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Il lavoro della democrazia, la democrazia del lavoro

Written by Vando Borghi Monday, 04 October 2010 14:53 Print
Il lavoro della democrazia, la democrazia del lavoro Disegno: Serena Viola

Le trasformazioni del lavoro vanno lette in un più complessivo processo di trasformazione socioeconomica, politica e culturale in cui non solo vengono stravolti il senso e le pratiche dell’esercizio della democrazia, ma viene anche ridefinito uno dei pilastri su cui la democrazia stessa si è venuta fondando: il rapporto tra quest’ultima e il lavoro. Questa trasformazione investe in primo luogo la capacità del lavoro di produrre riconoscimento sociale attraverso l’inclusione in un collettivo, che travalica la dimensione individuale del contratto di lavoro e che si traduce in diritti relativi al lavoro, ma anche alla cittadinanza sociale. In secondo luogo essa riguarda la possibilità che il lavoro costituisca uno spazio in cui esercitare e sviluppare le proprie capacità, il cui utilizzo, anche al di là degli obiettivi lavorativi e professionali, rappresenta a sua volta uno dei presupposti per la riproduzione della democrazia.

Voi siete qui

Nel disordine delle mie carte ritrovo un appunto, preso in fretta quasi un anno fa. «Per radio, il notiziario del primo mattino. Due notizie secche, accostate una dopo l’altra, una perfetta fotografia. Due giovani studiosi italiani parlano di una loro scoperta, particolarmente importante per la cura dei tumori cerebrali. Sono italiani, ma sono andati all’estero, per la schifezza della nostra università e dello stato della ricerca. Cittadini tedeschi organizzano viaggi aerei in Italia per partecipare alla nostra lotteria nazionale, il cui premio è particolarmente ricco. Esportiamo ricercatori, importiamo giocatori di lotteria». È un’immagine che ci è utile. Un po’ come in quelle mappe per orientarci in un luogo che visitiamo per la prima volta o che conosciamo male, dentro al quale ci stiamo muovendo ma senza capire bene se la direzione intrapresa coincida con quella che noi avevamo originariamente programmato. «Voi siete qui», ci dice perentoriamente la freccia, prendetene atto.

Il lavoro in tempi di postdemocrazia

In questi giorni (all’inizio di settembre, quando, dopo la vicenda di Pomigliano, è quella di Melfi a guadagnare visibilità) colpisce la compresenza sui quotidiani, nelle stesse prime pagine, di due mondi, di due regimi discorsivi, di due orizzonti di problematicità che sembrano destinati a rimanere paralleli, senza mai toccarsi tra loro. Da un lato, la sfera della politica, con i suoi attori intenti a scambiarsi contumelie, dossier, accuse di vario genere e a prodursi in dichiarazioni concernenti le alleanze, le strategie elettorali e così via. Dall’altro, appunto, le vicende del lavoro (lo scontro tra i lavoratori reintegrati nello stabilimento di Melfi e la dirigenza Fiat che si rifiuta di applicare quella sentenza; lo sciopero della fame dei precari della scuola di Palermo; la manifestazione dei pastori sardi e così via). Come se si trattasse di universi differenti, non comunicanti.

Ovviamente non tutti i politici sono rappresentabili in questo schema e non va assolutamente condiviso il populismo fondato sull’ideologica e falsa contrapposizione di una società civile sana e virtuosa, vera depositaria dell’esperienza concreta della realtà, contrapposta ad una società politica fonte di ogni corruzione e male sociale. E infatti quella immagine – la compresenza dei due mondi non comunicanti – non è una mera fotografia del problema. Al contrario, essa è parte del problema: a questo contribuisce infatti la gran parte dei media (o almeno quelli più popolari), che invece di incalzare politici e classe dirigente per indurli ad affrontare i temi reali, si compiace di una tale rappresentazione (la presunta separatezza tra società civile e politica; la politica come terreno di basse trame e interessi personali ecc.). In questo modo, più che fotografare una realtà i media contribuiscono a produrla, sviliscono la partecipazione allargata alla discussione pubblica e favoriscono soluzioni che, in un modo o nell’altro, sono da tempo state tracciate.

