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Perché il Partito socialista è in crisi?

Written by Zaki Laïdi Thursday, 10 December 2009 17:18 Print

Il Partito socialista francese, che ha perso le elezioni presi­denziali per tre tornate consecutive, appare in crisi, benché mantenga una posizione dominante a livello locale. Con­dizione indispensabile per la ripresa appare essere l’indi­viduazione di un leader capace di trascinare la sinistra e il centro sulla base di un programma riformista, fondato in primo luogo sulla lotta contro le disuguaglianze.

Non è possibile comprendere gli elementi in gioco nella crisi del Partito socialista francese senza tener conto delle sue specificità storiche e del posto che occupa nello scacchiere politico francese.

A tal fine, è opportuno ricordare alcuni fatti. La Quinta repubblica istituita dal generale De Gaulle nel 1958 struttura l’ordine politico francese ormai da cinquant’anni. In mezzo secolo, la sinistra ha esercitato davvero il potere soltanto per quindici anni, dieci dei quali sotto la presidenza di François Mitterrand. In questi quindici anni, cinque hanno visto al governo Lionel Jospin, divenuto primo ministro accidentalmente nel 1997, quando il presidente Chirac, eletto due anni prima, decise di convocare elezioni parlamentari anticipate, che il Rassemblement pour la République (RPR) finì per perdere. Nel corso di questi cinquant’anni la sinistra è riuscita a far eleggere al vertice dello Stato un solo candidato: François Mitterrand, appunto. A partire dal 1995, invece, ha perso tutte le elezioni presidenziali. Si fatica a pensare che nel 2012 questa tendenza si possa invertire, benché i risultati della politica di Sarkozy siano piuttosto deludenti.

La sinistra francese ha dunque un problema strutturale relativamente all’esercizio del potere supremo. Certo, il Partito socialista è sempre percepito come il partito dell’alternanza. Ma in un sistema politico la cui chiave principale si colloca a livello presidenziale, un partito che perde le elezioni per tale livello di potere tre volte di seguito è necessariamente una formazione in crisi. A maggior ragione perché, se non deve più subire la concorrenza del Partito comunista, oggi praticamente scomparso, deve tenere conto dell’improvvisa espansione dell’elettorato di sinistra, che conta, da una parte, una sinistra radicale e, dall’altra, un movimento ecologista relativamente importante, cui si aggiunge un centro poco strutturato. Il Partito socialista non solo incontra difficoltà nel conquistare il potere, ma fa sempre più fatica anche a imporsi in maniera egemonica in seno alla sinistra nel suo insieme. Tuttavia, se a livello nazionale il Partito socialista è realmente in crisi, la situazione appare radicalmente diversa a livello locale, dove esso mantiene una posizione dominante. Venti delle ventidue regioni francesi, infatti, sono attualmente dirette da esecutivi socialisti. La maggior parte delle grandi città con più di 100.000 abitanti è amministrata dalla sinistra (Parigi, Lione, Lille, Strasburgo, Tolosa, Rennes ecc.). Il potere regionale non è privo di importanza, nonostante la Francia non abbia lo stesso grado di decentralizzazione dell’Italia. Tuttavia, il Partito socialista non è mai riuscito a costituire un autentico contropotere regionale nei confronti della destra perché, a livello locale, la preoccupazione degli eletti socialisti è in primo luogo quella di proteggere il proprio potere. Il “feudalesimo” politico è uno degli elementi distintivi del socialismo francese. Esso è causa della considerevole riduzione della portata politica di questa realtà locale. Per comprendere fino in fondo la crisi del Partito socialista, è indispensabile partire dall’esistenza di questa frattura tra l’incapacità di conquistare il potere a livello nazionale e l’effettiva facilità di occupare quello locale. Come si spiega questa fondamentale contraddizione? Vi sono ragioni storiche e politiche molto evidenti. La spiegazione più antica va ricercata nella storia del socialismo francese. Storicamente, il Partito socialista francese è stato un partito di notabili locali, un partito di eletti e non di militanti. Ciò spiega d’altra parte perché i notabili locali abbiano un grande potere di controllo sui militanti del partito, di cui si servono come massa di manovra elettorale. Esso non ha una vera tradizione operaia al di fuori di qualche limitato bastione: per questa ragione il PS non è mai stato un vero partito socialdemocratico. E proprio perché non lo è mai stato, ha sempre fatto ricorso al massimalismo verbale per compensare questa debolezza storica di primaria importanza. Come è successo in Italia, ad assicurare il controllo storico del movimento operaio è stato nel tempo il Partito comunista. E come in Italia, la dissoluzione del Partito comunista ha paradossalmente indebolito la sinistra anziché rafforzarla, dato che il Partito socialista non aveva la stessa struttura di sostegno forte che invece era stata propria di quello comunista.

