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Società civile

Written by Giuseppe Vacca Monday, 24 January 2011 13:47 Print
Società civile Illustrazione: Umberto Mischi

L'espressione “società civile” è una delle più frequentate dal linguaggio politico e da quello comune. Nell’uso corrente designa la sfera delle attività professionali da cui attingere nuovo personale politico incontaminato dalle degenerazioni che caratterizzerebbero i membri dei partiti organizzati: inaffidabilità, cinismo e corruzione.

 

Questo modo di pensare si è affermato definitivamente dopo l’espianto dei partiti della Prima Repubblica ed è talmente diffuso che, quando si tratta di eleggere un sindaco, un presidente di Provincia o di Regione, un parlamentare o un membro del governo, l’apprezzamento che più spesso risuona è che “viene dalla società civile”. La definizione corrente del concetto di società civile è dunque una definizione negativa: la società civile comprende tutte le attività che non rientrano fra quelle della politica come professione. Inoltre, essa contiene un giudizio morale: di segno positivo per le professioni liberali (imprenditori, manager, medici, avvocati, giornalisti ecc.) e di segno negativo per la professione politica.

Si può affermare che, almeno nel linguaggio giornalistico, l’espressione sia intrisa di ipocrisia. Dopo la fine del comunismo, nelle cronache delle crisi di stabilità che afflissero per più di un decennio i paesi dell’Europa centrorientale il commento più diffuso era che in quei paesi la società civile fosse troppo debole, perché non era innervata da una sperimentata presenza dei partiti. Di conseguenza, quando i media parlavano di quei paesi davano per scontato che nei regimi democratici i partiti costituissero l’ossatura della società civile. Quando parlano dell’Italia, invece, i confini della società civile cominciano dove finiscono quelli del sistema dei partiti.
Come s’è formato questo pregiudizio? Nel pensiero europeo il concetto di società civile ha una lunga storia, ma la sua popolarizzazione origina dalla fortuna del pensiero di Gramsci, che la include nella sua riflessione sullo Stato. Gramsci definisce lo Stato «come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole, ecc.)».1 L’egemonia di un gruppo sociale presuppone la formazione di una “volontà collettiva”, cioè di un orientamento politico al quale corrispondono un programma economico e una morale conforme. Il motore della volontà collettiva è il partito politico, «un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione ».2 La società civile è il teatro delle lotte per l’egemonia; il partito politico ne è il principale protagonista.

Il più autorevole divulgatore del concetto gramsciano di società civile è stato Norberto Bobbio, che ne ha fatto la categoria principale della sua teoria generale della politica.3 Tuttavia, nella sua interpretazione la società politica e la società civile formerebbero nella visione gramsciana una coppia di concetti contrapposti.4 In tal modo quella che per Gramsci è una distinzione concettuale, elaborata per affermare che l’esercizio della funzione di governo (o, se si vuole, il potere) non deve mai disgiungere la forza dal consenso, diviene una relazione antagonistica di realtà o di enti separati e giustapposti.

L’architettura sociale che Bobbio ne ricava è quella della teoria dei sistemi piuttosto che quella gramsciana, e la funzione dei partiti è limitata a «selezionare, aggregare e infine trasmettere le domande che provengono dalla società civile e sono destinate a diventare oggetto di decisione politica».5 Si tratta quindi di una funzione secondaria rispetto alla funzione di governo intesa come decisione: una funzione tecnica piuttosto che politica. Non è una funzione da poco, ma certamente è subordinata a quelle che concorrono alla formazione delle domande, nelle quali eccellono altri attori: organizzazioni d’interesse, autorità religiose, tecnocrazie, movimenti di azione civica ecc., ciascuno secondo la propria vocazione particolare o sulla base di un interesse corporativo. In questa costruzione il partito politico trova una collocazione incerta: «I partiti hanno un piede nella società civile e un piede nelle istituzioni».6 Certo è invece il giudizio di valore favorevole per la società civile e sfavorevole per la società politica.

Ma non si può imputare alla teoria dei sistemi il degrado che la nozione di società civile ha subìto nel senso comune giornalistico. Per darne una spiegazione si dovrebbe ripercorrere l’intera vicenda politica e culturale dell’ultimo trentennio, e non è questo il luogo. Conviene piuttosto interrogarsi sulla costellazione culturale che ha favorito l’affermarsi della dicotomia concettuale società civile/società politica nei termini valutativi richiamati in apertura, e anche in questo caso è utile ricorrere a Gramsci. È opinione generalmente condivisa che l’ultimo trentennio sia stato caratterizzato dall’egemonia culturale del neoliberismo. È una tesi generica, che andrebbe approfondita e specificata; in ogni caso, per precisarne il significato è opportuno riflettere su quanto Gramsci scriveva del liberismo come filosofia. «L’impostazione del movimento del libero scambio – scrive Gramsci – si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini, e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico».

Si potrebbe obiettare che il cavallo di battaglia del neoliberismo non è stato il concetto di mercato autoregolato ma uno slogan che non si sa se definire più rozzo o più sottile: la deregulation. Tuttavia anche la deregulation è una forma di regolazione. Se il richiamo a Gramsci risulta sospetto o sgradito, si faccia riferimento a un liberale doc come Guido Carli che nell’“Intervista sul capitalismo italiano”, quando ormai la rivoluzione neoliberista spiegava le ali al vento, affermava: «Sono profondamente convinto che l’economia di mercato sia un ordinamento non conforme alla natura, che può esistere soltanto se è instaurato, rinforzato e imposto in ogni momento da leggi severe e interventi conformi della pubblica autorità. Che sciocchezza contrapporre l’economia di mercato all’economia pianificata! Non esiste un sistema così intensamente pianificato quanto l’economia di mercato».7

Ma Gramsci non si limita a indicare l’«errore teorico» del liberismo: egli ne individua anche l’«origine pratica ». L’origine pratica è nel suo «programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale».8

È un’evidenza empirica che il risultato più rilevante dell’egemonia liberista degli ultimi decenni sia stata un’enorme redistribuzione del reddito a vantaggio dei gruppi sociali più ricchi e più forti. Con ciò non si intende dire che le moltitudini di intellettuali e di politici di vario rango che contrappongono la società civile alla società politica ne siano responsabili. Essi han no sicuramente contribuito all’affermazione di un senso comune utile a fiaccare le istituzioni piuttosto che a risanarle, ma nella maggior parte dei casi forse non sospettavano neppure la concatenazione di concetti ed eventi storici qui sommariamente evidenziata.






[1] Lettera a Tania del 7 settembre 1931, in A. Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Daniele, Einaudi, Torino 1997, p. 791.

[2] Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p. 1558.

[3] N. Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, Torino 1978.

[4] Bobbio, Sulla nozione di “società civile”, in “De Homine”, 24-25/1968, pp.19-20: «Nel linguaggio politico e storico, non solo tecnico ma comune, ha avuto e continua ad avere una straordinaria fortuna in Italia l’uso della coppia società civile società politica. È da ritenere che il frequente uso di questi termini sia di derivazione gramsciana ». Secondo Bobbio si tratta di una contrapposizione, ovvero di una coppia di opposti.

[5] Bobbio, Stato, governo, società cit., p. 26.

[6] Ibid.

[7] G. Carli, Intervista sul capitalismo italiano, a cura di E. Scalfari, Laterza, Bari 1977.

[8] Gramsci, Quaderni cit., pp.1589-90.

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