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Università e ricerca: non basta parlarne

Written by Marta Rapallini Friday, 29 February 2008 15:09 Print

Alcuni politici e addetti ai lavori continuano a sprecare fiumi di parole sul ruolo che esse dovranno (o dovrebbero) avere nella società, in Italia come in Europa; sugli investimenti che esse dovranno (o dovrebbero) ricevere dallo Stato e dai privati; sulle riforme al sistema nazionale dell’alta formazione e della ricerca. Apparentemente sta crescendo la consapevolezza del fatto che le sfide del futuro richiedano di investire in conoscenza e che l’università sia lo snodo della società della conoscenza per il suo rapporto privilegiato tra formazione, ricerca e innovazione.

È riduttivo pensare che l’attuazione degli obiettivi stabiliti a Lisbona sia un tema settoriale della politica italiana, un settore di nicchia per addetti ai lavori. I saperi sono l’alfabeto, le riserve di energia e le fondamenta della società. Investire nel sapere vuol dire investire nel capitale umano premiando merito e talento, vuol dire più innovazione per imprese più competitive, vuol dire lavoratori più preparati alla flessibilità (non precarietà) che il mondo del lavoro oggi impone, vuol dire aumentare l’equità sociale e di genere, vuol dire spingere la società verso nuovi equilibri più equi e più innovativi. Tutto questo è possibile. Si deve però ammettere, con rammarico, che passare dalle parole alle azioni richiede un’«energia politica» che il governo di centrosinistra non sta ancora mettendo in campo. Perché?

Sono diversi i motivi di questa arretratezza italiana. Un’arretratezza che si misura abitualmente in termini di investimenti: l’Italia investe in R&S una percentuale del PIL molto inferiore alla media europea. Questo dato è sì una delle cause del forte disagio che il nostro sistema pubblico di alta formazione vive, anzi forse la più importante, ma è anche a sua volta effetto dell’immagine che il sistema offre di sé.

Il sistema dell’alta formazione rappresenta una delle componenti più avanzate della nostra società in termini di conoscenza, tanto che dovrebbe esserne un’icona per l’innovazione tecnologica e culturale e offrire al resto del sistema pubblico nazionale un esempio positivo cui tendere. Non è però così. L’università italiana non offre un esempio avanzato per quanto riguarda l’e-government (poche università, per fare un esempio, offrono un sistema completo di gestione informatica della burocrazia), per quanto riguarda la valorizzazione dei giovani (l’età media dei docenti universitari è di 51,5 anni), per quanto riguarda la trasparenza delle proprie procedure, ecc. Questi fattori rendono opache le università italiane e non favoriscono certo il riconoscimento sociale delle persone che vi lavorano. I giovani impegnati nel campo della ricerca in Italia lavorano troppo spesso in condizioni di precarietà (non flessibilità) e con scarse retribuzioni, rendendo palese agli occhi di tutti quanto siano considerati non risorse del sistema, ma costi. A questo proposito è necessario ricordare che l’Europa chiede da anni agli Stati membri di «offrire ai ricercatori carriere sostenibili», che i ricercatori «vengano trattati come professionisti e considerati parte delle istituzioni in cui lavorano». E ancora: «l’esistenza di carriere migliori e più visibili contribuisce anche allo sviluppo di un atteggiamento positivo del pubblico nei confronti della professione di ricercatore, spingendo con ciò più giovani ad abbracciare una carriera nel settore della ricerca».1 L’Italia è ancora molto lontana da questi principi.

Infine, assistiamo oggi al continuo succedersi di casi di malauniversità. La stampa riporta continuamente esempi di nepotismo nei concorsi, di spreco di fondi pubblici, di frodi nell’accesso ai corsi di laurea. Insomma, l’università soffre dei più tipici mali della società italiana. Tutto ciò ha anche l’effetto di offuscare gli ottimi esempi che tante realtà universitarie italiane offrono.