A livello locale, la preoccupazione dei responsabili del Partito socialista è in primo luogo quella di preservare il proprio potere. Il gioco nazionale interessa loro soltanto limitatamente. D’altra parte, i notabili locali che svolgono un ruolo importante a livello nazionale sono ben pochi. Questa frattura tra i livelli di potere ha due conseguenze politiche principali. La prima è che i modi di funzionamento del partito a livello nazionale e a livello locale seguono regole diverse. A livello nazionale, infatti, il partito rimane molto “ideologico” perché ha solo l’ideologia per radicarsi in modo concreto, essendo ampiamente distante dalla realtà sociale: conosce poco il mondo dell’impresa, intrattiene rapporti ambigui con i sindacati, rispetta sulla carta l’autonomia sindacale ma nei fatti la combatte quando si trova a constatare che i sindacati sostengono un programma che potrebbe ostacolare le sue ambizioni politiche. Tende dunque ad assumere posizioni decisamente semplicistiche − addirittura caricaturali, a volte − che lo portano a far credere che tutti i mali della Francia derivino dall’esistenza di una destra ultraliberale (quando invece la destra francese è probabilmente una delle meno liberali in tutta Europa). Il discorso della sinistra, e del Partito socialista in particolare, consiste nel sostenere che, di fronte a una destra che distrugge tutte le indennità sociali, il suo obiettivo, una volta al potere, sarà quello di restaurarle. La sua visione del mondo poggia su un’idea puramente riparatrice dell’ordine sociale. Tale prospettiva porta la sinistra ad assumere, forzatamente, posizioni che in realtà sono spesso conservatici. Sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy questa tendenza si è notevolmente accentuata. Sfortunatamente, essa non ha permesso al Partito socialista di risollevarsi. Al contrario, la credibilità socialista presso l’opinione pubblica è incrinata, poiché il partito è percepito come una formazione politica che prende posizione senza mai avanzare vere proposte.

Localmente, tuttavia, i dirigenti socialisti si mostrano molto pragmatici, senza freni di natura ideologica. Amministrano le città e le regioni nel modo più vicino agli interessi dei loro abitanti, anche se naturalmente a livello locale un eletto di sinistra sarà più attento a promuovere, ad esempio, gli alloggi sociali di quanto farà un eletto di destra. Questa è la ragione per cui la base urbana della sinistra resta molto forte, ed è anche una delle ragioni per cui la sinistra continuerà probabilmente a controllare la quasi totalità delle regioni francesi.

La dicotomia tra potere locale forte e potere nazionale debole ha anche un’altra spiegazione. Da un secolo a questa parte, la sinistra ha sempre guardato con sospetto verso il potere presidenziale, assimilato a un potere forte. Quando De Gaulle instaurò l’elezione del presidente della Repubblica a suffragio universale nel 1962, la sinistra vi si oppose fortemente, temendo che ciò generasse un potere forte e centralizzato. Il solo a capire che l’elezione del presidente della Repubblica a suffragio universale avrebbe rovesciato le carte in tavola e costituito per la sinistra una chance unica per accedere al potere fu François Mitterrand. Il fatto che egli riuscì a imporre questa mutazione fu dovuto probabilmente a due ragioni: in primo luogo, Mitterrand non proveniva storicamente dalla sinistra e, in secondo luogo, non soffriva di particolari complessi nei confronti dell’esercizio del potere supremo.

Come già detto, dopo la sua morte nessun candidato della sinistra ha vinto un’elezione presidenziale. Questo significa che la sinistra non è veramente interessata ad altro che all’esercizio del potere locale? La realtà è indubbiamente più complessa. Il Partito socialista si è profondamente “presidenzializzato”, tanto che i conflitti che lo attraversano sono ampiamente dominati dalla posta in gioco rappresentata dalle elezioni presidenziali. Per dotarsi di un candidato credibile, tuttavia, alla sinistra serve un vero leader politico che guidi il Partito socialista. Ed è qui che iniziano le difficoltà. La maggior parte dei dirigenti socialisti non vuole che emerga un leader forte alla testa del partito, perché temono che questi “si serva” del partito invece di “servire” il partito. Questo non fa altro che alimentare una accesa animosità strutturale tra il partito stesso e qualsiasi candidato presidenziale che provenga dal partito. Ora, si deve ammettere che tale configurazione non è ottimale per vincere le elezioni presidenziali; tuttavia è il problema principale con cui si è scontrata Ségolène Royal durante la campagna del 2007: la candidata socialista ha dedicato altrettanto tempo a contrastare il proprio schieramento che diffidava di lei quanto quello impiegato a combattere il suo principale oppositore, Nicolas Sarkozy. Mentre que st’ultimo aveva dietro di sé un partito a ranghi compatti che controllava interamente, Ségolène Royal ha dovuto pensare a contenere i colpi bassi provenienti dal suo stesso schieramento verso cui lei stessa, d’altronde, nutriva un astio profondo. Il Partito socialista vive dunque una forte contraddizione: vuole accedere al potere, ma al contempo diffida di ogni dirigente che vorrebbe imporsi in seno al partito per raggiungere quel risultato.

