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Nuovi equilibri di potere a Teheran

Written by Renzo Guolo Friday, 29 February 2008 17:41 Print

L’elezione di Ali Hashemi Rafsanjani a leader del Consiglio o Assemblea degli Esperti, sancisce un rilevante mutamento negli equilibri politici iraniani.

Un cambiamento nei rapporti di forza tra fazioni che, sia pure non nell’immediato, può avere importanti conseguenze sia sulle dinamiche interne di regime sia sulle scelte di politica estera di Teheran.1 Rafsanjani prevale, infatti, sul potente leader del Consiglio dei guardiani, l’ayatollah Ahmad Jannati, candidato dei radicali dopo la rinuncia dell’ayatollah Mesbah-Yazdi, punto di riferimento religioso del presidente della Repubblica.2

L’ascesa al vertice del Consiglio degli Esperti del redivivo capofila della corrente conservatrice pragmatica rappresenta un duro colpo per Ahmadinejad, tanto più grave perché prodotto di un pronunciamento elettorale. La sconfitta del presidente della Repubblica matura, infatti, nella tornata elettorale del dicembre 2006, in cui gli iraniani hanno votato anche per il rinnovo dei consigli municipali e di alcuni seggi del Majles, il parlamento. Quelle elezioni, il primo vero test dopo la trionfale vittoria del 2005 del «partito dei militari»,3 hanno dato un responso alquanto sgradito ai radicali. Non solo i severi custodi dell’ideologia della rivoluzione hanno visto, in quelle circostanze, ridurre considerevolmente la loro presenza nelle municipalità – nelle quali la lista legata a Ahmadinejad, «Il buon profumo del servire», ha perso posizioni a favore del «Fronte della partecipazione», che raggruppava candidati legati a Rafsanjani e riformisti khatamisti – ma soprattutto sono usciti sconfitti dalla battaglia per l’Assemblea degli Esperti.

Il controllo di questo organo a legittimazione religiosa, l’unico del suo tipo a essere eletto,4 è decisivo nella strategia della fazione che sostiene Ahmadinejad. La sua principale funzione è quella di designare la Guida, carica fondamentale nella struttura di potere della Repubblica islamica, e rimuoverla quando, per cause diverse, non sia in grado di esercitare le sue funzioni. L’obiettivo di Ahmadinejad era, appunto, portare al vertice dell’Assemblea Mesbah-Yazdi, assicurandogli un ruolo che ne avrebbe fatto, al momento opportuno, il naturale candidato alla successione di Khamenei: un progetto che, se fosse andato a buon fine, avrebbe sicuramente consegnato il cuore del potere ad Ahmadinejad e ai suoi alleati, ma che è stato bocciato dal risultato elettorale.

Non solo Mesbah-Yazdi è risultato soltanto sesto tra gli eletti ma la sua lista – Gli Esperti delle scuole teologiche e dell’università – non riuscirà a sfondare né a Teheran né nelle città sante di Mashad e Qom, sede delle più importanti scuole teologiche sciite. Per evitare che l’annunciata ascesa di Rafsanjani incidesse sugli assetti di potere, conservatori religiosi e radicali hanno convinto il presidente uscente degli Esperti, l’ayatollah Meshkini, a ricandidarsi nonostante la sua malattia e la dichiarata volontà di ritirarsi. La morte di quest’ultimo, nell’estate del 2007, ha messo fine a questo breve interregno, e Rafsanjani, che in qualità di membro eletto più votato già dirigeva di fatto l’Assemblea, si trova così, ora anche formalmente, a ricoprire quel ruolo. Il leader dei conservatori pragmatici conquista così una posizione che gli riconsegna una centralità politica insperata solo due anni fa, quando sembrava ormai aver imboccato la via del tramonto.

