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L'impatto della crisi economica globale sul futuro della socialdemocrazia europea

Written by Roger Liddle Thursday, 10 December 2009 17:13 Print

La crisi finanziaria globale ha rappresentato un paradosso crudele. Molti sono convinti però che essa abbia offerto al­la socialdemocrazia europea una preziosa opportunità di rinnovamento politico. Dopotutto, non è la socialdemocra­zia che ha sempre sostenuto la necessità di un intervento pubblico per contrastare i guasti del mercato? E non ab­biamo da poco fatto esperienza dei peggiori guasti del mer­cato dai tempi della grande recessione? Eppure l’elettora­to europeo stenta a trarre le giuste conclusioni dalla con­giuntura presente, almeno agli occhi dei socialdemocratici.

Ci sono indubbiamente ragioni profonde che riguardano il declino della socialdemocrazia e che erano già ben evidenti prima che la crisi esplodesse. La raccolta di saggi che chi scrive ha curato di recente con Patrick Diamond, “Beyond New Labour: the future of social democracy in Britain”, esplorava i fattori strutturali alla base di tale declino, quali la continua erosione di “buoni” posti di lavoro della classe operaia, la crescente divisione sociale tra chi va all’università e chi non ci va, il carattere mutato dei rischi sociali, il passaggio a valori più individualisti e il declino delle forme tradizionali di coesione sociale. René Cuperus, responsabile al centro ricerche del Partito laburista olandese, il Wiardi Beckman Stichting, ha scritto a proposito della tensione crescente tra cosmopoliti e comunitaristi nella compagine dei sostenitori del centrosinistra moderato. I primi vedono con favore la modernità dei valori sociali del liberalismo e si considerano internazionalisti. I secondi, per contrasto, si sentono dalla parte dei vinti della globalizzazione economica, non amano l’immigrazione e altri cambiamenti sociali, in quanto minacciano il proprio stile di vita tradizionale e ritengono che l’Unione europea sottragga poteri alla democrazia dei propri Stati nazionali, che nell’età dell’oro della socialdemocrazia post bellica erano garanti de pieno impiego e di un forte Stato sociale. Queste tensioni si possono osservare anche nel disgregarsi del sostegno ai grandi partiti e nella crescita di formazioni più piccole, perfino in un sistema elettorale uninominale secco come quello britannico.

Per i socialdemocratici la questione riguarda sia il modo in cui si analizzano le cause profonde di questo lungo declino strutturale sia le ragioni per cui la crisi finanziaria globale si è rivelata insufficiente per superare tali debolezze. Lungi dal presentare chiare risposte alla crisi, la radice del problema sembra essere il vuoto ideologico che questa ha messo a nudo nella socialdemocrazia europea.

Sono stati i modernizzatori socialdemocratici a sostenere con fervente ardore che la sinistra doveva venire a patti con la realtà del mercato e del capitalismo globale. E adesso come spiegano ciò che non ha funzionato? Sono da criticare per avere offerto una legittimazione agli eccessi delle banche e, in modo ancora più incisivo, alle dinamiche della globalizzazione che hanno accentuato la polarizzazione dicotomica tra vincenti e perdenti delle nostre società? E questi modernizzatori che riconoscono l’efficacia dei mercati, come possono evitare di “gettar via il bambino con l’acqua sporca”?

Intanto occorre considerare l’autocompiacimento di una sinistra tradizionale sempre più rumorosa, che pretende un ritorno alle verità indiscutibili che, a suo dire, i modernizzatori avrebbero dimenticato. Con poche eccezioni, gli esponenti di questa posizione danno l’impressione di non essersi adeguati alla trasformazione strutturale delle società europee e hanno ben poco da offrire, al di fuori di una difesa che appare, in sostanza, tesa a salvaguardare solo lo Stato sociale. Questa posizione risulta avere uno scarso potere di attrazione sui gruppi sociali più svantaggiati, che si trovano a vivere in una condizione di marginalità a causa della divisione tra chi è all’interno e chi è all’esterno del mercato del lavoro e a causa delle aumentate disparità generazionali; non solo, ma piace ancor meno alla “nuova classe media” di professionisti, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori e suggerisce l’impressione che con essa si difendano interessi di parte (soprattutto nell’ambito del settore pubblico); questo non aiuta a rendere credibile la strategia elettorale né quella, nel caso, di governo.

