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Immigrazione e convivenza

Written by Luca Einaudi Friday, 29 February 2008 14:53 Print

Durante oltre tre decenni, il dibattito sull’immigrazione in Italia è stato caratterizzato dall’alternarsi di fasi concitate e parossistiche, durante le quali l’emergenza sembrava travolgere tutto, alternate a periodi più calmi durante i quali veniva svolta un’attività pedagogica sugli effetti complessivamente positivi del fenomeno. Il timore dell’invasione legato a sbarchi o ad altri flussi irregolari, il timore della criminalità o dello snaturamento culturale si affacciano prepotentemente in vari periodi, in presenza di patologie spesso effettivamente presenti, ma che non danno conto del fenomeno migratorio nel suo insieme.

 

Andare oltre le ondate emotive e i pregiudizi è indispensabile ma alquanto difficile, perché la realtà della convivenza con gli immigrati è molto diversa a seconda delle classi sociali e dei luoghi in cui si vive (ad esempio Nord/Sud, centro/periferia). La percezione dell’immigrazione è eminentemente locale e varia enormemente da città a città. A Milano i neonati figli di genitori emigrati sono il 30% del totale, mentre in numerose città meridionali tale percentuale rimane inferiore all’1%. Nel Centro-Nord gli stranieri sono il 7% dei residenti, mentre nel Sud sono appena l’1,5%.

L’immigrazione è un fenomeno che ha molte sfaccettature e un giudizio complessivo richiede di affrontare gli effetti della rapida crescita delle diverse comunità straniere, inclusi i fenomeni di devianza, ma che dia il giusto peso al lavoro degli immigrati, alla scolarizzazione dei bambini, alla presenza negli spazi pubblici, alle politiche abitative, agli aspetti culturali. Questo bilancio deve essere fatto senza occultare i problemi esistenti, ma anche senza dar loro un peso sproporzionato rispetto alla situazione reale. Affrontare gli aspetti negativi dell’immigrazione richiede di puntare sull’integrazione, dando un peso speciale all’integrazione abitativa.

Le origini della crescita della popolazione rumena in Italia Le cronache degli ultimi mesi hanno dato ampio risalto alle trasformazioni degli spazi urbani generate dalla crescita della precarietà e al timore dell’aumento della criminalità e della violenza legata all’immigrazione. A seguito di alcuni omicidi, di numerosi episodi di rapina o violenza sessuale, accompagnati da atti di particolare brutalità, l’attenzione si è concentrata in particolare sui rumeni e su Roma. Le ragioni di tale fenomeno sono molteplici.

Da un lato, l’ingresso della Romania nell’Unione europea il 1° gennaio 2007 ha liberato i rumeni dal timore dell’espulsione dall’Italia per la sola mancanza del permesso di soggiorno e ha facilitato il loro ingresso nel mercato del lavoro italiano. L’Italia ha scelto di introdurre pochi limiti come misura transitoria prima della piena libertà di ingresso per lavoro, cosciente che in ogni caso il trattato di adesione all’UE e la normativa comunitaria non permettevano di impedire l’ingresso di turisti o di lavoratori autonomi, né di espellere i lavoratori irregolari. Inoltre, in presenza di una forte domanda di lavoratori rumeni nel settore domestico, edilizio e dell’industria, una moratoria all’ingresso di lavoratori subordinati li avrebbe mantenuti nell’irregolarità, impedendo il versamento di tasse e contributi.

L’ingresso in Italia di rumeni che rimangono anche in assenza di lavoro, senza alloggio e senza rapporti sociali non è la conseguenza dell’ingresso nell’UE nel 2007, ma dell’esenzione dal visto per l’ingresso in tutti i paesi dell’UE, Italia compresa, decisa nel 2001 durante il secondo governo Berlusconi1 ed entrata in vigore nel gennaio del 2002. Muniti di un semplice documento di identità, i rumeni avevano la possibilità di entrare liberamente in Italia per turismo per un periodo massimo di tre mesi, e solo dopo tale scadenza potevano essere espulsi, cosa che avveniva in numero cospicuo (10.702 espulsioni nel 2005 e 7.926 nel 2006). La Commissione europea aveva dato il via libera ritenendo che «l’applicazione alla Romania di un regime di esenzione da visto non dovrebbe comportare negli Stati membri un forte aumento del numero di immigrati clandestini che provengono dalla Romania».2