Ci riferiamo, in particolare, a quel disegno di riorganizzazione sociale e politica che è stato definito come il paradigma postdemocratico.[1] Da un lato, esso riprende la tradizione liberale (lo Stato è il polo negativo, l’individuo quello positivo: se lasciata libera di perseguire il proprio interesse privato, l’azione individuale contribuisce naturalmente alla realizzazione dell’equilibrio sociale); dall’altro, si richiama a quella elitista e tecnocratica che, da Schumpeter in poi, alimenta la sfiducia nell’attivazione dei cittadini nei processi decisionali e tende a limitare la sfera di influenza della politica in essi: qui il ruolo decisivo è affidato agli esperti, ai tecnici, ai vertici della burocrazia e al mercato. Alla fine degli anni Settanta, in uno scenario internazionale che vedeva l’affermarsi di capi di Stato come Margaret Thatcher e Ronald Reagan, esso è parso delinearsi con progressiva chiarezza non solo teorica, ma anche e soprattutto pratica.

Quello che è importante sottolineare è il ruolo che, in questa prospettiva, viene affidato alla politica. Il mercato, da metafora della società e della politica quale era assunto in quelle tradizioni, ne diviene modello, alla cui razionalità la vita collettiva deve essere inesorabilmente sottoposta. Al centro di tale razionalità stanno le preferenze individuali e l’idea che esse siano date, esogene rispetto alla vita collettiva. In questo modo si sottrae all’ambito dell’agire politico la materia di cui tali preferenze sono in realtà fatte, vale a dire l’esperienza stessa del vivere insieme, i problemi che da tale esperienza si generano e le risorse sociali che per la soluzione di tali problemi si possono mobilitare e/o costruire. Piuttosto, sono il marketing e tutta l’industria di produzione dell’immaginario ad incaricarsi del trattamento di questa materia.

Così impoverita, la politica viene ridotta a problem solving e solo i saperi tecnici ed esperti vengono ritenuti pertinenti. Le discipline coinvolte in questa tecnicizzazione della politica possono cambiare nel tempo, mentre ciò che è invariabile è la funzione assolta: naturalizzare i processi in corso, depoliticizzarli e neutralizzare ogni diverso “ordine del discorso”. La riduzione della politica a spettacolo costituisce allora un corollario delle trasformazioni imposte dal paradigma postdemocratico. Le procedure democratiche persistono, ma il loro significato profondo viene via via indebolito: «anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve».[2]

Il lavoro è un tassello fondamentale di questo quadro e di esso partecipa pienamente. Anche stando soltanto agli eventi più recenti – si prenda ad esempio la vicenda di Pomigliano – le trasformazioni che hanno investito il mondo del lavoro e i movimenti sindacali sono state costantemente introdotte dall’imperativo retorico del modello postdemocratico: non c’è alternativa.

Tabella 1. Salari e stipendi sul totale del valore aggiunto (%).

 

1976

2006

OCSE 15

67,3

57,3

Italia

67,7

53,1

Fonte: OCSE, Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, OCSE, Parigi 2008.

Coniato dalla Thatcher e complessivamente finalizzato a presentare come destino inesorabile l’avvenuta redistribuzione della ricchezza dal lavoro al capitale (si veda la Tabella 1), lo slogan TINA (There Is No Alternative) si ritrova ripetuto o parafrasato ogni qualvolta viene avanzato l’ennesimo peggioramento delle condizioni concrete di lavoro e l’ulteriore riduzione del potere di autodeterminazione dei lavoratori. Al di là del mero perseguimento di interessi economici, la questione è più generale. Con TINA, coerentemente con il paradigma postdemocratico, ciò che si è affermato è una concezione dell’organizzazione sociale complessiva, nella quale la partecipazione dei cittadini alle decisioni che riguardano i loro propri destini è estremamente impoverita e, al limite, coincide con il raggio d’azione del consumatore (loyalty o exit; non voice).

Il fatto è che invece la democrazia si alimenta e si consolida, all’opposto, «quando aumentano per le masse le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e attraverso organizzazioni autonome, alla definizione delle proprietà della vita pubblica; quando le masse usufruiscono attivamente di queste opportunità; e quando le élite non sono in grado di controllare e sminuire la maniera in cui si discute di queste cose».[3] E il lavoro è una delle sfere più importanti in cui queste opportunità di partecipare devono potersi (apprendere ed) esercitare, in modo che la democrazia si riproduca e intensifichi la propria vitalità.