Ciò di cui ci sarebbe bisogno è un’ulteriore fase di modernizzazione, che comporti una sorta di nuovo revisionismo socialdemocratico, in grado di lasciarsi alle spalle le carenze della “terza via”. Certo, può darsi che a breve termine il centrosinistra possa agire ben poco per risolvere i problemi. Già in passato, la falsa logica dell’inevitabilità storica ha fuorviato la sinistra. Andrew Gamble, docente di Scienze politiche a Cambridge, nel suo ultimo libro sulla crisi economica globale, “The Spectre at the Feast”, sostiene che le recessioni hanno teso storicamente a rafforzare la destra. Le difficoltà economiche spingono infatti l’elettorato a chiudersi in se stesso. Per questo gli elettori sono più propensi a prestare ascolto all’argomento principale del centrodestra moderato, che si presenta come la formazione politica più affidabile nella gestione delle situazioni di incertezza e di insicurezza. Al contrario, è nei momenti di maggiore positività e fiducia nel futuro che, storicamente, si avverte una maggiore propensione sociale e dell’elettorato a votare a sinistra.

In periodi particolarmente difficili, la recessione sembra far crescere il richiamo verso le voci estreme della destra e della sinistra, che individuano facili capri espiatori a cui imputare ciò che non ha funzionato, come è successo in gran parte dell’Europa negli anni Trenta. Ci sono state, certo, importanti eccezioni a questa tendenza; ne sono un esempio le vittorie di Roosevelt nel 1932, o ancora nel 1936, e la vittoria di Obama nel 2008. Ma questi possono essere casi che rispecchiano le sostanziali differenze nella psicologia dell’elettorato degli Stati Uniti rispetto a quella europea: quando la recessione mette in crisi il sogno americano delle opportunità individuali, gli elettori tendono a sinistra, mentre quando la crisi incombe sull’aspirazione europea di una coesione sociale, è più probabile che gli elettori del Vecchio continente pongano la propria fiducia nella destra.

La crisi, lungi dal favorire la socialdemocrazia, ne ha messo a nudo le tensioni irrisolte nell’approccio all’economia di mercato e alla globalizzazione. Il processo di modernizzazione nei nostri partiti è in gran parte consistito in un adattamento all’economia di mercato. I leader socialdemocratici dell’epoca, però, hanno offerto risposte poco convincenti sui limiti di quello a cui la socialdemocrazia si stava adattando. Per giunta, tale processo di adattamento da parte del centrosinistra era più evidente per l’elettorato rispetto alle posizioni del centrodestra, perché rappresentava un cambiamento molto più profondo rispetto al pensiero socialista tradizionale.

Per contrasto, i partiti dominanti del centrodestra continentale non erano mai stati entusiasti fautori del liberismo, come non lo erano i conservatori britannici fino all’avvento di Margaret Thatcher: sostenitori della responsabilità fiscale, se pur non visceralmente ostili alla redistribuzione, essi erano molto cauti a riguardo. Accettavano l’economia di mercato come una delle possibilità e non come una crociata ideologica, e cercavano di regolarla in modo da ottenere risultati socialmente accettabili, sia attraverso un dirigismo di tipo gaullista sia attraverso l’attuazione del pensiero sociale cattolico con la Democrazia Cristiana.

Nella attuale situazione di crisi, questa prolungata adesione al concetto di “mercato sociale” ha però avvantaggiato la destra, che ha interpretato la recessione come una prova degli eccessi del modello angloamericano e degli aspetti positivi insiti nel mercato sociale, finendo per trarre beneficio dalla perdita di fiducia dell’elettorato sia nel “grande Stato” sia nel “libero mercato”. Non solo, ma ha reso più forte il richiamo della retorica del comunitarismo e del conservatorismo sociale.

Di converso, la crisi ha mostrato un centrosinistra incapace di discernere e descrivere quanto, nella moderna economia di mercato, fosse o meno da considerare lecito. Tutte le condizioni descrit - te dai teorici della modernizzazione e dai policy makers fautori di questo approccio – l’ammissione delle carenze del mercato, l’esigenza di interventi e norme statali, l’importanza di una governance economica internazionale più efficace – sono state interpretate dai media e dal pubblico in questo modo: «Facciamo fare il suo lavoro al libero mercato, che si prenderà cura della crescita, e noi distribuiremo i proventi in un modo più equo di come farebbe la destra».

A cose fatte, i difetti appaiono chiari. Nel pieno del chiacchiericcio ideologico che è seguito alla pubblicazione del libro di Anthony Giddens, “The Third Way”, e alla dichiarazione congiunta di Tony Blair e Gerhard Schroeder, Lionel Jospin, allora primo ministro francese, ha fatto un intervento importante e meditato, nel quale ha definito la propria versione della modernizzazione socialdemocratica affermando di credere in una «economia di mercato, non in una società di mercato». I modernizzatori si sono affrettati a ribattere che era proprio quello in cui credevano anche loro: dopotutto, si è detto nel Regno Unito, i laburisti stavano introducendo il minimo salariale, conducendo una lotta contro la miseria di bambini e pensionati, e promuovendo il più grosso programma di investimenti nei servizi pubblici mai visto. Tutto vero, anche se non veniva fornita una risposta alla domanda relativa a come i socialdemocratici considerassero il ruolo del mercato, se non ignorando la questione.