I conservatori pragmatici dalla sconfitta alla resurrezione politica La sconfitta subita alle elezioni presidenziali del 2005, frutto anche dell’appoggio della Guida Khamenei e del suo potente apparato ad Ahmadinejad, sembrava aver messo definitivamente nell’angolo Rafsanjani. L’affondo di Khamenei contro il suo sempiterno sodale-rivale era arrivata in un momento in cui Rafsanjani e i ceti sociali che guardano a lui come punto di riferimento, sembravano disposti a marciare sulla «via cinese». Anche a costo di favorire la destituzione o, quantomeno, la neutralizzazione della Guida. Di fronte alla possibilità di una dissoluzione del regime per effetto della pressione esterna – anche militare – o della deflagrazione di quella interna – ipotesi che aleggiavano sull’Iran tra il 2003 e il 2005 – i pragmatici sembravano, infatti, tentati dal fare come la Cina, paese in cui il partito che ha fatto la rivoluzione e l’ha trasformata in istituzione guida un gigantesco mutamento economico e sociale senza cedere il comando. Il mix di mercato, libertà individuali ma non politiche, minore isolamento dalla comunità internazionale, sembrava la ricetta ideale anche per i «tecnocon» iraniani. Il progetto aveva, inevitabilmente, una proiezione esterna e prevedeva uno scambio politico non troppo diseguale con gli Stati Uniti che aveva come posta la salvaguardia del regime in cambio dell’assunzione da parte dell’Iran dello status di potenza regionale «responsabile», con ovvi e immediati benefici nel teatro iracheno, nel contrasto al terrorismo jihadista e sul fronte del nucleare; una linea che poteva riscuotere consenso anche tra i governi di importanti paesi occidentali. Per concretizzarsi, la «via cinese» doveva, però, sfociare almeno nel ritorno alla guida del governo da parte di Rafsanjani. Da qui la candidatura alle presidenziali del 2005 del capofila dei pragmatici, che segnano, anche istituzionalmente, la fine dell’era Khatami.

Rafsanjani era convinto che quanti avevano guardato con interesse al «riformismo temperato» di Khatami avrebbero scelto di appoggiarlo piuttosto che favorire la vittoria del nascente asse tra conservatori religiosi e radicali. Come è noto le cose non sono andate così. La posizione e le ambizioni di Rafsanjani hanno suscitato l’ostilità delle altre fazioni: per i conservatori religiosi la «via cinese» non avrebbe cancellato il clima «poco islamico» diffusosi, a loro avviso, nella società durante il duplice mandato di Khatami e, soprattutto, minacciava di emarginare Khamenei; per i radicali l’ex presidente della Repubblica è da sempre l’interprete di una politica economica troppo legata al mercato e alle rendite delle burocrazie dell’energia, oltre che di una politica estera neutralizzata e, nei fatti, poco antioccidentale. Ma le suggestioni di Rafsanjani non hanno convinto, allora, nemmeno l’elettorato riformista, in larga parte rassegnato all’idea che il sistema fosse ormai irriformabile e che, tra la nomenklatura di regime, un leader valesse l’altro. Questa diffusa percezione collettiva è sfociata nella massiccia astensione destinata a spalancare le porte della vittoria ad Ahmadinejad, appoggiato al ballottaggio da Khamenei e dal suo potente apparato di consenso.

Rafsanjani è riuscito ad aggregare attorno a sé quel disilluso elettorato solo nelle elezioni del 2006. Il ritorno alle urne di quanti, solo un anno e mezzo prima, avevano contribuito a determinare con la loro assenza il trionfo di Ahmadinejad segna la rivincita del leader pragmatico. La ritrovata ed esibita intesa tra Rafsanjani e Khatami, tra conservatori pragmatici e riformisti «centristi», al fine di contrastare la palese deriva radicale del regime, ha facilitato il successo elettorale. Sia pure in chiave tattica, sia pure consapevole che all’orizzonte non vi è un cambio di regime ma solo la prospettiva di un ammorbidimento in tema di libertà individuali, una diversa politica economica e forse minori tensioni sul versante internazionale, l’elettorato del già variegato campo riformista, composto da «riformatori dall’interno» e fautori dell’uscita dalla rivoluzione, da giovani, moltissime donne e ceti che guardano all’apertura del regime come mezzo di mobilità sociale ascendente, ha deciso di sostene- re Rafsanjani. La logica, per molti, è quella del male minore, ma l’effetto politico del voto, che sancisce l’impopolarità del governo, è rilevante.