Non si può biasimare fino in fondo un governo che, in questo momento di forte razionalizzazione della spesa pubblica, stenti ad investire in un campo in cui le strutture che rappresentano il sistema non offrono sufficienti garanzie di efficacia per gli investimenti. Però un buon governo non si può limitare a questa posizione, pena il declino. È necessario invece che metta in atto da subito misure finalizzate a rendere efficaci i finanziamenti. L’università italiana ha bisogno di essere sostenuta dallo Stato per il ruolo che essa deve rivestire nella società.

Sostenere l’università significa finanziarla adeguatamente con fondi pubblici e incentivare l’uso di fondi privati. Lo Stato ha la comprensibile necessità che i suoi investimenti siano, quanto più possibile, efficaci, ovvero che gli investimenti nel sistema pubblico dell’alta formazione e della ricerca siano in grado di produrre risultati concreti in termini di diffusione e di ampliamento degli orizzonti delle conoscenze, valorizzando e «sfruttando» il merito delle persone e spingendo l’Italia a confrontarsi sempre di più con la realtà internazionale. In conclusione, serve un nuovo patto tra la società e il sistema universitario e della ricerca, che lo finanzi in modo coerente e mirato.

Questa è una sfida che il Partito Democratico che sta nascendo deve raccogliere: attuare la Strategia di Lisbona in tutti i suoi aspetti, dare priorità agli investimenti nel sistema dell’alta formazione e della ricerca, perché una politica realmente riformatrice deve partire da una grande fiducia per la ricerca e l’università.

L’analisi della situazione in cui versa il sistema universitario nazionale è una realtà che non va nascosta, ma per pervenire ad una soluzione non ci si può mettere nelle mani di uno solo, serve il contributo di tutti. Non è più procrastinabile per chi governa, per chi progetta strategie politiche, per chi opera nel sistema, un cambiamento di passo per concorrere, ognuno con il proprio ruolo e il proprio senso di responsabilità, a mettere il sistema di alta formazione e ricerca sulla strada giusta per diventare competitivo, un investimento strategico, perché svolga quel ruolo indispensabile che la società della conoscenza gli assegna.

Il governo nel suo insieme, ma soprattutto il ministero dell’università e della ricerca, deve introdurre politiche coraggiose nel sistema delle autonomie universitarie, da attuare con processi trasparenti, capaci di contrastare il nepotismo, il corporativismo e il localismo che impoveriscono, perché mortificano il merito e il talento delle persone migliori. Occorre mettere a sistema la valutazione, valorizzando il merito e rendendolo l’unico criterio delle scelte per i reclutamenti, per gli avanzamenti di carriera e per i finanziamenti della ricerca. Per farlo è necessario anche vincere la difficile battaglia contro le briglie burocratiche in cui il ministero stesso si è intricato, con il risultato di impedire, fino ad oggi, il pieno dispiegarsi del progetto politico, più volte espresso dai responsabili del dicastero e pienamente condivisibile.

Governare bene significa non solo legiferare bene (nonostante le leggi siano una parte importante del nostro sistema amministrativo), ma anche amministrare bene.

I ricercatori, i professori, chi lavora nel settore della ricerca e dell’alta formazione, soprattutto coloro che hanno condiviso il programma proposto dalla coalizione di centrosinistra, non devono perdere la fiducia nel cambiamento, devono aiutare e farsi promotori di una sollecitazione costruttiva negli ambienti in cui operano, vincendo le inevitabili resistenze conservatrici e corporative. È necessario che si ricrei nel sistema dell’università e della ricerca un ambiente motivato, fiducioso e consapevole di essere la leva più importante che l’Italia ha per innovarsi e per aumentare la sua competitività.

Il Partito Democratico dovrà assumere un ruolo guida di questo processo, stimolando e sostenendo l’azione riformatrice del governo, contribuendo all’elaborazione del progetto politico che ne è alla base e svolgendo il ruolo fondamentale di cerniera tra i cittadini e le istituzioni, in questo caso tra chi lavora nel settore della ricerca e dell’alta formazione e il governo. Il progetto politico da promuovere deve basarsi sul rafforzamento dell’autonomia delle università e del sistema pubblico della ricerca, garantita da risorse ma anche dalla dovuta responsabilità verso lo Stato e i cittadini. Non è l’autonomia delle università la causa di tutti i suoi mali, come invece in molti oggi credono, ma piuttosto la mancanza della necessaria responsabilizzazione dei principali attori del sistema universitario.

