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La SPD nella trappola della credibilità

Written by Angelica Schwall-Düren Thursday, 10 December 2009 17:15 Print

Dopo la débacle elettorale del settembre 2009, la socialde­mocrazia tedesca sta attraversando un periodo di grave cri­si. Condizione necessaria per una ripresa della SPD sembra essere, dopo la necessaria e attenta riflessione sulle cause che hanno condotto a tale battuta d’arresto, la capacità di recuperare gli obiettivi tradizionali dei socialdemocratici e di trasmettere all’elettorato un’immagine moderna e con vincente di equità sociale.

Con solo il 23% dei voti, la SPD ha ottenuto un risultato disastroso alle elezioni federali tedesche del 27 settembre 2009. Nemmeno 10 milioni di elettori si sono espressi a suo favore. Undici anni fa, erano ancora più del doppio. Soltanto negli ultimi quattro anni, la SPD ha perso sei milioni di voti. Se nella scorsa legislatura il gruppo della SPD vantava 222 seggi, da oggi dovrà accontentarsi di soli 146 parlamentari sui 622 complessivi del Bundestag. Alla luce dei dati, questo è stato il peggior risultato elettorale nella storia della socialdemocrazia tedesca dal 1949. Dove sono finiti gli ex elettori della SPD? Circa due milioni di elettori non sono andati a votare, più di un milione ha dato il proprio voto alla Linke (la sinistra radicale) e 870.000 alla CDU. Anche i liberaldemocratici (FDP) e il partito Alleanza ’90-I Verdi hanno ottenuto ciascuno mezzo milione di ex voti della SPD.

Dai risultati elettorali emerge un indebolimento generale dei partiti popolari. Anche i conservatori dell’unione CDU/CSU, infatti, che costituiscono un gruppo parlamentare nel Bundestag, hanno perso circa due milioni di consensi. La percentuale dei voti di lista della CDU è di appena il 27,3%. Per di più, era stato deludente già il risultato ottenuto dall’Unione nel 2005, tanto da portare alla Große Koalition tra CDU/CSU e SPD. All’appuntamento con le urne di quest’anno, solo tre piccoli partiti hanno registrato un evidente aumento dei voti: FDP, Linke e Alleanza ’90-I Verdi. Un cambio di governo è stato possibile solo grazie al 5% in più di consensi ottenuti dai liberaldemocratici (FDP) che, con il loro 14,6%, sono riusciti a compensare il pessimo 33,8% ottenuto, invece, dai due partiti fratelli. L’ulteriore diminuzione dell’affluenza alle urne è, inoltre, un segnale allarmante per tutti i partiti. Su 62 milioni di aventi diritto al voto si sono recati alle urne circa 44 milioni di elettori. Alle elezioni del 1972, che segnarono la trionfale rielezione di Willy Brandt, aveva votato il 91% degli aventi diritto.

La SPD sta attraversando un momento di grave crisi: a qualche mese di distanza dal disastro elettorale, i sondaggi vedono i socialdemocratici fermi sotto la soglia del 23%.

Il pessimo risultato elettorale si ripercuote direttamente sull’attività della SPD. I socialdemocratici, sia in Parlamento sia nel partito, dovranno cavarsela negli anni a venire con meno denaro, poiché le sovvenzioni statali sono proporzionate ai voti ricevuti. Si tratta di una riduzione di alcuni milioni di euro. La SPD dovrà dunque diminuire il numero dei suoi collaboratori e, di conseguenza, il lavoro politico risulterà più complicato. Le elezioni federali del 2009 costituiscono per la SPD un netto taglio con il passato.

 

Cosa possiamo imparare?

Analisi Benché la situazione sia critica, la SPD deve riuscire a sfruttarla al meglio facendo in modo che la direzione, i parlamentari, i funzionari e gli iscritti al partito si chiedano apertamente dove e in che misura la SPD abbia commesso errori negli ultimi anni, o meglio su che cosa non si sia dimostrata “all’altezza dei tempi”. Non sono poche le spiegazioni per questa caduta oltremodo amara. Meglio, comunque, non essere precipitosi e non accontentarsi di analisi sommarie: è necessaria, infatti, una disamina accurata e soprattutto critica.

