acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

L'economia cinese oltre il PIL: l'inarrestabile crescita del Dragone e il suo tallone d'Achille

Written by A. Spalletta, A. Talia e G. Ziggiotti Thursday, 10 December 2009 18:41 Print

Nonostante la crisi mondiale, la Cina sembra punta­re al traguardo della crescita del PIL all’8% per il 2009. Questo sta accadendo grazie all’imponente pacchetto di stimoli all’economia varato dal gover­no e finalizzato, tra l’altro, alla costruzione di un si­stema di welfare sociale che dovrebbe contribuire ad alleggerire le preoccupazioni della popolazione e a dirottare risorse sui consumi, instaurando così un circolo virtuoso che, a sua volta, favorirebbe la ripresa e la diversificazione della produzione indu­striale destinata al mercato interno.

2009. Snapshot: il PIL della Cina cresce dell’8,9%1

Bao ba, «difendiamo l’8», inteso come un 8% di crescita del PIL nazionale, anche mentre in tutto il mondo i venti della crisi continuano a soffiare potenti: l’incitamento lanciato dal premier Wen Jiabao all’inizio dell’anno fissava l’obiettivo per il 2009. Missione compiuta? Secondo i dati pubblicati alla fine di ottobre dall’onnipresente Ufficio nazionale di statistica di Pechino, il risultato del terzo trimestre si attesta a un +8,9% (un netto miglioramento rispetto al “disastroso” +6,1% del periodo gennaio- marzo e al +7,9% di aprile-giugno) e i primi nove mesi dell’anno realizzano complessivamente un +7,7%. Il Dragone, sull’onda dell’imponente pacchetto di stimoli all’economia da 4000 miliardi di yuan (circa 400 miliardi di euro) varato dal governo nel novembre 2008, sembra quindi puntare spedito verso il traguardo che politici e analisti ritengono la soglia minima necessaria per evitare alti tassi di disoccupazione e garantire così la stabilità sociale nel paese. «Se il governo ha deciso che per quest’anno l’obiettivo da raggiungere è una crescita dell’8%, allora ce la faremo di sicuro!» ha esclamato con un sorriso sornione un altissimo funzionario dilungo corso come Cheng Siwei, ex vice presidente del Congresso nazionale del popolo e attualmente Dean della Graduate University of Chinese Academy of Sciences, ai margini di un forum di economisti organizzato a Liyang dalle autorità della provincia del Jiangsu in collaborazione con The European House-Ambrosetti. In effetti, la pubblicazione dei dati ufficiali è stata accompagnata da diverse perplessità. Sotto la lente d’ingrandimento ci sono ancora una volta le autonomie locali: delle 31 tra province, regioni autonome e municipalità che compongono la galassia amministrativa cinese, sono ben 18 quelle che nel terzo trimestre mostrano risultati superiori al +10%; una crescita sospetta, alla quale non si assisteva da quel 2004 in cui le statistiche locali superarono quelle nazionali di un eloquente 19,4%, spingendo il governo centrale ad avviare una serie di ispezioni a tappeto. Ma, statistiche locali o meno, Pechino siede su un’immensa riserva di valuta estera quantificabile in più di 2273 miliardi di dollari, che ha permesso di attaccare la crisi con il pacchetto di stimoli economici più aggressivo del mondo.

Sollevare la domanda interna spingendo i cinesi a risparmiare di meno per sganciarsi dalla dipendenza dalle esportazioni; preservare il sistema bancario e lottare contro un incremento dei non performing loans; impiegare al meglio gli stimoli all’economia per aggiornare il proprio modello di sviluppo: sono queste le sfide che la Cina deve affrontare adesso.

