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Le primarie repubblicane

Written by Mario Del Pero Friday, 29 February 2008 16:23 Print

Le elezioni presidenziali del 2008 presentano molteplici peculiarità. Sono le prime, dal 1952, in cui non si presentano un presidente o un vicepresidente in carica. Avvengono in un momento di profonda sfiducia dell’opinione pubblica verso la politica e le istituzioni, che prende di mira tanto la presidenza quanto il Congresso. Permettono finalmente di testare le profonde trasformazioni demografiche dell’ultimo decennio, i cui riverberi elettorali sono stati in qualche misura contenuti e congelati dall’11 settembre e da quel che ne è seguito. Quasi sicuramente, infine, romperanno la consuetudine che dal 1960 a oggi vuole che il presidente eletto non sia un membro del Congresso e provenga dalla regione della Sunbelt, la cintura di Stati meridionali che va dalla California alla costa sudoccidentale.

Queste peculiarità sembrano al momento penalizzare maggiormente i repubblicani. Non a caso il contrasto tra la vivacità, e in taluni casi l’asprezza, del dibattito tra i democratici e il torpore di quello delle primarie repubblicane è stato finora stridente. Così come stridente è la contrapposizione tra l’eterogeneità del gruppo di candidati democratici e la sostanziale (e conservatrice) uniformità di quello dei repubblicani. A contendersi la nomination tra i primi vi sono una donna, Hillary Clinton; un afroamericano, Barack Obama; l’«ispanico» Bill Richardson, ex governatore del Nuovo Messico, che rappresenta il possibile outsider; e il senatore della Carolina del Nord, John Edwards. I momenti di confronto pubblico tra i democratici sono stati molto numerosi. Alcuni di essi si sono svolti con modalità del tutto nuove, emblematiche dello sfor zo di intercettare voti fuori dai canali tradizionali: ecco quindi il dibattitto co-organizzato dalla CNN e da You Tube lo scorso luglio e, soprattutto, quello della rete televisiva in lingua spagnola Univision, tenutosi il 9 settembre, con la traduzione simultanea delle risposte dei candidati.1

Nulla di questo è avvenuto invece tra i repubblicani. Univision ha dovuto cancellare un dibattito analogo, dopo che tra i candidati alla presidenza il solo senatore dell’Arizona John McCain aveva dato la sua disponibilità a parteciparvi. Solo nelle ultime settimane, e anche in conseguenza del dinamismo democratico, vi sono finalmente stati dei momenti di confronto pubblico tra i pretendenti alla nomination. Pretendenti tutti rigorosamente maschi, sopra i sessant’anni (con l’eccezione del cinquantaduenne ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee), bianchi e conservatori, tra i quali il maggiore elemento di diversità (ed eccentricità) sembra essere la fede mormone dell’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney. È questo il primo elemento strutturale di debolezza del Partito repubblicano, che proprio le primarie evidenziano e amplificano. I repubblicani hanno finora dato l’impressione di non riuscire a tenere il passo di un’America che cambia, divenendo più complessa, articolata e, anche, sfuggente. In paradossale contraddizione rispetto alla loro storia e alla loro retorica recente, si presentano come il partito di una minoranza incapace di adattarsi a tendenze strutturali, rispetto alle quali poco o nulla può essere fatto. Partito dalla identità forte e radicale, che circoscrive però un perimetro elettorale oltre il quale non ci si può spingere. Ciò emerge con chiarezza laddove si analizzino le posizioni e i programmi dei diversi partecipanti alla competizione per la nomination. Sulla carta essi sono nove, dopo il recente ritiro del senatore del Kansas, Sam Brownback. Di fatto, e a meno che non si verifichino improvvisi capovolgimenti, i candidati davvero competitivi sono oggi quattro o, al massimo, «quattro e mezzo», come ha affermato il columnist conservatore Charles Krauthammer: l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani; Romney; McCain; l’ex senatore del Tennessee, e star di Hollywood, Fred Thompson; e, infine, il «mezzo» candidato Mike Huckabee.2

