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Le prospettive per Copenaghen

Written by Riccardo Valentini Thursday, 10 December 2009 18:33 Print

I negoziati sul clima vivono un momento di stallo, che il prossimo summit di Copenaghen dovrà cercare di smuove­re, pena una pericolosa recrudescenza dello scenario del ri­scaldamento planetario. Tra le vie percorribili per il raggiun­gimento di un accordo globale, particolare rilevanza è rive­stita dai meccanismi di flessibilità (la possibilità per i paesi industrializzati di ottenere permessi di emissione su un mer­cato più ampio) e dal trasferimento tecnologico di meto­dologie estrattive alternative dai paesi ricchi ai paesi in via di sviluppo.

“Per ballare il tango bisogna essere in due”. Sembra il titolo di un film, invece descrive in modo efficace la situazione che si è creata in questi giorni in seguito a una serie di colpi di scena e dichiarazioni che si sono susseguiti al vertice APEC di Singapore e soprattutto a margine dell’incontro bilaterale del presidente americano Barack Obama con quello cinese Hu Jintao. Non vi è dubbio che oggi il tango sia ballato da queste due grandi potenze e se queste non trovano un accordo l’intero pianeta è sotto scacco. Da questa parodia l’Europa esce molto ridimensionata, nonostante l’impegno straordinario profuso nella ratifica del Protocollo di Kyoto e nello spingere, in vista del summit di Copenaghen, per un accordo più forte e vincolante sulla riduzione delle emissioni. Lo stallo nei negoziati sul clima è infatti oggi bloccato dalla netta contrapposizione fra i paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati sul modo di contrastare il riscaldamento globale del pianeta. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Copenaghen, che vedrà riuniti nella capitale danese i 192 paesi firmatari dell’accordo quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dovrà definire gli impegni per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dei gas a effetto serra dopo il 2012. Questa scadenza è già prevista dal Protocollo di Kyoto che, ratificato il 16 febbraio 2005, impone ai paesi industrializzati (con l’esclusione degli Stati Uniti, che si sono ritirati dal trattato nel 2001) una riduzione delle emissioni digas a effetto serra pari al 5% rispetto alle emissioni del 1990. Nel frattempo, la comunità scientifica internazionale, rappresentata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ha mostrato che i target di riduzione del Protocollo di Kyoto sono largamente insufficienti per contrastare il riscaldamento globale. Per mantenere, infatti, l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto dei 2 °C, limite considerato accettabile in termini di impatto sullo scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, sopravvivenza degli ecosistemi ed effetti sull’economia e gli stili di vita della popolazione umana, sono necessari tagli alle emissioni di oltre il 50%. La posta in gioco a Copenaghen è quindi molto alta, poiché le decisioni che dovranno essere prese nella capitale danese avranno effetti significativi sulle politiche per il contenimento del riscaldamento globale da qui al 2050 e, a oggi, non sono più procrastinabili. In un articolo pubblicato ad aprile sulla rivista “Nature”, Malte Meinshausen e altri colleghi del Potsdam Institute for Climate Impacts Research hanno fornito una stima, in termini di analisi probabilistica, del quantitativo massimo di emissioni cumulative di gas serra, nell’arco del periodo 2000-50, che ci permetterebbe di mantenere il riscaldamento globale entro i 2 °C. Tale limite è fissato in 1000 miliardi di tonnellate di CO2 per avere solo il 25% di probabilità di eccedere la soglia di riscaldamento climatico di 2 °C. Basti pensare che per il solo periodo 2000-06 le emissioni globali di CO2 sono state pari a 234 miliardi di tonnellate di CO2, che equivale a dire che abbiamo già “consumato” il doppio di quanto ci sarebbe permesso (40 miliardi di tonnellate/anno contro i 20 miliardi di tonnellate/anno permessi).

