma ha anche una rilevanza attuale, poiché il modo in cui si interpreta il passato influisce direttamente sulle concezioni degli attori politici nel presente. Aga-Rossi e Zaslavsky ricordano che la nozione di «interesse nazionale » non è univoca ed è contendibile sia in sede politica, sia in sede storica. Questo vuol dire che dell’interesse nazionale si possono dare definizioni diverse secondo le diverse combinazioni della politica interna e della politica internazionale che le forze politiche considerano più convenienti per il loro paese. La questione di Trieste non può quindi essere affrontata solo in base al criterio della sua «italianità», come i due autori invece fanno, quasi che ci fosse un solo modo di difenderla. Se per giungere al risultato di restituire Trieste all’Italia era comunque necessario un accordo fra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, era legittimo perseguire strade diverse per raggiungere quell’obiettivo. La politica estera dell’Italia su cui puntava Togliatti nel 1945-46 era basata sulla possibilità che l’URSS mantenesse l’opzione internazionale antifascista e questa, condivisa anche dagli angloamericani, originasse un assetto europeo fondato sull’equilibrio e la cooperazione fra le due sfere di influenza in cui l’Europa era stata divisa, e non precipitasse nella formazione di «due campi» contrapposti. Il fatto che quell’ipotesi tramontasse rapidamente non autorizza la tesi che chi la sosteneva non fosse interprete di una visione legittima dell’interesse nazionale. Certo, essa dipendeva dagli orientamenti di Stalin e quindi si basava sulla coincidenza fra la sua percezione dell’interesse nazionale sovietico e quella togliattiana dell’interesse nazionale sovietico e italiano. Ma questo era nella logica delle nuove condizionalità della politica estera scaturite dall’emergere del mondo bipolare. Non era diversa la logica che presiedeva alla percezione degasperiana dell’interesse nazionale italiano, basata sulla coincidenza con l’interesse nazionale americano. Con l’inizio della guerra fredda le due opzioni divennero asimmetriche e la conciliazione dell’interesse nazionale italiano con l’interesse nazionale sovietico in politica estera divenne impensabile, almeno fino alla morte di Stalin. Ma fino alla Conferenza di Parigi del giugno 1946 la situazione non era quella. Inoltre, Togliatti legava la restituzione di Trieste all’Italia ad una linea di politica estera che, pur vincolata agli interessi sovietici, puntava ad una soluzione multilaterale del problema. Si può dire che fosse meno realistica della rozza linea nazionalistica di Tito, che alla fine dovette cedere di fronte alla decisione concorde delle potenze antifasciste di fare di Trieste un «territorio libero», com’era del tutto ovvio prevedere? O meno nazionale della rivendicazione pura e semplice dell’italianità di Trieste? E questa linea, speculare a quella di Tito e cavalcata soprattutto dalla destra italiana, era forse più «nazionale» o non dipendeva a sua volta dalle decisioni americane? Ma soprattutto, si può far colpa a Togliatti oggi, in sede storiografica, di aver cercato di risolvere la questione di Trieste con un approccio basato sull’interdipendenza e il multilateralismo, anziché sulla pre ponderanza della potenza americana e su una percezione unilaterale dell’interesse nazionale italiano?