 

Come la Cina si affaccia alla crisi mondiale

Un passo indietro: il percorso di riforma di Wen Jiabao In una recente pubblicazione che analizza il ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico cinese, Giuseppe Gabusi sostiene che «l’esperimento cinese ebbe successo perché l’introduzione di alcuni elementi del capitalismo, propriamente definito, fu resa compatibile con la struttura istituzionale e con le condizioni esistenti della political economy interna».2 Dal lancio della politica di riforma e apertura, insomma, si è realizzato un alto livello di interazione tra Stato, mercato e Partito comunista cinese che ha permesso la transizione del modello economico nazionale verso il cosiddetto “socialismo di mercato”, traghettando il “paese di mezzo” verso un vero “miracolo economico” nell’arco di tre soli decenni. 3 All’alba della crisi, una Cina in trepidante attesa dei Giochi olimpici vantava un PIL a due cifre e una bilancia commerciale positiva; una situazione apparentemente tranquilla che in verità covava già le tensioni generate dalla crescita interna a diverse velocità, dal crescente tasso di disoccupazione4 e dall’aggravarsi delle condizioni ambientali. Si è sviluppato così un dibattito sulla direzione che la leadership avrebbe dovuto imprimere al corso economico per non perdere il consenso sociale. Da una parte, si sosteneva il modello di crescita consolidatosi dagli anni Novanta – trainato dai flussi degli investimenti diretti esteri (IDE) e dalle esportazioni, e incentrato su produzioni a basso valore aggiunto e a basso costo unitario – e, dall’altra, si premeva per imboccare una nuova strategia, di cui il rilancio dei consumi interni e l’acquisizione di know-how finalizzato all’innalzamento tecnologico dell’apparato industriale costituivano i pilastri. I vantaggi della prima opzione prevedevano un’accelerazione dei tempi di catching up, un aumento dell’outflow e dell’inflow di IDE e la tenuta dei livelli occupazionali; gli svantaggi includevano invece la dipendenza dall’estero, le speculazioni nel settore edilizio, le sanzioni commerciali, l’aumento (insostenibile) del tasso di cambio e il basso indice di qualità dei prodotti. A favore della seconda opzione vi erano un rallentamento della crescita, il miglioramento delle condizioni di vita, meno dipendenza dal mercato estero, diminuzione dell’inquinamento ambientale e un aumento del gettito fiscale; mentre contrazione del settore privato, contrazione dei livelli occupazionali, perdita di competitività sul fattore prezzo, diminuzione dell’outflowdegli IDE e ingresso degli stranieri nel safety net costituivano i punti negativi. L’Amministrazione Hu-Wen si schierò a favore del secondo scenario, attraverso l’avvio di diverse misure per puntare allo shift: le normative sul diritto di uso della terra che sottraggono ai governi locali la facoltà di requisire terreni destinati a usi agricoli per l’edilizia residenziale o produttiva; la riforma del contratto di lavoro, che introduce molte garanzie per i lavoratori (entrata in vigore nel gennaio 2008); l’aumento dei tassi di interesse per frenare gli investimenti (sospeso dopo la crisi di ottobre); l’aumento del numero dei prodotti di cui è scoraggiata l’esportazione; la ricentralizzazione di alcuni poteri concessi alle imprese; l’aumento delle aliquote fiscali sui redditi d’impresa; gli incentivi all’utilizzo di tecnologie endogene (a scapito di quelle acquistate all’estero); le norme per il controllo del settore immobiliare; la legge antimonopolio (tentativo di evitare operazioni di M&A – Merger and Acquisition, fusione e acquisizione – da parte degli stranieri); la decisione della China Banking Regulatory Commission di estendere a cinque anni (non più a tre) l’immobilizzo delle quote azionarie degli investitori stranieri. Fiore all’occhiello della politica Hu-Wen è la creazione di “campioni nazionali”: le aziende statali che il SASAC – sorta di “IRI alla cinese” incaricata di sovrintendere alle operazioni delle SOEs (State Owned Enterprises) – guida verso il miglioramento della corporate governance, rafforzando il management e introducendo meccanismi di fusione e acquisizione tra imprese statali e estere. Le aziende del SASAC (Stateowned Assets Supervision and Administration Commission)5 sono gli attori della politica del go global: solo attraverso l’investimento all’estero e l’acquisizione di know-how si può sfuggire alla “trappola del terzismo”. Allo scoppio della crisi finanziaria nell’autunno scorso tutti questi indirizzi hanno subito una battuta d’arresto. Dall’analisi degli scenari economici che si sono prodotti a seguito della crisi, si rilevano soprattutto l’interdipendenza delle economie e dei mercati, la smentita della teoria del decoupling (che sosteneva un livello di rafforzamento dell’economia europea e di quella asiatica tale da renderle indipendenti da un’ipotetica recessione statunitense) e il dilatamento dei tempi necessari ai paesi in via di sviluppo (PVS) per colmare le distanze con le economie dei paesi sviluppati, realizzando così il cosiddetto catching up.

