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Prove tecniche di canzone civile

Written by Mauro Covacich Monday, 06 December 2010 12:16 Print

 

Tutto è cominciato con una telefonata. Stavo chiamando a casa di mia sorella per il solito aggiornamento sulla ciurma. Da lontano è così che mi piace pensare ai miei, un po’ cambusieri sempre troppo affaccendati, un po’ tigrotti di Mompracem. Aveva risposto Marco.
«Ciao zio! Quando torni in Italia?».
All’epoca di questa telefonata, circa tre anni fa, Marco stava frequentando la terza elementare. A scuola era bravo, ubbidiente e otteneva ottimi risultati. Eppure, sapendomi nella piccola casa romana dove abito, conoscendola anche in alcuni suoi scorci per averla vista spesso nelle nostre comunicazioni familiari su Skype, collocandomi insomma, almeno spazialmente, in un posto preciso della capitale, mi chiedeva quando sarei tornato in Italia. La domanda appariva poi ancora più paradossale perché mi arrivava da Trieste, la mia, la nostra città, il punto esatto in cui l’Italia, con grave scoramento di irredentisti e nazionalisti, trascolora inesorabilmente nelle tinte orientali dell’altro Adriatico. Quindi era questa l’idea che aveva del paese un bambino triestino di oggi? Una città-Stato, la sua.
D’altronde, non era affatto strano che lo Stato fosse per lui un’entità del tutto astratta, mancandogli fino a quel momento un’esperienza concreta, l’attraversamento con i propri piedi, con i propri occhi, del paesaggio che illustrava il suo sussidiario. Le maestre lavoravano sull’orografia locale, sulla topografia del quartiere, allargavano le mappe secondo un criterio associativo e paratattico, un pezzetto più un pezzetto più un pezzetto. Non dubito che fosse il metodo giusto, ma mancava lo sguardo d’insieme. In altre parole, occorreva un viaggio.
Così, dopo un paio di mesi, di ritorno da un impegno a Trieste, mi sono portato Marco a Roma per qualche giorno (prima di rispedirlo a casa da solo, usufruendo del servizio per minori non accompagnati dell’Alitalia, mettendo in allarme mia madre, mia sorella e, di conseguenza, l’intero personale di terra dello scalo di Fiumicino, e facendolo diventare un ragazzo – un giovanotto, avrebbe detto mio padre – in meno di mezza giornata).
Sul treno verso la capitale, ogni tre partite a scacchi Marco provava a insegnarmi il complicatissimo gioco a carte dei mostri Yugiho. Io intanto, preso dalla mia ansia didattica, avevo disegnato uno stivale tutto sbilenco sul quale gli facevo scrivere i nomi delle città via via che le incontravamo. Mestre, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze. Aspettavamo insieme l’apparizione del primo cartello azzurro all’ingresso delle stazioni appena l’Eurostar rallentava, poi lui metteva il suo stampatello accanto al mio cerchietto. Un ricamo di bottoni e semirette. Certo, saremmo arrivati appena a metà gambale, tutto il resto della tomaia sarebbe rimasto ignoto chissà per quanto tempo, ma intanto l’Italia si allungava allontanandosi da casa (da mamma, papà e Maria, la sorellina pestifera di colpo tanto amata). La durata poi, l’eterna durata del viaggio, dava una consistenza fisica all’idea evocata da quel ricamo e dal mio ridicolo disegno. La distanza, che restava acquattata nella fibra ottica quando parlavamo su Skype, era esplosa ora davanti ai nostri occhi e si gonfiava con sinistra rapidità come quelle scialuppe di nuova generazione, una certezza affidabile forse, ma di sicuro sconvolgente. «Uffa zio, quando arriviamo?!». Le carte, gli scacchi, la Playstation, le infinite puntate al bar della carrozza 5, niente bastava a riempire il tempo di quell’inedito spostamento. La città-Stato continuava a espandersi sotto di noi. Intanto si avvicendavano i passeggeri: la famiglia di americani salita a Venezia era scesa a Firenze, ma anche quelli non stranieri parlavano un altro italiano, pieno di esclamazioni e aspirate e fricative, e ogni volta Marco drizzava le antenne. A Bologna erano saliti due tizi, colleghi di qualcosa, mentre il gruppetto di pensionati vocianti seduto qualche posto più avanti avrebbe continuato la corsa anche dopo che fossimo scesi. «Ma ancora quanto?!» – ed ecco Marco, incredulo e in qualche modo solidale coi signori ischitani, scrivere Napoli accanto all’ennesimo cerchietto.
