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Il socialismo di Zapatero nella crisi della socialdemocrazia europea

Written by Alfonso Botti Thursday, 10 December 2009 17:21 Print

Il nuovo corso socialista spagnolo ha assecondato e caval­cato le trasformazioni sociali e di mentalità che, germina­te negli anni Sessanta, erano giunte a maturazione dopo la morte di Francisco Franco. Zapatero ha raccolto e rilan­ciato sul piano dei diritti ciò che l’euforia democratica ave­va seminato durante la Transizione e che il vento gelido del “desencanto” non era riuscito a sradicare. La crisi econo­mica ha però evidenziato le carenze strutturali dell’eco­nomia spagnola e messo a nudo anche i limiti del nuovo corso socialista.

Mentre si avvicina il giro di boa della seconda legislatura, che cosa resta delle aspettative suscitate nel 2004 dall’imprevista vittoria di Rodríguez Zapatero e dalla sua conferma nelle elezioni del 2008? Apparso come una meteora, il leader spagnolo è riuscito a occupare un posto di rilievo nella famiglia socialista europea? E ancora: dal paese iberico vengono indicazioni utili per risalire la china, dopo la débacle socialdemocratica delle ultime elezioni?

Il tentativo di fornire risposte a questi interrogativi non può prescindere da una ricognizione sull’attuale stato di salute del governo Zapatero, dal momento che è sul piano interno che si verifica anzitutto la validità di una politica e la sua possibilità di costituire un modello per altri. Certo, sul giudizio che gli elettori spagnoli hanno dato e daranno dell’attuale compagine governativa hanno gravato, influiscono e peseranno i concreti atteggiamenti di fronte a problemi specificamente spagnoli, come il rapporto tra Stato e Comunità autonome o la lotta al terrorismo dell’ETA. Basti pensare al ruolo che le due questioni hanno giocato nell’ultima campagna elettorale o a quanto abbia influito, sull’esito del confronto elettorale del 2004, l’allineamento di Aznar sulla politica estera di Bush. Ma a risultare determinanti saranno: l’efficacia delle misure adottate per fronteggiare la crisi economica, la riduzione dell’altissimo tasso di disoccupazione, le risposte ai problemi posti dall’immigrazione, il consolidamento dello Stato sociale e il miglioramento della qualità di vita degli spagnoli.

La seconda stagione socialista della Spagna democratica, sul cui avvio la pessima gestione degli attentati di Atocha (marzo 2004) da parte del governo popolare uscente aveva pesato più della strage stessa, era partita imprevista ma a tamburo battente. L’immediato ritiro del contingente spagnolo dall’Iraq, l’avvio di una politica volta all’estensione dei diritti civili e l’annuncio di un ampliamento delle coperture dello Stato sociale avevano dato subito il segno del cambiamento, sul piano internazionale e interno. La regolamentazione delle incompatibilità nelle cariche pubbliche, l’ampio rinnovamento della dirigenza del partito, con l’avvento di una nuova generazione di quarantenni e soprattutto di donne (si pensi alla declinazione femminile dei governi usciti dalle elezioni del 2004 e del 2008), avevano lanciato un forte segnale nella stessa direzione.

Strada facendo i socialisti hanno segnato altri punti a loro favore ottenendo la guida della Generalitat catalana (per la prima volta, dall’avvento della democrazia, dello stesso colore politico del governo centrale) e conquistando quella del governo basco con le elezioni del 1º marzo 2009 (anche in questo caso sostituendo il Partito nazionalista basco, che era al governo in Euskadi, senza soluzione di continuità, dal 1980). Poco si è riflettuto sul fatto che, alle aperture di Zapatero al dialogo con i partiti nazionalisti catalano e basco, alla disponibilità mostrata nei riguardi delle riforme degli Statuti d’autonomia, ha fatto seguito il ridimensionamento delle forze nazionaliste laddove esse erano più forti, a Barcellona come a Vitoria, mentre la politica di scontro frontale perseguita da Aznar nella seconda legislatura aveva portato alla loro crescita e radicalizzazione.