 

All’attacco della crisi: lo stimulus package di Pechino6

Allo scoppio della crisi il dibattito interno sul modello da seguire si è arrestato, i due fronti si sono ricompattati per reagire a quello che è percepito come un pericolo esterno, e il governo di Pechino ha stanziato tempestivamente ben4000 miliardi di yuan (386 miliardi di dollari) finalizzati a diverse tipologie di interventi: un immenso programma di lavori pubblici per migliorare le infrastrutture; la costruzione di un sistema di welfare che diffonda le strutture sanitarie nelle campagne e le migliori nelle città, creando anche un sistema pensionistico capace di liberare i consumi della generazione di “figli unici” e ridurre il tasso di risparmio (attualmente pari al 45%); una politica monetaria basata su sgravi fiscali e tagli sui tassi d’interesse che sostenga e incentivi le iniziative economiche private, trasformando la produzione cinese da un modello a basso valore aggiunto-basso costo unitario-spiccata centralità degli IDE e delle esportazioni, a uno caratterizzato dal binomio di industrie ad alta tecnologia e dei servizi. Una situazione che presenta anche numerosi punti d’ombra, come la mancanza di trasparenza nei processi di allocazione dei fondi, la competizione tra diverse province nell’accaparrarsi il maggior numero di progetti indipendentemente dalla loro efficacia e la concentrazione degli appalti nelle mani delle imprese statali a scapito delle aziende private. Accantonata l’idea dello shift, l’imperativo categorico è divenuto quello di salvaguardare l’economia interna, garantendo una crescita del PIL pari all’ 8%. Insomma: al momento sembra che il percorso di riforma sul quale Wen Jiabao aveva puntato debba attendere tempi migliori, a meno che, secondo una logica diametralmente opposta e assai rischiosa, proprio la crisi economica non sia utilizzata come incentivo ad accelerare il percorso riformista. Di quest’idea si è fatto portavoce l’economista Wang Huiyao, che, già nel mese di maggio, affermava: «La Cina non può aspettare la ripresa dell’Europa e degli Stati Uniti perché arriverà troppo tardi. I cinesi che sopravviveranno alla crisi capiranno che l’epoca in cui l’Europa e gli Stati Uniti erano grandi compratori è finita. La Cina deve stimolare il consumo interno, ristrutturare l’economia e modificare la strategia di crescita». Per stimolare il consumo interno Wen Jiabao dovrebbe portare a termine la riforma sanitaria (la garanzia di un sistema di welfare sociale alleggerirebbe le preoccupazioni della popolazione e fungerebbe da volano per l’aumento dei consumi, instaurando un circolo virtuoso che, a sua volta, favorirebbe la ripresa e la diversificazione della produzione industriale destinata al mercato interno); incentivare l’imprenditoria privata facilitando l’accesso al credito e diminuendo il costo del denaro; promuovere gli investimenti in R&D (Research and Development) per far decollare un nuovo pattern economico. Così facendo si realizzerebbero le aspettative di quella porzione di analisti quali Liu Linqing, Li Wenxiu, ZhangYating7 che, seppur rilevando un aumento della competitività del made in China (sia sui prodotti a bassa tecnologia sia su quelli ad alta tecnologia) 8 derivante dal contributo degli IDE, ancora ne percepiscono la spiccata vulnerabilità sui mercati internazionali e che quindi favorirebbero un progressivo innalzamento del valore aggiunto della produzione cinese. Non solo quantità, quindi, ma anche qualità per puntare a essere bigger and stronger nel mercato globale. In quest’ottica, gli impegni e le preoccupazioni di Wen Jiabao si duplicherebbero. L’attenzione dovrebbe essere riposta su due fattori, per così dire “da proteggere”: il tasso di crescita del PIL all’8% e la svolta nella strategia di sviluppo. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica, il primo obiettivo sarebbe già stato raggiunto. Ora si tratta di mantenere stabile questo risultato concentrandosi sull’upgrading tecnologico. Il Dragone si tramuterà in rana e con un guizzo improvviso realizzerà un lap frog passando da “original equipment manufacturer”, che assembla parti di tecnologie altrui, a “original brand manufacturer”? Staremo a vedere... Intanto, ecco un approfondimento di alcuni dei punti dell’agenda cinese.

