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I rischi dell'Italia nell'era dell'economia dell'uomo

Written by Matteo Colaninno Friday, 29 February 2008 14:45 Print

Il dibattito pubblico sul mercato del lavoro in Italia indulge troppo spesso in battaglie ideologiche, in enunciazioni slegate dai dati e dalla realtà dei fatti, in un chiacchiericcio poco utile allo sviluppo del paese. Sembra non tener conto, in particolare, della rivoluzione epocale nel rapporto tra i fattori produttivi indotta dall’economia della conoscenza e che sta cambiando radicalmente le caratteristiche dei sistemi capitalistici occidentali. Dallo sfruttamento meccanico e paritario di capitale e lavoro, tipico della fabbrica, stiamo infatti passando all’esaltazione del fattore uomo come elemento primo del successo di un’azienda e di un prodotto.

Dopo quattro secoli, economia e uomo – divisi dalla teoria marxista e dal fordismo – tendono a ricongiungersi, grazie al primato del capitale umano nei processi economici. Il XXI secolo, dunque, sarà il tempo della conciliazione tra economia e uomo: è una rivoluzione che sta nascendo dal rapido mutamento da una dimensione puramente quantitativa ad una qualitativa dell’economia e della produzione.

Nelle economie e nelle società avanzate, dunque, l’uomo è già e sarà sempre più la chiave dello sviluppo economico, dell’innovazione, della capacità competitiva, sia a livello della singola azienda che di sistemapaese. Possiamo affermare che, oggi, il capitalismo avanzato non si basa più esclusivamente sullo scambio di merci, ma anche sulla riproduzione di esperienze e di emozioni, sul valore economico dell’immateriale e della creatività. Vincono nel mondo le produzioni che puntano su fattori non riproducibili e non trasferibili, ai quali si riesce ad applicare capacità tecnologica: è il «modello Leonardo» – la simbiosi tra arte e tecnologia – che genera innovazione creativa. È questa, in fondo, la radice più profonda dell’evoluzione conosciuta dal made in Italy negli ultimi anni.

Inizialmente colto di sorpresa dalle rapide e violente conseguenze della globalizzazione dei mercati, delle produzioni e delle competenze, il sistema produttivo italiano ha reagito cambiando pelle: aumentando, cioè, la qualità e l’innovazione dei prodotti, sviluppando la capacità di proporre prodotti su misura rispetto alle esigenze del cliente, moltiplicando i brand capaci di affermarsi sui mercati del boom economico e contribuendo in modo decisivo alla ripresa economica del nostro paese, dopo anni di stagnazione. Nell’era dell’economia dell’uomo, la qualità del capitale umano rappresenta il vero discrimine tra sviluppo e recessione, innovazione e conservazione, futuro e passato. Ma è un terreno sul quale l’Italia rischia di trovarsi presto in una condizione di inferiorità rispetto alle altre potenze industriali.

Il nostro paese, infatti, continua ad impoverirsi di intelligenze e competenze. La quota percentuale di italiani in possesso di diplomi di istruzione di secondo grado, e ancor di più universitaria, è molto al di sotto della media OCSE. Solo il 48% dei connazionali inseriti nel mercato del lavoro ha il diploma di scuola media superiore, contro il 67% della media OCSE. E – dato ancora più preoccupante – il gap riguarda con la stessa intensità giovani e anziani: nella fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni, il 64% degli italiani ha ultimato la scuola media superiore, contro l’85% della Germania, e i laureati italiani sono solo il 15%, contro una media OCSE del 31%.

Siamo molto indietro anche rispetto alla formazione continua dei lavoratori. A differenza di quanto accade negli altri paesi avanzati, in Italia la responsabilità e il finanziamento della formazione continua sono affidati quasi interamente alle imprese. Il risultato è che può beneficiarne solo una minoranza di lavoratori, concentrati nelle grandi imprese. Secondo gli ultimi dati disponibili, meno del 20% delle imprese italiane attiva corsi di formazione dei propri dipendenti, contro una media europea che supera il triplo.

Decisiva è la dimensione media delle nostre aziende, che penalizza fortemente l’Italia: non a caso, il 73% delle nostre imprese con oltre duecentocinquanta dipendenti fa formazione continua, contro il 15,5% delle imprese fino a nove dipendenti. Così, nel complesso, soltanto il 32% dei lavoratori italiani può fruire di opportunità formative. Il deficit formativo – al pari di quello tecnologico – ha attivato nel nostro paese una spirale perversa: meno formazione comporta meno sviluppo tecnologico, entrambi comportano meno produttività del lavoro e meno competitività delle nostre aziende sui mercati internazionali.

Per ribaltare questa situazione, gli investimenti nel settore dell’education e del life-long learning devono diventare il tema strategico delle politiche economiche e sociali di un governo che abbia a cuore il futuro del paese, a prescindere dal suo colore politico. La riforma Biagi ha aperto la seconda era del lavoro flessibile in Italia, completando un percorso di innovazione avviato negli anni Novanta dal pacchetto Treu. Ha disegnato una serie di formule contrattuali più vicine alle esigenze delle imprese. È stato uno sforzo compiuto nella giusta direzione, perché favorisce l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro.

Oggi i primi positivi riscontri dell’applicazione della legge Biagi danno ragione a questo tipo di approccio. Affinché possa avere pieno successo sarà decisiva, tuttavia, la rapida realizzazione della «seconda gamba» della riforma: la costruzione di ammortizzatori sociali attivi, che puntino sulla formazione per facilitare l’inserimento e il reinserimento nel mondo del lavoro. Solo per questa via eviteremo che flessibilità e precarietà diventino sinonimi e che intere generazioni – non solo i più giovani – si sentano escluse dal circuito dello sviluppo e del benessere.

