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La dottrina sociale della Chiesa nel XXI secolo

Written by Antonio Sciortino Wednesday, 30 June 2010 19:32 Print
In risposta ai guasti, non solo economici, prodotti dalla cri­si in atto, la Chiesa propone, in alternativa alle soluzioni ispirate ai principi del capitalismo sfrenato o dello statali­smo, una nuova via per lo sviluppo, una “economia civile” in cui i soggetti coinvolti si pongano obiettivi diversi da quel­lo del conseguimento del mero profitto. Solo se verranno adottate nuove regole e assunti modelli positivi di svilup­po, improntati alla sobrietà, alla solidarietà e alla sussidia­rietà, le difficoltà dell’oggi potranno trasformarsi in oppor­tunità per costruire un futuro più giusto e sostenibile.

 Siamo, oggi, di fronte a una delle più gravi crisi globali degli ultimi tempi. Non solo economica, ma soprattutto etica e di modelli di sviluppo. Ai pesanti guasti di un mercato insofferente delle regole, e di un’economia poco responsabile e senz’anima, che mira solo al profitto, si aggiunge un senso di smarrimento per un relativismo morale che pervade, ormai, ogni aspetto della nostra vita. E dobbiamo far fronte a un’emergenza educativa che rende difficile, ai genitori in particolare, trasmettere non solo valori, ma la stessa educazione.
C’è, poi, nella società, una crescente insofferenza, se non una vera e propria ostilità, verso ogni riferimento etico che richiami tutti al dovere della legalità o al rispetto delle regole comuni, che sono alla base della convivenza civile. A fronte di uno Stato che si sfilaccia, che cerca tutele giuridiche per una parte di cittadini, calpestando il principio fondamentale dell’uguaglianza di tutti, cresce la tendenza da parte di molti a “farsi la morale da sé”, incuranti delle conseguenze deleterie che stili di vita sprezzanti e gaudenti avranno nei confronti delle nuove generazioni.
Passa la mentalità che è bene quel che serve al singolo o agli appartenenti al proprio gruppo, anche quando si violano i diritti altrui. Di fronte a crisi che colpiscono vaste fette di popolazione e intere nazioni, prevale il disinteresse: “Non ci riguarda, affari loro”! La società, così, si ripiega su sé stessa, sempre più egoista, a difesa di ricchezze e privilegi da non spartire con altri. Si alzano muri, più che costruire ponti di dialogo e di condivisione. Ma, come ci ricorda il poeta e scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger: «Quanto più un paese costruisce barriere per difendere i propri valori, tanto meno valori avrà da difendere».
E chi, nel nome dell’amore e della verità, come papa Benedetto XVI, promuove un “altro mondo possibile”, dove la centralità e la dignità della persona umana prevalgano sul profitto e l’egoismo, rischia di essere oggetto di pesanti attacchi, per sminuirne l’autorevolezza e abbattere gli ultimi baluardi al dilagare del relativismo morale. Oppure, si mette in atto una strategia ipocrita che riserva privilegi e massima riverenza alla Chiesa e ai suoi uomini, purché restino nei “sacri recinti”, lasciando ad altri la gestione della “città terrena”. Quasi che i cattolici non fossero cittadini del paese, costretti a vivere la fede in chiave privata e personale, senza alcun riflesso nella vita pubblica e nella politica.
La Chiesa, attraverso la dottrina sociale, intende dare un valido contributo allo sviluppo integrale della persona umana, al bene comune e alla crescita della fraternità delle nazioni, come un’unica famiglia. Senza «amore e verità», come ci ricorda Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, «non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, e in momenti difficili come quelli attuali». E poi aggiunge che il mondo non potrà essere migliore se «Dio non trova posto anche nella sfera pubblica, e se non ha uno specifico riferimento nella dimensione culturale, sociale, economica e, in particolare, politica».
La dottrina sociale della Chiesa non ha dubbi sullo statuto di cittadinanza della religione cristiana. Escludere la religione dall’ambito pubblico impoverisce la società. Col rischio che la politica assuma un volto opprimente e aggressivo. «Nel laicismo e nel fondamentalismo – ci ricorda ancora il papa – si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una reciproca collaborazione tra la ragione e la fede religiosa». Mentre il dialogo tra credenti e non credenti, a favore di giustizia e pace nella società e nel mondo, rende più feconda la loro attività.
L’ex presidente dello IOR (la “banca del papa”), Angelo Caloia, in un’intervista a “Famiglia Cristiana”, nella promozione di principi etici chiama in ballo anche i non credenti. «Chi non crede – ha detto – deve sentirsi a disagio in questo quadro di relativismo e individualismo, che non consente di trovare una direzione e un senso. Se allo sviluppo materiale non si accompagna quello morale, non si realizza lo sviluppo autentico».