Contrariamente alle aspettative della Commissione, l’esenzione dal visto ha stimolato l’ingresso di rumeni in Italia: già dopo pochi mesi, a novembre 2002, furono presentate 140.000 domande di regolarizzazione da parte di cittadini rumeni. La presenza legale di rumeni è cresciuta velocemente: da 75.377 permessi di soggiorno a fine 2001 a 343.200 residenti a fine 2006, cifra che è probabilmente più che raddoppiata nel corso del 2007, con 215.000 nuovi lavoratori rumeni registrati nei primi otto mesi dell’anno all’INAIL, seguiti da un numero ancora non conosciuto di familiari e di altri lavoratori che non si sono registrati, ma sono entrati nell’economia sommersa, oltre ad altri marginali senza legami. Una parte consistente di tale aumento è dovuta alla legalizzazione di irregolari già presenti e non a nuovi arrivi. Infatti le 120.000 domande di ingresso per lavoro di rumeni presentate a marzo 2006 riflettevano in larga parte la presenza di persone già occupate in Italia. Inoltre il 29,3% degli irregolari identificati nel corso dell’anno erano rumeni.

Andamento dei reati, stranieri e impatto specifico su Roma La crescita dell’immigrazione rumena è stata particolarmente forte a Roma, città che è caratterizzata da un’incidenza degli stranieri analoga a quella del Nord Italia, pari al 6,9% dei residenti nel 2006 (secondo i dati ISTAT), ma soprattutto da una presenza rumena particolarmente importante già a fine 2006 (31.362 residenti secondo l’ISTAT) cui si sono aggiunti flussi molto consistenti nel 2007 (22.158 rumeni registrati ex novo nei primi otto mesi del 2007 secondo l’INAIL). L’aumento della presenza straniera degli ultimi anni (e non solo degli ultimi mesi) ha generato anche precarietà abitativa e la ricomparsa di baracche e tuguri, creando insicurezza percepita ma anche sostanziale.

A Roma la crescita dei reati commessi da rumeni si è verificata in maniera più visibile rispetto a quanto registrato a livello nazionale. Non è però aumentata la propensione dei rumeni a commettere reati, propensione che anzi è tendenzialmente in calo (la percentuale di rumeni detenuti rispetto al numero di residenti legali registrati è calata a livello nazionale da 1,21% nel 1998 a 0,43% nel 2007). La percentuale di detenuti rumeni sul totale dei detenuti in Italia è cresciuta moderatamente fino al 2002, raggiungendo l’1,4%, per accelerare bruscamente dopo la cessazione dell’obbligo di visto verso l’Italia in tale anno e raggiungere il 5,2% a metà del 2007. Anche se nei primi sei mesi del 2007 il 24,6% dell’aumento del numero di detenuti stranieri a livello nazionale era attribuibile a rumeni, a Roma l’effetto è stato più forte (secondo il prefetto di Roma, il 43% degli arresti totali effettuati dai carabinieri a Roma nei primi nove mesi del 2007 riguardava rumeni, pari a 4.700 arresti su 10.900). Complessivamente, a livello nazionale l’aumento della quota di stranieri tra gli autori di delitti è stata consistente (nel 2006 il 32% dei denunciati per omicidio erano stranieri, come pure il 68% dei denunciati per furto con destrezza, ma anche solo il 3% di quelli denunciati per rapine in banca, mentre gli stranieri rappresentavano il 5% della popolazione residente). L’aumento della criminilità straniera non ha provocato un aumento chiaro e indistinto dei reati in Italia. Gli omicidi sono al minimo storico (621 nel 2006, meno di un terzo rispetto al picco di 1.916 nel 1991) e fanno dell’Italia uno dei paesi con il più basso rischio in Europa. Per i delitti in generale vi è un andamento oscillante negli ultimi quindici anni, con una tendenza al rialzo a partire dal 2001. I delitti complessivamente denunciati in Italia erano scesi da 2,44 milioni nel 1997 a 2,16 nel 2001 ed erano poi risaliti continuamente nel quinquennio di governo del centrodestra, toccando i 2,75 milioni nel 2006.