Tuttavia, nonostante le evidenze scientifiche, le recenti dichiarazioni del G8 svoltosi a L’Aquila e quelle dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che hanno mostrato − grazie anche alla leadership di Barack Obama − un rinnovato impegno e soprattutto il riconoscimento del problema del cambiamento climatico su scala globale, le differenze di vedute tra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo su come affrontare la riduzione delle emissioni di gas serra sono ancora enormi. Lo scorso novembre i due presidenti di Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo di massima su possibili impegni «non vincolanti» di riduzione delle emissioni da parte dei loro paesi. Sembrerebbe una valida soluzione al problema, ma proprio il fatto che gli impegni non siano vincolanti assesta un duro colpo all’Europa che, di fatto, con le decisioni già assunte – con il Pacchetto 20-20-20, ad esempio – aveva intrapreso in modo unilaterale la strada della riduzione delle emissioni. Si tratta di un indubbio escamotage diplomatico per cercare di salvare all’ultimo momento un fallimento dalle proporzioni drammatiche sia per quanto riguarda il ruolo di governance globale delle Nazioni Unite sia le aspettative della società civile, ormai stanca dei ritardi decisionali dei governi. In sostanza, il tema fondamentale rimane ancora insoluto, ovvero come distribuire in modo equo e proporzionale alle responsabilità dei governi le emissioni di gas serra. I paesi in via di sviluppo non vogliono sentir parlare di target di riduzione delle emissioni poiché ritengono di non essere responsabili del passato accumulo di anidride carbonica e di altri gas serra nell’atmosfera; essi non ritengono dunque di doversi assumere impegni futuri, che necessariamente avranno carattere regolativo e produrranno conseguenze tangibili sull’economia nazionale. Dall’altro lato i paesi industrializzati ritengono che molti dei paesi in via di sviluppo che non avevano, ai tempi del Protocollo di Kyoto, impegni di riduzione, oggi, in virtù del loro notevole sviluppo economico, rappresentano una componente importante nel novero dei paesi responsabili del bilancio planetario dei gas serra. In effetti, la distinzione del Protocollo di Kyoto tra paesi industrializzati con obblighi di riduzione (ad esempio Stati Uniti, Unione europea, Canada, Giappone, Australia) e paesi in via di sviluppo senza obiettivi di riduzione (Cina, India, Corea del Sud, Messico, Iran, Arabia Saudita, Brasile) è oggi del tutto obsoleta e fuorviante. La Cina è attualmente il primo paese al mondo per emissioni di gas serra (circa il 21% del totale), più degli Stati Uniti (20,2%) e dell’Unione europea (13,8%). I paesi citati rappresentano, considerati globalmente, il 35,7% del totale delle emissioni globali. Solo per fare un paragone, il Messico e l’Italia hanno un bilancio simile di emissioni di gas serra, pari a circa l’1,6% del totale. È quindi innegabile che il passaggio ad un obiettivo di riduzione più efficace (dell’ordine del 50% entro il 2050) pone il problema di come includere in un accordo che sia equo e responsabile anche quei paesi che fino ad oggi non sono stati coinvolti e le cui economie sono cresciute senza un sistema di regole certe e in modo ecosostenibile. Con questo non si intende affermare che le economie dei paesi in-dustrializzati si siano sviluppate in modo sostenibile e lo siano tuttora; anzi, è vero il contrario ma dagli errori del passato si deve ripartire per riconoscere pragmaticamente che oggi le nuove economie possono avvantaggiarsi di soluzioni e scelte tecnologiche più sostenibili e a minor impatto di emissioni da combustibili fossili.