A ripensarci meglio, il fatto che mio nipote identificasse tout-court l’Italia con Trieste non era poi tanto paradossale come mi era parso all’inizio.
L’italianità a Trieste è una specie di dogma. Annessa definitivamente alla Repubblica nel 1954, una città che solo nell’ultimo secolo è stata austriaca, anglo- americana e per un breve attimo – un attimo piuttosto scioccante – anche jugoslava, be’, è comprensibile che soffra il complesso di non essere abbastanza italiana, quindi non è difficile immaginare quanto le maestre insistano sulla questione nazionale. A Trieste vivono floride comunità di serbi, croati, greci, israeliti; l’altipiano carsico è interamente abitato dalla minoranza slovena e comunque a ogni triestino è sufficiente risalire il proprio albero genealogico di tre generazioni per incontrare il primo parente non italiano – i cognomi stranieri che affollano l’elenco telefonico stanno lì a dimostrarlo (il mio compreso). Ma il cosiddetto crogiuolo di razze diventa presto un imbarazzo quando non si è più in grado di apprezzarne la ricchezza. L’antislavismo paranoide del secondo dopoguerra ha spazzato via in fretta ogni segno residuo di Mitteleuropa, lasciando emergere la vocazione a un’identità italianissima da parte di un’opinione pubblica provinciale ancor più che periferica. A tutt’oggi essere italiano per il triestino medio, nonostante la caduta dei muri, dei confini e di gran parte dell’astio per la defunta Jugoslavia, è un principio vissuto con lo stesso ardore di Guglielmo Oberdan. Su questo ardore hanno sempre contato le forze politiche di destra, fomentandolo e strumentalizzandolo ad arte (penso soprattutto alle copiose manciate di sale sparse sulle ferite degli esuli istriani). A Trieste il Movimento Sociale Italiano è stato il secondo partito dopo la Democrazia Cristiana fino agli anni Ottanta. Il che ha procurato una sofferenza ancora più beffarda a quei triestini la cui coscienza nazionale nasceva dallo spirito della Resistenza e dalla lotta di liberazione dal nazifascismo. Non c’è dubbio, ad esempio, che nell’idea che Marco si era fatto di una Trieste così italiana da fagocitare l’intero paese erano confluite, insieme ai discorsi delle maestre, anche le tracce implicite ma ben presenti di una certa tradizione di famiglia. Il nonno di mio cognato è stato uno dei capi del CLN di Trieste, un democristiano di ferro che, con lo stesso impegno con cui si è opposto ai fascisti, ha combattuto l’occupazione delle truppe jugoslave nei due giorni del maggio 1945 in cui partigiani, badogliani, titini e forze alleate rivendicavano – duole ammettere, l’un contro l’altro armati – il possesso della città. Gesto di coerenza patriottica, il suo, che gli ha procurato parecchi grattacapi nel tempo, tra cui alcune comunicazioni dei fantasmi di Gladio.
Insomma, nella testa fumante del bambino che mi stavo portando a Roma c’era una nebulosa di cose apprese e cose, per così dire, assorbite dal patrimonio genetico. Un tuffo nella capitale lo avrebbe davvero aiutato a chiarirsi le idee?
L’impatto è stato quello di una città esotica: le palme, il caldo, la monumentalità délabré dei palazzi, le strade gremite di macchine, motorini, pedoni, questuanti, tutti mescolati in un movimento caotico e armonico al tempo stesso. Anche dormire sul futon che gli avevo approntato accanto alla mia scrivania accentuava l’atmosfera avventurosa dei primi momenti in una specie di allunaggio.