La Guida Khamenei, che dalla morte di Khomeini occupa saldamente il centro degli equilibri di regime, alleandosi di volta in volta con pragmatici e radicali, può prendere le distanze da Ahmadinejad e i suoi sostenitori. Nonostante l’appoggio dato loro nelle presidenziali, la Guida non gradisce le scoperte mire di succedergli e l’enfasi messianica dell’ayatollah Mesbah-Yazdi: entrambe rischiano di delegittimare la sua figura e il ruolo del clero khomeinista. Khamenei nutre riserve anche nei confronti di Ahmadinejad. Non condivide l’interpretazione che il presidente, ispirato dalle posizioni del suo mentore Mesbah-Yazdi, offre del principio del velayat-e faqih, principio che assegna, sia pure sotto forma di temporanea delega, il potere politico al clero sino al ritorno, nelle vesti del Mahdi, dell’Imam Nascosto, il dodicesimo Imam della shi’a, figura centrale nella complessa teologia sciita.

Il presidente iraniano afferma spesso che è suo compito preparare attivamente il ritorno del Mahdi. Il riferimento alla tradizione messianica sciita non ha solo implicazioni teologiche: preparare quel ritorno significa agire per tenere lontana la «corruzione sulla terra» ma anche dare per scontato, come in ogni messianismo, che il tempo che precede il momento della redenzione sarà segnato da dure tribolazioni. La traduzione in chiave politica sottintende che, prima dell’agognata catarsi finale, potranno esserci drammatici conflitti. Lo scontro sul nucleare, i duri attacchi a Israele, la contrapposizione agli Stati Uniti sono visti da Ahmadinejad, e dalla sua eminenza grigia religiosa, attraverso questa particolare lente messianica. La posizione teologica del presidente è, dunque, solo apparentemente in linea con «l’ortodossia » khomeinista; in realtà, l’accento ossessivo sulla necessità di accelerare l’avvento del Mahdi mette in discussione la legittimazione del clero a governare. La funzione di supplenza di governo da parte del clero, rappresentato dal ruolo della Guida, e teorizzata mediante una vera e propria rottura con la tradizione sciita da Khomeini, ne esce, infatti, implicitamente svalutata. La Guida non gradisce poi che l’idea, cara ai radicali che sembrano riscoprire antiche parole d’ordine shariatiste, che a comandare sulla rivoluzione siano gli «elmetti» e non i «turbanti». Un partito, quello dei militari, che ha l’esplicito obiettivo di bonificare quella stagnante palude che ha inghiottito l’originario spirito della rivoluzio- ne. Un partito che ritiene di aver difeso la rivoluzione con il «sangue dei martiri» durante la guerra con l’Iraq e non intende più delegare ai «turbanti » scelte politiche decisive. Un partito composto da quei giovani adolescenti, pasdaran e basji, che nei campi di battaglia mettevano sulla fronte la fascia verde dell’Islam e portavano al collo le «chiavi del paradiso », divenuti oggi adulti, quarantenni e cinquantenni decisi a contare; un partito che prende progressivamente la forma di un attore deciso a calcare un palco in cui lo scenario è costituito da una sorta di «khomeinismo senza clero».

