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Donne-madonne, donne-maddalene

Written by Nicla Vassallo Thursday, 01 July 2010 17:09 Print

Discutere di Chiesa e condizione femminile significa interrogarsi su come la Chiesa percepisca la differenza sessuale, il rapporto degli esseri umani con il proprio corpo, le molteplici modalità in cui può essere declinata la femminilità e che solo parzialmente possono essere ricondotte agli stereotipi della donna-madonna e della donna-maddalena – o della donna-Ipazia, nei rari casi in cui è concesso farvi ricorso. Quanti modi di essere donna, e quanti modi di essere Chiesa si stagliano all’orizzonte del nostro futuro?

 Benché alla Chiesa, alla comunità dei credenti, nelle sue multiformi estrinsecazioni storiche e geografiche, appartengano da sempre donne e uomini, benché l’accezione greca del termine evochi una convocazione a cui, in via di principio, tutti sarebbero chiamati, nei fatti lo status socio-culturale concesso alle donne dalla Chiesa risulta di frequente inferiore. Non sempre però: basti pensare che la regina Elisabetta II è il governatore supremo della Chiesa anglicana, di una Chiesa “diversa”, collocata in paesi ove l’artificialità della differenza sessuale e delle categorizzazioni di genere viene resa visibile e palpabile, mentre si dialoga apertamente su sessi e sessualità in relazione ad ambiguità, autenticità, autonomie, costrizioni, femminismi, genetica, preferenze sessuali, soggettività, stabilità, transessualità, transgenderismo. Ormai, è chiaro che insistere sulla differenza sessuale tra femmine e maschi danneggia le prime in più di un modo, a partire da una lunga serie di dualismi, di cui la differenza si è nutrita e continua a nutrirsi, sebbene lo faccia più implicitamente, o ipocriticamente, rispetto a un tempo. Mascolino/femmineo, razionale/irrazionale, attivo/passivo, culturale/naturale, oggettivo/soggettivo, e via dicendo, non solo risultano dualismi inappropriati per la maggior parte degli individui, ma giungono altresì a destituire le donne della loro appartenenza al genere umano: per esempio, se si è esseri umani nel caso in cui si possegga cultura e razionalità e se le donne vengono considerate, all’opposto, naturali e irrazionali, occorre concluderne che le donne non rientrano tra gli esseri umani – cosicché, sopportano facilmente la trasformazione in donne-maddalene, per venir trattate (maltrattate) a piacimento.