Con le parziali eccezione di Huckabee e, in misura minore, di Giuliani, i cinque hanno assunto posizioni ortodosse su quasi tutti i principali temi oggetto di discussione. Soprattutto, hanno fatto poco o nulla per prendere le distanze dalle scelte dell’Amministrazione Bush e ancor più dalla retorica che le ha accompagnate. Di conseguenza, hanno fino ad ora seguito quel modello di campagna elettorale – polarizzante e divisivo – che ha pagato nel 2000 e nel 2004, ma che sembra sempre meno applicabile nelle condizioni attuali, come le elezioni di mid-term del 2006 hanno evidenziato.

Tutto ciò lo si vede bene nell’ambito della politica estera e di sicurezza, sui cosiddetti temi etici e, infine, nelle proposte economiche. Per quanto riguarda la politica estera, il dato per certi aspetti sorprendente è l’assoluta riluttanza di tutti i candidati a prendere le distanze dalla strategia dall’attuale Amministrazione, della quale si criticano al massimo le modalità d’attuazione, ma non la lungimiranza e la necessità. Incide, in questo, la natura stessa delle primarie, alle quali partecipano soprattutto (ma non solo) i militanti e che impongono ai candidati una radicalizzazione della propria proposta politica, destinata poi a essere attenuata nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Questa è però una spiegazione parziale e certo insufficiente, anche perché una critica più severa nei confronti di Bush potrebbe ripagare in termini elettorali.3 A monte sembrano agire convinzioni politiche e culturali profonde, che non sono state in alcuna misura scalfite dal fallimento in Iraq e dal modo in cui Bush ha condotto la propria campagna contro il terrorismo. Da McCain a Thompson, da Romney a Giuliani, nessuno dei candidati repubblicani ha finora messo in discussione gli assunti fondamentali della politica estera di Bush: alte spese militari; proseguimento e se necessario ampliamento dell’intervento in Iraq; fermezza nei confronti dell’Iran e, laddove Teheran insistesse nel suo programma nucleare, possibilità di utilizzare mezzi estremi, incluso il ricorso alla forza; scarsa sensibilità verso forme multilaterali e istituzionalizzate di risoluzione delle dispute internazionali, al di là dei soliti, vaghi riferimenti alla necessità di collaborare con gli alleati e la comunità internazionale. In taluni casi (Romney e Thompson in particolare) questo impegno a proseguire la linea di Bush è stato espresso sottovoce e con cautela; in altri, però, è stato accompagnato da una retorica roboante, che si credeva esser morta e sepolta dopo il 2006 e che ha riecheggiato invece tutti gli eccessi del 2002-03. Una retorica nazionalista ed eccezionalista, che torna a evocare le lezioni della guerra fredda (su tutte la necessità di evitare il disfattismo e la passività degli anni Settanta), e che talora invoca – come già nella National Security Strategy del settembre 2002 – un impegno alla diffusione della libertà nel mondo in nome della tutela degli interessi e dei valori degli stessi Stati Uniti.4

Se molti esperti e commentatori ormai da tempo affermano la fine del «momento neoconservatore», i candidati repubblicani non sembrano averne preso nota.5 Giuliani, in particolare, sta facendo del rilancio della campagna globale contro il terrorismo uno dei suoi cavalli di battaglia: «abbiamo risposto con forza alla guerra mossa agli Stati Uniti dai terroristi», ha recentemente affermato l’ex sindaco di New York, «abbandonando una decennale e controproducente strategia di reazione difen- siva a favore di una vigorosa offensiva». Nel farlo, ha proseguito Giuliani, gli Stati Uniti hanno «attivato cambiamenti nel sistema internazionale che promettono alle generazioni future un mondo migliore e più sicuro», anche se il «conflitto è destinato a essere lungo» e ci si trova solamente «nelle sue fasi iniziali».6