Ma, memore della sua difficile convivenza negli anni Ottanta, in qualità di presidente della Repubblica, con il premier radicale Mir- Hossein Musavi, Khamenei non ama nemmeno le pulsioni collettiviste e stataliste dei radicali. Un’avversione rafforzata dalla constatazione che la politica economica del governo incontra l’ostilità dei ceti sociali che aspirano alla modernizzazione del paese, fa sorgere un clima di diffidenza nella potente borghesia religiosa del bazar e non soddisfa nemmeno le aspettative dei diseredati, ai quali Ahmadinejad ha fatto appello nella sua vincente campagna elettorale come interlocutori privilegiati e simbolo della «rivoluzione tradita». I provvedimenti del governo, che dilapida le risorse pubbliche in interventi a pioggia, si rivelano, infatti, incapaci di far decollare l’economia, come rivelano gli indicatori, dal PIL al tasso d’inflazione, dalla spesa pubblica al tasso di disoccupazione, tutti negativi. Il deficit pubblico, fuori controllo, deve essere coperto intaccando il fondo di riserva petrolifero, destinato istituzionalmente a calmierare le oscillazioni del prezzo del petrolio, ma divenuto, nel corso del tempo, una «cassa» del regime dai molteplici usi: dal finanziamento per lo sviluppo delle infrastrutture alla creazione di occupazione, sino al sostegno ai prezzi agevolati sui beni di prima necessità, benzina inclusa. E proprio le generose sovvenzioni del governo, destinate a calmierare il prezzo dei carburanti, alimentano i prelievi.5

Si tratta di una situazione che, dopo l’improvvisa rivelazione elettorale della debolezza radicale, induce la maggioranza del Majles, il parlamento, a censurare Ahmadinejad in una lettera aperta in cui lo si accusa di condurre una politica economica e finanziaria dissennata. Lo stesso Khamenei, rinsaldando tatticamente le convergenze con Rafsanjani destinate a indebolire Ahmnadinejad, inviterà, nel febbraio 2007, il governo a marciare speditamente sulla via delle privatizzazioni, tema assai caro ai pragmatici. Nel tardivo tentativo di porre rimedio alla crisi finanziaria il governo Ahmadnejad, nel giugno 2007, razionerà la benzina, attuando così una scelta che, in un paese in cui il cittadino ritiene quel carburante una sorta di diritto garantito e a basso prezzo,6 scatenerà proteste pubbliche sedate con la forza.

Il gioco di Khamenei La «luna di miele» tra Khamenei e Ahmadinejad è stata, dunque, molto breve. Dopo il dicembre 2006 la distanza tra loro si è ulteriormente allargata. La Guida ha riallacciato, tatticamente, un rapporto politico con Rafsanjani, cercando di riequilibrare il peso tra le fazioni, sin lì troppo sbilanciato a favore dei radicali. Questo riavvicinamento non significa un meccanico ripristino della diarchia Khamenei- Rafsanjani che ha governato l’Iran negli anni Novanta. Ciascuno dei due leader ha posizioni politiche ed esprime interessi di settori sociali non sempre conciliabili. Per Khamenei, fautore dell’interventismo in campo politico da parte della Guida,7 è fondamentale che la fazione conservatrice religiosa mantenga il controllo del sistema politico. Questa opzione è ritenuta decisiva non solo perché la complessa costruzione della Repubblica islamica possa reggere, ma anche perché il «clero combattente » continui a esserne il muro portante. I conservatori religiosi si autopercepiscono – più dei radicali, veri eredi dello spirito ideologico della rivoluzione – come gli autentici custodi dell’ortodossia islamica della Repubblica. Sono, dunque, molto attenti a contenere le pretese di radicali e pragmatici, le cui opzioni politiche potrebbero, a loro avviso, snaturare in direzioni diverse l’essenza della creatura politica di Khomeini. È questa convinzione, oltre che il naturale impulso di qualsiasi fazione e leader, ad autoriprodursi e sbarrare la strada del potere a possibili competitori, che induce la Guida ad allearsi, di volta in volta, con una delle due altre fazioni. Evitando però che quella temporanea- mente perdente sia messa «fuori sistema»; trasformandola, anzi, in una sorta di esercito politico di riserva utilizzabile quando le circostanze indurranno nuovamente a mutare alleanze.