I temi da affrontare sarebbero ovviamente numerosi ma, senza pretesa di completezza, si cercherà di analizzare quelli considerati i cardini su cui impostare i futuri sviluppi del nostro sistema.

Uno strumento e due obiettivi. Innanzitutto bisogna investire sulla valutazione, strumento indispensabile per una «sana» autonomia. Gli obiettivi primari sono poi la valorizzazione del capitale umano (studenti, ricercatori, docenti e personale) e la progettazione di nuovi strumenti di governo degli atenei e del sistema coerenti con il nuovo ruolo dell’università e della ricerca pubbliche nella società.

La valutazione In Italia manca la cultura della valutazione, e non solo per il sistema universitario. Si pensi a quanto avviene nella scuola e nella pubblica amministrazione. La valutazione non va invocata come parola magica, ma deve diventare una «buona pratica» diffusa. Solo valutando strutture, programmi, persone, risultati e investimenti si possono prendere decisioni responsabili mirate al miglioramento del sistema. La finanziaria 2007 ha istituito l’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema dell’università e della ricerca), che rappresenta un passo decisivo per allinearci agli altri sistemi europei, nei quali la valutazione è già parte integrante di procedure e finanziamenti. L’ANVUR avrà però bisogno di tempi di attuazione lunghi. Ma il sistema non può aspettare, bisogna continuare a investire nei comitati nazionali (CNVSU e CIVR), che rappresentano il seme da cui nascerà l’Agenzia e che garantiscono fin da subito una relazione tra esito della valutazione e una quota di finanziamento, non consolidabile, che gli atenei possono ricevere solo a seguito di esito positivo di processi valutativi, cioè un finanziamento premiale. Fin da adesso sarebbe inoltre indispensabile promuovere, all’interno delle università e delle società scientifiche a tutti i livelli, un dibattito concreto e approfondito sui criteri, sui modi di valutazione e sugli oggetti della valutazione. Esso non serve solo a rendere partecipe il sistema dell’università e della ricerca di questo processo, ma anche a stimolare il contributo attivo della comunità scientifica: affinché la valutazione sia efficace essa deve infatti essere condivisa e trasparente.

Valorizzazione del capitale umano: studenti, dottori di ricerca e personale docente e ricercatore Gli studenti Gli studenti devono essere parte viva, attiva, propositiva dell’università; non clienti né meri utenti. La loro partecipazione alla vita universitaria intesa in senso lato deve essere ampliata e valorizzata. Gli studenti hanno il diritto di partecipare alla vita sociale e gestionale dell’università, di poter godere di strutture di didattica e di ricerca adeguate, di una offerta formativa di qualità o comunque chiara, di poter disporre di spazi per lo studio individuale e collettivo e di un contesto adeguato di cultura e di attività sociali. In questo quadro è giusto inserire politiche di diritto allo studio mirate al sostegno degli studenti «capaci e meritevoli anche se privi di mezzi», come recita il dettato costituzionale, affinché sia loro garantito il diritto «di raggiungere i gradi più alti degli studi». Oggi la provenienza sociale pesa ancora troppo per il successo degli studi: mentre il 60% dei figli di genitori laureati si laurea a sua volta, solo il 40% dei figli di diplomati ottiene la laurea.

L’aumento del numero degli studenti universitari, favorito dalla riforma dell’ordinamento nei tre cicli di laurea, ha portato con sé l’aumento delle risorse necessarie al diritto allo studio. Troppo spesso, però, si è risposto in modo inadeguato a questa richiesta, decentrando gli atenei mediante un proliferare di «poli didattici» disseminati sul territorio. Portare l’università sotto casa non è però la risposta giusta all’eccessivo costo che la frequenza degli studi universitari nelle sedi proprie comporta. L’università deve essere un luogo in cui si esercitano didattica e ricerca, perché è la feconda corrispondenza tra le due che genera l’ambiente culturale necessario alla formazione universitaria e troppo spesso la disseminazione di microatenei non consente questa doppia valenza.