Per tale ragione, la sola soluzione a questo dilemma consiste nell’organizzare primarie aperte all’insieme dell’elettorato che si colloca dalla sinistra al centro. In linea di principio, la direzione del Partito socialista ha validato quest’idea. In verità, l’ha accettata soltanto perché costretta, dopo un nuovo fallimento alle elezioni europee del 2009. Si può dunque immaginare che, nell’ambito di primarie aperte, più candidati di sinistra si sottopongano al giudizio degli elettori della sinistra e del centro sulla base di un contratto presidenziale. Il candidato designato sarebbe allora il candidato della sinistra − e forse anche del centro − contro Nicolas Sarkozy nel 2012. Resta da capire se questo schema sarà davvero messo in atto. Rimangono, infatti, molti problemi da risolvere in merito all’organizzazione delle primarie e in particolare in relazione alla scelta del calendario. Più le primarie saranno lontane dalla scadenza presidenziale del 2012, più esse consentiranno ad alcuni candidati di affermarsi presso l’opinione pubblica. Al contrario, se si deciderà di organizzare le primarie a ridosso della tornata elettorale, si rischierà fortemente di impedire l’emergere di nuovi dirigenti. Si deve d’altronde tenere presente che queste primarie rivestono una notevole importanza, poiché nell’ipotesi in cui si tengano davvero, esse segneranno la fine del PS nella sua forma attuale. Le primarie allargate rappresentano dunque il mezzo decisivo per rimettere in discussione la struttura di sostegno ereditata dal XX secolo.

Questi problemi di organizzazione e di leadership sono essenziali per comprendere la crisi che attraversa il Partito socialista. Come sempre, però, questi nodi problematici sono inestricabilmente connessi ad altri temi di fondo con cui devono confrontarsi oggi tutti i partiti socialdemocratici europei. Molte di tali questioni discendono dalla notevole dispersione del mondo operaio in una società di servizi. I lavoratori dipendenti si sentono sempre meno solidali tra loro, e questo per ragioni al contempo economiche e culturali. Non si può dimenticare, ad esempio, che i beneficiari dei bonus di cui oggi tanto si parla sono anch’essi lavoratori dipendenti. Questa dispersione del mondo del lavoro dipendente si spiega, a sua volta, con i progressi della tecnologia, che ha comportato la trasformazione di molti mestieri, anche i più tradizionali, e con la globalizzazione della finanza, che ha contribuito a generare una classe di lavoratori dipendenti privilegiati, intensificando allo stesso tempo la concorrenza tra lavoratori dipendenti dei paesi ricchi e dei paesi emergenti.

Queste trasformazioni sociologiche sono ovviamente centrali, ma non sono sufficienti per fornire una spiegazione esaustiva. Perché si potrebbe anche immaginare che, in un mondo dove i rapporti di forza giocano a favore del capitale e non del lavoro, quest’ultimo possa essere tentato di riportare il proprio voto verso i partiti di sinistra. Invece così non è.