È evidente, in primo luogo, che negli undici anni di partecipazione al governo, la SPD ha attuato un gran numero di provvedimenti “pro modernizzazione”, imprescindibili nel mondo globalizzato successivo alla riunificazione. In questo modo ha risposto ai cittadini tedeschi che, dopo sedici anni di governo Kohl, chiedevano e si aspettavano cambiamenti. Nello stesso tempo, tuttavia, queste decisioni politiche sono state pensate e prese in modo asettico e tecnocratico, senza cioè un contatto sufficiente con la cittadinanza. Così, non sono stati percepiti e quindi tenuti in considerazione né gli esistenti ti mori rispetto al cambiamento né la crescente resistenza che da essi derivava, e men che meno sono state integrate in modo produttivo le condizioni e le aspettative dei cittadini.

Pur se non esaurienti, si riportano di seguito alcuni esempi che ben si prestano a descrivere i diversi ambiti di errore e di valutazione.

La lontananza dalle esigenze dei cittadini può essere illustrata sia dall’Agenda 2010 (il piano di riforme del welfare e del mercato del lavoro avviato dal governo Schröeder nel 2003), sia dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Non che queste riforme fossero in linea di massima sbagliate. Non si può negare, però, che i timori di declassamento dei lavoratori in balia del rigido vento della globalizzazione non abbiano trovato in esse un riscontro positivo. Non è stato comunicato, infatti, che con la riforma del mercato del lavoro erano aumentate le possibilità di uscire rapidamente dalla disoccupazione e di giungere a nuovi rapporti di lavoro.

Poiché era necessario alleggerire il sistema pensionistico, si è deciso di spostare l’età prevista per la pensione di anzianità a 67 anni, evitando così tagli alle pensioni e aumenti dei contributi. Ma la SPD non ha sufficientemente colto la preoccupazione espressa da molti di non essere più in grado di lavorare all’età di 67 anni.

Per quanto riguarda la questione della privatizzazione delle ferrovie, la direzione del partito ha capito solo molto tardi – troppo tardi? – che i cittadini associavano alla vendita di Deutsche Bahn una tendenza unilaterale a produrre reddito, invece della realizzazione di un servizio di interesse comune a misura di cittadino.

La riforma Hartz del mercato del lavoro, presentata con un massiccio sforzo comunicativo e mediatico, non ha portato a molti cittadini i miglioramenti promessi: non è stato applicato in tempi rapidi un efficace case management e non sono aumentate in modo vistoso le probabilità di reinserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati di lungo periodo. La SPD non ha capito che era necessario definire nei dettagli, davanti ai propri membri e ai propri sostenitori, la sua linea politica.

Il colpo più grave alla credibilità della SPD è stato inferto, però, nel 2005. I candidati socialdemocratici, infatti, hanno condotto un’agguerrita campagna elettorale incentrata sulla critica alle tasse del cancelliere Merkel, ma dopo la loro elezione e la formazione della Große Koalition hanno deciso di aumentare l’IVA non solo del 2%, come annunciato dalla CDU, ma di ben tre punti percentuali. I cittadini hanno interpretato questa decisione come un tradimento puro e semplice. Il fatto che i socialdemocratici – in quanto partecipanti al governo per sette anni – non sapessero nulla delle esigenze del fisco, non lo ha creduto e non lo crede nessuno. Di fronte a una situazione difficile dal punto di vista finanziario (tasso d’inflazione elevato, diminuzione del salario reale, pensioni stagnanti, rapporti di lavoro precari, allargamento della fascia sociale a basso reddito) questo “tradimento” è rimasto ben impresso nella memoria di molti cittadini, mentre le “opere buone” (alcuni investimenti per la scuola a tempo pieno, aumento degli assegni famigliari ecc.) che spesso non li hanno riguardati da vicino, sono cadute velocemente nel dimenticatoio.