 

Il welfare, gli investimenti all’estero e il peso dello yuan

«Adesso è necessario che il popolo americano impari a risparmiare e il popolo cinese impari a spendere»: la battuta del governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan riassume il tentativo che laleadership di Pechino sta conducendo per sollevare la domanda interna e liberare la sua economia da una forte dipendenza dalle esportazioni, con la diretta conseguenza di interrompere il finanziamento del debito pubblico americano. Sul fronte interno, la sanità rappresenta un caso emblematico tanto per illustrare la mancanza di un vero welfare quanto per analizzare le mosse del governo: in Cina i pazienti devono pagare circa il 50% del costo delle cure mediche, mentre solo il 33% proviene da una qualche forma di assicurazione e il 18% viene versato dallo Stato. Il risultato è che il cittadino cinese spende ancora meno per “fare fronte ai giorni di pioggia”. Con la riforma annunciata all’inizio dell’anno la situazione dovrebbe cambiare radicalmente; Pechino stanzierà nei prossimi tre anni 850 miliardi di yuan (circa 85 miliardi di euro) per migliorare gli ospedali pubblici e creare un vero Sistema sanitario nazionale: «Il nostro obiettivo è di allargare la copertura sanitaria al 90% dei cinesi entro il 2011, e in futuro rendere i servizi sanitari di base accessibili a un miliardo e 300 milioni di persone, l’intera popolazione » si legge nel comunicato ufficiale diffuso dal Consiglio di Stato all’indomani della riforma. Sul fronte esterno, poi, si registra un aumento degli investimenti all’estero e la questione relativa all’apprezzamento dello yuan. La valuta cinese, non convertibile e ancorata a un paniere di divise internazionali, è ritenuta sottostimata tanto dagli USA quanto dalla UE, e dal febbraio scorso ha subito un deprezzamento del 6,9% sul dollaro. Nonostante i ripetuti richiami degli altri due giganti, difficilmente il Dragone apprezzerà la sua moneta nel breve periodo. Contemporaneamente, la Cina ha ripreso a “fare shopping” all’estero, tanto che gli investimenti nei paesi stranieri (con un occhio particolare anche all’Africa) nel terzo trimestre 2009 risultano quasi triplicati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, per un totale di 20,47 miliardi di dollari (+190,4%), sulla spinta di una precisa strategia del governo centrale.