La stretta connessione tra lavoro e democrazia è rinvenibile sostanzialmente in due aspetti. Il primo lo aveva già chiaramente individuato Thomas H. Marshall diversi decenni fa: è proprio a partire dalla difesa dei diritti del lavoro che i cittadini possono divenire pienamente tali, organizzandosi e mobilitandosi per ottenere così ulteriori diritti anche al di fuori dei luoghi di lavoro. Una difesa, sottolineava tra l’altro Marshall – è bene rimarcarlo in tempi di celebrazioni delle presunte virtù auto-organizzative della società civile – che esigeva un ruolo attivo e autorevole dello Stato (non solo attraverso il diritto, ma anche per mezzo della sua street-level bureaucracy).[4]

Il secondo aspetto ha a che fare con un presupposto centrale della democrazia, vale a dire la vitalità della sfera pubblica. Quest’ultima possiede una valenza strutturale, essendo «lo spazio nel quale si producono le capacità degli individui di partecipare alla vita pubblica e in cui l’orizzonte pubblico di esperienza o “il limite del possibile” vengono costituiti».[5] Determinante, in tale contesto, è il principio di fondo secondo il quale l’esercizio non meramente formale della democrazia si regge su una precondizione indispensabile: che si riproduca ogni volta l’interesse personale all’espressione pubblica delle proprie argomentazioni, cioè a fare un uso pubblico della propria capacità di giudizio e argomentazione. Alla riproduzione, o alla erosione, di tale presupposto fondamentale della democrazia partecipano pienamente gli spazi e le pratiche in cui il lavoro umano si organizza e viene esercitato.[6]

Questo è ancora più vero in uno scenario quale quello contemporaneo, in cui la connessione tra lavoro e conoscenza dischiude straordinarie possibilità, intensifica enormemente la pervasività potenziale ed effettiva dell’azione umana nel nostro ambiente sociale e naturale. Proprio qui, a proposito del rapporto tra lavoro e conoscenza, emerge tutta la centralità (e l’attuale latitanza) della politica. È ad essa che spettano la progettazione e la costruzione di “fattori di conversione”, di “strutture di opportunità” perché quelle capacità siano poste in condizione di coniugare libertà degli individui e qualità della vita collettiva. Solo una politica che sappia evitare i danni del privatismo – la riduzione della conoscenza a “capitale umano” e la sua mera finalizzazione alla produzione di vantaggi economici – e che si impegni ad alimentare continuamente (tramite istruzione, formazione continua, ricchezza della vita civica, qualità della vita culturale ecc.) l’interesse degli individui all’uso pubblico delle proprie capacità di giudizio, può contribuire alla riproduzione dei presupposti stessi della democrazia. Il lavoro rappresenta uno degli ambiti cruciali in cui tale capacità può essere praticata, può trovare dispositivi di promozione e di esercizio; o, al contrario, può venire depressa, scoraggiata.

Antropologia della flessibilità

«Io lavoro sempre dalla parte opposta della scrivania di qualcun altro»: con queste parole una giovane lavoratrice con contratto atipico sintetizzava mirabilmente la sua condizione in una intervista condotta circa una decina di anni fa.[7] La flessibilizzazione del lavoro era meno indagata di quanto non è accaduto successivamente, ma i rischi e i costi sociali, in generale e specificamente per il contesto italiano, erano già pienamente visibili. Sottoinquadramento professionale, sottoremunerazione, peggioramento delle già pesanti differenze di genere, distorsioni e abusi contrattuali e via così. A sottolineare allora queste realtà si rischiava spesso l’accusa di nostalgia della condizione fordista.

Lo scenario attuale moltiplica queste condizioni – in una ricerca recente su “Giovani, lavoro e cittadinanza sociale” in Emilia Romagna[8] ci siamo imbattuti nel dato della Provincia di Bologna, in cui tra i contratti avviati nel 2008 la tipologia del lavoro non standard ha rappresentato quasi l’80% delle nuove assunzioni, non solo tra i giovani – e acutizza le sofferenze cui si è accennato. Ma non si tratta solo della questione concernente, laddove questo accade, lo slittamento dalla stabilità alla precarietà lavorativa e dalla precarietà lavorativa a quella esistenziale.[9] In realtà il passaggio è probabilmente ancora più complessivo e strutturale. Il terreno della trasformazione è proprio quel nesso tra lavoro e democrazia sopra ricordato.