Andati al governo in una congiuntura economica favorevole e con alle spalle anni di ininterrotta crescita, di calo della disoccupazione e di aumento degli iscritti alla Previdenza sociale, i socialisti hanno varato, dopo un ampio dibattito tra le forze politiche e sociali, la Ley 40/2007 in materia pensionistica, che ha rafforzato il carattere contributivo del sistema, incentivato il prolungamento della vita lavorativa, migliorato la protezione dei gruppi più vulnerabili, stabilito una soglia minima di quindici anni di contributi per poter accedere alla pensione. Una legge volta a contenere la spesa, che pur consoli dando i fondi pensionistici per capitalizzazione, complementari e volontari, non ha intaccato il sistema delle pensioni pubbliche contributive.1

Per quanto concerne l’assistenza sanitaria, in continuità con la Ley 16/2003, approvata da tutte le forze parlamentari, e tesa ad assicurare a ogni cittadino uguale assistenza a prescindere dal luogo di residenza, il governo ha istituito il Fondo di coesione sanitaria (Real decreto 1207/2006) finalizzato ad articolare meccanismi di compensazione tra Comunità autonome per l’assistenza prestata al di fuori della regione di residenza.2

Ma è soprattutto sul cosiddetto “quarto pilastro” dello Stato sociale che i socialisti hanno qualificato il proprio intervento. Fiore all’occhiello del nuovo corso in materia di welfare è stata la Ley 39/2006 sulle persone non autosufficienti, votata anch’essa da un’ampia maggioranza parlamentare. Entrata in vigore nel gennaio 2007, sviluppa un diritto universale soggettivo per gli individui che, a prescindere dall’età, siano residenti in Spagna da almeno cinque anni e presentino uno dei gradi di non autosufficienza contemplati nel testo.3 Una legge che privilegia i servizi sulle prestazioni economiche e della quale si prevede che nel 2010 usufruiranno oltre 1,2 milioni di cittadini, ma che, essendo stata scarsamente finanziata per la coincidente crisi economica e ancora in attesa di definizione per la parte normativa (convenzioni tra governo e Comunità autonome), non è ancora possibile valutare adeguatamente.4

Per quanto concerne la famiglia e l’uguaglianza fra i sessi, il PSOE è intervenuto introducendo misure protettive contro la violenza di genere (Ley 1/2004), estendendo alle coppie di fatto i diritti civili e rendendo possibile il matrimonio per le coppie omosessuali; ha varato la Ley de Igualdad (3/2007) che, accogliendo le indicazioni europee, ha introdotto i “piani di uguaglianza” nelle imprese con più di 250 lavoratori, il progressivo inserimento delle donne nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa fino al raggiungimento di almeno il 40%, il permesso remunerato di paternità, sia pure per un numero di giorni limitato, e il prolungamento del permesso di maternità. Negli ultimi mesi della prima legislatura, il PSOE ha infine introdotto, con la Ley 35/2007, il cheque-bebé (pari a 2500 euro di contributo per ogni bambino nato o adottato), di carattere universale, purché la madre risieda in Spagna da almeno due anni. Una legge che ha suscitato critiche, non solo a destra, da chi l’ha ritenuta improvvisata, avulsa da una coerente politica per le famiglie e dal sapore elettoralistico.5

Da ultimo, ma non ultima nel novero delle riforme realizzate dal governo socialista, quella del sistema pubblico radiotelevisivo. Con la Ley 17/2006 la televisione spagnola è stata resa autonoma e indipendente dall’esecutivo, ed è il Parlamento che nomina, con una maggioranza di voti dei due terzi, il consiglio di amministrazione dell’ente.

Anche in politica estera, punto dolente, secondo molti analisti, dei governi Zapatero, la compagine governativa ha centrato alcuni significativi risultati, caratterizzandosi in vista del conseguimento di altri: con il riallineamento all’Europa dopo lo sbilanciamento atlantista di Aznar; l’europeismo a vele spiegate (la Spagna è stata il primo paese dell’UE a ratificare il Trattato costituzionale per via referendaria, il 20 febbraio 2005); il ritorno alla normalità delle relazioni con il Marocco dopo l’episodio dell’isolotto di Perejil; una discreta ma efficace attività diplomatica in vari paesi dell’Africa per attivare rapporti di cooperazione capaci di agire da deterrente nei riguardi dei flussi migratori; le iniziative diplomatiche per normalizzare le relazioni dell’Unione europea con Cuba; il sostegno all’ingresso della Turchia nell’UE e, soprattutto, l’impegno nel dialogo con il mondo islamico. Come non vedere, a questo proposito, che l’Alleanza di civiltà lanciata da Zapatero, subito accolta da Erdogan e fatta propria dall’ONU, ha per molti versi anticipato nello spirito l’importante discorso tenuto da Barack Obama al Cairo il 4 giugno 2009?

Poi la crisi e la recessione. Con i dati disponibili e la limitata prospettiva storica che consente la troppo ravvicinata collocazione ai processi politici di cui ci si occupa, è possibile dividere il nuovo corso socialista in un prima e un dopo la crisi economica del 2008. Tanto il prima appare contraddistinto da risultati apprezzabili, quanto il dopo presenta esiti assai incerti.