In effetti, una Chiesa in cui normativamente si predicano l’eterosessualità e i rapporti sessuali finalizzati alla riproduzione non possiede le risorse teoretiche per rinunciare all’ostinazione indefessa sull’esistenza della differenza sessuale e a quanto ne segue, mentre la sua morale rimane destinata ad attestarsi su posizioni sessuofobiche. Cosa ne segue, tra l’altro? La Chiesa cattolica, dalle numerose e variegate manifestazioni/ingiunzioni a favore della sessualità riproduttiva, condanna coerentemente contraccezione e aborto, e di conseguenza ogni donna, indotta a ricorrere all’una o all’altro, si recepisce biasimata. Questa Chiesa impone alla politica di pronunciarsi (spesso a sproposito) su embrioni, etica, essenza, persona, scienza, impedendo che il dibattito pubblico inizi ponderatamente a vagliare diverse questioni valoriali, nella risoluta consapevolezza che i valori non sono una prerogativa né clericale, né di qualche determinato partito politico.
Può verificarsi che agli embrioni venga attribuito lo status di persone più di quanto lo si accrediti alle donne, senza tuttavia precisare e difendere, dalle tante obiezioni, definizioni di “persona” capaci di consentire la mossa in questione. All’esterno di una certa intellettualità, nel nostro paese ci si è mai sul serio domandati se le persone debbano possedere una mente con particolari competenze psichiche, in cosa consistano queste competenze, in quali relazioni si situino con quelle neurovegetative? Quando ci si appella alle conseguenze e responsabilità etiche che discendono dalla riproduzione, si precisa a quale teoria etica venga fatto ricorso, se essa sia una buona teoria, se, ad ogni buon conto, la conoscenza morale risulti possibile, in generale, e nello specifico in relazione a riproduzione ed embrioni? Uno tra gli eclatanti risultati di tutto ciò consiste nel bypassare le donne, le loro autonomie, incolumità, integrità, libertà, sul piano sia fisico sia psichico, sviluppando con superficialità e strumentalità questioni che toccano da vicino più di una sfera delle femminilità individuali.
Non si sfugge (perlomeno, noi non sfuggiamo) alla sensazione di una donna subordinata, che deve essere “punita”, mentre a prevalere è un qualche machismo che privilegia l’uomo, cosicché viene da chiedersi quale senso assuma un’unica Chiesa, in cui tutti (almeno gli uomini e le donne cristiane) dovrebbero riconoscersi. Meglio optare per il particolarismo? Per quelle specifiche Chiese che non ostacolano il giusto conferimento di autorità, diritti, poteri alle donne? Tra Chiese e Chiese si sono ormai instaurati grandi spartiacque: alcune Chiese non esercitano influenze politiche tali da limitare le donne nelle loro libertà, realizzazioni, scelte, quella sessuale in primis; altre Chiese piegano la politica alla dottrina della famiglia eterosessuale, contro ogni altra famiglia e preferenza sessuale, contro ogni tipo di fecondazione “innaturale”, o “simil-innaturale”: non ci troviamo di fronte a una famiglia se non quando composta da un unico maschio/uomo eterosessuale e da un’unica femmina/donna eterosessuale (di norma, una donna-madonna), consacrata a riprodursi.
Insensato insistere su quest’ultima famiglia come fosse l’unica verosimile. Se, da una parte, antropologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia, storia ne considerano incoerente il concetto e parodistica la realizzazione, dall’altra, la cosiddetta famiglia tradizionale si trasforma in una prescrizione – fattualmente, non necessariamente, ovvio – mal interpretata e concretizzata, con ricadute patologiche non indifferenti, spesso a danno delle donne, costrette a giocare il ruolo di madri, secondo un modello irraggiungibile che rimane, dopo secoli e malgrado tutto, la donna-madonna, insieme alla sua natura angelica. Peraltro, pur parlando di Sacra famiglia, «quella composta da Gesù, Giuseppe e Maria», il dizionario Zingarelli, ad esempio, non penalizza le donne, perché della famiglia propone significati più rigorosi quali «complesso delle persone unite da uno stesso vincolo e aventi un ascendente diretto comune» e «gruppo di persone, animali o cose che presentano caratteristiche analoghe».
Oggi c’è ancora chi si ostina a distinguere categoricamente ruoli paterni e ruoli materni, concede ben poco ad alcune donne, nonché ad alcuni uomini che, sebbene credenti, non si sentono parte di quella fetta fondamentalista del cristianesimo convinta di realizzare il messaggio evangelico, quando invece lo assoggetta ad antiquate ossessioni terrene. L’essere umano, volente o nolente, soprattutto per i cattolici, emerge basilarmente sessuato, maschio aut femmina (nessun’altra “mediazione” è prevista), come se la sessualizzazione diadica e contrapposta fosse la radice unica di una qualche comunione d’amore – peraltro, il riscorso alla scappatoia della complementarietà non sfugge più al ridicolo. Occorre così aprirsi ad altre situazioni spirituali e religiose, meno misteriose e dogmatiche nei confronti delle sessualità, nonché delle differenziate espressioni femminili e maschili.