A confermare questa impostazione neo-neoconservatrice, Giuliani si è circondato di consiglieri neocon, tra i quali i mediorientalisti Daniel Pipes e Michael Rubin e, soprattutto, uno dei padri intellettuali del movimento neoconservatore, il giornalista Norman Podhoretz, che ormai da tempo chiede un’azione militare preventiva in Iran.7 Nella posizione estrema di Giuliani sui temi di politica estera convergono sia la sua formazione e le sue convinzioni sia considerazioni strettamente elettorali. Procuratore e sindaco inflessibile nel combattere tanto la malavita organizzata quanto le tante forme di microcriminalità che infestavano New York, Giuliani è finora riuscito a traslare queste sue posizioni anche nel campo della politica estera e di sicurezza, rivendicando la necessità di proseguire il percorso intrapreso dall’Amministrazione Bush e denunciando con asprezza la supposta debolezza dei democratici. Nel farlo, però, ha cercato anche di cautelarsi rispetto alle critiche che gli sono state mosse da una parte del mondo conservatore e dalla destra religiosa in particolare. Le cosiddette tematiche etiche, infatti, stanno rappresentando il secondo grande terreno dopo la politica estera sul quale si è concentrato il dibattito delle primarie repubblicane in questi mesi. Tematiche, queste, che appaiono vecchie e stantie, poco in sintonia con il paese, ma che sembrano avere ormai preso in ostaggio il partito repubblicano. A dispetto dei suoi limiti e delle sue fallacie, la strategia immaginata dal consigliere di Bush, Karl Rove, per costruire un’ampia e duratura maggioranza conservatrice non è stata ancora abbandonata. Il suo assunto fondamentale era che il baricentro politico e culturale del paese si fosse spostato nell’ultimo ventennio a destra; di conseguenza – teorizzava Rove – polarizzando lo scontro politico e mobilitando pezzi di elettorato radicalmente conservatore (e, come nel caso della destra religiosa, elettoralmente apatico), in un contesto comunque di bassa partecipazione elettorale, il Partito repubblicano avrebbe ottenuto quel margine indispensabile per governare, costringendo al contempo i democratici a una contro-radicalizzazione elettoralmente perdente.8 La strategia di Rove ha mostrato subito molti limiti e in assenza dell’11 settembre è difficile credere vi sarebbero state le vittorie repubblicane del 2002 e del 2004. Essa tende a trattare i vari gruppi evangelici come una realtà assai più coesa e uniforme di quanto non sia e a non considerare l’evoluzione dell’opinione pubblica statunitense proprio su quei temi etici cari alla destra religiosa: oggi, ad esempio, una chiara maggioranza degli americani è contraria a ulteriori restrizioni della libertà d’aborto e anche su un tema così controverso come quello delle unioni omosessuali vi è stata negli ultimi anni un’evoluzione in senso liberale.9

Eppure, i convincimenti alla base delle analisi e delle prescrizioni del modello di Rove non sono state ancora abbandonate. Sia pure inferiori a quanto comunemente creduto, il peso e l’influenza di una parte della destra evangelica rimangono rilevanti, grazie alla sua capacità di mobilitazione e di lobbying e al suo maggiore peso relativo in un’elezione primaria. Tutti i candidati repubblicani hanno quindi cercato di conquistare il sostegno pubblico delle principali organizzazioni evangeliche o quantomeno di evitare la loro esplicita opposizione. Ciò è stato relativamente semplice per McCain, Huckabee e Thompson, e assai più problematico per Romney e Giuliani. Il «mezzo candidato» Huckabee – pastore battista ordinato – sarebbe la figura ideale, ma è ovviamente penalizzato dal suo basso profilo e dalle sue scarse possibilità di successo. Thompson sta cercando in tutti i modi di avere un qualche endorsement dalla destra religiosa, scettica però sia sulle sue possibilità di successo sia sul suo passato, quando assunse posizioni per nulla ortodosse sull’aborto. McCain sconta la sua fama di contestatore e di outsider, che lo ha spesso portato in rotta di collisione con Bush. A insospettire molte organizzazioni della destra religiosa sono però la fede mormone di Romney e, ancor più, le scelte e i comportamenti di Giuliani. Romney ha fatto del suo meglio per adottare il linguaggio e le categorie del conservatorismo evangelico, modificando – in questo terreno come su altri – le posizioni centriste e talora liberal adottate in passato. Soprattutto, ha cercato di evitare che la questione della sua fede potesse in qualche modo diventare oggetto di discussione pubblica: «pur essendo molto orgoglioso della mia fede», ha recentemente affermato, «sono un americano» e non «un mormone» che «sta partecipando alla corsa per la presidenza».10