Oggi come oggi la stella di Zapatero appare in declino. Un declino iniziato con la sottovalutazione e i contraddittori balbettii di fronte alla crisi economica, 6 che il sorpasso dei popolari (42,23%) sui socialisti (38,51%) nelle europee del 7 giugno 2009 ha confermato. Le dimissioni di Pedro Solbes, vicepresidente del governo e responsabile dell’Economia, e i diffusi malumori sulla scarsa collegialità del l’esecutivo, sono venuti a ribadirlo. La rottura consumatasi tra il gruppo Prisa, proprietario de “El País”, e il governo nel corso dell’estate, per la questione della televisione digitale terrestre a pagamento, ne hanno segnato un ulteriore indebolimento.7 I dati di luglio sull’orientamento dell’opinione pubblica, registrati dal governativo Centro de investigaciones sociológicas (CIS), rivela che solo il 15,9% degli intervistati considera molto buona o buona la politica del governo, il 41,4% la giudica normale, mentre il 39,7% la valuta negativa o molto negativa. Un dato assai significativo se messo a confronto con il giudizio espresso nell’aprile del 2004, all’indomani della vittoria elettorale, quando era stato il 52,5% a giudicare positivamente i primi passi del governo e solo il 7,5% a esprimere un giudizio negativo o molto negativo. Tanto che le stime sulle intenzioni di voto, sempre stando ai dati di luglio del CIS, assegnano al PSOE il 39% e al PP il 40,2%.8 L’unico motivo di sollievo, in questo periodo, per i socialisti al governo, viene dalle lotte intestine nel PP, dagli scandali che stanno toccando alcuni suoi esponenti di punta e dal mancato decollo della leadership di Mariano Rajoy. E non è mai un buon segno trarre forza dalla debolezza dell’avversario.

Di fronte alle aperture nei confronti dei nazionalismi periferici e alle richieste delle Comunità autonome, lo spauracchio di una “balcanizzazione” del paese iberico continua a essere agitato da più parti. Anche in casa socialista le preoccupazioni per le possibili derive centrifughe, l’acuirsi delle asimmetrie e il venir meno della solidarietà tra le regioni e nazionalità che compongono la Spagna, fanno sentire la propria voce, rimproverando a Zapatero la mancanza di un progetto e di una rotta di marcia definita. Un rimprovero, quello della navigazione a vista e dell’improvvisazione, che si è esteso dalla politica all’organizzazione territoriale dello Stato, alla gestione della crisi economica e, più in profondità, alla mancanza di incidenza sul modello economico. Se n’è avuta conferma nel recente dibattito sul bilancio generale dello Stato per il 2010, nel quale il ministro dell’Economia subentrato a Solbes, Elena Salgado, ha retto con difficoltà agli attacchi, non sempre eleganti per la verità, del leader dell’opposizione popolare.

Quasi dieci anni dopo la conquista del partito e dopo oltre cinque alla guida del paese, il profilo del leader spagnolo e del suo socialismo appaiono meno confusi. Un giudizio equanime sul suo progetto e operato iniziano a essere possibili.

Rompendo con la tradizione del socialismo e della sinistra, il nuovo corso socialista si è posto fin dall’inizio non come interprete delle esigenze della classe operaia, né si è rivolto preferenzialmente ai lavoratori, ma agli individui e ai cittadini. Rispetto alla tradizionale politica della sinistra, Zapatero non ha messo al primo posto la redistribuzione tra le classi ma l’estensione dei diritti e delle libertà individuali. Il suo progetto di modernizzazione e laicizzazione della cultura e della società, ispirato ai principi di uguaglianza e alla diversità come valore, ampliando i diritti ha puntato a incidere trasversalmente sulla dislocazione delle classi, mobilitando nuovi soggetti sociali e gruppi (donne e giovani) per avvicinarli all’area del consenso socialista. Un progetto che il 37º Congresso socialista del 2008 ha ratificato, segnando, per alcuni analisti, la seconda svolta di rilievo dopo l’abbandono del marxismo compiuto da Felipe González al Congresso del 1979.