L’azione di regolazione del sistema dei conservatori religiosi si sviluppa anche attraverso altre strade. Forti del controllo sulla magistratura e sugli apparati di sicurezza, nell’ultimo decennio i seguaci della Guida hanno usato più volte la repressione come strumento di lotta politica. Il contrasto alla «depravazione, alla corruzione morale, ai reati contro Dio» non è servita solamente a mettere in atto una classica issue dei «turbanti». Le ricorrenti campagne contro la «licenziosità dei costumi», contro le bad-hejab, le donne mal velate che indossano il velo obbligatorio ma rifiutando l’uniformità e l’uniforme, trasformano, secondo i seguaci della Guida, la seduzione in sedizione; così come la ripresa delle esecuzioni pubbliche, dall’impiccagione alle fustigazioni in piazza, non rispondono solo a una rigida visione religiosa del mondo. L’intensità della repressione, e soprattutto la natura dei suoi bersagli, permette, infatti, di rafforzare o minare le alleanze nel campo conservatore. Già durante l’era Khatami, la durissima campagna avviata da magistratura e pasdaran contro la «corruzione sulla terra» contribuì non poco a rompere il rapporto fiduciario tra l’allora presidente, deciso a evitare uno scontro decisivo con la Guida, e il suo elettorato, frastornato e colpito dall’intensità e la capillarità dell’azione repressiva nei confronti di soggetti che erano parte integrante del blocco politico e sociale riformista. Spingere sul pedale della «talebanizzazione » del sistema permette anche oggi ai conservatori religiosi di cercare di dissolvere o ridimensionare le alleanze imperniate su quel medesimo blocco. La repressione, infatti, non colpisce solo la criminalità ma anche oppositori, intellettuali, giornalisti, donne, omosessuali che non condividono gli indirizzi politici o gli stili di vita prescritti del regime. Soggetti che chiedono rappresentanza a quanti, come i riformisti o i pragmatici, sono, malgrado tutto, ritenuti ancora un possibile argine contro il pugno di ferro dei conservatori religiosi. I conservatori sono spalleggiati in questa «azione moralizzatrice» dai radicali, che nella repressione a largo spettro vedono più che un pressante imperativo etico, un preciso beneficio politico. Se per i conservatori religiosi la difesa della morale islamica è un fine, per i radicali, che hanno elevato il Dio del politico al massimo livello, è soprattutto un mezzo per difendere la rivoluzione, che ritengono minacciata dalle istanze modernizzanti di riformisti e pragmatici. Consapevoli del pericolo che rappresenta per loro il nascente asse tra riformisti e pragmatici, i radicali supportano energicamente la repressione, nell’intento di restare insostituibili alleati dei conservatori religiosi in un terreno ritenuto di assoluta importanza per questi ultimi.

Quali che siano le motivazioni dei suoi fautori, l’effetto della repressione è che l’intera società è stretta in una cappa di terrore e lo schieramento ostile a questa linea viene lacerato dalle contraddizioni. L’alleanza tra riformisti e pragmatici è, infatti, costantemente sottoposta alle tensioni interne dell’elettorato riformista, che si interroga sulla ragione del restare alleati a forze e leader, ieri Khatami, oggi Rafsanjani, che non riescono a fermare la deriva talebana del sistema.