 

Pacchetto di stimoli all’economia e modelli di sviluppo: i rischi

Quali sono i rischi che si corrono mettendo sul piatto un pacchetto di stimoli all’economia così imponente e strutturato nella maniera concepita dal governo? Le banche cinesi, su impulso della leadership di Pechino, hanno immesso sul mercato un’enorme quantità di credito (7400 miliardi di yuan; circa 1000 miliardi di dollari solo nei primi sei mesi del 2009); corrono un pericolo di default? In questo paragrafo conclusivo verranno raffrontate le opinioni divergenti di due esperti che dialogano idealmente attraverso una piattaforma virtuale, attraverso una doppia intervista a Stefano Chiarlone9 e Joe Horn10 (fondatore della compagnia di consulting strategy 613; che collabora conMinsheng Bank) su questioni come l’allarmante aumento dei non performing loans, la bolla speculativa nel mercato immobiliare, il mercato azionario cinese.

Stefano Chiarlone sostiene che la situazione del mercato immobiliare in Cina è una delle caratteristiche più preoccupanti nella ripresa del paese, sia per lo stato dell’economia reale sia per quello dell’economia finanziaria. È noto che le bolle immobiliari sono generalmente le più dolorose nei sistemi finanziari e per le loro ripercussioni sull’economia reale. La Cina è vulnerabile a una bolla speculativa nel settore immobiliare, soprattutto nelle città costiere dove – alla luce del rallentamento delle attività delle imprese importatrici – la bolla immobiliare potrebbe interessare anche i capannoni industriali che cominciano a essere vuoti. Grazie all’intervento tempestivo del governo e agli stimoli fiscali, la Cina è riuscita a mettersi al riparo dalla crisi finanziaria e da un rallentamento troppo marcato, sebbene abbia subito una significativa riduzione del traino delle esportazioni. Nel 2009 dovrebbe ottenere una crescita superiore all’8%, tuttavia i fattori di debolezza che esistevano e di cui si discuteva nel 2007 e all’inizio del 2008, prima della crisi internazionale, rimangono in piedi. Nonostante l’intervento del governo, infatti, non è ancora avvenuto il passaggio da una economia trainata dagli investimenti a una, invece, guidata dai consumi interni, il che rende ancora attuale il rischio che l’economia riprenda a crescere a un ritmo elevato ma con driver non sostenibili. Quello che si evince dal modo in cui la Cina ha gestito la crisi è che il governo ha le risorse finanziarie per poter rispondere a pericoli immediati. Quello che occorre capire in futuro è se le risposte che la Cina ha dato finora sono finalizzate e capaci di innescare una strategia di cambiamento strutturale del paese. Il discorso quindi è ampio: contrastare il rallentamento va coniugato con la necessità di liberare la capacità di acquisto delle classi medie cinesi affinché diventino parte attiva del mercato, anche immobiliare.