Ricordo quanto mi sono arrabattato in quei giorni. L’ho portato al Colosseo, a guardare i quattro manigoldi vestiti da centurioni, con tanto di daga e ciabatte ortopediche. Pensavo di avvicinarlo alla capitale partendo dai fasti imperiali, da un immaginario spettacolare condiviso, ma gli antichi romani ci gettavano troppo lontano nel tempo, rischiando di farci perdere di vista il nucleo civico, per non dire geopolitico, della nostra missione (benché gli intrighi dell’aristocrazia senatoria, solo ora me ne accorgo, avrebbero potuto offrirmi il destro per una bella filippica sulla situazione politica attuale). Che dire poi della basilica di San Clemente, uno dei posti di Roma dove potrei tornare ogni giorno: le sue magiche stratificazioni e il carotaggio abissale nel passato non c’entravano niente con l’Unità nazionale, dialogavano tutt’al più con l’universo goticheggiante dei giochi di ruolo, con i ruderi e le cripte dei cartoni animati. L’unico effetto positivo di quella visita è stato ripararsi per un’oretta dal solleone.
Nel frattempo però Marco aveva scoperto il gelato con la panna gratis. «Che generosi questi romani! » esclamava ogni volta che uscivamo dalla gelateria. All’inizio, quando la tizia al banco gli chiedeva «panna?» con la spatola già colma a mezz’aria, Marco indugiava, controllava lo scontrino. Poi però ha capito in fretta e il secondo giorno aveva già adottato il trucco che gli avevo insegnato: «Se dici doppia panna, te ne mettono un po’ anche in fondo al cono».
«No zioo! Stai scherzando, vero?».
Un’altra cosa che lo colpiva, quanto a prodigalità, era il costume diffuso di approssimare per difetto i decimali del conto. Stava molto attento alle transazioni di denaro, come tutti i bambini che ne hanno appena acquisito il senso, e guardava sbigottito il cassiere che mi abbuonava anche venti centesimi con un semplice gesto della mano quando non trovavo gli spicci. Io sorridevo tra me pensando a come si entusiasmava Marco. «Sono proprio simpatici questi romani!». Ecco, a suo modo aveva colto nel segno, la simpatia è un criterio determinante nella vita sociale di Roma, le cose possono accadere o non accadere per simpatia. Se sei simpatico – e Marco, almeno per i gelatai, era di una simpatia pressoché oggettiva – otterrai sempre ciò che ti spetta, e magari qualcosina in più. Se sei simpatico si apriranno porte, occasioni di lavoro, accessi riservati, il mondo ruoterà sui suoi ingranaggi senza mai cigolare. Già, ma se non sei simpatico? O quando la tua simpatia non basta più?
La risposta l’ha avuta il giorno dopo, nel minuscolo luna park di Saxa Rubra dove l’avevo portato perché giocasse un po’ con le figlie di una mia amica che abita da quelle parti. Frastornato dal chiasso e dalla velocità portentosa dei bambini romani, restava impalato in mezzo alla pista di autoscontri mentre furie sempre nuove gli rubavano la macchinina sotto il naso. Osservavo mio nipote – un bambino biondo, sveglio, grande il doppio di quelle canaglie – ritornarsene sul cordolo zigrinato con un kleenex appallottolato in mano come l’attributo di un santo, prima che un’altra corsa ripartisse e le figlie della mia amica gridassero di nuovo felici insieme agli altri già pigiando a tavoletta. E ancora, e ancora. Cosa aspettava Marco? Be’, semplice, aspettava il suo turno. Era stato educato così. File, turni, regole da rispettare.
«Aa belloo!» gli ha detto sorridendo un padre all’ennesima volta che l’ha visto risalire a bordo pista con le pive nel sacco «mo’ qua te devi fa’ furbo».
Ecco la risposta, dove non arriva la simpatia tocca alla furbizia. Era anche questo l’Italia, un’intera popolazione dominata nei secoli da signorotti, papi, sovrani stranieri, passata direttamente dalla condizione di sudditi a quella di clienti (e relative clientele) senza essere mai riuscita a diventare una comunità di cittadini. Simpatia e furbizia erano cresciute rigogliose in una mentalità che non smetteva di pensare alle leggi come a vessazioni imposte dall’alto, a obblighi da aggirare, e tale quale germinava ancora nella case, negli uffici, sulle piste di autoscontri. Marco ci era rimasto male, di colpo la città dei cornettari notturni, delle pizze al taglio, della panna gratis, delle fontanelle di acqua fresca a ogni angolo di strada, di colpo la città delle meraviglie mostrava la prima crepa. Ma come? Lui aveva già cominciato a raddoppiare qua e là le consonanti per mimetizzarsi con i suoi nuovi amici, e ora Roma, il posto più italiano d’Italia, lo tradiva così? Dovevo trovare subito qualcosa per rimediare, qualcosa che in un sol colpo restituisse l’onore alla capitale e a Marco il buon umore, qualcosa che avesse la forza di un simbolo supremo, parlante, in grado di respingere con gli alti valori dello Stato il paraculismo strisciante dei suoi cittadini spettatori, addestrati dalle icone della pochade politico-televisiva a riempirsi la bocca di privacy e libertà.