Per quanto riguarda la questione generale, se cioè fosse possibile per il PCI in via di principio elaborare una visione autonoma dell’interesse nazionale, il caso più perspicuo, fra quelli affrontati da Aga-Rossi e Zaslavsky, è senza dubbio il voltafaccia sul Piano Marshall. A questo proposito ci limiteremo ad un solo aspetto della questione: il fatto che il mutamento di indirizzo del PCI avvenisse in ottemperanza del mutamento della posizione sovietica. Com’è noto, inizialmente anche l’URSS era favorevole al Piano Marshall perché, per la sua ricostruzione, aveva bisogno degli aiuti americani che peraltro le erano stati offerti. Poi, di fronte all’enunciazione della Dottrina Truman e all’entusiasmo delle democrazie popolari più importanti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria) per il Piano Marshall, Stalin temette che esse si potessero sottrarre al suo controllo e impose ai partiti comunisti europei di respingere e boicottare gli aiuti americani in nome dell’indipendenza nazionale dei rispettivi paesi. L’imposizione si estese anche ai partiti comunisti italiano e francese che, accettandoli, come erano propensi a fare, avrebbero esercitato un’influenza destabilizzante per il potere sovietico nell’Europa centrorientale. Come i due autori ricordano, la posizione sovietica si basava su un mix di catastrofismo economico e di cinismo politico rivelatisi ben presto miopi e controproducenti: la convinzione che anche con gli aiuti americani l’economia dell’Europa occidentale non si sarebbe ripresa e tutto l’Occidente sarebbe andato rapidamente incontro ad una crisi economica irrisolvibile, e l’obiettivo di accrescere l’influenza sovietica oltre la Cortina di ferro attraverso l’azione sabotatrice dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, favorita dalla riduzione alla fame dei rispettivi paesi. Da questa visione scaturì la scelta di dar vita al Cominform che, contrariamente a quanto gli autori ripetono più volte, non fu una riedizione del Comintern, avendo obiettivi limitati alla stabilizzazione del potere sovietico nell’Europa centrale e orientale.4 L’allineamento del PCI alla posizione sovietica sul Piano Marshall fu forse l’atto decisivo della sua autoesclusione dalla legittimazione a governare che non si sarebbe mai più sanata. E, sotto il profilo che qui stiamo considerando, costituisce forse la prova più macroscopica della sua impossibilità di declinare l’interesse nazionale in termini competitivi con la DC degasperiana. Ma, come anche i due autori documentano, la scelta fu motivata dall’opzione per il consolidamento del potere sovietico in Europa, operata in danno non solo degli interessi italiani, ma anche della funzione nazionale dello stesso PCI. L’esempio quindi parrebbe calzare perfettamente alla tesi generale dei due autori che, come abbiamo detto, negano in via di principio la possibilità per il PCI di avere una visione autentica e autonoma dell’interesse nazionale italiano. Ma non mi pare sia questa la conclusione da trarre dalla ricostruzione del voltafaccia del PCI sul Piano Marshall e dalla sequenza delle tre questioni finora esaminate. Come i due autori hanno modo di chiarire nel prosieguo della loro ricerca, la cosiddetta «doppiezza» togliattiana non consisteva nell’insincerità della strategia democratica perseguita ufficialmente dal PCI a fronte della prospettiva insurrezionistica, che sarebbe stata invece la sua aspirazione autentica, bensì nel perseguire alternativamente una politica interna e internazionale moderata o radicale, vantaggiosa o dannosa per l’Italia in relazione alla politica estera dell’URSS, che il PCI si proponeva prioritariamente di assecondare. In altri termini, anche se i due autori evitano di confrontarsi con il paradigma della «doppia lealtà» proposto da Franco De Felice in un ben noto saggio del 1989,5 essi di fatto lo condividono e l’adoperano. Per valutare l’azione del PCI nel dopoguerra esso mi pare molto più perspicuo della negazione aprioristica della sua dignità di forza nazionale. Il paradigma della «doppia lealtà » ci sembra il più aderente alla definizione delle nuove condizionalità della politica estera nel mondo bipolare del dopoguerra. Nella combinazione di politica interna e politica internazionale che definiva la funzione dei partiti fondamentali, quel paradigma ci fa comprendere come ciascuno di essi, il PCI e la DC, elaborasse necessariamente il nesso nazionale-internazionale in ragione di una doppia fedeltà: al proprio paese e allo schieramento internaziona- le in cui esso era inserito, cioè all’una o all’altra delle potenze egemoni in un mondo sempre più interdipendente, ma diviso in due blocchi contrapposti. Questo non vuol dire che la «doppia lealtà» della DC e del PCI fosse equivalente: la prima si basava sull’inserimento dell’Italia in un campo di forze che, sia pure in condizioni di subalternità alla potenza americana, cooperavano alla costruzione della sovranazionalità economica e politica secondo una dialettica che lasciava ampi margini alle élite nazionali di negoziare gli interessi del paese in modo relativamente autonomo ed espansivo; la seconda faceva riferimento ad un sistema egemonico internazionale basato sull’imposizione dell’interesse statale sovietico declinato in chiave militaristica e oppressiva. Naturalmente per il PCI, che operava nella sfera di influenza americana, il vincolo internazionale derivante dalla fedeltà all’URSS non era così cogente come per i partiti comunisti delle democrazie popolari; era per così dire frutto di una libera scelta e avrebbe potuto offrire ampi margini di manovra. Tuttavia, la scelta di non metterlo in discussione aveva delle implicazioni ben precise, evidenziate in maniera esemplare dalle vicende fin qui esaminate: nel caso della Svolta di Salerno la «doppia lealtà» del PCI si rivelò uno straordinario punto di forza, perché la decisione staliniana di riconoscere il governo Badoglio corrispondeva anche all’interesse dell’Italia e Togliatti poté tradurla in una politica nazionale che fece assurgere rapidamente il PCI al rango di secondo partito italiano. Nella questione di Trieste e nella vicenda del Piano Marshall, invece, le scelte di Stalin non offrivano margini all’interesse nazionale dell’Italia e la fedeltà di Togliatti alla sua politica costituì per il PCI un vincolo soffocante e una condizione di inferiorità, anziché una risorsa. Inoltre, trattandosi di questioni decisive per il paese, quel vincolo ne determinò un deficit di legittimazione e una minorità permanente nella futura storia dell’Italia repubblicana. Da un punto di vista storico, la generalizzazione che se ne può trarre non è quella di una antinomia costitutiva fra PCI e interesse nazionale, bensì il riconoscimento che il nesso nazionale-internazionale della sua politica non era egemonico, in sé e soprattutto in rapporto a quello di cui poteva disporre la DC.