Joe Horn, al contrario, si dissocia dagli allarmismi sulla bolla immobiliare, e preferisce concentrarsi sull’identificazione dei driver messi in campo per stimolare l’economia. La cifra di denaro immessa dalle banche è di gran lunga superiore a quanto fosse necessario: alla fine dell’anno arriverà facilmente a 10.000 miliardi di yuan, e bisogna chiedersi quanto debito è necessario per creare un’unità di PIL. Horn è sicuro che il debito impiegato per creare una singola unità di PIL è molto alto e questo fattore costituisce indubbiamente un pericolo. Si sta “pompando” talmente tanto denaro nel sistema che una bolla ci sarà per forza. Un’impennata dei prezzi nel settore immobiliare non è mai semplice da gestire, e lo è ancora di più in una situazione di crisi, ma quello che a Horn preme capire è se questo denaro – il più ingente pacchetto di stimolo al mondo per PIL – venga usato con criteri congrui e trasparenti: un giorno dovrà essere ripagato, e questo costituirà un immediato pericolo proprio nella misura in cui, elargendo tali somme, il governo ha risollevato l’economia del paese. Passando a un altro tema caldo, vale a dire il rischio dell’incremento dei non performing loans, i due analisti mostrano ancora una volta opinioni discordanti. Chiarlone afferma che i primi dati relativi alla gestione dei crediti durante la crisi, per ora, sembrano confermare una elevata capacità di generazione di profitti che permettono di assorbire perdite su crediti rimanendo profittevoli. Per capire se hanno operato con adegua-ta prudenza e attenzione al rischio nell’erogazione creditizia, occorrerebbe testare il sistema in una crisi più accentuata, che ovviamente si spera non avvenga. Tuttavia, finché il PIL continua a crescere con un tasso dell’ 8%, è difficile che le imprese falliscano e che quindi i prestiti diventino non esigibili in misura tale da vederne il peso sul bilancio delle banche. Horn invece sembra ribattere che molte banche prestano ancora sulla base di metodi e valutazioni collaterali, ma in una situazione del genere un aumento dei non performing loans e dei non performing loans “previsti” è quasi endemica. In Cina c’è una linea di comando molto chiara nella maggior parte delle banche, tramite la quale il governo può influenzare gli istituti di credito spingendoli a prestare, non prestare o prestare solamente a determinati settori. Inoltre, le banche cinesi sono decisamente migliorate; hanno investito parecchio in tecnologia, in risk management e nella ristrutturazione da product oriented a client oriented. Quello che preoccupa Horn è un altro scenario: si assiste alla ripresa ascrivibile al pacchetto di stimoli, tutti sono ottimisti, i prezzi salgono; dopodiché l’economia subisce un nuovo rallentamento ma i prezzi si mantengono alti e si assiste quindi a un incremento dei tassi d’interesse, senza che parallelamente si sia usciti dalla crisi. Cosa fare? Nell’operazione di salvataggio dell’economia ci si dovrebbe rendere immuni dalla malattia successiva, ossia dalla prossima iniezione di denaro. Se si sospende l’assunzione degli antibiotici prima della fine della cura, il virus può tornare a intaccare l’organismo, e non solo: l’organismo avrà a quel punto sviluppato un’immunità agli antibiotici stessi. L’esperto di Unicredit si affretta a precisare che la Cina si gioca la partita, in grossa parte, su una riforma complessiva del sistema di welfare, necessaria per liberare i risparmi cinesi e rimetterli in circolo, nei termini di maggiori consumi. Infatti, una quota significativa del risparmio delle famiglie è motivato da una forma di assicurazione implicita, per l’assenza di un sistema sanitario efficiente, per il costo elevato dell’istruzione, per l’assenza di incentivi alla disoccupazione e così via. La riforma, peraltro, è necessaria anche per favorire la modernizzazione delle banche: una diminuzione del risparmio eccessivo ridurrebbe l’abbondanza di depositi di cui esse beneficiano e le stimolerebbe a una gestione più efficiente e prudenziale del credito. La Cina è “drogata” dalla sottovalutazione dello yuan. «Shall China let it go?», si è chiesto di recente l’“Economist”. A Chiarlone è stato domandato quale strategia monetaria suggerirebbe al premier cinese per fronteggiare le pressioni del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale che vorrebbero imporre al Dragone un immediato apprezzamento del renminbi. Il problema di fondo è traghettare la Cina da un sistema basato prevalentemente sull’export a uno basato sui consumi interni. Il passaggio si configura come lo strumento ideale per liberalizzare progressivamente il renminbi. Una crescita meno dipendente dall’export – per mezzo di maggiori importazioni, innescate da consumi domestici in crescita – consente di diminuire le eccedenze valutarie derivanti dall’interscambio e ridurre la necessità di ste-rilizzarne gli effetti, rendendo più indipendente la politica monetaria. Una riduzione dell’avanzo di parte corrente cinese riduce la capacità di finanziare il disavanzo statunitense per mezzo dell’acquisto di obbligazioni in dollari, contribuendo alla riduzione degli squilibri globali. A sua volta, la minore dipendenza della crescita economica dalle esportazioni può rendere più agevole un progressivo apprezzamento dello yuan, propedeutico al processo di liberalizzazione della valuta stessa. Tutto questo meccanismo virtuoso, in conclusione, può essere innescato – insieme ad altre misure – dalla riforma del welfare che, riducendo l’eccesso di risparmio, libera risorse per aumentare i consumi domestici.