La Chiesa, da sempre, si è adoperata per costruire la “città dell’uomo”, secondo diritto e giustizia, e per il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Paolo VI affermava che «la giustizia è inseparabile dall’amore», che è la prima via della carità, anzi la «misura minima», come illustrò molto bene, nel 1967, nell’enciclica “Populorum progressio” dedicata allo sviluppo dei popoli. O meglio, di «tutto l’uomo e di tutti gli uomini»; uno sviluppo umano integrale per una società più giusta e più a misura della persona umana e della sua dignità, da raggiungere attraverso una maggiore condivisione dei beni e delle risorse della terra. Perché, ricordava, «i popoli della fame interpellano oggi, in maniera drammatica, i popoli dell’opulenza», e chiedono che, di fronte alle gravi ingiustizie del mondo, si agisca con più coraggio e tempestività. Lo sviluppo dei popoli dipende, soprattutto, dal riconoscere che siamo «una sola famiglia». Pena il fallimento della globalizzazione, perché fa circolare le merci, ci rende più vicini, ma non necessariamente più fratelli, solidali gli uni con gli altri.
La grave crisi che viviamo, da cui stentiamo a uscire, potrà trasformarsi in opportunità se verranno adottate nuove regole e assunti modelli positivi di sviluppo, improntati alla sobrietà, alla solidarietà e alla sussidiarietà. E, soprattutto, se ci avvieremo verso una società più equa e solidale, dove l’uomo conti più delle merci. E dove il profitto sia solo un “mezzo”, orientato al bene comune.
Di fronte alle macerie di un libero mercato senza regole, che hanno travolto milioni di persone, ridotte alla fame (oltre un miliardo nel mondo), c’è la necessità di un nuovo «paradigma morale», come hanno scritto centoventinove leader religiosi ai Grandi del G8 riuniti all’Aquila. Di un salto di qualità che superi il vecchio e consolidato sistema della «rapina dei ricchi a danno dei poveri». Gli obiettivi del millennio per ridurre la fame nel mondo entro il 2015 sono miseramente falliti. Nessuno ne parla più. Gli Stati, l’Italia in particolare, sono venuti meno, in modo clamoroso, al solenne impegno di dedicare una quota della loro ricchezza alle nazioni più svantaggiate. Hanno ridotto la spesa sociale in modo drastico. I poveri sono tornati a essere considerati un fardello nel cammino dello sviluppo, una quota inevitabile del capitalismo e dell’economia di mercato.
Così, mentre cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, aumentano, al tempo stesso, la disparità e lo «scandalo di disuguaglianze clamorose» nel pianeta. «Nei paesi ricchi – ci ricorda la “Caritas in veritate” – nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico, che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante». E ancora: «Eliminare la fame nel mondo è divenuto, nell’era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta».
La sussidiarietà è uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa. La fede cristiana è in grado di comprendere i problemi della società e di mobilitare le energie e le risorse necessarie per risolverli. È quanto hanno fatto i cattolici nella vita di questo paese, attraverso la testimonianza e l’agire, che diventa, poi, piano di azione politica. Il terzo settore, quello del non profit, non è un’invenzione di questi anni. Risale alle riflessioni dell’Opera dei Congressi, promana dalle società operaie di mutuo soccorso, nate alla fine dell’Ottocento, sulla scorta della “Rerum novarum” di Leone XIII. La dottrina sociale della Chiesa non è la “magna charta” delle buone intenzioni e delle buone azioni, ma è un vero e proprio sistema di pensiero e di opere, che dà un effettivo contributo alla società e migliora il paese. Non solo pratiche filantropiche, ma una reale incidenza nell’economia. Il terzo settore, anche se poco se ne parla, vale molto nel PIL del nostro paese. Produce una ricchezza pari al 3% e dà lavoro a più di un milione di persone. E, soprattutto, dà vita a reti sociali ed economiche di grande rilevanza per il paese, in particolare nel settore dei servizi. Fa della Chiesa non la “cittadella assediata”, ma l’amica e la compagna degli uomini e delle istituzioni. Giovanni Paolo II, nella “Centesimus annus”, uno dei capisaldi della dottrina sociale, dice che la Chiesa «non può abbandonare l’uomo». E spiega: «Solo questa è l’aspirazione che presiede alla dottrina sociale».
Dopo anni di dibattito a favore del capitalismo o dello statalismo, la Chiesa propone una nuova via per lo sviluppo. È l’“economia civile”, che vede la presenza di più soggetti (politici, sociali e anche operatori economici) che perseguano obiettivi non di solo profitto. L’economista Stefano Zamagni, padre degli studi sul terzo settore, quell’ambito che si pone tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, l’ha definita «una vera rivoluzione sociale». «Solo con la fraternità – ha detto – si evitano le degenerazioni del capitalismo, che portano alla massimizzazione del profitto, che non è l’unico fine dell’attività economica. Ecco perché, per la prima volta, in un documento della dottrina sociale della Chiesa (la “Caritas in veritate”) si parla di non profit, di economia di comunione, di cooperazione». Perché questa sarà l’economia sociale del futuro, che potrà farci uscire dalla crisi, basata sul volontariato e sullo Stato che applica al meglio il principio di sussidiarietà. Una forza sociale, ma anche economica, di cui sarà difficile fare a meno in futuro. Servirà a contrastare, soprattutto, un’“economia canaglia” e la globalizzazione della “spazzatura” come i titoli tossici, che hanno inquinato l’economia di tanti paesi.