Le ragioni di tale asimmetria si comprendono meglio alla luce della quarta questione su cui i due autori si soffermano, quella del definitivo accantonamento dell’opzione insurrezionistica nella strategia europea di Stalin e in quella italiana del PCI. Di quest’ultima, in realtà, sia che analizzino i rapporti dell’ambasciata sovietica, sia che ripercorrano il famoso incontro di Secchia con Stalin del dicembre 1947 o che affrontino il problema dell’«apparato militare» del PCI, essi non riescono a dar prova; e se mettono tanto impegno sulla questione è perché, a mio avviso, hanno una conoscenza approssimativa della strategia di lungo periodo di Togliatti e dell’influenza complessiva dell’antifascismo nei processi di differenziazione del comunismo internazionale.6 A quanto pare di capire, per Aga-Rossi e Zaslavsky la storia del comunismo in età staliniana non si sarebbe mai differenziata davvero e, ignorando lo spessore di una elaborazione strategica che con la teoria della «democrazia progressiva» superava definitivamente la «dottrina del potere» del bolscevismo, essi la riducono a copertura propagandistica dell’obiettivo vero del PCI, che sarebbe stato quello di arrivare al governo per via parlamentare, per poi istaurare anche in Italia la «dittatura del proletariato». Che questo fosse il sentire di tanta parte della base comunista e di una corrente minoritaria ma molto forte nel gruppo dirigente del PCI è fuori dubbio, e com’è noto, fu lo stesso Togliatti a denunciarlo nel 1956. Ma che quella fosse la bussola strategica del PCI togliattiano, alla luce dell’azione politica da esso sviluppata dalla «guerra di liberazione» in poi, è impossibile dimostrare. Ci pare evidente, quindi, che ignorando la sostanza del rapporto fra il PCI e la storia d’Italia Aga-Rossi e Zaslavsky riducano la politica nazionale di Togliatti ad un’opzione moderata di Stalin per un paese che si trovava fuori dalla sfera di influenza sovietica e che, dopo la vittoria di Mao in Cina, sarebbe divenuto marginale nella visione geostrategica del dittatore russo. Il punto merita attenzione, perché riguarda il cuore della politica europea di Stalin nel dopoguerra. L’interpretazione avanzata dai due autori nella nuova edizione della loro opera è basata su nuovi documenti molto più significativi della corrispondenza fra l’ambasciata sovietica di Roma e il ministero degli esteri dell’URSS, la quale ci pare non aggiunga nulla di veramente nuovo a quanto già era noto dei rapporti fra Togliatti e Stalin. I documenti riguardano la politica di Stalin nei Balcani fra il settembre del 1947 e il marzo del 1948 e definiscono il contesto in cui – se si aggiungono anche il Piano Marshall, la nascita del Cominform e il colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia – si svolsero le elezioni politiche italiane del 18 aprile.7 In sintesi, si tratta dell’appoggio di Stalin alla guerra civile dei comunisti greci deciso nel settembre del 1947 – in concomitanza con la nascita del Cominform – e ritirato nel marzo 1948 con l’imposizione al PC greco di mettere fine all’insurrezione. La decisione del 1947, che capovolgeva la precedente ostilità di Stalin alla linea dei comunisti greci, sarebbe maturata ancora una volta per sondare la possibilità che gli americani subissero un mutamento negli equilibri territoriali interni alla propria sfera di influenza imposto con la forza delle armi. I due autori considerano l’esperimento una prova generale di quanto sarebbe accaduto in Italia in caso di vittoria del Fronte popolare, se la guerra civile in Grecia avesse avuto esito vittorioso. In verità essi non nascondono che, in base alle fonti di cui disponiamo, la tesi non è documentabile; ma, alla luce della ricostruzione delle vicende balcaniche di quei mesi cruciali, la considerano una congettura scontata. Sia questa tesi, sia l’ispirazione della politica di Stalin che essi considerano finalmente svelata dalla documentazione riguardante quella vicenda, ci permettono di giungere ad una valutazione conclusiva della loro visione della politica estera di Stalin. Che le sue opzioni per l’Italia vadano inserite nel contesto della vicenda internazionale di quei mesi appare persino ovvio. E se Stalin avesse deciso di optare per una strategia insurrezionistica difficilmente Togliatti avrebbe potuto impedirglielo. Ma quanto è verosimile quella ipotesi? Non resta che seguire i due auto- ri nella loro ricostruzione. La ragione per cui Stalin decise improvvisamente di sostenere la guerra civile del Partito comunista greco era che, grazie all’impegno soprattutto yugoslavo, in quel momento gli sembrava che l’insurrezione potesse avere esito vittorioso e che gli anglo-americani potessero essere estromessi dai Balcani. Ma nei primi mesi del 1948 egli si convinse che l’egemonismo di Tito nei Balcani e più in generale l’aggressività del nazionalismo comunista yugoslavo facessero del leader yugoslavo un alleato pericoloso, avventurista e inaffidabile, anche perché forte di una legittimazione indipendente dalla potenza militare sovietica. Tito rappresentava una minaccia per la stabilità del potere sovietico nell’Europa centrorientale e per la stessa sicurezza dell’URSS, che temeva il coinvolgimento in un nuovo conflitto mondiale più di ogni altro rischio. Perciò, nei primi mesi del 1948 maturò quel riorientamento della politica staliniana che avrebbe portato nel giugno dello stesso anno all’espulsione della Yugoslavia dal Cominform. D’altro canto, la risposta americana alla formazione del governo provvisorio greco di Markos in Yugoslavia alla fine di dicembre 1947 – minaccia di ricorrere contro la Yugoslavia all’ONU per aggressione diretta contro un paese membro – convinse Stalin che «americani e inglesi [aspiravano] ad avere una base in Grecia e non [avrebbero risparmiato] mezzi per garantirsi un governo ubbidiente». Persuaso che le forze impegnate nella guerra civile greca non avessero la certezza di vincere e che il conflitto avrebbe potuto trascinare l’URSS in una nuova guerra mondiale, Stalin decise di mettere fine alla guerra partigiana in Grecia con una motivazione che i due autori considerano emblematica: nel febbraio del 1948 egli convocò a Mosca i dirigenti dei partiti comunisti bulgaro e yugoslavo, che costituivano i maggiori sostegni dell’insurrezione greca, ed espose loro la sua «filosofia» della politica internazionale: «Non c’è dubbio che i partigiani debbano essere appoggiati, ma se le prospettive di riuscita diminuiscono, meglio rimandare la lotta a tempi migliori (…). È necessario un calcolo razionale delle forze; se esso si dimostrerà sfavorevole, non si deve temere di riconoscerlo (…). Voi avete paura di porre la questione in maniera recisa. Siete influenzati da un debito morale. Ma se non potete sostenerne il peso dovete riconoscerlo. Non dovete sentirvi condizionati da un ‘imperativo categorico’, noi non ne abbiamo. Tutto il problema sta nella correlazione delle forze. Se sei in grado, colpisci, se no, non entrare in battaglia. Noi entriamo in battaglia non quando lo vuole il nemico, ma quando è nel nostro interesse».8