[1] Per la stesura di questo saggio, gli autori si sono avvalsi principalmente di fonti primarie prodotte da AgiChina24, portale dedicato all’impresa italiana in Cina realizzato da AGI (Agenzia Italia – Gruppo Eni) in collaborazione con “Il Sole 24 Ore”; cfr. www.agichina24.it.

[2] G. Gabusi, L’importazione del capitalismo. Il ruolo delle istituzioni nello sviluppo economico cinese, Vita e Pensiero, Milano 2009, p. XVI.

[3] Il miracolo economico cinese degli ultimi tre decenni è attualmente uno tra i temi più studiati nei circuiti accademici e negli ambienti finanziari di tutto il mondo, tant’è che gli strabilianti risultati conseguiti dalla Cina grazie alla formula del “socialismo di mercato” hanno minato la bontà del modello di sviluppo noto come “post- Washington consensus”.

[4] Alla disoccupazione si aggiunge il problema della ricerca di impiego per i giovani laureati. Secondo un’indagine a cura dell’Accademia cinese di Scienze sociali, alla fine del 2008 il tasso di disoccupazione tra i neolaureati superava il 12%, per un totale di 1,5 milioni di disoccupati. Sulla base dei dati rilasciati dal ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale, quest’anno saranno 6,1 milioni i diplomati che si riverseranno nel mercato del lavoro. Fonte: “China Daily”.

[5] È recente la notizia che le imprese del SASAC verranno ridotte da 135 a 132. La mossa si inquadra in un progressivo tentativo di semplificare e ridurre la galassia delle aziende di Stato cinesi: la SASAC, che alla sua fondazione nel 2003 controllava 196 compagnie, punta a ridurne il numero tra le 80 e le 100 entro la fine del 2010, attraverso una politica di fusioni e ristrutturazioni. Il 2009 finora non si è rivelato un anno proficuo per il capitalismo di Stato cinese: nei primi otto mesi le SOEs controllate dal governo centrale hanno registrato un calo dei profitti del 19,6% rispetto allo stesso periodo del 2008.

[6] Si ringrazia la prof.ssa Marisa Siddivò per il prezioso contributo.

[7] Liu Linqing, Li Wenxiu, Zhang Yating, Vantaggio comparato, FDI e la competitività internazionale delle imprese nazionali. La vulnerabilità internazionale del “Made in China”, in “China Industrial Economics”, 8/2009, pp. 47-57.

[8] Apprezzabile è il dato secondo cui dal 2004 al 2007 il RCA (Revealed Comparative Advantage Index) dei prodotti ad alta tecnologia ha registrato una continua crescita (da 1,45 nel 2003 a 1,67 nel 2007), restringendo sempre più la forbice nei confronti del RCA dei prodotti a bassa tecnologia (che nel contempo evidenzia una flessione: dal record di 3,12 nel 1994, al 2,40 del 2003, al 2,22 del 2007). Liu Linqing, Li Wenxiu, Zhang Yating, Vantaggio comparato, FDI e la competitività internazionale delle imprese nazionali. La vulnerabilità internazionale del “Made in China”, op. cit., pp. 51-52.

[9] Stefano Chiarlone, L’economia della Cina, Carocci, Roma 2007; cfr. A. Spalletta, Intervista a Stefano Chiarlone, AgiChina24, 3 novembre 2009, disponibile su www.agichina24.it/l-intervista/notizie/unicredigroup.

[10] A. Talia, Intervista a Joe Horn, realizzata nell’ambito del focus “Lo spettro del Giappone”, AgiChina24, 14 ottobre 2009, disponibile su www.agichina24.it/focus/notizie/crisi-in-cina-lo-spettro-del-giappone.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…