La comunicazione non è una strada a senso unico. Numerosi provvedimenti – anche quelli poi approvati con il tempo – sono stati presentati ai membri del partito e ai cittadini secondo una logica verticistica. Ne è un esempio l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni: “partecipazione” non può significare che, dopo aver dichiarato occasionalmente che i cambiamenti demografici impongono di intervenire sul sistema pensionistico, si possa un giorno annunciare ex cathedra che la soluzione consiste nello spostare l’età pensionabile a 67 anni entro il 2029, poiché tanto c’è tempo a sufficienza per prepararsi. Nella realtà quotidiana molte persone sembrano non riuscire più, per motivi di salute, a svolgere la propria attività lavorativa già molto prima dei 67 anni d’età, oppure conoscono altre persone che non sono più in grado di farlo. Come avrebbero potuto giudicare plausibile, dunque, tale provvedimento? Ne hanno dedotto che l’intera manovra fosse soltanto una maniera subdola per tagliare le pensioni. Da un punto di vista logico hanno capito la plausibilità di questa misura, dato che un abile deputato del Bundestag l’ha documentata con una miriade di dati, ma da un punto di vista emotivo un discorso del genere sugli obblighi reali non li ha coinvolti minimamente.

Sono mancati un’ampia diffusione di informazioni e un dibattito sociale sulle molteplici conseguenze dello sviluppo demografico. Non si è discusso di soluzioni alternative agli interrogativi aperti, e men che meno queste soluzioni sono state supportate con dati concreti: si sarebbe potuta stabilizzare l’assicurazione per la vecchiaia se questa fosse stata basata su un numero preciso di anni di contributi (ad esempio 45, 42, 40)? Ovviamente i laureati avrebbero dovuto lavorare fino in età avanzata. È possibile trovare un altro sistema di finanziamento delle pensioni che non preveda contributi? Ad esempio, una tassa volta a tale finanziamento? A quali sfide si sarebbe andati incontro in caso di tale trasformazione del sistema? Quali aumenti fiscali avrebbe comportato? Queste alternative non sono state valutate, non sono state illustrate né si sono discusse pubblicamente prima di prendere una decisione. Quindi non c’è stata partecipazione. E, di conseguenza, non c’è stata alcuna identificazione con la soluzione del problema – ce n’era veramente uno? – indipendentemente dal fatto che la misura fosse giusta oppure sbagliata (da un punto di vista tecnocratico). Il fatto che esista una “necessità reale” non è sufficiente per coinvolgere emotivamente l’elettorato.

La complessità dei rapporti si scontra con membri di partito disinformati e poco abituati al dibattito. Negli ultimi venti anni chi scrive ha osservato carenze nella formazione politica tra i membri della SPD. Sempre più scarsa è, infatti, l’offerta di seminari sulle questioni fondamentali e le grandi tematiche sociali. Si sta facendo strada tra le fila del partito un abbassamento del livello della formazione politica, delle capacità di dibattito, di identificazione emotiva, di lealtà e senso di appartenenza al gruppo, da cui derivano l’incapacità e la riluttanza a spiegare o rappresentare la politica socialdemocratica. La stessa SPD – la Willy Brandt Haus – punta su messaggi semplificati, talvolta privi di contenuto, che non riescono affatto a colmare quel vuoto comunicativo che si è creato.

Cercando una spiegazione per il pessimo risultato elettorale ottenuto dalla SPD, Franz Müntefering ha dichiarato giustamente che la nostra società si sta frantumando sempre più in interessi particolari. Dare una risposta “armoniosa” a tale società, che pone alla politica domande molteplici e talvolta in contraddizione fra loro, pare pressoché impossibile. Il Partito Pirata è un esempio calzante a questo proposito; esso infatti, ha ottenuto al primo tentativo il 2% dei voti, sebbene si concentrasse su un solo tema, la libertà dell’informazione digitale. Se vuole rimanere partito popolare, la SPD non può in ogni caso accontentarsi di dare le risposte di un “partito operaio”; a prescindere dal fatto che, per mancanza di numeri, sta perdendo sempre più consenso anche tra gli operai.