Servono dunque altre spiegazioni. La prima attiene alla frammentazione del mondo del lavoro dipendente, accompagnata da un potente movimento di individualizzazione delle preferenze e delle scelte che spinge meno alla solidarietà collettiva e più al sospetto nei confronti di ogni gruppo sociale che, a torto o a ragione, possa sembrare beneficiario di un trattamento di favore. È probabile che tanto la sinistra quanto la destra tedesche abbiano subito la defezione degli elettori che non comprendevano perché fossero state salvate così facilmente le banche e le grandi fabbriche automobilistiche e non le piccole e medie imprese. Il risentimento dei piccoli verso i grandi spiega ampiamente il successo del Partito liberale, per il quale la crisi deve permettere di andare verso soluzioni più liberali basate sulla concorrenza piuttosto che sulla ricerca della protezione statale, soprattutto quando quest’ultima tocca i lavoratori dipendenti in maniera diseguale. Molti, a sinistra, ne deducono che di fronte a questa emorragia la sinistra debba radicalizzarsi e tornare a posizioni più massimaliste. Ma questa soluzione può condurre solo a un’impasse. Nel caso tedesco, ad esempio, si è constatato che le defezioni in seno all’elettorato socialdemocratico erano molto più orientate a favore del centro che verso la sinistra radicale. Per di più, se questo ragionamento avesse senso, i partiti di sinistra avrebbero logicamente dovuto trarre vantaggio politico dalla grave crisi nella qua le ci troviamo. Invece, è accaduto esattamente l’inverso. Coloro che invocano una radicalizzazione della sinistra dovrebbero spiegare perché in periodi di crisi sono sempre i partiti di destra a raccogliere successi. Non è l’unico dilemma politico. Vi si aggiunge la difficoltà di dirimere tra gli interessi dei lavoratori dipendenti (insiders) e quelli degli esclusi (outsiders). È risaputo, ad esempio, che più si aumenta il salario minimo, più si innalzano le barriere all’ingresso dei lavoratori non qualificati. È per questa ragione, d’altronde, che i salari minimi per branca industriale sono preferibili al salario minimo universale: perché tengono conto della produttività differenziata nei diversi settori di attività.

Si capisce, in tali condizioni, che un lavoratore non qualificato non si riconosca spontaneamente in un partito di sinistra che tende a difendere in via prioritaria i dipendenti assunti, alcuni dei quali dispongono d’altra parte di forti garanzie di fronte alla crisi, come i funzionari, sovrarappresentati nell’elettorato socialista francese. Tali dilemmi sociali si pongono ovviamente per tutti i partiti politici. Ma si pongono in modo particolare alla sinistra, che deve fare da arbitro tra gli strati sociali che in essa tradizionalmente si riconoscono.

La sinistra europea deve dunque concentrarsi sulla risoluzione di tali dilemmi, invece di continuare, come fa in Francia, ad addebitare il proprio arretramento al fatto di non essere stata abbastanza di sinistra.

La frammentazione del mondo del lavoro dipendente costituisce perciò una spiegazione centrale della crisi della socialdemocrazia. Si deve tuttavia aggiungere un’altra interpretazione che attiene alla trasformazione delle condizioni in cui si attua la redistribuzione sociale. Tradizionalmente, la sinistra ha sempre avuto principalmente a cuore la lotta contro le disuguaglianze e ha accordato una fiducia illimitata alla redistribuzione attraverso la fiscalità diretta o indiretta. Si prendeva ai ricchi per dare ai poveri. La difficoltà deriva oggi dal fatto che le disuguaglianze si formano molto presto e ben prima dell’ingresso nella vita attiva. Per di più, la redistribuzione classica non permette più di ridurre alcune sperequazioni di partenza che sono più importanti di quelle di reddito. Per lottare contro le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione, alla cultura, alla salute o all’informazione, senza parlare delle discriminazioni sessuali o etniche, i meccanismi classici di redistribuzione funzionano in maniera imperfetta. Inoltre, i meccanismi di incentivazione si rivelano spesso più efficaci di quelli di redistribuzione. In quest’ambito la riflessione della sinistra è straordinariamente povera, perché vi è una sorta di inibizione a pensare che i meccanismi del mercato possano contribuire a ridurre le disuguaglianze.

Rimane, infine, un terzo tema che la sinistra si troverà sempre più spesso ad affrontare in futuro: esso riguarda le conseguenze sociali del cambiamento climatico. L’introduzione di una tassazione ambientale solleverà inevitabilmente problemi di redistribuzione. Il rischio è che alcuni partiti di sinistra resistano alla messa in atto di una fiscalità verde coraggiosa con il pretesto che essa potrebbe penalizzare i più deboli: il che peraltro non è falso, in sé, se non vengono prese alcune precauzioni.

Alla crisi profonda che attraversa il Partito socialista francese non vi è soluzione miracolosa. In compenso, vi è indiscutibilmente una condizione: deve emergere un leader autentico, capace di trascinare la sinistra e il centro sulla base di un programma riformista fondato in primo luogo sulla lotta contro le disuguaglianze. Questo è un punto di partenza indispensabile alla mobilitazione collettiva, di fronte a sfide di primaria importanza come l’invecchiamento della popolazione, la crescita considerevole del debito pubblico, l’aumento della spesa sanitaria e l’integrazione delle popolazioni di origine straniera.

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