Per evitare che Rafsanjani possa accrescere ulteriormente il suo potere e preparare la sua successione, Khamenei ha deciso di riequilibrare il peso delle fazioni nelle strutture portanti del regime. Con una mossa a sorpresa, pochi giorni prima dell’ascesa del leader dei pragmatici al vertice degli Esperti, ha sostituito il comandante in capo dei pasdaran Yahyia Rahim Safavi con Mohammad Ali Jafari, il comandante delle forze terresti delle «Guardie della rivoluzione». Safavi, in carica dal 1997, è diventato formalmente consigliere militare della Guida. In realtà la sua è una tipica promozione-rimozione. Pur guidando i pasdaran, Safavi non ha la rigidità ideologica di alcuni suoi alti ufficiali, come il capo dell’ufficio politico Yadollah Javani. La scelta di Khamenei risponde all’esigenza di riorganizzare le Guardie della rivoluzione nella prospettiva che un eventuale attacco all’Iran coinvolga, con varie conseguenze, non solo i siti atomici, ma anche l’intero potenziale bellico iraniano, in larga parte concentrato nelle mani degli stessi pasdaran che, significativamente, Washington punta a inserire nella black list del terrore per il loro sostegno alle milizie sciite in Iraq e a Hezbollah in Libano. La decisione americana di costruire una base in Iraq proprio ai confini con l’Iran ha dato nuovo impulso alla riorganizzazione di quel potente corpo. La rimozione di Safavi mira anche a sedare le divisioni emerse tra i pasdaran durante la presidenza di Ahmadinejad. Non sempre Safavi ha condiviso la strategia del presidente, soprattutto sulla questione del nucleare. Un maggiore pragmatismo, capace di scongiurare l’attivazione di opzioni militari esterne che potrebbero costituire una minaccia esistenziale non solo per il paese ma anche per gli stessi pasdaran, sarebbe stato preferibile per l’ormai ex comandante. La sostituzione di Safavi con un generale gradito, nonostante le sue amicizie trasversali, sia alla Guida che ai radicali, permette di rinsaldare il Corpo e le inquietudini degli ufficiali e dei gradi intermedi più vicini ad Ahmadinejad sul possibile evolversi della situazione interna. Jafari è pur sempre uno degli autori della «lettera dei ventiquattro», la missiva in cui, nel luglio 1999, ventiquattro generali del pasdaran invitavano Khatami a condannare senza indugio «l’avventurismo» del movimento degli studenti, in quei giorni protagonista delle proteste nelle università iraniane. In quella missiva gli alti gradi della Guardia della rivoluzione minacciavano, di fatto, un golpe se il governo non avesse preso le distanze dagli studenti, accusati di «intelligenza» con il Grande Satana americano. Dal messaggio che faceva udire il «rumore di sciabole» emergeva un elemento chiave dell’ideologia dei radicali: veniva, infatti, ricordato a Khatami che nessuno poteva mettere in discussione la rivoluzione – difesa con «il sangue dei martiri» – e i dettami di Khomeini.8 A sua volta Rafsanjani, forte del suo nuovo successo, ha cercato di posizionarsi nella lotta tra fazioni affermando che il Consiglio degli Esperti potrebbe in futuro far conoscere i suoi orientamenti sulle grandi questioni di interesse del paese. Un «avvertimento politico» destinato, se messo in atto, a incidere nello scontro interno, anche perché Rafsanjani, come mai da dieci anni a questa parte, ha oggi nelle sue mani un potere politico e religioso, sancito costituzionalmente, che gli permette di tentare di indebolire Khamenei o, quantomeno, di condizionarlo fortemente. Che poi sia deciso a farlo davvero dipende da molte circostanze.