Gli studenti hanno il diritto di scegliere la sede universitaria più consona al percorso didattico che intendono seguire, più coerente alle proprie aspirazioni professionali e non necessariamente quella più vicina alla propria residenza. Anche in questo senso deve essere inteso il diritto allo studio.

Oltre all’importanza della mobilità sul territorio nazionale, diventa sempre più importante favorire la mobilità internazionale degli studenti. Sono ancora troppo pochi gli studenti italiani che hanno l’opportunità di partecipare a scambi con le università europee e ancora meno sono gli stranieri che vengono in Italia.

Dottori di ricerca Bisogna inoltre investire sui dottori di ricerca in termini economici, di potenziamento del loro numero, della qualità della loro formazione e di valorizzazione nel mondo del lavoro. Il dottorato di ricerca è il terzo (e ultimo) livello della formazione universitaria, ma in Italia non molti lo sanno. Il dottorato forma gli studenti laureati alla ricerca con la ricerca.

I principi di Salisburgo2 affermano chiaramente che un dottorando è contemporaneamente uno studente e un early stage researcher. È necessario dare il giusto valore ad entrambe le valenze, non avvalendosi di una per negare i diritti dell’altra. Il dottorando come studente ha diritto a godere del diritto allo studio, in attuazione della nostra Costituzione; come early stage researcher ha diritto a non essere relegato nell’ambito del lavoro precario. Serve una riforma del dottorato mirata al miglioramento della qualità dei corsi, ma grande importanza riveste anche la valorizzazione del dottore di ricerca per il suo inserimento nel mercato del lavoro, senza porre la limitazione all’ambito universitario. L’innovazione si trasferisce sulle gambe delle persone e il dottore di ricerca, che si è formato alla ricerca con la ricerca, può portare con sé il seme dell’innovazione in tutti i contesti in cui è chiamato a lavorare: oltre che nelle università e negli enti di ricerca, anche nelle imprese e nella pubblica amministrazione. In generale, ogni forma di riconoscibilità pubblica del titolo di dottore di ricerca aiuta a dare cittadinanza condivisa e quindi a potenziare questo livello della formazione universitaria.

Personale docente e ricercatore Urge poi riavviare il reclutamento del personale docente e ricercatore dell’università, ma occorre farlo bene, garantendo che sia il merito l’imprescindibile parametro di selezione. La valorizzazione del capitale umano non può prescindere da un sistema di selezione chiaro e veramente meritocratico. È evidente quindi che solo introducendo seri e stringenti criteri di valutazione didattica e scientifica, il reclutamento del personale docente e ricercatore non sarebbe più l’oggetto preferito su cui sfogare le «dialettiche» accademiche, ma diventerebbe uno strumento per ottimizzare il rendimento degli atenei stessi e sarebbe un vero argine alla fuga dei cervelli. La legge finanziaria del 2007 ha previsto che per le procedure di reclutamento dei ricercatori si dovesse emanare un apposito regolamento che indicasse nuove modalità di espletamento dei concorsi garantendo procedure «celeri, trasparenti e allineate agli standard internazionali». In qualunque procedura concorsuale per il reclutamento di personale docente all’università esistono e vanno tutelati diversi interessi legittimi: quello dei candidati, che hanno diritto ad essere valutati secondo criteri chiari, trasparenti e scientificamente consistenti; quello delle comunità scientifiche nazionali e internazionali, uniche depositarie dei valori scientifici condivisi di riferimento; quello delle strutture didattiche e scientifiche dell’ateneo, che accoglieranno il neo assunto; e infine, l’interesse, forse il più trascurato fino ad oggi, dell’ateneo che recluta. È sempre più importante, nella strada verso la piena autonomia responsabile degli atenei, che l’ateneo abbia la responsabilità della scelta di reclutamento, in quanto la sua qualità complessiva in termini di didattica e di ricerca è fortemente correlata alla qualità del suo personale docente e quindi, anche e soprattutto, alla qualità del reclutamento. Le procedure concorsuali messe in atto in passato hanno visto il prevalere di uno o due interessi sugli altri e sono quindi sono risultate carenti da diversi punti di vista. Oggi è evidente a tutti che è indispensabile tutelare e far coesistere tutti gli interessi in gioco, rendendo trasparenti le relative responsabilità, assegnando a ciascuno un ruolo coerente con la propria natura e varando finalmente una chiara valutazione ex post delle scelte autonome degli atenei.

