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Il potere conoscitivo della narrazione

Written by Carlo Sini Thursday, 29 April 2010 14:47 Print
Nel celebre libro “La condizione postmoderna” Jean-François Lyotard sostiene che le grandi narrazioni e il metadiscorso della filosofia siano oggi in declino. Si impone invece la ve­rità performativa delle scienze. Questo contributo vuole, al contrario, mostrare l’imprescindibilità della struttura nar­rativa come fondamento della comprensione storica del-l’uomo e fornire un esempio concreto in riferimento alle ricerche della psicologia evolutiva di Daniel N. Stern, rela­tive alla formazione del sé nella decisiva fase dell’acquisizione del linguaggio.

 Diversi anni fa suscitò un vasto interesse la tesi di Jean-François Lyotard secondo la quale sapere narrativo e sapere scientifico sarebbero incompatibili. Questa separazione e opposizione caratterizzerebbe la «condizione postmoderna», titolo omonimo della famosa opera di Lyotard apparsa nel 1979 e tradotta in Italia dall’editore Feltrinelli nel 1981. La condizione postmoderna sarebbe poi la nostra, destinati come siamo a constatare il progressivo tramonto di quelle che Lyotard chiamava «grandi narrazioni» in favore di un sapere sempre più denotativo, tecnico e performativo.
C’è ovviamente qualcosa di efficace e anche di plausibile in tali formule, che nondimeno non vanno oltre descrizioni e argomentazioni molto superficiali. In sintesi, Lyotard sosteneva che vi è anzitutto un sapere narrativo arcaico, un raccontar storie popolari o mitiche che contiene un gran numero di tipi di enunciati: denotativi, deontici, prescrittivi ecc., frequentati nella sostanziale inconsapevolezza delle loro differenze. Queste storie, trasmesse un tempo per semplice tradizione orale, diffondono le regole di comportamento che governano il legame sociale di un gruppo o di un popolo. In secondo luogo, c’è quel sapere narrativo che si è costituito in Occidente sotto il nome di filosofia. Si tratta in pratica di un metadiscorso che ha lo scopo di legittimare i discorsi scientifici e la prassi politica nella sua idea di giustizia. Infine, c’è il discorso scientifico che è caratterizzato da enunciati prevalentemente denotativi e da un sapere cumulativo, enunciati e sapere che si riferiscono a un oggetto situato esteriormente rispetto a coloro che esercitano la pratica scientifica. Gli enunciati scientifici, diceva Lyotard, diversamente da quelli narrativi, non traggono alcuna validità dal fatto di essere riferiti e ripetuti, ma solo dalla loro verificabilità, o falsificabilità, attraverso argomenti e prove.

I nostri saperi, facendosi sempre più scientifici,
hanno perso il loro carattere originariamente narrativo