L’idea di Zapatero di coniugare la tradizione socialdemocratica con il liberalismo politico, senza cedimenti al liberismo economico, che s’ispira al “socialismo dei cittadini” e alle teorie sul repubblicanesimo di Philip Pettit, punta a offrire ai cittadini nuove opportunità di partecipazione democratica e strumenti per ridurre i molteplici “dominii” che ne inficiano le libertà. Fermo restando che Pettit impiega il termine repubblicanesimo non per riferirsi a una forma di governo, ma a una tradizione politica, che egli (ri)costruisce in modo discutibile dal punto di vista storico, al fine di dotare di un retroterra la propria filosofica politica, poco però ci si è soffermati sulla valenza evocativa che il termine “repubblicanesimo” ha nella sinistra spagnola, come riverbero dello spirito laicizzatore della Seconda repubblica. A essa Zapatero si è riferito più di ogni altro suo predecessore, non per stabilire improbabili continuità tra passato e presente, ma per colmare quel vuoto di memoria che aveva contraddistinto la Transizione. Da questo punto di vista anche la controversa Ley 52/2007, impropriamente definita “della memoria storica”, acquista nuovo significato.

Proprio il filosofo d’origine irlandese è diventato il principale mentore del nuovo corso del socialismo spagnolo, del quale, dopo essere stato per molti versi l’inconsapevole ispiratore, è stato anche l’esaminatore. A pochi filosofi della politica è toccata la sorte di essere presi così sul serio e di essere poi chiamati a certificare la corrispondenza tra principi e concrete realizzazioni. Ed è quanto Pettit ha fatto nel 2007, esprimendo un giudizio nel complesso positivo dell’attività del governo socialista.9

Più in generale, Zapatero ha raccolto e rilanciato sul piano dei diritti ciò che l’euforia democratica durante la Transizione aveva seminato, e che il vento gelido del desencanto non era riuscito a sradicare. Arenatosi il proposito di trasformare l’economia, obiettivo che il socialismo spagnolo si era guardato bene dal perseguire, Zapatero e il nuovo corso socialista hanno assecondato e cavalcato le trasformazioni sociali e di mentalità germinate negli anni Sessanta e giunte a maturazione dopo la morte di Franco. Si è trattato di una rivoluzione silenziosa che ha fatto cadere l’immagine e il simulacro di una Spagna nera e bigotta, rivelando la realtà di un paese profondamente secolarizzato (prodotto del clericalismo franchista non meno di quanto lo sia del confessionalismo di una Chiesa come quella spagnola – diverso il caso di quella basca e catalana – incapace per tutta l’età contemporanea, con le dovute eccezioni e brevissime parentesi, di parlare al mondo popolare); una rivoluzione silenziosa, anche antropologica, che ha trasformato una delle società con il più alto tasso di “machismo” in una rispettosa delle differenze di genere e dell’omosessualità. Pur inondata, negli ultimi anni, dai migranti sudamericani e, soprattutto, nordafricani (attualmente oltre il 10% della popolazione), nessun movimento razzista o xenofobo ha preso piede nel territorio spagnolo. E neppure si sono avute manifestazioni di islamofobia all’indomani degli attentati dell’11 marzo 2004. La Spagna è un paese ospitale e tollerante. Nella sua capitale, amministrata da anni dal politico meno di destra del PP, possono sfilare in tutta tranquillità sia milioni di persone per il gay pride, sia centinaia di migliaia convocate dalle associazioni cattoliche (l’ultima il 17 ottobre scorso) “in difesa della vita”, cioè contro la riforma della legge sull’interruzione della gravidanza varata dal governo socialista.

Diverso il discorso da farsi sul piano economico. L’economia spagnola ha basi strutturali fragili. Con il turismo ha primeggiato il settore edilizio, che oggi è in caduta verticale; la produttività è bassa, le esportazioni e la competitività pure. La disoccupazione è sempre stata alta e l’occupazione temporanea e stagionale altrettanto. Si tratta di problemi che vengono da lontano e che non sono stati affrontati di petto, con interventi strutturali, né durante la Transizione e i governi di Adolfo Suárez (1976-81), né durante la prima stagione socialista (1982-96), né dai governi del PP (1996-2004). Oltre due decenni nei quali è stata realizzata una straordinaria modernizzazione delle infrastrutture del paese e delle città, con faraoniche opere architettoniche dalle ricadute generalmente redditizie, in gran parte realizzate con fondi europei che, come non è avvenuto altrove (e certo non in Italia), hanno mostrato notevole competenza e capacità di spesa, hanno creato occupazione, anche se generalmente poco qualificata, incidendo solo indirettamente sulla struttura economica del paese. La cui mancata trasformazione, dunque, non può essere rinfacciata tout court ai governi di Zapatero, che sono venuti dopo.