 

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La difficoltà nel comunicare dati su criminalità e immigrazione consiste nella necessità di bilanciare dati ed esigenze contrastanti. Da un lato è difficile negare che i rumeni e gli stranieri in generale commettano una quota di reati superiore al loro peso sulla popolazione residente in Italia, anche tenendo conto della più giovane età, o del minor accesso a misure alternative al carcere in caso di condanna. D’altro canto, è altrettanto indubbio che i rumeni che commettono reati sono una piccola minoranza della popolazione rumena in Italia, che nel suo complesso offre un contributo importante al mercato del lavoro, alle famiglie e alla prosperità dell’Italia. Va ricordato che, a dispetto della concentrazione dei media sui rumeni, generalizzazioni e stigmatizzazione sono pericolose, perché non corrispondono alla realtà e perché generano discriminazione, razzismo e tensione sociale. I rumeni non sono la nazionalità più pre- sente nelle carceri italiane (3.326 marocchini al 31 giugno 2007, rispetto a 2.267 rumeni). Solo il 2% degli immigrati regolari ha subito una denuncia e, a seconda del reato, tra il 62% e l’88% degli stranieri denunciati nel 2006 erano irregolari.

Detto questo, il venir meno dello strumento dell’espulsione per mancanza di permesso di soggiorno nei confronti dei rumeni all’inizio del 2007 aveva reso eccessivamente difficile l’intervento sulle situazioni specifiche più pericolose, anche per la lentezza del sistema giudiziario italiano nelle definire le sentenze e nell’assicurare la certezza della pena. Le espulsioni per motivi di pubblica sicurezza e di ordine pubblico si rendono necessarie, ma sempre dopo un esame individuale dei singoli casi, e con le garanzie previste dall’ordinamento e in particolare l’esame da parte di un magistrato. Considerando le garanzie procedurali necessarie, non si potrà mai trattare di espulsioni numericamente molto elevate (annualmente saranno necessariamente meno delle ottomila del 2006, per le quali bastava l’assenza del permesso di soggiorno). In ogni caso, un funzionamento più efficace del sistema giudiziario è il primo requisito per impedire che vengano reiterati dei crimini grazie alla sensazione esistente di sostanziale impunibilità, soprattutto per ciò che riguarda i piccoli reati come il furto. Per il crimine organizzato il problema è invece più investigativo che processuale o di applicazione delle pene.

L’emergenza legata all’aumento dei flussi dalla Romania non è la prima di questo tipo attribuita in oltre tre decenni di immigrazione in Italia, facendo seguito ad allarmi che volta per volta hanno toccato marocchini, albanesi, ex jugoslavi o cinesi, con più o meno buone ragioni. Quello che appare costantemente è la relazione tra autori emergenti di reati e il gruppo nazionale che in quel momento cresce più velocemente nell’ambito dello sviluppo dell’immigrazione in Italia e nel primo periodo di insediamento conosce maggiori difficoltà in termini di integrazione, alloggio, lavoro e relazione con la cultura di arrivo. La scoperta da parte dei migranti del gap esistente tra le loro aspirazioni e ciò che la società e l’economia italiana realmente offrono, contribuisce anch’essa. Nel medio periodo è anche necessario un forte rallentamento dei nuovi flussi dalla Romania, per permettere l’integrazione di coloro che sono già presenti. Questo sta già avvenendo spontaneamente per ragioni economiche (la crescita del reddito in Romania e l’esaurirsi della prima corsa verso l’estero nei primi mesi dopo l’ingresso nell’UE) e demografiche (anche la Romania ha una natalità molto bassa e l’emigrazione vi crea scarsità di lavoratori e aumenta i salari nel paese di partenza). D’altra parte, sarebbe un grave errore pensare che i problemi di disagio e criminalità possano essere risolti solo con attività di contrasto e repressione dei reati in senso stretto. L’integrazione rimane lo strumento principale per una coesistenza armoniosa e pacifica. Il lavoro, lo studio, l’inserimento in un sistema sociale con diritti e doveri sono l’unico modo per dare stabilità e prospettiva, rendendo attività illecite troppo rischiose rispetto a ciò che l’immigrato si è conquistato.