I discorsi narrativi, dice ancora Lyotard, sono in generale il prodotto di una mentalità che oggi consideriamo arretrata. I nostri saperi, facendosi sempre più scientifici, hanno perso il loro carattere originariamente narrativo. In generale, poi, bisogna dire che non si può giudicare il discorso narrativo a partire da quello scientifico e viceversa. Essi operano in modi e in campi distinti. Il primo legittima e fornisce orizzonti di senso e di valore; il secondo opera con giochi linguistici specialisticamente differenziati, il cui scopo è meramente performativo, cioè volto al successo pratico dell’operazione. In questo senso abbiamo una netta opposizione tra il filosofo e il tecnico o l’esperto. Quest’ultimo sa sempre ciò che può o non può fare; il suo sapere fornisce risposte, mentre il filosofo principalmente interroga. Si tratta, ribadisce Lyotard, di due giochi linguistici diversi e incompatibili.
Malauguratamente, Lyotard non ha mai chiarito (e invero non ha neppure mai pensato di dover chiarire) se questo suo discorso sia narrativo, performativo o altro ancora, il che genera indiscutibilmente un qualche imbarazzo relativamente al suo valore di verità e al suo senso. Ma al di là di questo, il punto è che la sostanza di tale discorso è fragile e al limite insostenibile. Esso assume alcune semplici evidenze senza chiederne l’origine e la funzione. Ad esempio, immagina che le narrazioni siano qualcosa di soggettivo, mentre gli enunciati scientifici sarebbero oggettivi, cioè confrontati con il mondo com’è e non come noi vorremmo che fosse. E così costruisce di nascosto e inconsapevolmente proprio una tipica, ma assai poco condivisibile, narrazione, la quale invero confonde la mente di molti e la mentalità genericamente scientifica (non le reali operazioni della scienza), con le sue tipiche mitologie oggettivistiche e naturalistiche. Questa narrazione, o criptoracconto stabilisce infatti, senza darne giustificazione e senza chiedersi da dove derivi la sua apparente evidenza, che ciò che è soggettivo è relativo a bisogni e a fantasmi psicologici umani, troppo umani; mentre ciò che è oggettivo sarebbe vero: rispecchierebbe insomma il mondo così com’è; proprio da ciò deriverebbe poi la sua performatività.
Nelle sue argomentazioni Lyotard trascura però molte cose, alcune delle quali proviamo qui ad accennare. Anzitutto trascura, o ignora, che l’oggettività non solo non è il segno e la conseguenza di un semplice successo pratico, ma che la sua instaurazione non è neppure una relazione adeguata con un supposto essere in sé (là fuori, come si ama dire) delle cose. L’oggettività concerne invece e consegue da una complessa operazione, il cui nucleo essenziale è anzitutto la costruzione di un soggetto universale pubblico, ovvero di un punto di vista di principio incarnabile da qualsivoglia soggetto empirico particolare, che ne ripeta appunto le operazioni costitutive. Volendo fare un semplice esempio: non ho la minima idea di quanti scalini dividano il pianterreno dal piano, il settimo, della casa e dal piano in cui abito, ma potrei contarli, stabilendolo in modo esatto e generale per tutti. Questa operazione delinea e fonda una figura e una collocazione del soggetto che ovviamente ha il valore del suo procedimento (e della sua scrittura) calcolante e universalizzante, ma che certo non esaurisce gli innumerevoli altri aspetti di realtà che quella scala riveste per i suoi abitanti e per altri ancora. Non si tratta per nulla della opposizione tra ciò che la scala sarebbe in sé e i risvolti psicologici e affettivi che essa magari suscita nei suoi fruitori. Si tratta, molto prima e più nel profondo, dell’intera vicenda dell’abitare e del costruire umani, dalle caverne preistoriche alle moderne metropoli. Si tratta di oggetti eminentemente sociali, costituitisi in uno con la complessiva epopea della esperienza umana, che solo una narrazione ha di fatto via via accompagnato e materiato e che potrebbe ancora recuperare e reinterpretare nei suoi molteplici sensi e nelle sue future possibilità.
Nessuna reale comprensione del mondo
e di noi stessi può mai accadere senza una narrazione,
anche se è altrettanto vero che tutte le narrazioni
non possono ragionevolmente pretendere di esaurire
l’infinita portata del mondo in cui esse accadono