Già, quante donne ci sono e cosa esprimono? Benché, a giudizio di chi scrive, non sussista un’unica attuale condizione femminile e si diano tante condizioni quante donne, spetta purtroppo al corpo delle donne (ma anche a quello di alcuni uomini) il dovere di rivelare forzatamente qualcosa, mentre la mente/psiche/anima si arresta sullo sfondo, in secondo piano, comunque, sempre in una relazione dualistica rispetto al corpo. Gli stereotipi fisici ci appiano ormai molti. Eppure a prevalere si attestano quelli della donna-madonna e della donna-maddalena, giovani donne, sostanzialmente prive di una qualche intellettualità. A tratti, è vero, compare qui e là, qualche Ipazia, dove mente, razionalità e cultura risaltano su corpo, irrazionalità e natura, ma, se non viene assassinata da fanatici cristiani – è il caso di Ipazia d’Alessandria – la sua filosofia e la sua scienza risultano eccezioni, mentre il suo corpo, che sceglie di non riprodursi, non viene preso ad esempio. Per di più, le Ipazie, inizialmente ammirate, finiscono con l’irritare, proprio come accadde a Ipazia d’Alessandria che, stando a Niceforo, «era disposta a offrire la sua conoscenza a tutti gli studiosi. Inoltre, quanti erano animati dall’amore per la filosofia si recavano da lei non soltanto per la sua onesta e profonda libertà nel parlare, ma anche perché si rivolgeva agli uomini di potere in modo onesto e prudente: e non sembrava cosa indecorosa che lei si trovasse in mezzo a un’assemblea di uomini. Tutti la trattavano rispettosamente per la sua straordinaria onestà di comportamento. Tutti provavano ammirazione nei suoi confronti, quando l’invidia si armò contro di lei».
Per quanto deplorevoli nel loro convenzionalismo e normativismo, gli stereotipi della donna-madonna e della donna-maddalena, non quello della donna-Ipazia, continuano a decretare le identità di molte donne occidentali. Si vedono così donne-madonne che si accompagnano a uomini più anziani, mentre scandalizzano quando si accompagnano a uomini più giovani, e donne-maddalene, dalla natura tentatrice, giudicate sfortunate se vivono per strada, fortunate se vivono in belle alcove. Ma forse non è questo tanto il punto, quanto l’iniquità insita nei due grandi “mestieri” riservati alle donne, donne a cui è raramente accordato esplorare se stesse, al fine di comprendere le proprie reali identità, al di là delle maschere da donna-madonna e da donna-maddalena.
La Chiesa cattolica persiste ben radicata. Probabilmente anche a ciò, nonché ai suoi stereotipi, dobbiamo un’Italia all’ottantaquattresimo posto nella classifica mondiale sulle pari opportunità, Italia che, sebbene trentaduesima per istruzione femminile, piomba in centounesima posizione quando le statistiche riguardano il lavoro delle donne. E i femminismi? Da noi domina il femminismo della differenza sessuale, che spesso con la Chiesa cattolica procede, per parecchi versi, a braccetto, mentre si evita il confronto (utile a ogni Chiesa) coi femminismi più noti: il femminismo liberale, ove a contare sono uguaglianza e parità tra donne e uomini; il femminismo radicale, che si oppone in primis al dominio biologico e/o sociale degli uomini sulle donne; il femminismo socialista, in cui l’accento cade sui rapporti tra lavoro femminile, precapitalismo, capitalismo, sistemi patriarcali; il femminismo nero, che declina l’oppressione in termini razziali; il femminismo islamico, con le sue ricche e importanti sfumature.
Oltre al femminismo della differenza sessuale, c’è un femminismo connesso al cattolicesimo? In un certo qual senso sì, c’è storicamente stato, sempre che sia sufficiente un contributo al miglioramento delle condizioni delle donne – basti menzionare in proposito le mistiche medioevali a cui siamo debitori quanto a capacità femminile di tornare a comunicare apertamente. Ma ciò non giustifica l’odierna Chiesa cattolica, che dovrebbe anzi mettere in discussione le proprie salde convinzioni su quei concetti atti a stabilire, nel bene o nel male, l’esistenza di ogni essere umano: differenza sessuale, essenzialismo, femminismi, genere, nascita, preferenze sessuali, sessi, sessualità. Concetti antiquati, correnti, pericolosi, sensati? Per rispondere, non è che la lettura prettamente religiosa giovi più di tanto; occorre preferibilmente affidarsi alle diverse scienze, nonché alla filosofia della biologia e della medicina, alla filosofia del sesso, alla filosofia teoretica, alla filosofia politica. Dalla Chiesa cattolica, che ci ha regalato straordinari filosofi (si pensi, per esempio, a Tommaso d’Aquino), si pretenderebbe un dialogo assiduo con le filosofie e un riconoscimento alle scienze che studiano la natura e le nature sessuali. Eppure, con papa Benedetto XVI, essa si ostina a ribadire le tesi della differenza sessuale, tesi che ostacolano il progresso di donne e uomini, e resta probabilmente ignara, sicuramente cieca, di fronte a quelle eminenti filosofe, come Susan Moller Okin, stando a cui in una società civile le differenze sessuali e di genere non hanno maggiore rilevanza delle differenze di colore degli occhi.
Non sappiamo se si sia chiusa una società moderna e ne sia iniziata una postmoderna, anche perché il significato del termine “postmoderno” non ci pare affatto chiaro. Sappiamo però che la nostra società mostra un reale bisogno di civiltà, ovvero di conoscenza e cultura, strumenti di emancipazione per ogni essere umano, di una conoscenza e di una cultura in cui le donne cessino di risultare strumenti utili, beni di consumo e di scambio, di natura angelica o tentatrice: abbiamo bisogno di avanguardie, di buone argomentazioni, di dialoghi ragionati, e di conseguenza, se proprio agli stereotipi s’intende ricorrere, di donne-Ipazia. In una società capace di offrire a ognuno di noi la possibilità di esplorare se stesso/a grazie alla propria etica della convinzione e a politiche appropriate, non dettate né da miasmi cattolici né da etiche della convenzione e della convenienza, il corpo finirebbe con l’ossessionarci in misura minore, vedremmo molti corpi, tanti quanti sono gli esseri umani, e cesseremmo di crocefiggerli con i chiodi dei cliché. Fin quando, invece, le donne si troveranno a costrette ad adeguarsi alla donna-madonna e alla donna-maddalena, fin quando vigerà il dogma della differenza sessuale, non si darà alcuno spazio adeguato per conoscere il proprio corpo, in sessualità espressive, disancorate dal determinismo biologico, né per ricordare che cultura, criticità, onestà hanno risvolti mentali non da poco sulla fisicità.

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