La trasformazione del modello economico richiede idee, tempo e cospicui investimenti nella formazione, nella riqualificazione, nella ricerca e nell’alta tecnologia. Settori a cui, finora, dal socialismo di Zapatero non sono state date risposte convincenti. La riforma del mercato del lavoro langue. L’onnipotenza del sistema bancario è intatta. La politica fiscale, incluso l’ultimo aumento del prelievo sui capital gain, è incapace di avviare un’effettiva ridistribuzione. Gli investimenti per l’innovazione e lo sviluppo sono cresciuti, ma risultano ancora inadeguati. La politica sull’immigrazione è ondivaga. L’impegno per le energie rinnovabili c’è stato e ha conseguito risultati apprezzabili (la Spagna è ai primi posti al mondo per l’utilizzo dell’energia eolica), ma lunga è la strada che resta da percorrere. Sul piano del welfare, legge sulle persone non autosufficienti a parte, la politica di Zapatero si è mossa sul solco tracciato dai precedenti governi, proseguendo nella politica di riforme parziali e di razionalizzazione che, se da un lato hanno rianimato le tentazioni neoliberiste degli anni di Aznar, dall’altro non hanno inciso in profondità sul sistema né, in prospettiva, fugato i dubbi sulla sua sostenibilità.

Già prima della crisi, il sesto rapporto FOESSA (Fomento de Estudios Sociales y Sociología Aplicada) del 2008, sull’inclusione e lo sviluppo sociale nella Spagna, aveva fornito dati allarmanti sugli indici di disuguaglianza e povertà, che si mostravano costanti nonostante la straordinaria crescita economica e la non meno eccezionale produzione di ricchezza degli ultimi anni. Il rapporto evidenziava non solo l’aumento della distanza, per quanto concerne le spese per la protezione sociale, tra la Spagna e l’Europa a 15 ma rilevava che, mentre nel periodo 1982-93 le disuguaglianze sociali si erano ridotte, non era avvenuto lo stesso nei tre lustri successivi. Il rapporto FOESSA concludeva che la crescita economica, in assenza di efficaci politiche ridistributive, non era sufficiente a superare la precarietà sociale.10 Non è un caso che la Caritas abbia assistito nel 2008 il 50% di persone in più rispetto al 2007.

Sul fronte del modello economico, dunque, dal nuovo corso socialista spagnolo non vengono indicazioni di utilità pari a quelle che invece ha saputo fornire sul piano dei diritti e dello sviluppo della cittadinanza. Forte è il sospetto che la crisi economica non sia l’unica responsabile.


[1] J. A. Ramos, E. Del Pino, Un análisis politico del cambio en el sistema de pensiones en España, in L. Moreno Fernández (a cura di), Reformas de las políticas del bienestar en España, Siglo XXI, Madrid 2009, pp. 67-100.

[2] F. J. Moreno Fuentes, Del sistema sanitario de la Seguridad social al Sistema Nacional de salud descentralizado, in Moreno (a cura di), Reformas cit., pp. 101-35.

[3] V. Marbán, Atención a la dependencia, in Moreno (a cura di), Reformas cit., pp. 207-37.

[4] Puntuali osservazioni critiche sull’attuazione della legge si trovano in L. A. Barriga Martín, El coro de la ministra Trinidad, in “El País”, 15 giugno 2009.

[5] O. Salido Cortés, L. Moreno Fernández, Famila y género, in Moreno (a cura di), Reformas cit., pp. 281-308.

[6] Sintomatica, a questo proposito, l’affermazione secondo cui l’esistenza della crisi economica era definita “tema opinable” ancora alla fine del giugno 2008 nell’intervista concessa al direttore del principale quotidiano spagnolo, cfr. J. Moreno, Cien días, cien preguntas, in “El País”, 29 giugno 2008.

[7] Ricorrendo a un Real decreto ley, costituzionalmente riservato ai casi di straordinaria e urgente necessità, il 13 agosto 2009 il governo ha introdotto una normativa sulla televisione digitale terrestre che il gruppo Prisa, proprietaria di Canal Plus, ha giudicato un abuso di potere e a tutto vantaggio del gruppo concorrente, Mediapro. J. L. Cebrián Echarri, Un desatino, in “El País”, 21 agosto 2009. Con la conseguenza, secondo alcuni osservatori, anche dell’accentuarsi delle critiche alla politica economica del governo, ben testimoniate dall’editoriale En la pendiente, in “El País”, 16 settembre 2009.

[8] CIS, Estudio n. 2811, Barómetro de julio (2009), disponibile su www.cis.es/cis/opencms/-Archivos/ Marginales/2800_2819/2811/es 2811.pdf e, per il confronto con i dati del 2004, www.cis.es/cis/open - cms/-Archivos/Indicadores/docu - mentos_html/sB102030010.html

[9] P. Pettit, Examen a Zapatero, Temas de hoy, Madrid 2007.

[10] FOESSA, VI Informe sobre exclusión y desarrollo social en España, Fundación FOESSA, Madrid 2009.

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