Ma dobbiamo avere il coraggio di spostare ancora più in alto la barra del riformismo: la legge Biagi deve diventare il primo passo verso una trasformazione dello Statuto dei lavoratori in Statuto dei lavori, per dare all’Italia una regolazione del mercato del lavoro che – a più di trent’anni dal varo dello Statuto – risponda alle nuove esigenze dell’era postfordista.

Dobbiamo redistribuire diritti e garanzie tra tutti i lavoratori, così da cancellare l’ingiustizia data dall’esistenza di due mercati del lavoro, in cui tanto più forti sono le tutele per i lavoratori dipendenti, quanto più deboli quelle previste per i collaboratori. Proprio la flexicurity – un mix equilibrato di flessibilità del lavoro e sicurezza sociale – rappresenta il tema centrale del Libro verde sul lavoro varato dalla Commissione europea lo scorso novembre, che indica la strada più efficace per conciliare competitività del mercato del lavoro, coesione sociale e produzione di chances professionali per i giovani.

Tuttavia, combattere l’insicurezza e la precarietà e moltiplicare le opportunità individuali sarà possibile in Italia solo a patto che imprese e sindacati siano capaci di promuovere insieme una «rivoluzione culturale », su cui si richiedono ai sindacati decisi passi avanti rispetto al passato. Una rivoluzione che parta da un presupposto di base: è finita l’era dell’egualitarismo, è iniziata l’era del merito. Di fronte a differenze di produttività che vanno anche da uno a cento, come quelle che caratterizzano oggi l’economia della conoscenza, l’uguaglianza non può più rappresentare l’unico criterio-guida di gestione delle relazioni sindacali. È fondamentale che sia garantita – in una società caratterizzata da profonde disparità – l’uguaglianza di opportunità, a prescindere dal censo. Nell’era della conoscenza non possiamo più accettare, però, che l’eguaglianza degeneri in egualitarismo, mortificando il merito, le competenze, i talenti individuali.

I Giovani imprenditori credono, quindi, che imprese e sindacati debbano porsi due grandi obiettivi. Innanzitutto, dar vita ad un «patto del mercato globale » tra le parti sociali, fondato in primo luogo sul rilancio della produttività, fattore decisivo per competere e garantire una crescita stabile alla nostra economia. Nel nostro paese, infatti, la produttività è cresciuta solo dell’1% tra il 1993 e il 2003, mentre il dato negativo del 2004 e del 2005 ci ha fatto collocare all’ultimo posto in Europa. In questo modo stiamo perdendo una grande occasione per rafforzare la crescita economica del nostro paese, un’occasione per sfruttare al meglio i venti favorevoli della congiuntura internazionale in un mondo che – nel suo complesso – continua a crescere ad una velocità finora sconosciuta.

Ma imprese e sindacati sono chiamati ad un forte impegno anche in direzione di un altro obiettivo: razionalizzare la profonda asimmetria tra i due diversi mercati del lavoro – quello dei posti permanenti e quello degli impieghi temporanei – e tra le due diverse generazioni di lavoratori, quella del lavoro stabile e quella della mobilità delle occupazioni. Nessuno può pensare che le imprese rinuncino alla dose di flessibilità che è stata introdotta dalle riforme del lavoro, in un mercato globale che si fonda sulla rapidità di reazione delle aziende alle repentine variazioni della domanda e degli scenari economici.

I Giovani imprenditori, sono tuttavia convinti che il precariato sia un nemico comune di imprese e sindacati. Se una società è o si percepisce come precaria, se lo sono la maggior parte dei lavoratori, anche le imprese rischieranno di diventare, in qualche modo, precarie. La globalizzazione, infatti, ha ridotto il senso di estraneità tra lavoratori e datori di lavoro, costringendoli a collaborare in nome della competizione, a condividere l’obiettivo della loro azione quotidiana, a remare tutti nella stessa direzione. Nel mondo globale il profitto è diventato, semplicemente, l’altra faccia della retribuzione.

La fine della contrapposizione tra capitale e lavoro, dunque, può aprire una nuova stagione nei rapporti tra imprenditori e lavoratori. I Giovani imprenditori lo hanno affermato nel 2002, tra i primi nel mondo industriale.

Ma se n’era accorto ancor prima Marco Biagi: l’ultima parte del suo Libro bianco – rimasta in ombra nelle polemiche successive, ma decisamente la più interessante – era dedicata alla prospettiva di una «democrazia economica»: un sistema economico e sociale capace di dispiegare i benefici effetti del mercato e della cultura d’impresa nei confronti della platea più ampia possibile di lavoratori, risparmiatori e consumatori. È questo lo sbocco necessario di una società sempre più libera, dinamica e flessibile, che richiede un’economia sempre più partecipata. L’economia della partecipazione presuppone e determina, al tempo stesso, la nascita di un nuovo modello di impresa, fondato sul valore del capitale umano, e di un nuovo modello di sindacato, non più antagonista ma soggetto attivo dello sviluppo dell’impresa e della diffusione del benessere.

Il tradizionale antagonismo datore di lavoro-lavoratore è, insomma, un feticcio di cui liberarsi. Da una parte, gli imprenditori chiedono oggi ai dipendenti – in tutti i settori e a tutti i livelli – di vivere il lavoro non semplicemente come l’offerta della propria forza intellettuale o manuale, ma come condivisione di una mission aziendale; dall’altra, i lavoratori pretendono sempre più trasparenza nella gestione delle imprese: vogliono, sempre di più, capire quale rotta stia seguendo il timoniere della barca su cui si trovano.

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