Il riconoscimento del lavoratore come membro di un collettivo cui si associa uno status sociale che travalica la scala individuale e circoscritta del contratto di lavoro, riconoscimento che costituiva il senso stesso del diritto del lavoro su cui la società salariale era venuta fondandosi, viene sempre più messo in discussione.[10] Il processo di individualizzazione del lavoro, per quanto più visibile nei cosiddetti contratti atipici, è pervasivo del lavoro nel suo insieme: i drammatici episodi di sofferenza sul lavoro in Francia[11] denunciano gli effetti estremi della pressione prodotta dal management per obiettivi individualizzati (e i tredici suicidi nella fabbrica cinese di iPad dall’inizio del 2010 mostrano la natura transnazionale di tali effetti del capitalismo contemporaneo).[12] Più in generale, l’individualizzazione del lavoro è un imperativo del nuovo spirito del capitalismo, fondato sulle reti che innervano i flussi del capitalismo stesso; sull’abilità, o meno, di mettere a valore la propria mobilità in esse;[13] sulla employability – intesa come proprietà intrinseca degli individui – invece che sulla capability – intesa come esito dell’interazione tra individuo, istituzioni e società.[14] Il legame tra lo status sociale di lavoratore e la proprietà sociale,[15] cioè l’insieme di beni e servizi (salute, sanità, istruzione, protezione sociale ecc.) che hanno consentito l’esercizio stesso della cittadinanza anche a coloro poco dotati di proprietà privata, è venuto allentandosi, svuotandosi di sostanza; in determinate fasi politiche, ad esempio con il progetto della ownership society promosso da George W. Bush,[16] si è esplicitamente tentato di rescindere decisamente quel legame e affermare l’idea che anche quei beni e servizi devono essere accessibili attraverso il mercato. Insomma, il legame tra lavoro e democrazia così come lo aveva definito Marshall si è fortemente eroso.

Inoltre, l’instabilità del lavoro ha effetti più ampi. La «corrosione del carattere», che Sennett[17] aveva indagato relativamente alla cooperazione nel lavoro flessibilizzato, travalica il lavoro stesso. Un articolo pubblicato qualche anno fa su “Die Zeit”[18] esemplificava con efficacia questo aspetto: «Conosco persone che riescono a vivere così. Dicono: “Mi sbatto quando c’è da sbattersi, poi quando finisce mi muovo armi e bagagli da un’altra parte”. Un atteggiamento adatto a questi tempi o quantomeno adatto ai datori di lavoro. Io non ci riesco. Forse perché ho ideali tradizionali e non riesco a capire che cosa ci sia di sbagliato nel volere una famiglia stabile, nel rimanere in un posto e nello stabilire in quel posto una rete di relazioni sociali anch’esse stabili (…). Recentemente mi sono impegnato con alcuni vicini nei lavori di ristrutturazione di una vecchia costruzione del mio quartiere. Volevo impegnarmi a migliorare il posto dove mia figlia va a giocare. Adesso non mi interessa più. Ci si pensa due volte ora che non si è più sicuri di dove, con chi, e cosa saremo tra un anno». Il territorio stesso, inteso come spazio in cui le relazioni sociali si combinano con le dimensioni materiali, subisce una trasformazione profonda.

Queste trasformazioni riguardano il tema fondamentale, per un processo di individualizzazione non distorto, delle capacità. La loro costruzione va assai oltre i confini convenzionali delle politiche del lavoro: «le politiche per l’occupazione non possono soltanto prevedere di intervenire entro i confini del mercato del lavoro, perché le capacitazioni nel lavoro sono collegate ad altre che maturano fuori del mercato del lavoro: l’abitazione, la mobilità geografica, la salute, l’inserimento in reti sociali, una divisione sociale del lavoro non discriminante ecc».[19] Il modo in cui invece, soprattutto nel nostro paese, si è venuta affermando la flessibilità del lavoro scarica sulle reti sociali costi pesanti: sono queste ad assorbire il rischio, a sostenere l’intermittenza occupazionale, di reddito e, eventualmente, di investimento in formazione. E tutto questo acuisce le disuguaglianze, nel nostro paese più che altrove. Un terreno chiave di disuguaglianza, a tale proposito, è quello formativo. Nel concludere la ricognizione sulla formazione degli adulti – l’Italia presenta uno dei tassi di partecipazione più bassi ad attività formative per adulti, il 22,2% contro il 36% della media europea – l’Istat afferma: «la formazione continua in Italia, dunque, più che in altri paesi europei, tende a rafforzare il circolo vizioso per cui chi ha avuto maggiori opportunità e ha acquisito un titolo di studio elevato riceve maggiore formazione durante l’arco della vita, mentre le categorie più vulnerabili continuano a esserne escluse».[20] Sono le basi stesse della connessione tra lavoro e democrazia, quelle fondate sulla conoscenza e sul suo pubblico, ad essere così estremamente indebolite.