Sono stato fortunato, il giorno dopo era il 2 giugno, festa nazionale della Repubblica, e noi alle 16 esatte eravamo davanti al Quirinale a guardare il cambio della guardia in edizione colossal. Io e il mio Candide in prima fila, insieme a centinaia di turisti sudati, a rimirare le figurazioni dei plotoni in alta uniforme sul pavè a schiena d’asino del piazzale presidenziale. Quindi lo stavo facendo, mi stavo giocando l’asso, il Presidente della Repubblica, il capo dei capi, a casa sua.
Ecco i carabinieri a cavallo, coi tamburi! I lancieri con i vessilli azzurri dei Savoia sulle aste abbacinanti! I corazzieri! La banda della Guardia di Finanza! Sentivo le spallucce di Marco fremere sotto la mia mano. Quindi era a me che si chiedeva ora una canzone civile (dopo Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni... anche questo un segno dei tempi). A me che ho giurato, al maresciallo intento a interrogarmi sulla mia scelta di obiettore di coscienza, che non avrei mai indossato una divisa. A me che ho sfidato i manganelli del Fronte della Gioventù alle manifestazioni per il bilinguismo e gioivo intimamente quando m’imbattevo in qualche vecchia scritta degli anni Settanta piena di cappa. A me che lo Stato mi faceva pensare subito alle stragi di Stato, alla collusione dei servizi segreti, alla Democrazia Cristiana, al Porto delle nebbie (all’epoca chi mai pensava che le toghe potessero un giorno diventare rosse). A me che ho festeggiato i mondiali dell’‘82 rigorosamente senza tricolore perché dalla retorica tardo-risorgimentale lo scrittore che volevo diventare doveva scappare a gambe levate. A me che, da aspirante cane sciolto, contestavo in modo direi abbastanza protocollare il Partito Comunista ma che, al tempo stesso, ero ancora fortemente sensibile all’afflato internazionalista. A me che, come tutti i triestini – come Italo Svevo, che si chiamava Hector Schmitz! –, ho imparato l’italiano sui libri di scuola e come lui avrei tanto voluto essere definito uno scrittore europeo (ah, l’Europa!). A me che ho imparato l’inglese sui testi dei Talking Heads, inarrivabili antesignani della world music (ah, il Mondo!) e spesso ho sognato di firmarmi Italo Slavo. A me che a Parigi mi sono perso nelle macchine desideranti di Deleuze e Guattari, e per anni ho mutuato da loro l’idea di una letteratura minore, una letteratura che sapesse inventarsi una forma minoritaria, dissidente, dell’idioma nazionale. A me che mi ordinavo: usa la tua lingua come fosse una lingua straniera (comandamento invero abbastanza agevole per un triestino che, si sarà notato, ignora, per una specie di lapsus storico- grammaticale, il passato remoto).
La banda procedeva con le sue marcette verso un climax fin troppo prevedibile. Quindi toccava a me ora inneggiare all’Italia? Be’, se questo significava respingere l’arbitrio indiscriminato dei furbi, il cinico disfattismo dei qualunquisti, le nuove mire espansionistiche dei lanzichenecchi ingentiliti da un fazzoletto verde nel taschino, l’avrei fatto, sì, mi sarei stretto a coorte. E mentre piegavo la mia volontà come una barra d’acciaio, le prime note di Mameli sono esplose dagli ottoni della Guardia di Finanza. I turisti nostrani si sono portati la mano al petto secondo la più recente coreografia delle cerimonie istituzionali. Marco li ha subito imitati, sorridendomi con una scintilla di complicità negli occhi. «L’inno, zio! L’inno nazionale!». Questo lo conosceva eccome. Io ho annuito stringendogli la spalla e insieme ci siamo buttati nel coro.

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