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Una Unità, centocinquanta anni e mille differenze

Written by Enrico Palandri Monday, 06 December 2010 12:32 Print

Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere.

 

Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere. L’Italia è nata in un’Europa che contava moltissimo nel mondo, dove l’impero britannico e le altre potenze coloniali si espandevano nel mondo intero e dove, contemporaneamente, nell’ideale romantico di patria si fondevano un senso di appartenenza linguistica, territoriale e culturale. Essere italiani, inglesi, francesi o tedeschi significava sostanzialmente queste tre cose: essere nati in un determinato territorio, parlarne la lingua nazionale e avere un patrimonio comune di abitudini e letture (anche se in Italia, a differenza dei paesi protestanti, solo una piccolissima parte della popolazione leggeva). Se pensiamo ai protagonisti italiani di quell’epoca erano, anche allora, pochi quelli che soddisfano i tre requisiti. Ovviamente, non essendoci ancora l’Italia, tutti erano stranieri; ma anche considerando quello che l’Italia sarebbe diventata è interessante notare come tanti personaggi di primo piano del nostro Risorgimento fossero dei cosmopoliti. Garibaldi, Foscolo, Cavour e la famiglia reale. Basta leggere Nievo per rendersi conto che la cultura che produce l’Unità d’Italia è transnazionale, per il ruolo che ebbero gli altri paesi europei, soprattutto l’Inghilterra, ma anche, più profondamente, per il tessuto sociale di territori come quello della Serenissima, ancora profondamente multietnico, si direbbe oggi, nonostante la decadenza politica. Tutta la popolazione era poi divisa tra dialetti e lingua nazionale, al punto che il padre dell’italiano moderno, Alessandro Manzoni, come tutta l’aristocrazia italiana di allora (e spesso di oggi), era radicato nella variante locale del suo italiano. Gli italiani, come impariamo a scuola nella famosa frase attribuita a Massimo D’Azeglio, erano ancora da fare e l’Unità un’aspirazione. Il processo di centralizzazione che è seguito ha avuto fasi alterne, e proprio lì dove è stato tentato in modo più deciso, durante il fascismo, ha mostrato la violenza dell’ideologia che lo sosteneva.

Da allora abbiamo attraversato almeno due stagioni nell’assetto politico del pianeta: il confronto tra USA e URSS fino al 1989, e oggi una politica planetaria che ha visto aggiungersi nuovi protagonisti e sfumare la contrapposizione tra capitalismo e anticapitalismo. Lo Stato-nazione europeo (quindi non solo per noi, ma per tutti) non ha molto senso in questo scenario, e questa è la ragione che ha visto crescere in tutta Europa una nuova moneta, l’abolizione delle frontiere interne, un piano politico e giuridico che sta rapidamente trasformando il nostro mondo.

Tuttavia essere italiani è ancora diverso dall’essere francesi, inglesi o tedeschi: cosa significa esattamente? Prendiamo in esame i requisiti romantici che alimentarono il Risorgimento. Il territorio: tra il 1876 e il 1985 circa 26 milioni e mezzo di italiani sono emigrati. Da questa popolazione, partita da estremi disagi e spesso finita bene, discendono quelli che si stima siano oggi tra i 125 e i 135 milioni di italiani, di cui 27 milioni in Brasile, 20 milioni in Argentina, 18 milioni negli Stati Uniti. Questa straordinaria diffusione (si tratta del 2% della popolazione mondiale) ha fatto sì che la richiesta di insegnamento della lingua italiana sia molto cresciuta negli ultimi anni in tutto il mondo. Non si tratta solo della nostalgia delle seconde e delle terze generazioni di figli di emigranti, ma di un’idea di Italia e italianità che è cresciuta fuori dal nostro territorio. Questi dati vanno poi uniti a quelli dell’immigrazione verso il nostro paese. Ci sono oggi in Italia 3.891.295 stranieri, circa il 6% della popolazione. Sono italiani? E come descriviamo gli italiani? Se tentiamo di descriverli attraverso le categorie del romanticismo risorgimentale e tentiamo di identificare una cultura comune troviamo subito delle difficoltà: la cultura prodotta dagli italiani all’estero è italiana o no? Scorsese, Puzo, Coppola, De Lillo? E Dionisotti, Meneghello e Celati? Quali sono i criteri attraverso cui analizziamo questi testi? Il territorio di appartenenza? Oppure la lingua in cui si scrive? O la cultura di cui si parla? Nella prima categoria non rientrerebbe Meneghello, nella seconda non rientrerebbero Puzo e De Lillo, dalla terza sarebbe invece discutibile il fatto di escluderli.

