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Lingua e comunicazione nel web 2.0

Written by Elena Pistolesi Thursday, 29 April 2010 15:28 Print
Il discorso pubblico sulla lingua della rete si arresta di so­lito agli effetti più appariscenti della comunicazione, co­me le grafie e il gergo. L’evoluzione del web fa emergere invece un nuovo rapporto tra la dimensione profonda del­la scrittura digitale, la costruzione del dialogo e l’identità discorsiva.

 L’etichetta web 2.0 indica, nel sentire comune, il passaggio dal web statico a quello dinamico che, anticipato dai blog, si è pienamente realizzato con i social networks come MySpace, YouTube, Facebook o Twitter. Il dibattito sulla legittimità di tale etichetta fa parte dell’autentico spirito della rete, nella quale ogni evoluzione, necessariamente in continuità con il passato tecnologico e con gli usi sociali consolidati, scatena una polemica sui precursori. Una definizione diplomatica del web 2.0 punta sulla “filosofia” della folksonomy (da folk e taxonomy), riassumibile nelle parole interazione, condivisione e partecipazione. Agli utenti inesperti, che niente sanno delle applicazioni e delle origini di internet, gli ambienti del web 2.0 hanno offerto la possibilità esprimersi in diversi linguaggi senza il supporto di competenze tecniche o testuali particolari. Chiunque può generare e classificare i contenuti per immetterli in un co-testo potenzialmente infinito.
Gli usi sono differenziati in base all’età, al grado di istruzione, alle competenze sviluppate nelle comunità on line, alle costrizioni tecnologiche, per citare solo alcune variabili fra le molte che entrano in gioco nella comunicazione. Non esiste una lingua della rete, ma esistono tanti modi di esprimersi legati ai fattori sociolinguistici e tecnologici, da analizzare nel loro specifico contesto.
Una riflessione sull’influenza che la rete ha avuto sulla lingua non può prescindere dal ruolo della scrittura, che per prima ne è stata coinvolta. La scrittura, che aveva perduto la propria centralità nell’organizzazione e nella trasmissione dei saperi, ha conosciuto una rinascita con le nuove tecnologie, ma la sua funzione risulta spesso ancillare, ridotta a didascalia, a commento. Nella glossa pare abbia trovato la sua naturale dimensione: glossa in rapporto all’esperienza che si condivide immediatamente, glossa della visione, glossa del post (messaggio) altrui. Solo se ridotta a frammento la scrittura avrebbe potuto essere trasmessa e immessa nel circuito del consumo immediato. I suoi confini si sono ampliati in direzione della voce, perciò svolge funzioni effimere e volatili che l’hanno avvicinata al dominio dell’oralità. Poiché la scrittura ha sostituito una parte della comunicazione faccia a faccia o telefonica, il messaggio scritto entra sempre più nella conversazione quotidiana in forma di citazione o come antecedente del discorso in atto. Si sente spesso dire «hai letto la mia e-mail?», «gli ho scritto che..., mi ha risposto» e così via.
Le tecnologie della scrittura non sono neutre. Scriveva Walter Ong che «l’intelligenza è sempre autoriflessiva, per cui interiorizza i suoi strumenti esterni, i quali diventano parte del suo proprio processo di riflessione». Ogni messaggio digitale presenta due dimensioni: una profonda, la codifica in bit che ne rende possibile la trasmissione, e un’altra superficiale, che si riconcilia con la visione restituendo il testo nella forma familiare della pagina. L’apertura di una nuova dimensione della scrittura, la profondità, fa sì che essa sia manipolabile, che abbia perduto la sua fissità come oggetto culturale, che possa aprirsi alla contaminazione degli altri linguaggi. La dimensione del frammento la rende integrabile perché ne riduce lo spazio di resistenza.

In realtà è sufficiente affacciarsi in un social network
per comprendere che è il frammento la base sia della presentazione
di sé sia dello scambio con gli altri. Il limite dei caratteri disponibili in Facebook (FB) suggerisce la sintesi e la sentenziosità.