Nel rileggere attentamente il cartello «Voi siete qui» potremmo allora scoprire che siamo usciti dal fordismo (del quale nessuno rimpiange la “gabbia d’acciaio”), per entrare tuttavia in quella che Alain Supiot ha chiamato economia comunista di mercato,[21] un ibrido che «prende in prestito dal mercato la messa in concorrenza di tutti contro tutti, il libero scambio e la massimizzazione delle utilità individuali, e dal comunismo “la democrazia limitata”, la strumentalizzazione del diritto, l’ossessione per la quantificazione e lo scollamento totale fra la sorte dei dirigenti e quella dei diretti». «Voi siete qui», ci dice perentoriamente la freccia, prendetene atto.



[1] A. Mastropaolo, Democrazia, neodemocrazia, postdemocrazia: tre paradigmi a confronto, in “Diritto pubblico comparato ed europeo”, 4/2001, pp. 1612-35.

[2] C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 6; Sullo stesso tema si veda anche S. Wolin, Democracy Incorporated. Managed Democracy and the Specter of Inverted Totalitarianism, Princeton University Press, Princeton 2008.

[3] Crouch, op. cit., p. 6.

[4] T. H. Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Laterza, Roma-Bari, 2002 (ed. or. 1951).

[5] M. Davis, The Public Spheres of Unprotected Workers, in “Global Society”, 2/2005, pp. 131-54, la citazione è a p. 137.

[6] Ǿ. Pålshaugen, Discourse Democracy at Work. On Public Sphere in Private Enterprises, in “Concepts and transformations”, 2/2002, pp. 141-92.

[7] T. Addabbo, V. Borghi, Riconoscere il lavoro. Una ricerca sulle lavoratrici con contratti di collaborazione, Franco Angeli, Milano 2001.

[8] Disponibile su www.ireser.it.

[9] E. Mandrone, Quando la flessibilità diviene precarietà: una stima sezionale e longitudinale, in “Studi Isfol”, 6/2008.

[10] R. Castel, Les métamorphoses de la question sociale, Fayard, Parigi 1995; A. Supiot, Homo Juridicus, Bruno Mondadori, Milano 2007.

[11] P. Ferraris, I suicidi sul posto di lavoro in Francia, in “Inchiesta”, 167/2010.

[12] F. Manjoo, L’iPad e i nostri sensi di colpa, in “Internazionale”, 2 luglio 2010, p. 47.

[13] L. Boltanski, E. Chiapello, Esclusione e sfruttamento: il ruolo della mobilità nella produzione delle disuguaglianze sociali, in Borghi (a cura di), Vulnerabilità, inclusione sociale e lavoro, Franco Angeli, Milano 2002.

[14] R. Salais, R. Villeneuve (a cura di), Europe and the Politics of Capabilities, Cambridge University Press, Cambridge 2004; V. Borghi, R. Rizza, L’organizzazione sociale del lavoro, Bruno Mondadori, Milano 2006.

[15] Castel, Emergence and Transformations of Social Property, in “Constellations”, 3/2002, pp. 318-34.

[16] J. Calmes, In Bush’s ‘Ownership Society’, Citizens Would Take More Risk, in “The Wall Street Journal”, 28 febbraio 2005.

[17] R. Sennett, L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano 2001.

[18] H. Sussebach, Generazioni senza lavoro, in “Internazionale”, 10 gennaio 2003.

[19] L. Leonardi, Capacitazioni, lavoro e welfare. La ricerca di nuovi equilibri tra stato e mercato: ripartire dall’Europa?, in “Stato e mercato”, 85/2009, pp. 31-61, la citazione è a p. 38.

[20] Istat, Rapporto annuale 2009, Roma 2010, pp. 217-18, disponibile su www.istat.it.

[21] Supiot, L’Europa conquistata dall’“economia comunista di mercato”, disponibile su www.etal-edizioni.it.

 

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Disegno di Serena Viola

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