A sostegno del terzo settore, oltre agli aiuti e finanziamenti (che vanno dalle donazioni ai contributi delle fondazioni, al 5 per mille), l’economista Zamagni ha lanciato anche l’idea di una borsa sociale, organizzata secondo le regole del mercato, con titoli di solidarietà, per mettere a frutto le buone azioni. Buone in tutti i sensi.
Diversi industriali hanno accolto la sfida lanciata da Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. Tra questi il presidente della Geox, Mario Moretti Polegato, che ha detto: «La globalizzazione è un momento di confusione nell’economia mondiale. Dobbiamo introdurre regole etiche comuni in un mondo selvaggio e veloce». Come, ad esempio, un codice etico per tutti i lavoratori, una serie di suggerimenti non solo per i dipendenti ma anche per fornitori e clienti, affinché, come ricorda ancora Polegato, «vengano rispettate le norme fondamentali non solo nel lavoro, ma nell’economia e nella società. Regole che hanno le loro radici nel vangelo».
L’economia o è etica o non è. A maggior ragione dovrebbe esserlo la finanza, perché maneggia il denaro e il risparmio di tutti. Un “altro mondo” sarà possibile solo a partire da nuovi stili di vita, dalla riduzione dei consumi, e da una vita più solidale e sobria, che eviti sprechi e faccia a meno del superfluo.
«Lo sviluppo – ammonisce l’attuale pontefice – è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune». La preparazione professionale deve andare di pari passo con la coerenza morale. E senza mai confondere i fini con i mezzi. Già il Concilio Vaticano II, nella “Gaudium et spes”, ricorda che «lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale, perché la persona umana è un’unità di anima e corpo».
La sussidiarietà, leggiamo nella “Caritas in veritate”, è «l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista», perché «rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri». Essa è strettamente collegata alla solidarietà, perché l’una non può vivere senza l’altra: entrambe sono finalizzate al bene comune.
Infine, c’è un altro tema, molto attuale (sta spaccando il paese e la comunità internazionale), che riguarda lo «sviluppo umano integrale». È il fenomeno delle migrazioni, un fenomeno che la stessa “Caritas in veritate” definisce «impressionante per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, e per le sfide drammatiche che pone». Un fenomeno di natura epocale, che richiede d’essere governato con politiche lungimiranti di cooperazione internazionale, che coinvolgano la comunità internazionale, e in particolare i paesi di provenienza e quelli di destinazione del flusso migratorio. Nessuna nazione può far fronte da sola ai problemi migratori del nostro tempo, perché la loro gestione è complessa e l’integrazione problematica. Tuttavia, non è accettabile pensare agli stranieri solo come forza lavoro o merce, di cui i paesi industrializzati hanno estremo bisogno, per poi cacciarli via quando non servono più.
Ancor più grave è trasformarli in capro espiatorio di tanti malesseri della società, alimentando paure e insicurezze, per lucrare voti, consensi politici e potere sulla loro pelle. Una cattiva informazione, qual è quella che in genere si fa sugli immigrati, presentando un quadro sempre e solo al negativo, ha rafforzato l’equazione fra straniero e delinquente. Oppure la convinzione che, come ha detto il sindaco di Milano, «il clandestino senza lavoro, naturalmente delinque». Per cui a un minor numero di stranieri e clandestini corrisponderebbe un minor tasso di criminalità nel paese. Convinzione che va al di là dei dati oggettivi e delle ricerche che ci dimostrano invece come, nel nostro paese, stranieri e cittadini italiani delinquano quasi allo stesso modo.
La via dell’integrazione passa attraverso una mentalità dell’inclusione, non dell’esclusione. Certo, nel pieno rispetto della legalità e della sicurezza. Passa attraverso il ricongiungimento familiare, che favorisce stabilità e più facile inserimento nella società civile. E, soprattutto, si fa riconoscendo, come punto di partenza fondamentale, che «ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». Su questo la Chiesa è sempre stata ferma e chiara. Nonostante qualche balbettio di fronte a recenti provvedimenti legislativi, ispirati più a escludere che a integrare gli stranieri che sono in mezzo a noi.
Ormai, il contributo degli immigrati alla ricchezza del paese è notevole: rappresenta il 10% del nostro PIL. Come l’apporto che essi danno ai paesi d’origine con le rimesse: l’unica vera cooperazione internazionale che davvero funzioni. Gli stranieri sono anche una risorsa per invertire il più basso livello di natalità che abbiamo al mondo, che avvia l’Italia verso il suicidio demografico e un inesorabile declino.
«L’esperienza mostra – come ricordava Giovanni Paolo II, che nella sua vita ha incarnato una concezione positiva della migrazione – che quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani».

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