Una manifestazione della crescente diversificazione dell’elettorato e del mutamento della realtà delle appartenenze di partito è anche la perdita di voti da parte della SPD: questi sono, infatti, finiti non solo nel serbatoio degli astensionisti, ma anche tra i sostenitori degli schieramenti di destra e di sinistra, più nel dettaglio Linke e Verdi da una parte, CDU/CSU e FDP dall’altra.

La società in cui vogliamo vivere e come arrivarci La SPD ha elaborato l’Hamburger Programm molto in ritardo (con Kurt Beck), troppo tardi per riuscire ancora a ispirare ottimismo e sufficiente fiducia in vista delle elezioni del 2009. Era un programma ottimo; ma è stato riposto in un cassetto. Non si è trasformato nella “melodia” di una SPD piena di vita, nel racconto della società che si vorrebbe realizzare o della forma che vorremmo avesse la globalizzazione. Di conseguenza non è stato realizzato neanche un piano d’azione che delineasse le modalità, il processo e i passi da fare, per realizzare tale società. Fino a oggi non è stato molto chiaro se e come, ad esempio, il Deutschland Plan rientri come elemento programmatico centrale nel racconto dell’Hamburger Programm.

A peggiorare ulteriormente le cose, va constatato che la SPD non ha goduto in queste elezioni di un vero potere di scelta. Dopo la categorica esclusione di una coalizione con “le sinistre” e dopo l’aperto rifiuto da parte della FDP a formare una coalizione tricolore, alla SPD è rimasta un’unica opzione: la prosecuzione della Große Koalition. Ogni elettore intenzionato ad impedire questa possibilità, di conseguenza, le ha negato il suo voto.

Che cosa fare? La situazione in cui attualmente si trova la SPD non è disperata. Gran parte dei tedeschi concorda sui principali temi politici da affrontare con priorità: equità sociale e salariale, istruzione per tutti, garanzia del posto di lavoro ecc. Tutte classiche richieste della SPD.

Per i socialdemocratici sarà di fondamentale importanza riuscire a trasmettere un’immagine moderna e convincente di equità sociale. Solo quando vi riusciranno, si potrà costituire quella maggioranza politica indispensabile a un governo federale. Tutto dipende dalla capacità della nuova direzione di partito, sotto la presidenza di Sigmar Gabriel, di riuscire o meno a unire le correnti interne e a radicare con rinnovata chiarezza nella società le idee fondamentali della socialdemocrazia. Solo in questo caso, la società potrà riconoscere nuovamente nella SPD la sostenitrice di quei classici obiettivi. Un primo passo in questa direzione sono le proposte avanzate a metà novembre in occasione del congresso federale a Dresda. Per riconquistare la forza di attrazione sugli elettori, la SPD dovrà concretizzare tutti i progetti esposti al congresso e riassumibili nei seguenti punti: riavvicinarsi ai cittadini; evitare di fare promesse false e avventate; evitare brogli elettorali; coinvolgere l’opinione pubblica e i membri del partito nel lavoro di analisi e nel processo di ricerca delle soluzioni, cioè organizzare la partecipazione; rimettere in moto il lavoro di formazione all’interno del partito per renderlo allettante; contrapporre alla società individualizzata il progetto di una società armoniosa che dimostri che anche gli interessi particolari sono tenuti in considerazione se le maggioranze riescono a lavorare insieme per una politica solidale di equità sociale; mostrare con estrema chiarezza quando, come e con quali passi verranno raggiunti i propri obiettivi. Per concludere, la SPD non dovrebbe considerare, oggi, la propria politica come una sorta di “avvicinamento” ad altri partiti, ma dovrebbe chiarire a tempo debito, in virtù del proprio programma, con quali partiti possano esserci punti di contatto tali da giustificare una possibile coalizione.

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