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Come e perché l'Europa deve valorizzare l'immigrazione e la sua diversità culturale

Written by Giuliano Amato Friday, 29 February 2008 14:48 Print
Quando definiamo il nostro atteggiamento nei confronti delle differenze etniche, noi europei tendiamo a fare nostra una di due note tesi. Qualcuno sposa la teoria del «contatto», la quale sostiene che la convivenza di diverse comunità porta a un vicendevole arricchimento, in quanto favorisce la comprensione reciproca che alla fine produce una maggiore armonia tra i vari gruppi. Altri si schierano a favore della teoria del «conflitto», che afferma l’esatto contrario. È evidente che le due teorie hanno implicazioni opposte quando si discute di immigrazione. La teoria del contatto favorisce le politiche di apertura e il ricorso a tutti gli strumenti adatti a incoraggiare l’integrazione degli immigrati nelle nostre comunità, pur nel rispetto delle loro identità culturali. La teoria del conflitto è sostenuta da quanti cercano di limitare il più possibile l’immigrazione e che, pertanto, assecondano quelle norme e quelle pratiche che finiranno per produrre la massima ostilità nei confronti dei nuovi venuti. Inutile dire che l’opinione prevalente in Europa e, quindi, la correttezza politica propendono per la prima teoria, mentre la seconda rispecchia le visioni anti- antidiscriminatorie della destra estrema, ampiamente criticate.

Alcune recenti ricerche negli Stati Uniti ci dicono quanto sia scomoda la realtà e quanto sia importante per noi essere consapevoli delle sue sgradevoli verità. Tali ricerche, condotte in modo indipendente tra loro dal sociologo Robert Putnam, dal politologo Scott Page, dagli economisti Edward Glaeser e Alberto Alesina, e da un’altra coppia di esperti di economia, Matthew Kahn e Dora Costa, hanno prodotto risultati che concordano in modo sorprendente. Secondo Putnam, in realtà nessuna delle due teorie è valida. Ciò che si verifica nelle comunità più diversificate è un «generale malessere civile»: meno persone si dedicano al volontariato, si versa in beneficenza meno denaro e il grado di fiducia è minore non solo tra i diversi gruppi etnici, ma anche all’interno dei singoli gruppi. In altri termini, meno solidarietà e identità più ristrette. Khan e Costa confermano le conclusioni della ricerca di Putnam, aggiungendo altre prove a supporto, relative ai finanziamenti scolastici e ad altri indicatori, mentre Glaeser e Alesina affermano che all’incirca metà della differenza tra la spesa sociale dell’Europa e quella degli Stati Uniti potrebbe dipendere dalla maggiore diversificazione etnica dell’America. Forse è un’interpretazione eccessiva, ma resta il fatto che anche in Europa si tende a contenere la spesa sociale per gli immigrati finché non sono loro garantiti tutti i diritti di cittadinanza. Qualcuno potrebbe ribattere che i riscontri di Putnam, pur non rispecchiando la teoria del conflitto, sono più vicini a questa che alla teoria del contatto. Putnam potrebbe replicare che questa è solo una faccia della medaglia. L’altra, evidenziata dallo stesso Putnam e da Page, è di natura economica e riguarda la maggiore produttività e i più alti tassi di innovazione che si riscontrano quando c’è interazione tra gruppi di lavoratori (per lo più specializzati) di diverse culture. Si scopre che invece di provocare divisione e diffidenza, i diversi modi di pensare favoriscono una dinamica innovativa e quindi aggiungono qualcosa in più, magari poco rilevante quantitativamente, ma significativo dal punto di vista qualitativo.

Che indicazioni è possibile trarre da questi dati? Se dovessero essere considerati incontrovertibili, sarebbe semplice inspirarsene per elaborare politiche non lontane da quelle sostenute dall’estrema destra: in altre parole dovremmo aprire la porta solo agli immigrati molto qualificati e chiuderla in faccia al numero molto più grande di persone che vogliono emigrare dal proprio paese in Europa per sfuggire alla miseria, ma la cui integrazione nelle nostre comunità è molto difficile, soprattutto se si tratta di musulmani senza istruzione e arretrati.