Queste premesse possono sembrare distanti dal tema delle innovazioni introdotte dalla comunicazione mediata dal computer sulla lingua e sui modi di comunicare. In realtà è sufficiente affacciarsi in un social network per comprendere che è il frammento la base sia della presentazione di sé sia dello scambio con gli altri. Il limite dei caratteri disponibili in Facebook (FB) suggerisce la sintesi e la sentenziosità. Un utente si presenta attraverso un profilo predefinito (età, sesso, religione, fede politica ecc.), ma la sua personalità è definita, oltre che dai brevi post (messaggi in bacheca, video, foto), dall’insieme dei gruppi cui aderisce come fan e delle pagine accolte nel proprio spazio. Ogni link rinvia a reti diverse di interessi (programmi TV, personaggi della cultura e dello spettacolo, squadre di calcio), replicando un tratto condiviso da altre comunità.
All’interno di una rete dai legami deboli e dinamici, in cui le informazioni si moltiplicano, la comunicazione non può che assumere, anche per il limite di caratteri cui si è fatto cenno, una forma breve e intermittente. Certo, accanto a questi usi permangono quelli tradizionali che si possono trovare nei forum di discussione, nei blog o nelle note che FB mette a disposizione. Né si può trascurare la scrittura collaborativa, che è alla base di Wikipedia o di altre esperienze di condivisione del testo rese possibili dalla manipolazione digitale. L’uso prevalente e la percezione culturale del mezzo incoraggiano comunque altre vie. Ci troviamo perciò in una situazione complessa determinata dalla tecnologia, dagli spazi concessi alla scrittura, dall’espressione del sé entro parametri predefiniti (“Diventa fan”, “Mi piace”, “Non mi piace più” sono le opzioni di FB) propri della comunicazione streaming life. Questo tratto è proprio di tutti i tipi di testi, da quelli più estesi e pianificati, come alcuni blog, fino ai “cinguettii” di Twitter.

La coincidenza dell’essere con il comunicare, della presenza con l’esistenza, orienta la massima «il medium è il messaggio» verso una dimensione nella quale «il messaggio è l’individuo».


Il web 2.0 integra varie tecnologie, in parte nuove e in parte già esistenti: l’instant messaging, la chat, i messaggi personali (da qui il declino delle e-mail) e la vecchia pagina web. Il cellulare è lo strumento che somma in sé tutte le funzioni della voce e della scrittura. L’integrazione nei dispositivi mobili di funzioni un tempo separate fa cadere la distinzione, che ha dominato la comunicazione mediata dal computer fin dai suoi esordi, fra sistemi sincroni, che prevedevano la compresenza davanti a terminali lontani dei due utenti occupati nella stessa conversazione, e asincroni, come la posta elettronica, recapitata come una lettera in attesa di risposta. La dimensione temporale non può più essere considerata un discrimine, mentre è centrale la disponibilità dell’utente. Una volta caduti i limiti tecnologici e fisici alla connessione permanente, la comunicazione ha assunto un carattere pervasivo. L’idea che l’altro sia sempre disponibile al contatto, co-presente ha effetti diretti sugli scopi dei messaggi e, quindi, sulla lingua. I testi contengono spesso informazioni provvisorie («mi trovo», «sto andando», «oggi mi sento...»), legate all’esperienza immediata e intima. La coincidenza dell’essere con il comunicare, della presenza con l’esistenza, orienta la massima «il medium è il messaggio» verso una dimensione nella quale «il messaggio è l’individuo».
La percezione diffusa di una lingua (scritta) che, a causa delle nuove tecnologie, vive una deriva epocale non tiene conto di alcuni fattori importanti, che sarà utile ripercorrere in breve. La rete ha reso visibile il modo in cui gli italiani si esprimono. Prima della diffusione di massa di internet, le competenze linguistiche dei connazionali si potevano evincere solo nella scuola e nei testi prodotti dalla pubblica amministrazione. E non erano confortanti. Tutta la comunicazione privata, formale o meno, dal diario alla lettera, rappresentava una zona grigia, ignota fuori dalla cerchia degli interessati. In questo senso la pubblicità offerta dalla rete non fa che portare alla luce e rispecchiare una realtà che altrimenti non sarebbe stata verificabile. 
In rete troviamo conferma dell’evoluzione della lingua italiana, dell’avvicinamento, già in atto prima della sua affermazione, fra ciò che era confinato nella sfera dell’informale e del parlato e ciò che costituiva il modello di scrittura dettato dalla norma. Una delle osservazioni più frequenti sulla lingua di internet riguarda la vicinanza al parlato. Questa sensazione non coinvolge, ovviamente, il canale semiotico, che resta distinto, ma il fatto che alcuni tratti linguistici che consideravamo propri o prevalenti nella produzione orale si trovano nei testi scritti.
A determinare il carattere colloquiale e informale dei testi intervengono più fattori, che vanno oltre la relazione con l’interlocutore. I nuovi media dispongono a un dialogo constante, sempre attivo nella mente degli attori, indipendente dal divario temporale e spaziale che li separa. La presenza dell’altro, immaginato come sempre disponibile, incoraggia la conversazione con i suoi correlati linguistici. Ogni messaggio è un turno che aspetta di essere completato. Sono gli effetti della percezione sociale del mezzo, che accompagna lo scambio di rete fin dai suoi esordi e che ha segnato la storia dell’e-mail. L’antropologo Giorgio Raimondo Cardona sosteneva che i word processors avvicinano il pensiero alla scrittura. La scrittura digitale, immessa nelle reti di comunicazione, ha coniugato questa immediatezza con il dialogo.
Un altro fenomeno, questa volta di superficie, considerato tipico delle nuove tecnologie è l’abbondanza di abbreviazioni, di sigle, di segni grafici che orientano l’interpretazione del messaggio. Questi fenomeni, che dominano il discorso pubblico sulla lingua della rete, non esondano di solito dai diversi ambienti, ma hanno un’incidenza più o meno forte a seconda del tipo di scambio: minore nei forum, massima in chat e nei sistemi che prevedono uno scambio rapido. Un’analisi attenta dei messaggi mostra che ai testi abbreviati nelle grafie si accompagna spesso, a causa della scarsa pianificazione, la ridondanza lessicale e sintattica.
Un nuovo ambiente virtuale genera parole nuove, di solito inglesi, adattate all’italiano nelle forme consuete. Se ne mostrano alcuni esempi accompagnati dal numero di occorrenze ricavate da Google: da Digg “diggare” (114.000), da Google “googlare” (15.400) e “googolare” (13.700), da Twitter “twittare” (65.600), da Skype “skypare” (1.290), da tag “taggare” (72.100).
Da blog derivano blogger, vlog, blogroll, e il prevedibile “bloggare” (1.420.000). “Postare” e “quotare” sono ormai consolidati nelle comunità dell’e-mail (forum e mailing-list): il primo significa “inviare un post (messaggio o articolo)”, il secondo “citare” (da to quote, in inglese) e “approvare” quanto scritto da un altro utente: “quoto in pieno” significa “sottoscrivo in pieno”). I numeri ci dicono, ancora una volta, che la percezione mediatica amplifica fenomeni tutto sommato marginali. A una parola come “skypare”, irrilevante per frequenza, è stato dedicato un articolo sul “Corriere della Sera”. L’allarme sullo stato della lingua italiana dovrebbe andare oltre gli stereotipi lanciati dai mass media tradizionali ed essere verificato sulla base dei dati. Se una vittima esiste, questa è in primo luogo la lingua inglese. Nel 2006 il prestigioso Oxford English Dictionary ha accolto il verbo to google per indicare la ricerca di dati per mezzo del noto motore di ricerca. Il sito di social bookmarking digg.com prende il nome dal verbo inglese to dig, letteralmente “scavare”, con riferimento all’emersione dei siti segnalati dagli utenti, ma gioca anche sul significato, registrato come slang nei più prestigiosi dizionari inglesi, di “apprezzare”: “Digg it” è il comando con cui si manifesta approvazione, mentre la disapprovazione si esprime con l’opzione “Bury” (“sotterrare”). In base al successo che avrà il sito, possiamo attenderci che le due accezioni si associno in permanenza alle due grafie, quella primaria a dig e quella secondaria a digg.