Va inoltre sfatato un mito: non esiste la procedura di valutazione perfetta, ovvero la procedura che riesca ad equilibrare perfettamente tutti gli interessi in gioco in qualunque situazione, né è possibile che una procedura, locale o nazionale che sia, possa ovviare ad una eventuale carenza di deontologia nei diversi protagonisti del sistema. In aggiunta, la procedura di reclutamento deve essere coerente con il modello di università autonomo che vogliamo, perché non è l’autonomia la causa dei difetti delle procedure attuali, ma l’assenza di una chiara responsabilità nell’atto di reclutamento e di conseguenti ricadute, anche economiche, sul sistema. Questi criteri dovranno essere alla base di tutte le nuove procedure di reclutamento, perché trasparenza, valore del merito e allineamento agli standard internazionali sono principi insostituibili a prescindere dal ruolo che si vuole reclutare.

Nuovi strumenti di governo Il sistema ha urgente bisogno di nuove regole di governo. Le università dal punto organizzativo appaiono feudi del passato, ancora gestite gerarchicamente e poco aperte ai necessari processi di osmosi con la società. La legge 168/1989 ha introdotto l’autonomia degli atenei, ma in questo nuovo quadro non si sono ancora sviluppate coerenti forme di governo. Non vi può essere vera autonomia se non in un contesto di responsabilità chiare che evitino ogni opaca confusione di poteri operando una continua valutazione esterna dei risultati da parte di tutti i portatori di interesse.

Negli ultimi anni è cambiato anche il ruolo sociale dell’università, sia per il maggior numero di studenti che affrontano gli studi universitari, sia per il diverso ruolo che l’università riveste nel suo contesto territoria- le socioeconomico. Sono decisamente aumentate, e lo dovrebbero essere ancora di più, le relazioni tra il sistema della formazione e della ricerca e lo sviluppo del territorio su cui agisce. Questa maggiore complessità, associata all’autonomia dell’ateneo, rende necessario un nuovo sistema di governo che garantisca una gestione più efficace e più trasparente delle risorse pubbliche garantita da procedure di valutazione esterna. Qualche priorità: ricomporre l’unitarietà della dimensione della ricerca e della didattica nell’ateneo; separare nettamente, come in tutti i sistemi democratici, il potere di governo e di amministrazione da quelli di regolamentazione, di garanzia e di controllo; garantire a tutti gli attori del sistema universitario (docenti, personale tecnico-amministrativo, ricercatori e studenti) una partecipazione piena al livello decisionale dell’ateneo; limitare la durata del mandato del rettore a cinque o sei anni senza possibilità di rinnovo, perché il passaggio elettorale intermedio, data la limitatezza dimensionale del corpo elettorale di ateneo, si svolge necessariamente in un regime di democrazia «viziata», che è uno rischi insiti nei passaggi decisionali di tutte le piccole comunità.

I temi trattati sono imprescindibili per riprendere un filo interrotto di riforme del nostro sistema dell’alta formazione e della ricerca. Il Partito Democratico dovrà portare questo pesante fardello. Se saremo in molti a sostenerlo, ce la farà.

[1] Raccomandazione della Commissione Europea dell’11 marzo 2005 riguardante la Carta europea dei ricercatori e il codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori.

[2] Bologna seminar, Doctoral Programmes for the European Knowledge Society, Salisburgo 2005.

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