L’immigrazione cresce in maniera tumultuosa a prescindere dal colore politico della maggioranza di governo, tanto che i residenti stranieri sono cresciuti di 1,6 milioni di persone tra la fine del 2001 e la fine del 2006, raggiungendo 2,94 milioni (secondo l’ISTAT) proprio durante i governi Berlusconi, andando ben oltre gli effetti della sola regolarizzazione del 2002-03 che aveva sanato la posizione di 640.000 lavoratori extracomunitari. Sono stranieri anche mezzo milione di alunni nelle scuole italiane (il 5,6%), cifra destinata a crescere, anche solo perché il 10,3% dei neonati hanno entrambi i genitori stranieri.

 

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La crescita dell’immigrazione non cesserà da un giorno all’altro per miracolo o grazie a decisioni unilaterali del governo italiano. Le ragioni che spingono gli immigrati verso l’Italia sono in primo luogo le opportunità lavorative per occupazioni poco qualificate, disponibili soprattutto nel Centro-Nord e nelle grandi città, anche a causa del calo della popolazione in età lavorativa provocata da trent’anni di bassa natalità. Ormai l’80% delle colf e badanti in Italia sono straniere, come pure il 20% dei lavoratori dell’edilizia e il 6,5% degli occupati in genere. Il tasso di occupazione degli stranieri tra i 15 e i 64 anni è notevolmente più elevato di quello degli italiani (67% rispetto al 58,9% di tutti gli occupati nel secondo trimestre 2007, secondo l’ISTAT). Senza un aumento continuo degli occupati stranieri, si ridurrebbe la capacità di crescere dell’economia italiana.

La convivenza con gli stranieri è dunque una necessità inevitabile. Il massiccio arrivo di rumeni di questi ultimi anni conferma quanto possa essere forte la spinta migratoria appena si rinuncia a meccanismi di controllo quali i visti e i limiti numerici del sistema delle quote. I nuovi flussi possono e devono essere governati maggiormente, ma non vi si può sottrarre interamente. La convivenza è talvolta faticosa, ma in gran parte dei casi avviene in maniera serena e nasce dall’incontro sul posto di lavoro, nelle scuole, nei luoghi del tempo libero dove si confrontano culture diverse, dal cibo alla musica o al gioco. L’incontro quotidiano con gli stranieri è fatto di questo, mentre l’incontro con la criminalità è soprattutto di tipo mediatico, tramite l’enfasi spropositata della televisione sui rari casi di omicidio. L’esame delle indagini dell’Eurobarometro sulla percezione delle minacce, confrontata con i dati quantitativi sulla criminalità, mostra che l’Italia soffre di una percezione del pericolo molto maggiore rispetto al pericolo reale. I dati di Transcrime (Università di Trento e Università Cattolica di Milano) indicano che nel biennio 2004-05, a fronte di 1.312 omicidi in Italia se ne contavano 1.613 in Germania, 1.966 in Francia e 2.027 in Gran Bretagna.

È chiaro che i benefici e i costi dell’immigrazione non sono divisi in maniera omogenea tra le diverse categorie e ciò rende alcuni più sensibili ai problemi. Nelle zone più periferiche delle città, nelle quali il reddito è più basso, i residenti beneficiano poco del lavoro degli immigrati, perché non possono permettersi collaboratori domestici o non gestiscono imprese che li assumono, mentre invece debbono condividere gli spazi pubblici e competere per gli alloggi con i nuovi arrivati. Proprio per questo occorre rafforzare le politiche urbane per le periferie.