La dimensione globale del problema e la sua evoluzione storica richiedono qualche approfondimento. Si deve riconoscere allo scienziato David Keeling il merito di aver portato all’attenzione mondiale le misure di concentrazione di anidride carbonica, effettuate nell’atollo polinesiano di Mauna Loa a partire dal 1950 e pubblicate in un ormai famoso articolo scientifico nel 1976. Tali misurazioni dimostravano con inequivocabile evidenza la crescita della concentrazione del biossido di carbonio al ritmo di circa il 2% all’anno. Successivamente, il carotaggio effettuato sulle calotte antartiche ha portato ulteriori conferme dell’incremento della concentrazione di anidride carbonica atmosferica, mostrando come negli ultimi 450 milioni di anni la concentrazione dei gas a effetto serra sia oscillata tra 180 ppm in volume e 280 ppm, seguendo il ritmo naturale delle glaciazioni (più alta concentrazione nei periodi caldi e più bassa nei periodi freddi), fino intorno agli inizi del 1900. Dal XX secolo in poi, la concentrazione di anidride carbonica è continuata ad aumentare velocemente e senza inversione di tendenza, passando dal valore “naturale” di 280 ppm a quello attuale di 380 ppm, una concentrazione che l’atmosfera terrestre non ha mai registrato negli ultimi 450 milioni di anni (alcuni studi estendono questo periodo addirittura a 600 milioni di anni). Che cosa è successo in questi ultimi due secoli? Se si guarda alla dinamica di crescita della popolazione mondiale, ci si accorge di come questa contasse poco più di 200 milioni di individui nel I secolo d. C. e circa 500 milioni nel XIX secolo, subito prima della rivoluzione industriale, con un tasso di crescita pari, almeno fino alla metà dell’Ottocento, a circa lo 0,4% annuo. Attualmente, il pianeta conta circa 6 miliardi di abitanti, che saliranno a 9 miliardi nel 2050, con un tasso di crescita di circa il 4% annuo. In termini di consumi energetici, prima della rivoluzione industriale l’utilizzo globale di energia era pari a 660 GWatt/anno; oggi è pari a circa 15.000 GWatt/anno. È interessante notare che l’incremento dei fabbisogni energetici non è soltanto il frutto della crescita demografica ma anche degli stili di vita e delle abitudini individuali. Infatti, il tasso di consumo energetico pro capite è aumentato di circa venti volte dal 1800 ad oggi. Ne consegue che gli scenari futuri di consumo energetico e di emissioni di gas serra non saranno soltanto dipendenti dalla crescita della popolazione, ma anche e soprattutto da un sempre maggiore numero di individui che accederanno a stili di vita e bisogni più dispendiosi in termini di energia. Ad esempio, è bene ricordare che anche i consumi alimentari e la dieta costituiscono componenti importanti delle emissioni di gas serra, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di metano e protossido di azoto, che sono associati all’allevamento e all’agricoltura intensiva. È stato calcolato che l’attuale dieta degli italiani influisce per circa il 30% sulle emissioni complessive di gas serra del paese. Non vi è dubbio che la scoperta del petrolio e la conseguente rivoluzione industriale abbiano cambiato in modo marcato la storia della popolazione umana, determinando un balzo della crescita demografica e dei fabbisogni energetici, con il conseguente impiego crescente dei combustibili fossili. È interessante notare come i primi pozzi petroliferi siano stati scoperti nell’immenso territorio che oggi appartiene agli Stati Uniti d’America e come da qui si sia originato il maggiore consumo di combustibili fossili al mondo, superato solo negli ultimi anni dalla Cina.

La storia della popolazione umana, considerata nel lasso di tempo indicato, racconta le vicende del mondo industriale come noi lo conosciamo oggi, la cui geopolitica vede primeggiare gli Stati Uniti, l’Europa, il Giappone, la Russia, in sostanza il gruppo dei paesi appartenenti al G8. Tuttavia, attualmente lo stesso racconto sembra conoscere un nuovo inizio per i paesi delle cosiddette economie emergenti, con in testa Cina, Corea del Sud, India, Brasile, Messico, Sudafrica e Paesi arabi. È evidente che la storia dovrebbe seguire un percorso diverso e le scelte energetiche dovrebbero intraprendere una direzione più sostenibile. È una decisione che richiede coraggio e soprattutto maggiore fiducia in un tipo diverso di economia, una green economy in grado di sostituire la black economy del petrolio. Ma come credere nelle possibilità aperte da una sfida nuova quando la storia recente ha consegnato nelle mani delle lobby petrolifere e dei loro governi le chiavi dell’economia globale?