Nondimeno, Romney – che non è un convertito, ma un mormone di sesta generazione – è costretto a fare i conti con un pregiudizio ancora assai diffuso nel paese e tra gli evangelici in particolare. Con una campagna elettorale tanto abile quanto spregiudicata e adottando posizioni vieppiù rigide sull’aborto e sulle unioni omosessuali, Romney è riuscito almeno in parte ad alleviare queste paure e a vincere i pregiudizi: stando ai sondaggi, la percentuale di americani non disposti a eleggere un mormone è diminuita radicalmente negli ultimi mesi, in concomitanza con l’ascesa pubblica di Romney. Ma la questione rimane e, in un’elezione così combattuta, essa potrebbe esercitare un peso decisivo. Maggiori ancora sono state le difficoltà di Giuliani. La semplice biografia di Giuliani – newyorchese, pluridivorziato, con molti amici gay, capace una volta di travestirsi da donna per recitare in «Victor Victoria» a fianco di Julie Andrews – lo rende inviso a una parte della destra religiosa. Le sue posizioni in materia d’aborto e unioni omossessuali sono state denunciate da molti esponenti evangelici. Alcuni di questi si sono spinti addirittura a ipotizzare la creazione di un terzo partito per le presidenziali del 2008, qualora Giuliani o un altro candidato pro-aborto ottenesse la nomination repubblicana.11 Difficilmente ciò avverrà. Molte organizzazioni della destra religiosa hanno rigettato la possibilità di una defezione dal campo repubblicano. Giuliani sta cercando in tutti i modi di vincere la diffidenza e l’ostilità degli evangelici. Per quanto lontano dalle loro posizioni più radicali, l’ex sindaco di New York difficilmente può essere catalogato come un liberal: è favorevole a una restrizione della libertà d’aborto e, sia pure senza dogmatismi, è contrario ai matrimoni gay.12 La sua leggendaria durezza sul tema della legalità, ora proiettata anche sulla politica estera, dovrebbe compensare almeno in parte queste sue debolezze. Continua, però, a rappresentare il candidato meno gradito alla destra religiosa e ciò rappresenta il suo principale elemento di vulnerabilità, che gli altri candidati stanno ora cercando di sfruttare.

Rimane infine l’economia, importante come sempre, ma forse meno centrale che in altre occasioni. Anche in questo caso, quasi tutti i candidati non hanno derogato dal mantra del liberismo repubblicano, centrato prima di tutto sull’invito a procedere a ulteriori riduzioni delle impo- ste, integrate al massimo dagli appelli a una disciplina fiscale che è sicuramente mancata negli ultimi otto anni. Con l’eccezione di Huckabee, pochi sono stati i riferimenti all’impatto della globalizzazione sul settore manifatturiero, alla delocalizzazione della produzione e alla conseguente perdita di posti di lavoro. Temi, questi, cari a una parte dell’elettorato conservatore e blue collar, che appare oggi maggiormente attratto dalle proposte neoprotezionistiche dei candidati democratici.