Il problema della casa merita un discorso specifico, perché è una delle esigenze chiave per poter condurre un’esistenza dignitosa e per creare vera integrazione. Negli ultimi anni si sono create zone di marginalità e baracche in alcuni grandi centri urbani. La velocità della crescita della popolazione straniera e la debolezza delle politiche abitative italiane spiegano questo fenomeno, già incontrato in altre fasi della storia dell’immigrazione. Negli anni Sessanta la Francia aveva scoperto le bidonville, frutto dell’immigrazione di massa attirata dalla crescita economica. Nel giro di pochi anni erano scomparse grazie alla predisposizione di strumenti diversificati, dalla costruzione di ostelli per lavoratori, a campi container e ad alloggi popolari veri e propri. La dimensione degli interventi e il gioco del mercato hanno successivamente concentrato gli immigrati nei quartieri HLM (abitazioni a canone moderato), creando i ben noti problemi di quartieri ghetto prevalentemente abitati da maghrebini, ma le baracche erano scomparse.

A Roma negli anni Cinquanta il sottoproletariato urbano composto anche da immigrati meridionali, descritto da Pasolini nel 1958, viveva nella stessa maniera descritta oggi per alcune migliaia di nuovi immigrati stranieri. «Non sono abitazioni umane, queste che si allineano sul fango: ma stabbi per animali, canili. Fatti di assi fradice, muriccioli scalcinati, bandoni, tela incerata. Per porta c’è spesso solo una vecchia tenda sudicia. Dalle finestre alte un palmo, si vedono gli interni: due brandine, su cui dormono in cinque o sei, una seggiola, qualche barattolo. Il fango entra anche in casa».5 Anche a Roma la soluzione fu l’integrazione sociale tramite le politiche pubbliche per la casa. Oggi le baraccopoli sono un altro segnale che sono necessarie nuove politiche per rilanciare il diritto ad una abitazione dignitosa, rilanciando sia le politiche classiche per l’Edilizia residenziale pubblica (ERP) che nuovi strumenti che permettano di superare le capacità limitate del bilancio pubblico, coinvolgendo il settore privato. Il decreto che ha accompagnato la legge finanziaria ha già messo a disposizione 550 milioni di euro per restaurare e rimettere a disposizione i 20.000 alloggi ERP troppo degradati per essere affittati. Inoltre, il ministero dell’economia prevede di predisporre circa 7.000 nuovi allog- gi a canone moderato all’anno, per dieci anni, facendo uso di beni del Demanio, assieme ai privati. Sono dei passi importanti, ma la crescita dei residenti stranieri al ritmo di 320.000 persone all’anno (media 2001- 2 ... non vedo dal pdf!!)richiede ulteriori sforzi per aumentare l’offerta di alloggi a prezzi contenuti. Ovviamente si tratta sempre di politiche che si indirizzano indistintamente a italiani e stranieri, ma oggi l’80% degli italiani è proprietario o usufruisce a titolo gratuito di un alloggio, contro l’11% degli stranieri (cifra che cresce, visto che il 16% degli acquisti di case nel 2007 è stato effettuato da stranieri, secondo il CRESME). La sovrarappresentazione degli immigrati tra gli affittuari e i precari, come pure il timore che nuovi alloggi ERP siano prevalentemente assegnati a immigrati, impone ulteriori riflessioni sulla gestione e sull’assegnazione, al fine di prevenire concentrazioni eccessive e la sensazione che i senza casa italiani si sentano scavalcati. Ma tali sforzi non devono scoraggiare una nuova stagione di politiche abitative senza le quali qualsiasi politica di convivenza e di lotta alla criminalità è destinata a fallire.

 

[1] Cfr. il rapporto adottato dalla Commissione il 29 giugno e ratificato dal Consiglio giustizia e affari interni a dicembre.

[2 ]Relazione della Commissione al Consiglio relativa all’esenzione dei cittadini rumeni dall’obbligo del visto, giugno 2001, ratificata dal consiglio GAI del dicembre 2001.

[3]Fino al 2003 permessi di soggiorno, poi residenti.

[4] Residenti al 31 dicembre 2006 e nuovi registrati INAIL nei primi sei mesi del 2006.

[5] Citato in R. Carpaneto, S.Gerindi, A. Rossi, Pasolini e le borgate, storia sociale della casa a Roma, Associazione culturale Aldo Tozzetti, Roma 2007, p. 30.

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