In questo senso il summit di Copenaghen potrebbe rappresentare una pietra miliare nello sviluppo globale del pianeta, incentivando nuovi percorsi e delineando nuovi approcci che finora erano stati preclusi dalle dinamiche socio-politiche ed economiche.

A Copenaghen si cercherà di affrontare tecnicamente il problema di un accordo su quattro fronti: target di riduzione in termini quantitativi e di modalità di attuazione, meccanismi flessibili indotti dal sequestro di carbonio biologico (foreste/agricoltura), trasferimento tecnologico e piani di adattamento ai cambiamenti climatici.

Il primo punto di discussione, incentrato sui target di riduzione delle emissioni, appare troppo lontano da un accordo complessivo e difficilmente porterà a qualcosa di concreto, per i motivi che si sono evidenziati precedentemente.

L’ultimo punto sull’adattamento consiste, di fatto, nell’istituzione di un meccanismo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte ai cambiamenti climatici e a ridurre la vulnerabilità dei loro sistemi produttivi e naturali. Su questo fronte è particolarmente forte, e a ragione, la voce dell’Africa e quella delle piccole isole del Pacifico, che rappresentano le regioni più vulnerabili del pianeta ai cambiamenti climatici.

Il secondo e il terzo punto costituiscono invece delle chiavi di lettura importanti per il futuro del negoziato e per la possibilità di ottenere un accordo complessivo tra paesi industrializzati e quelli emergenti. La capacità di assorbimento del carbonio atmosferico da parte dei sistemi biologici (foreste, ecosistemi naturali, agricoltura) è, oggi, ben documentata. Su scala globale, circa la metà delle emissioni dovute ai combustibili fossili sono assorbite dalla vegetazione e dagli oceani. Mentre gli oceani non possono essere manipolati per incrementare la loro capacità di assorbimento dell’anidride carbonica atmosferica (salvo qualche ipotesi di fertilizzazione degli oceani che tuttavia rimane ancora un’ipotesi speculativa più che una soluzione concreta), le terre possono essere soggette a riforestazione e i suoli recuperati al fine di un maggiore stoccaggio di anidride carbonica, quindi possono essere in qualche modo gestite dall’uomo per ridurre le emissioni e aumentare gli assorbimenti. Tra queste misure risulta particolarmente efficace la lotta alla deforestazione tropicale, che da sola contribuisce a circa il 20% delle emissioni totali in atmosfera. Tale riduzione (meccanismo negoziale REDD) può quindi rappresentare un contributo concreto alla mitigazione delle emissioni. Rimane ancora aperto nel negoziato il meccanismo finanziario, ovvero come e in quale modo i permessi di emissione potranno essere scambiati tra paesi e come potrà essere effettuato il conteggio dei crediti generati dalle attività di riduzione della deforestazione, in particolare quale dovrà essere il livello di riferimento sulla base del quale calcolare le quantità di carbonio che vengono “salvate” dall’atmosfera.

Questo meccanismo è sicuramente uno strumento flessibile, in grado di contribuire al raggiungimento degli obiettivi più ambiziosi contenuti nelle dichiarazioni di principio dei paesi industrializzati e invocati dalla comunità scientifica in vista di Copenaghen.

Il trasferimento tecnologico è invece essenziale per le economie emergenti. In particolare, esso fa riferimento al meccanismo con cui tecnologie a basso impatto di emissione, energie rinnovabili, procedimenti di “cattura” geologica del carbonio e altre metodologie possono essere trasferite dai paesi industriali a quelli emergenti e in via di sviluppo. Il negoziato che regola questi trasferimenti è molto complesso a causa della discussione sulla proprietà intellettuale delle innovazioni e delle tecnologie, e appare come un ostacolo molto difficile da superare per paesi come gli Stati Uniti, che della loro capacità innovativa hanno fatto da sempre una questione di mercato strategico.