Facendo leva anche sul suo passato di uomo d’affari di straordinario successo, Romney ha dominato la discussione sui temi economici, avanzando un’articolata serie di proposte di tagli alle tasse, da estendersi anche a interessi, dividendi e capital gain (oggetti invece prediletti di alcune proposte di tassazione avanzate dai democratici). In aggiunta – proposta politicamente (e costituzionalmente) impraticabile, ma simbolicamente suggestiva – l’ex governatore del Massachusets ha affermato la necessità che qualsiasi futuro aumento delle imposte possa essere autorizzato al Congresso solo da una maggioranza qualificata del 60%.13 Giuliani, Thompson e McCain hanno a loro volta avanzato piattaforme simili, intervallate da frequenti riferimenti alla lezione di Reagan, che continua a rappresentare – almeno a livello retorico – il modello analogico più popolare e di facile uso tra l’elettorato repubblicano. Pochi o nulli sono stati i riferimenti alla possibilità di intervenire sul sistema previdenziale attraverso una sua parziale privatizzazione: la grande scommessa intrapresa e persa da Bush jr. all’inizio del suo secondo mandato. Sulla sanità, la posizione dei candidati repubblicani è risultata in larga misura difensiva e reattiva alle iniziative democratiche.

In seguito alla presentazione da parte di Clinton, Obama ed Edwards dei propri programmi per estendere l’accesso ai servizi sanitari, Romney e Giuliani hanno difeso con tenacia il quadro attuale, sollecitando al massimo un ampliamento della copertura assicurativa privata. Giuliani ha addirittura accusato Clinton di voler «portare in America le dinamiche dell’economia cubana o di quella canadese o di quella francese».14 Relativamente povero di contenuti e di differenze sostanziali tra i candidati, il dibattito ha assunto una paradossale connotazione identitaria quando Romney – riecheggiando l’Howard Dean di quattro anni fa – ha affermato di «rappresentare l’ala repubblicana del Partito repubblicano». Per alcuni giorni, con un autolesionismo che si riteneva essere monopolio dei democratici, i candidati repubblicani si sono scontrati su cosa davvero significhi essere repubblicani e conservatori nell’America di oggi. Romney ha agito per una doppia necessità: affermare le proprie credenziali conservatrici, dopo un’esperienza, peraltro assai positiva, come governatore centrista e bipartisan del Massachusets; cercare di colpire Giuliani laddove egli appare maggiormente vulnerabile. È difficile dire se questa strategia stia avendo successo. Per quanto aleatori e volubili, i sondaggi danno oggi Giuliani saldamente in testa, con un margine di circa dieci punti percentuali sul secondo (quasi sempre Thompson). Romney ha però investito moltissimo in Iowa e un suo risultato positivo nella prima consultazione potrebbe avere un effetto di trascinamento negli altri Stati.15

Gli stessi sondaggi mostrano un quadro ancor meno chiaro per quanto riguarda le elezioni presidenziali. Clinton, Obama e lo stesso Edwards escono vincitori in un’eventuale sfida con Giuliani (e, ancor più, con McCain, Thompson e Romney). In taluni casi, però, il risultato di Obama è migliore di quello di Clinton, a dispetto della popolarità crescente della seconda. Si tratta di dati da valutare con estrema cautela e da prendere relativamente sul serio: tutto può accadere nei prossimi mesi e comunque l’attenzione degli elettori motivati si concentra al momento sulle primarie. Il dato è però indicativo e offre ai repubblicani uno dei pochi motivi per poter sperare di rimanere alla Casa Bianca. Hillary Clinton, che ha fino ad ora condotto una campagna perfetta, rimane nelle percezioni se non nei comportamenti una figura divisiva e polarizzante. Continua a essere ritenuta da molti conservatori come l’avversa- rio ideale, capace di produrre, by default, quella mobilitazione dell’elettorato repubblicano che oggi sembra altamente improbabile, dopo le delusioni degli ultimi otto anni e le modeste performance degli aspiranti alla presidenza.