La questione del nucleare Il carsico riemergere di Rafsanjani potrebbe avere influenza anche sulla spinosa questione del nucleare. Sebbene tra i leader delle diverse fazioni vi sia formale unità sul «diritto al nucleare», la divisione riguarda il suo uso militare, così come le eventuali strategie destinate a evitare un ulteriore inasprimento delle sanzioni ONU o a guadagnare tempo per scongiurare o limitare i danni di un eventuale attacco militare americano. Possibilità che, dopo il palese fallimento della guerra in Iraq, sembrava scongiurata, ma che ha ripreso quota nella fase finale del secondo mandato di Bush. Su insistenza del vicepresidente Cheney, la Casa Bianca sembra aver ripreso in considerazione tale ipotesi. Anche perché i tempi stringono. Il febbraio del 2008 sembra essere l’ultima finestra di opportunità prima che la campagna elettorale americana, con le preoccupazioni repubblicane per l’esito delle presidenziali, condizionato dalla pesante eredità irachena, possa tagliare anche gli affilati artigli del falchi che volano in riva al Potomac. Come in passato, Rafsanjani mira a scongiurare ogni possibilità di attacco destinato a riportare indietro di un quarto di secolo lo sviluppo della società iraniana ma anche, a suo avviso, a distruggere l’intero edificio della Repubblica islamica. Nel caso in cui l’Amministrazione Bush, con un colpo di coda, si preparasse davvero ad attaccare l’Iran, i conservatori pragmatici potrebbero farsi carico di una soluzione negoziale della crisi, transitando non solo dalla «via cinese» ma anche da quella russa. Il mantenimento della capacità nucleare, garantito internazionalmente da un accordo che veda Mosca svolgere un ruolo di primo piano, resta infatti un’ipotesi ancora spendibile per i pragmatici, in cambio del riconoscimento, da parte della comunità internazionale, dell’Iran come potenza regionale e come partner internazionale a pieno titolo nel mercato degli idrocarburi e in campo finanziario.

Un’opzione, quella russa, scartata dai radicali, decisi a perseguire il ruolo di potenza dell’Iran non certo attraverso un accordo bensì mediante la politica del fatto compiuto, che faccia della Repubblica islamica l’alfiere dell’opposizione agli Stati Uniti e a Israele in Medio Oriente e in alcune aree dell’Asia centrale. Anche a questo obiettivo risponde la continua politica degli annunci in materia nucleare di Ahmadinejad, che punta a dare l’impressione che l’Occidente non possa più ostacolare il processo in corso.

I mutamenti nei rapporti di forza tra fazioni del regime sono, dunque, destinati a incidere anche su questa complessa e delicata questione. Nel merito, la Guida pare più vicina alle posizioni di Ahmadinejad che di Rafsanjani, almeno sino all’elezione di quest’ultimo a leader del Consiglio degli Esperti. Non è un caso che, nel maggio 2007, sia stato arrestato Hoseyn Moussavian, già vice di Hasan Rowhani, l’ex segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e uno dei vecchi negoziatori del dossier nucleare politicamente vicino a Rafsanjani. Moussavian, giudicato dai radicali, e non solo da loro, «troppo conciliante» in materia, aveva espresso aperte critiche sulla condotta del governo nella vicenda del nucleare. L’arresto è stato un palese messaggio a Rafsanjani che, secondo i radicali, è deciso a «svendere la dignità della nazione» al Grande Satana americano per fini personali. Rafsanjani ha risposto con uno dei suoi colpi a effetto. Nel terzo volume delle sue memorie, in circolazione in questi mesi a Teheran, ha fatto cenno alla volontà dell’ayatollah Khomeini di rinunciare, già negli anni Ottanta, allo slogan «morte all’America», così caro ai radicali. Nel mezzo di questo duro braccio di ferro, il riavvio di un serio negoziato potrebbe avvenire solo se il traballante asse tra Khamenei e Rafsanjani si spezzasse definitivamente. Per mettere alle corde Ahmadinejad, Rafsanjani punta sul crescente scontento popolare per la situazione economica, aggravata non solo dalle sanzioni ONU, ma anche dalle misure finanziarie americane, che cominciano a far sentire i loro effetti e creano difficoltà all’Iran nel vendere petrolio in dollari, nell’ottenere crediti sul mercato internazionale, per quanto riguarda i programmi di sviluppo energetico del paese, compresi quelli nel settore del gas. Una strategia di strangolamento economico che intende innescare una spirale, fatta di difficoltà produttive e negli approvvigionamenti, mancanza di tecnologie, riduzione delle esportazioni, affanno finanziario, tale da indurre una crisi interna che conduca a un ammorbidimento sul nucleare o, addirittura, alla caduta del regime. I radicali sono convinti che il paese possa reggere anche a una simile pressione economica per almeno due anni e contano sulla disponibilità di riserve in valuta per finanziare una «nuova economia di guerra». Un lasso di tempo sufficiente a verificare se una nuova amministrazione americana possa, in futuro, mutare atteggiamento verso l’Iran. Per raggiungere tale obiettivo qualsiasi strategia, anche in scenari come Iraq e Libano, destinata a «interdire» ogni ipotesi di attacco militare, assume massima importanza. Vedremo presto se Rafsajani riuscirà a frenare simili piani o se il destino dell’Iran si deciderà altrove e altrimenti.