I meccanismi flessibili e il trasferimento tecnologico possono essere punti nevralgici per il raggiungimento di un accordo. Il primo riguarda la possibilità per i paesi industrializzati di ottenere permessi di emissione su un mercato più ampio, allargato anche a settori come quello delle foreste e dell’agricoltura su cui, tra l’altro, l’Unione europea sta rifondando la propria politica agraria anche in chiave di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Il trasferimento tecnologico potrebbe essere il prezzo da pagare per far accettare ad alcuni paesi, come Cina e India, obiettivi di riduzione delle emissioni e per entrare a pieno titolo nell’accordo globale.

Il trasferimento tecnologico è la chiave di volta per la nascita di una green economy in cui anche il nostro paese potrebbe trovare una collocazione virtuosa, se sarà in grado di “fare sistema”, promuovendo l’innovazione e la ricerca in questo settore. Purtroppo ci si adagia troppo spesso sull’idea che la green economy in Italia si identifichi con il mercato del conto energia e dei certificati verdi. Senza nulla togliere all’importanza della diffusione delle energie rinnovabili nel nostro paese, bisogna anche fare attenzione che questa occasione non coincida solo con la possibilità di penetrazione di interessi economici esterni. La ricerca e l’innovazione nel campo delle tecnologie ambientali non rappresentano ad oggi uno dei settori di punta della economia italiana. Non si tratta di mancanza di idee o di sapere tecnologico ma, piuttosto, della mancanza di coraggio e di un sostegno alla piccola e media e impresa che potrebbe portare in questo settore innovazione e capacità di mercato, come avvenuto in passato nell’ambito manifatturiero.

La posta in gioco è molto alta, poiché le decisioni che dovranno essere prese a Copenaghen avranno effetti significativi sugli investimenti globali dei prossimi vent’anni nelle tecnologie energetiche e nella sostenibilità dei sistemi produttivi. Vinceranno i paesi che avranno saputo offrire soluzioni efficaci e convincenti, attraverso la creazione di una rete globale di consenso per le proprie tecnologie e imprese.

D’altro canto, la trasformazione del modello produttivo italiano verso quello di una low carbon society riguarderà anche settori come il terziario, il civile e l’agricoltura. È pertanto necessaria una reale revisione, non procrastinabile, del modello di sviluppo del nostro paese, al fine di coniugare responsabilmente la produzione economica e la mitigazione delle ricadute che i combustibili fossili hanno sull’economia e sull’ambiente.

Nello stesso tempo la società, e in modo particolare il mondo industriale, sta vivendo un momento di profonda crisi che manifesta un carattere strutturale e non congiunturale. In questo senso gli accordi verso un uso più sostenibile delle risorse e il contenimento delle emissioni di gas serra potranno essere anche un’opportunità e non solo un peso per quei paesi che sapranno trasformare le criticità in occasioni di innovazione tecnologica e di impresa.

A Copenaghen il tema centrale sarà quello di riconciliare le posizioni dei paesi industrializzati con quelli emergenti, cercando un difficile compromesso e soprattutto una dimostrazione di leadership e di fiducia reciproca. Più di ogni altro tecnicismo, servirà sicuramente un clima di riconoscimento reciproco dei problemi e delle legittime aspettative collettive, nonché degli errori commessi da un modello economico improntato ad un alto consumo di carbonio come quello che ha governato il recente passato industriale; in ultimo, i paesi emergenti dovranno essere capaci di spingere lo sguardo, con coraggio, verso il trasferimento di tecnologie che favoriscano in breve tempo l’instaurazione di una low carbon society di cui possano sentirsi partecipi e artefici.

Solo così si potrà finalmente “ballare il tango”, per riprendere la metafora con cui si è aperta questa disamina, un passo a due che tutto il pianeta si aspetta per il bene di ciascuno, compreso quello delle generazioni future.

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