Un secondo motivo di ottimismo per i repubblicani è offerto dalla consapevolezza che terminate le primarie si aprirà una seconda campagna elettorale, assai diversa da quella che si sta svolgendo ora. Una campagna che offrirà una maggiore libertà d’azione e una minore dipendenza dalle posizioni della base. Soprattutto, una campagna nella quale sarà possibile prendere le distanze in modo più netto da Bush, come richiesto ormai da una larghissima maggioranza degli americani. Con un avversario che facilita la piena mobilitazione del proprio elettorato e una libertà d’azione che ora manca, un candidato repubblicano non ortodosso – Giuliani in particolare – può sperare di ribaltare una competizione che a oggi vede i democratici ancora decisamente avvantaggiati.

 

[1] Sul voto dei cosiddetti «latinos» e la limitata capacità republicana di interecettarlo cfr. R. O. de la Garza, Jeronimo Cortina, Are Latinos Republicans But Just Don’t Know It? The Latino Vote in the 2000 and 2004 Presidential Elections, in «American Politics Research», 2/2007, pp. 202-223.

[2] C. Krauthammer, GOP Has Four and Half Good Candidates, «The Washington Post», 28 ottobre 2007. Tra gli altri candidati, si sono fino ad ora distinti soprattutto due membri del Congresso, Tom Tancredo (Colorado) e Ron Paul (Texas): il primo per le sue posizioni radicali in materia di immigrazione, che sarebbero state inimmaginabili solo pochi anni fa; il secondo per l’adozione di una piattaforma coerentemente libertarian e per la conseguente opposizione alla continuazione della missione in Iraq.

[3] Un aspetto, questo, sottolineato con forza dall’ex speaker della Camera dei rappresentanti, Newt Ginrich. Si veda in proposito L. Douglas, Nothing Ruled Out. Interview with Newt Ginrich, «The National Journal», 13 settembre 2007, disponibile su http://news.nationaljournal.com/articles/ 070913nj1.htm.

[4] Si veda ad esempio l’impressionante manifesto di politica estera di J. McCain, An Enduring Peace Built on Freedom. Securing America’s Future, in «Foreign Affairs», 6/2007, pp. 19-34, disponibile su www.foreignaffairs.org/20071101faessay86602/john-mccain/an-enduring-peace-built-onfreedom. html?mode=print.

[5] Cfr. J. G. Ikenberry, The End of the Neo-Conservative Moment, in «Survival», 1/2004, pp. 7-22; F. Fukuyama, America at the Crossroads. Democracy, Power, and the Neoconservative Legacy, Yale University Press, New Haven 2006.

[6] R. W. Giuliani, Toward a Realistic Peace, in «Foreign Affairs», 5/2007, pp. 2-18.

[7] Si veda ad esempio N. Podhoretz, World War IV. How it Started, What it Means, and Why We Have to Win, Doubleday, New York 2007.

[8] Thomas B. Edsall, Building Red America. The New Conservative Coalition and the Drive for Permanent Power, Basic Books, New York 2006.

[9] L. R. Olson, W. Cadge, J. T. Harrison, Religion and Public Opinion about Same-Sex Marriage, in «Social Science Quarterly», 2/2006, pp. 340-360. F. Fitzgerald, The Evangelical Surprise, in «The New York Review of Books», 26 aprile 2007. Per alcuni sondaggi si veda http://www.pollingreport.com/abortion.htm.

[10] Citato in R. Lizza, The Mission. Mitt Romney’s Strategies for Success, in «The New Yorker», 29 ottobre 2007.

[11] D. F. Kirkpatrick, Giuliani Inspires Threat of a Third-Party Run, in «The New York Times», 30 settembre 2007.

[12] D. Greenberg, Rudy a Lefty? Yeah, Right, in «The Washington Post», 28 ottobre 2007.

[13] S. Pearlstein, Two Hours, Nine Candidates, and Almost Nothing New, in «The Washington Post», 10 ottobre 2007.

[14] Giuliani citato in R. Pearson, Giuliani Assails Clinton on Health Care Plan, in «The Chicago Tribune», 5 ottobre 2007.

[15] Per alcuni dati si veda http://www.realclearpolitics.com/epolls/2008/president/us/republican_ presidential_nomination-192.html.

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