Ma si tratta davvero di dati incontrovertibili? Non dipendono da noi, dalla nostra cultura, dai nostri obiettivi, dalla nostra età e da altri fattori soggetti al cambiamento? Le ricerche citate forse sorprenderanno molti europei, poiché si pensa comunemente che gli americani siano più disposti degli europei ad accettare i rischi, l’incertezza e la diversità. Negli Stati Uniti la popolazione è più giovane e questo dovrebbe renderla più propensa ad affrontare mutamenti e differenze. Ma se gli americani sono così diffidenti nei confronti della diversità, che cosa possia- mo aspettarci da noi stessi? La mia risposta non può che essere questa: da noi stessi possiamo aspettarci un franco riconoscimento del tipo di società che vogliamo essere e di che cosa siamo disposti a fare per realizzarla. L’invecchiamento della popolazione europea è accentuato dai bassi tassi di natalità che fanno prospettare una continua contrazione del numero di nativi europei, con una percentuale sempre più alta di ultrasessantacinquenni. Già oggi si lamentano carenze di manodopera e non sono soltanto i vuoti per mansioni molto qualificate che hanno bisogno di essere colmati a causa di risorse umane insufficienti. Il problema è destinato a peggiorare mettendo in gioco la nostra crescita economica e il futuro dell’Europa nel mondo. Per questo le alternative che ci si presentano sono chiare. Se preferiamo difendere le nostre identità europee, così come sono ora, ed evitare tensioni e conflitti nei nostri territori limitando il numero degli immigrati, dobbiamo anche accettare il nostro declino, perché l’Europa tramonterà irreversibilmente, proprio come è accaduto a molte società in passato. Ma se non vogliamo accettare questa cupa prospettiva, siamo ancora in grado di evitare che si verifichi. Dobbiamo essere consapevoli, però, che non ci basterà contare su quella che per il momento è considerata la correttezza politica prevalente. È questo che ci insegna la lezione americana di cui sopra. In Europa continueremo ad avere opinioni diverse su questo tema delicato e cruciale, ma sarebbe un grave errore avere divergenze tra noi sui fatti di fondo. È un fatto che la teoria del contatto non rispecchia necessariamente la realtà. Il contatto tra diversi gruppi etnici e religiosi può provocare conflitti (e in molti casi lo fa), può incoraggiare la diffidenza e provocare tutte quelle conseguenze negative descritte da Putnam. Il quale tuttavia scrive: «Sarebbe altrettanto grave se un conservatorismo antistorico ed etnocentrico finisse per negare che affrontare quella sfida sia fattibile e auspicabile».

Affrontare quella sfida è possibile, ma richiederà un forte impegno su vari fronti. Dobbiamo concordare le nostre azioni con i paesi di provenienza dei futuri immigrati, dobbiamo puntare a garantire il loro afflusso in modo pianificato e a gestirlo senza intralci, in relazione alle esigenze del nostro mercato del lavoro. Avremo anche bisogno di dotarci di tutti i servizi necessari per fare fronte ai bisogni dei nuovi residenti, che contribuiranno alla nostra crescita economica con il proprio lavoro e con le imposte che verseranno. Dovremo assicurare che ai nostri concittadini non vengano a mancare questi stessi servizi e dovremo stare attenti ad adottare politiche locali che promuovano la formazione (e non solo la scolarizzazione) e la comunicazione. Dovremo agire in modo particolarmente efficace nella lotta alla criminalità, perché non c’è niente di più devastante dell’equazione «immigrato uguale delinquente». Questo significa anche lottare contro l’immigrazione illegale, che è nello stesso tempo un’attività illecita e un incubo per gli emigranti che rischiano la propria vita, come per i nostri concittadini che la percepiscono come una marea umana inarrestabile.

Ciò che occorre, pertanto, è un progetto. Questa è una missione che va perseguita in modo convincente, portando avanti azioni diverse in modo efficace. Significa fare molto di più che predicare la correttezza politica. Tuttavia, anche se riusciremo a fare tutto questo, resterà irrisolta la questione più spinosa: come faremo a colmare la distanza che esiste tra le nostre comunità e una popolazione musulmana in continua crescita? I timori del terrorismo hanno reso più che mai ardua la questione e non è solo la destra conservatrice che ha opinioni negative a riguardo. È comunque una sfida che dipende da noi: sta a noi capire che non abbiamo davanti il problema di un’unica diversità islamica, ma che nell’Islam esistono molte diversità le quali, se ben gestite, possono favorire la crescita del pluralismo nelle nostre società, anche affrontando differenze inaccettabili, come le disparità di genere, che sono prodotte più dall’arretratezza che dalla religione. Dipenderà da noi accettare o rifiutare gli insegnamenti che ci vengono dalla nostra stessa storia, soprattutto nei paesi del Mediterraneo, dove nei secoli passati si sviluppò un melting pot di popoli che contribuì alla loro prosperità.

Le tendenze di oggi e di domani renderanno le nostre società sempre più multietiniche, multiculturali, multireligiose. Ma non basterà attribuire loro i valori che noi privilegiamo. Dobbiamo essere consapevoli che tutte possono tradursi in incubi se lasciamo che si sviluppino secondo proprie dinamiche naturali. Jacques Barzun, l’eminente studioso – naturalizzato americano – di storia moderna, ha scritto qualche anno fa che la decadenza dell’Europa è cominciata quando abbiamo lasciato spegnere quello straordinario motore che aveva forgiato la nostra identità partendo da tante società differenti. Io sono convinto che quel motore esista ancora e che la questione sia sapere come si fa a riavviarlo.1

 

[1] La versione in lingua inglese di questo articolo è stata pubblicata con il titolo How and why Europe must embrace ethnic diversity, in «Europe’s World», autunno 2007, www.europesworld.org

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