 

[1] Il campo conservatore è diviso in più fazioni: a) i conservatori religiosi, che fanno capo alla Guida Khamenei, sono i custodi dei valori islamici e della struttura costituzionale della Repubblica islamica, in particolar modo del principio del velayat-e faqih, o del «governo del giureconsulto»; sono favorevoli più a un capitalismo commerciale e neocorporativo che all’economia di mercato; b) i conservatori pragmatici, il cui leader è Rafsanjani, sono interessati innanzitutto alla modernizzazione dello Stato e dell’economia; guardano con favore alle privatizzazioni e a un certo grado di liberà nella sfera privata e in materia di costumi. In politica estera puntano a un rapporto meno conflittuale con l’Occidente; c) i radicali, che sostengono il presidente Ahmadinejad, rappresentano l’anima rivoluzionaria e ideologica del regime: fautori della giustizia sociale, in tema di economia privilegiano l’intervento dello Stato mentre in politica estera sono ostili all’Occidente e mirano all’egemonia sul mondo islamico attraverso parole d’ordine antiamericane e antisraeliane. Sul sistema politico iraniano e il ruolo delle fazioni si veda R. Guolo, La via dell’Imam. L’Iran da Khomeini a Ahmadinejad, Laterza, Roma-Bari 2007.

[2] Fondatore della scuola religiosa Haqqani, già predicatore del venerdì a Teheran, direttore dell’Istituto Imam Khomeini per la formazione e la ricerca, Mesbah-Yazdi è il leader spirituale di riferimento di Ahmadinejad.

[3] Il «partito dei militari» è, oggi, la struttura portante della fazione radicale. Esprime le ambizioni e le tensioni di un blocco politico e sociale che ricorda quello dei primi anni della rivoluzione, formato dai membri delle milizie del regime, pasdaran e basij, e dai mostazafin, i «senza scarpe», i diseredati. L’intervento, non più mediato, dei militari nella vita politica iraniana è un fatto inedito nella storia della Repubblica islamica. Il presidente Ahmadinejad è percepito dal «partito militare» come espressione della propria cultura politica.

[4] L’Assemblea o Consiglio degli Esperti è eletta a suffragio universale e composta da ottantasei membri che restano in carica otto anni.

[5] È, questo, un apparente paradosso per un paese che è il quarto produttore mondiale di petrolio ma che, a causa dell’isolamento internazionale, non dispone di capacità di raffinazione ed è costretto a reimportare benzina.

[6] Il costo per il consumatore è molto basso: nove centesimi al litro.

[7] Molto più dello stesso Khomeini che nel Rahbar (Guida) vedeva una sorta di supervisore etico del carattere islamico della Repubblica.

[8] «Forse che uno studente merita di essere difeso più della venerata figura dell’ayatollah Khomeini?» chiedono polemicamente gli alti ufficiali. Cfr. Lettera dei comandanti dei Pasdaran al presidente Khatami, in «Kayhan», luglio 1999.

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