Ma quello che diciamo qui della scala possiamo ripeterlo per ogni oggetto della nostra esperienza. In particolare, anche gli oggetti scientifici hanno una storia e presuppongono una grande narrazione, che si intreccia ad esempio con le vicende politiche, economiche, sociali e religiose della modernità. Ogni singola scienza può ben prescinderne nel perseguire le sue operazioni, così come posso limitare l’interesse per la mia scala all’aritmetica; ma nessuna scienza può ignorare le proprie narrazioni fondanti quando si tratti del senso ultimo delle sue operazioni, ovvero quando si tratti, non di sapere come operare per ottenere certi risultati o certi scopi, ma perché perseguirli a preferenza di altri. Nessuna reale comprensione del mondo e di noi stessi può mai accadere senza una narrazione, anche se è altrettanto vero che tutte le narrazioni che abbiamo frequentato dalla notte dei tempi e che ancora frequenteremo in un inimmaginabile tempo futuro non possono ragionevolmente pretendere di esaurire l’infinita portata del mondo in cui esse accadono e del quale mostrano di essere eventi e processi particolari e sempre infinitamente modificabili.
Perché le cose stiano così, perché ogni sapere sia necessariamente e ultimativamente narrativo si cercherà qui di suggerirlo con un semplice riferimento a talune indagini della psicologia evolutiva: esempio che può valere come indizio di un discorso (di un racconto!) assai più lungo e complesso che qui non è possibile fare.
Il riferimento concerne le ricerche di Daniel N. Stern, esposte nel libro “Il mondo interpersonale del bambino”, apparso a New York nel 1985 e tradotto in Italia da Bollati Boringhieri nel 1987 e, in seconda edizione, nel 2002. La domanda di Stern e del suo gruppo di ricerca è come sorga in ognuno di noi il senso del proprio sé, ovvero ciò che comunemente chiamiamo l’autocoscienza. Attraverso ingegnose indagini e prove sperimentali, Stern perviene a mostrare che l’evoluzione del sé attraversa nell’infanzia quattro fasi: il senso di un sé emergente (dalla nascita ai due mesi); il senso di un sé nucleare (dai due ai sei mesi); il senso di un sé soggettivo (dai sette ai quindici mesi); e infine il senso di un sé verbale. Ora, nelle prime tre fasi il senso di sé è propriamente agito e non saputo; solo nella quarta e ultima fase esso entra nella figura del sapere autoconsapevole, prevalentemente grazie alla funzione del linguaggio. Cosa accade dunque in questa fase verbale? Delle precedenti non è qui necessario parlare.
Scrive Stern che il linguaggio fa la sua comparsa nel secondo anno di vita, aumentando a dismisura i modi di essere con gli altri e, correlativamente, con se stesso: questo essere con se stesso in modo autoriflesso inizia propriamente ora, determinando una trasformazione profonda non solo della quantità di occasioni di condivisione, ma soprattutto della qualità di tali esperienze. Tramite il linguaggio si accresce enormemente lo scambio di esperienze, poiché il bambino può riferire ampiamente e dettagliatamente i suoi stati e può apprendere gli stati dei suoi interlocutori. Inoltre emergono, grazie al linguaggio, nuovi significati, cioè nuovi oggetti di esperienza che, senza l’ausilio delle parole, non possono essere definiti, avvertiti e infine espressi. Il mondo dei significati e delle relative cose si moltiplica incommensurabilmente.
Il bambino infine può parlare a se stesso, può raccontarsi come soggetto attivo e passivo e può dunque cominciare a costruire una vera narrazione della propria vita. È così che diviene appunto un sé consapevole. Per tutta la vita non smetterà più di raccontarsi collocandosi immaginativamente in un mondo e in uno scenario circostante e congruente.
Infine, agli eventi che hanno luogo nel campo della relazione verbale, dice Stern, viene attribuito un valore di verità. Questo tratto è per noi molto importante e anzi decisivo. Le esperienze che precedono l’acquisizione del linguaggio non sono avvertite né come reali né come non reali: la distinzione non si pone. Essa emerge solo nella relazione verbale con l’altro, cioè nel momento in cui ci identifichiamo nella risposta al segno linguistico. Esso, potremmo dire, esplode inizialmente per tutti, in quanto ognuno ne riflette in sé la risposta comune. Si tratta, come si vede, proprio di quella costituzione di una soggettività universale, anonima e generalmente normativa della quale poco sopra si parlava: prima radice della ragione umana e della conoscenza, compresa quella che oggi definiamo scientifica. La sua radice è nel mythos originario e primordiale: quello che le prime comunità umane parlando narrarono, costituendo la realtà sociale valida per la loro azione comune. Il che non ha mai cessato di verificarsi, in un racconto idealmente infinito, che ha la realtà comune pubblica, nelle sue figure storicamente divenienti, al suo centro.
Ciò che davvero sembra dunque importante, abbandonando le superficiali tesi postmoderne, sarebbe di chiedersi quale narrazione oggi oscuramente ci conduce, in un accordo, ancora tutto da esplicitare, con le nostre prassi sociali effettive e con le nostre reali possibilità politiche, riconsiderate in un orizzonte di portata ormai planetaria, cioè molto al di là di ogni specifica cultura e della sua particolare narrazione.

 

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