In verità non ci pare che il paradigma della «correlazione delle forze» abbia un particolare valore connotativo della politica di Stalin. Esso costituisce il criterio elementare della decisione politica per qualunque leader, di qualunque partito o ideologia, sia nella politica interna, sia soprattutto nella politica internazionale. La vicenda balcanica del 1947-48 e il paradigma staliniano evocato dai due autori ci sembrano interessanti per discutere piuttosto la loro visione dell’URSS staliniana come potenza «espansionistica », tanto più minacciosa perché, con la seconda guerra mondiale, sarebbe divenuta una «superpotenza». Se è vero che questa percezione del nemico è stata il fondamento non solo della impostazione della guerra fredda da parte delle democrazie occidentali, ma anche del vissuto della stragrande maggioranza dei loro cittadini; se è vero che quella percezione è talmente sedimentata da sopravvivere in parte ancora oggi alla fine dell’URSS e del comunismo sovietico; se è vero, altresì, che quelle percezioni politiche si tramutarono in canoni di ricerca storica che vigoreggiano tuttora in gran parte della storiografia vecchia e nuova sulla guerra fredda; forse è giunto il tempo di ridiscutere tanto la tesi dell’espansionismo sovietico, quanto la visione dell’URSS come superpotenza. Non sono temi che si possono affrontare in questa sede, ma anche alla luce dell’opera che qui abbiamo esaminato ci sembra legittimo porre alcuni interrogativi. Se il paradigma della politica estera di Stalin era la «correlazione delle forze» e se in tutti i tentativi di alterare gli equilibri di Yalta analizzati dai due autori quel paradigma avrebbe indotto Stalin a fermarsi o a tornare indietro di fronte alla fermezza americana, di che genere di espansionismo era fatta la politica estera di Stalin? Quella che le élite occidentali percepivano come minaccia globale originava davvero dalla potenza sovietica o dagli sconvolgimenti che stavano percorrendo gli assetti del mondo e liquidando gli imperi coloniali? Se il criterio dei rapporti di forza consigliava a Stalin di non mettere mai in discussione la superiorità americana, ci pare che in sede storiografica la categoria dell’«espansionismo sovietico» meriterebbe di essere specificata. D’altro canto, se Stalin non ritenne mai di poter sfidare direttamente gli Stati Uniti, adoperiamo pure, per USA e URSS, la nozione indifferenziata di «superpotenze», ma forse dovremmo avere maggiore consapevolezza del suo valore giornalistico piuttosto che storiografico. Nell’epoca staliniana USA e URSS non erano comparabili in termini di «potenza». Ma si può dire che lo siano divenute in seguito? Vent’anni dopo la fine dell’URSS qual è la nozione di «superpotenza» che le si attaglierebbe? Con i parametri del Ventesimo secolo, per non dire del Ventunesimo, l’URSS non è mai stata davvero una grande potenza. Una «superpotenza » militare che non è mai stata una grande potenza economica e non ha mai potuto sfidare l’avversario tanto sul piano militare, quanto su quello economico, non può costituire un cardine su cui basare, retrospettivamente, una visione storica globale del Novecento.9