Negli anni in cui insegnavo in Inghilterra ho visto tra i miei studenti come il successo de “Il Padrino” abbia modificato la percezione dell’italianità. All’inizio degli anni Ottanta gli studenti erano in parte seconde generazioni, molti dei quali provenivano dalla Val di Taro e dalla Ciociaria; le loro famiglie di origine avevano lavorato molto duramente. C’erano poi i figli di ricche famiglie inglesi che avevano casa nel Chianti. Per gli uni e per gli altri insegnare a leggere Dante e Leopardi era insegnare la cultura italiana. Dopo il successo dei film sulla mafia americana, gli italiani sono stati invece percepiti, sempre più insistentemente, attraverso storie dell’immigrazione italiana in America del Nord. Sono aumentati gli studenti inglesi che non erano né ricchi né di origine italiana; a Londra sono anche aumentati gli studenti che provenivano da tutto il mondo e sceglievano di studiare l’italiano. Quanto di questa nuova popolarità della nostra cultura sia dovuta a ciò che si scrive e produce in Italia e quanto sia invece il frutto di come vivono la loro italianità i discendenti dei nostri emigranti nel mondo è difficile da misurare, ma, in fondo, a proposito di narrazioni di mafia, sarebbe interessante tentare di capire quanto ha influito questa percezione sovranazionale che associa l’Italia al crimine organizzato con il successo di Saviano. In altre parole, forse iniziamo a percepirci attraverso lo sguardo della nostra emigrazione? E del resto, si può immaginare di sigillare l’identità italiana intorno a Manzoni e non vedere in quale modo quel che è stato prodotto dalla cultura dell’emigrazione e dell’immigrazione ha cambiato gli elementi che costituiscono la nostra identità? Peraltro anche l’identità linguistica era arbitraria. Nell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento gli italiani sono stati prevalentemente dialettofoni. Nella Serenissima, com’è intuibile dando un’occhiata alla sua espansione territoriale, la lingua più parlata era il greco. Oggi c’è una diffusione maggiore dell’italiano medio, grazie alla televisione, ma ai dialetti che non sono scomparsi si sono aggiunte ampie aree di altre lingue, per non parlare di come l’inglese costituisca una ossatura neppure tanto nascosta, soprattutto nella sintassi, del nuovo italiano.

Ma soprattutto: ci aiuta parlare di unità o gli ideali romantici hanno mostrato proprio con il fascismo il loro lato oscuro, e quindi è in un’altra direzione che dovremmo guardare per riuscire a vederci? Piuttosto che a un’identità costituitasi storicamente, cosa assai difficile da definire, dovremmo richiamarci a un’identità dinamica e plurale, che viva delle relazioni sociali in cui siamo realmente inseriti. Dobbiamo accorgerci che sentirsi un popolo unito produce in realtà conformismo, culto carismatico dei leader, xenofobia e intolleranza, mentre al contrario una società plurale, una democrazia è la forma di coesistenza di minoranze, dove piuttosto che tentare di assomigliare a un modello di italianità sappiamo resistere nelle nostre differenze. Non solo quelle presenti, ma quelle storiche, che in un paese da sempre tanto attraente per visitatori pacifici e meno pacifici, sono numerosissime.

Questa è l’Italia che io vorrei celebrare, non quella dell’Unità ma della pluralità, dove ogni diversa forma di civiltà, in Italia spesso così minuta, locale, storicamente radicata in civiltà comunali diverse le une dalle altre, trova espressione.

Il tema dell’Unità diventa così più interessante: vorrei per il centocinquantesimo compleanno dell’Italia moderna offrire una torta colorata e piena di candeline dal cui interno saltino fuori, come una sorpresa, le nostre differenze, che sono più importanti della nostra unità. Vorrei lasciare esistere e prosperare le comunità e le nostre culture locali oltre a quelle di coloro che vengono a vivere con noi. Quasi necessariamente credo che dovremmo abolire anche la televisione, che diffonde conformismo. Vorrei che le nostalgie identitarie della Lega, che è afflitta in modo più provinciale da quegli stessi ideali romantici di omogeneità linguistica, culturale e territoriale che nel 1922 portarono al fascismo, divenissero irrilevanti di fronte alla bellezza di questa nuova Italia plurale. In fondo, era questa Venezia nei suoi momenti di maggiore espansione: la patria di Da Ponte, Goldoni e Casanova, che faceva ai visitatori l’effetto che fa a noi oggi New York per il suo carattere multietnico e l’altezza degli edifici. Piuttosto che comportarci come patriarchi che richiamano a una tradizione discutibile e tentano di attutire le differenze o smussarle, dovremmo fare delle nostre varietà regionali, che non sono solo linguistiche e gastronomiche, ma morali e di mille altri tipi, il volano di un diverso modo di pensare lo Stato. In un’epoca in cui cambiamo tanto rapidamente, grazie a movimenti rapidissimi di informazioni, beni e persone, questa pluralità dovrebbe essere la nostra carta vincente. Questa è in realtà anche la ricchezza della nostra storia letteraria, a partire da Dante, dal suo espressivismo linguistico e dalle sue curiosità antropologiche raccolte durante l’esilio nella nostra penisola, o dai vagabondaggi di Tasso, o dalle commedie di Goldoni, dalle osservazioni sul marchigiano e il toscano che si trovano nello Zibaldone di Leopardi, per arrivare, appunto, a Celati e Meneghello, a Levi e Calvino. In realtà, la tradizione migliore della nostra letteratura ha sempre sofferto il rischio del ripiegamento in una nostalgia, e ha invece saputo articolare la propria ricchezza nel cosmopolitismo: se c’è un’Italia che io celebro quando scrivo non è quella che cerca di assomigliarsi e rintana, ma quella aperta e avventurosa che è Italia nel mondo.

Viaggiare, vivere in altri paesi, imparare altre lingue e altri modi di fare è, da Omero, ciò che costruisce il talento dell’uomo. Nel proemio dell’Odissea, tra i primi attributi di Ulisse, si dice che vide le città di molti popoli e ne conobbe i costumi. La sua leggendaria astuzia altro non è che conoscenza. Certo, il tema del capolavoro omerico è quello del ritorno, del dolore del ritorno, della nostalgia, ma è solo grazie alla ricchezza delle esperienze accumulate che Itaca è divenuta un luogo universale per l’umanità. Senza il mondo, sarebbe stata uno scoglio nel Mediterraneo come tanti altri, pieno di capre.

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