Oggi, con la relativa democratizzazione della rete
favorita dalla facilità di accesso e di gestione delle risorse,
la cultura originaria si è diluita, dispersa, come accade
in ogni processo di democratizzazione.

L’utenza italiana non si preoccupa troppo di queste innovazioni, né, come abbiamo visto, le accoglie con entusiasmo. Diversamente dalle abbreviazioni, che non hanno connotazioni particolari, alcuni usi scrittori, ovunque si manifestino, portano con sé indicazioni sugli utenti. Accanto alla terminologia ristretta di chi ha consuetudine con i luoghi di discussione della rete (“quotare”, “postare” ecc.), esistono infatti pratiche che immediatamente qualificano l’utente, rinviando al suo retroterra: il ricorso all’asterisco per evitare declinazioni di genere (ciao a tutt*) è nato nei gruppi di discussione (NG), di rado viene usato dall’utente di FB. In origine si parlava di “allotropi connotativi” per indicare le grafie proprie degli hackers. Oggi, con la relativa democratizzazione della rete favorita dalla facilità di accesso e di gestione delle risorse, la cultura originaria si è diluita, dispersa, come accade in ogni processo di democratizzazione.
Mentre l’opinione pubblica si arresta all’orrore delle grafie e delle parole nuove e mentre le voci istituzionali e le accademie di prestigio, come da copione, rinnovano l’allarme sullo stato della lingua italiana, i cambiamenti determinati dalla democratizzazione della rete agiscono sul nostro modo di intendere e praticare le relazioni (si veda il significato di “amicizia” in FB); sulla formazione dell’identità, che diventa una somma di “Mi piace”, “Non mi piace”; sugli effetti cognitivi della profondità acquisita dalla scrittura, che per secoli ha diretto il nostro modo di articolare un pensiero, di chiarirlo, di trasmettere i saperi. Scarsa attenzione viene poi riservata al posto che le nuove tecnologie occupano nel sistema dei media. Quale rapporto intrattengono con i mezzi di comunicazione tradizionali nell’elaborazione e nella distribuzione dei prodotti (contenuti), nella definizione dei comportamenti di consumo? Chi sono gli attori economici della nuova era digitale? Chi si occupa di lingua non può andare oltre, ma può contribuire a superare i luoghi comuni e a riportare l’attenzione sulle forme della partecipazione e sulla formazione diffusa dell’opinione pubblica, sui modi in cui gli individui scelgono le comunità digitali per discutere e, forse, un giorno, per decidere.

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