 

[1] E. Aga-Rossi, V. Zaslavsky, Togliatti e Stalin, Il Mulino, Bologna 2007; C. Spagnolo, Sul memoriale di Yalta, Carocci editore, Roma 2007; R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani (a cura di), Togliatti nel suo tempo, Annali della Fondazione Istituto Gramsci, XV, Carocci editore, Roma 2007.

[2] S. Pons, L’impossibile egemonia. L’URSS, il PCI e le origini della guerra fredda 1943-1948, Carocci editore, Roma 1999.

[3] Pons, Togliatti e Stalin, in Gualtieri, Spagnolo, Taviani (a cura di), Togliatti nel suo tempo cit., p. 206.

[4] G. Procacci (a cura di), The Cominform. Minutes of the Three Conferences 1947/1948/1949, Annali Feltrinelli, Milano 1994, in particolare la prefazione di Procacci; F. Bettanin, Stalin e l’Europa. La formazione dell’impero esterno sovietico (1941-1953), Carocci editore, Roma 2006.

[5] F. De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in «Studi Storici», 3/1989, pp. 493-563.

[6] F. De Felice (a cura di), Antifascismi e resistenze, Annali della Fondazione Istituto Gramsci, VI, Carocci editore, Roma 1997, Introduzione.

[7] Tali documenti e ricerche sono apparsi inizialmente nella rivista «XXI Secolo» tra il 2002 e il 2003 e vennero poi utilizzati da Zaslavsky per il volume Lo stalinismo e la sinistra italiana, Mondadori, Milano 2004.

[8] Aga-Rossi, Zaslavsky, op. cit., p. 243.

[9] Questo articolo è il primo di una serie di contributi che vogliono sviluppare una riflessione sul comunismo nella storia del Novecento, per contribuire alla costruzione di una cultura politica, plurale ma comunicante, a vantaggio del futuro Partito Democratico.

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