Il tentativo più meditato di trovare una risposta a quell’interrogativo è venuto di recente da Gordon Brown, come emerso dai suoi interventi alla conferenza annuale del Labour britannico, dove ha sostenuto che i mercati non possono prosperare senza regole e che si devono applicare norme giuste in alto come in basso.

Tutto questo cosa può significare per il futuro? Innanzitutto, che esistono tre opinioni credibili sul ruolo dello Stato, e non due soltanto. Una è quella minimalista del laissez faire, non priva di limiti, ma ancora cara a parte della destra. Un’altra consiste nel sostenere inequivocabilmente l’idea del grande Stato garante dell’equità. L’ultima propugna invece uno Stato con forte capacità strategica, che non cerca tuttavia di gestire tutto quanto da solo. Il New Labour potrebbe aver definito questa “terza via” come enabling State, uno Stato che sa delegare. Questa interpretazione può essere letta in maniera più minimalista rispetto a quanto imponga la situazione: la risposta alla crisi globale deve essere qualcosa di più di un programma di formazione. Avere una capacità strategica impone di saper regolare il mercato, non solo di accettarlo. I socialdemocratici ora devono sostenere la costruzione di uno Stato riformato, capace di promuovere lo sviluppo e di concentrarsi maggiormente sulle capacità strategiche. Il che implica un approccio molto diverso alle pratiche di governo.

In primo luogo, nessun arretramento rispetto all’economia di mercato di Jospin. I mercati aperti sono il migliore mezzo a disposizione per stimolare l’innovazione e l’efficienza, e questi vantaggi sono rafforzati dalla globalizzazione. Le nuove tecnologie e la diversificazione della domanda dei consumatori, però, producono continuamente nuove divisioni tra “vincenti” e “perdenti”. Chi ha le giuste capacità resta in piedi e ce la fa, mentre si assiste in parallelo a una continua riduzione di quelli che sono stati definiti i “buoni posti di lavoro per la classe operaia”, perché le imprese investono nei nuovi mercati e preferiscono forme di outsourcing e delocalizzazione. Già molto prima della crisi, la fiducia nel fatto che la crescita economica avrebbe portato automaticamente a una prosperità su basi più ampie era stata incrinata.

In secondo luogo, sebbene gran parte dei socialdemocratici modernizzatori sosterranno di avere sempre ammesso che i mercati sono buoni servitori ma cattivi padroni, si deve sottolineare come in realtà tutto ciò non è stato affermato in modo chiaro ed esplicito, e non se ne sono tratte le implicazioni politiche. Nel periodo positivo, coincidente con l’onda montante della globalizzazione, che ha accumulato forza dalla metà degli anni Novanta, le nostre convinzioni non sembravano andare più al passo con i tempi. Abbiamo previsto prima che lo facessero altri che la fatale debolezza della globalizzazione non consisteva nel dinamismo economico che liberava, ma nel fatto che una maggiore interdipendenza economica non coincideva con nuove forme di governance globale dell’economia. Ma, considerata l’egemonia intellettuale neoliberista, è mancato un impulso decisivo ad agire prima che fosse troppo tardi. Nemmeno oggi è possibile essere sicuri che la crisi abbia generato un impeto politico sufficiente ad assicurare una piena riforma della governance economica globale.

In terzo luogo, la crisi finanziaria globale ha vistosamente ridato fiato alla tesi socialdemocratica di uno “Stato attivo”. Ci sono ovviamente due rischi. Non è il caso di rispolverare le politiche interventiste del passato e non è nemmeno il momento di un ritorno a un modello protezionista anti-europeo, anti-global, da “socialismo in un paese solo”. Non c’è bisogno che la socialdemocrazia volti le spalle alle forze dinamiche dell’economia aperta (anche se liberata dalle passate costrizioni del neoliberismo), per ammettere esplicitamente che i limiti del mercato, potenzialmente causa di disastri e disuguaglianze, devono essere gestiti meglio nel pubblico interesse. Il nuovo paradigma deve essere quello di una governance a più livelli, grazie alla quale l’azione politica, sul piano nazionale, europeo e internazionale, come sul piano regionale e locale, possa disporre della capacità strategica necessaria per agire in modo da regolare le forze positive della globalizzazione.

In quarto luogo, deve cambiare la politica pubblica verso l’industria. I modernizzatori socialdemocratici hanno messo l’accento sulla necessità di favorire le giuste condizioni contestuali: capacità tecniche, concorrenza, infrastrutture e ricerca. Ma, almeno nel Regno Unito, tutto ciò non è più sufficiente, dati gli enormi problemi che ancora dovranno essere affrontati per creare opportunità economiche: i prolungati effetti della disastrosa inefficienza del sistema scolastico e della scarsa attenzione alle capacità tecniche; i livelli di disoccupazione ostinatamente alti e la scarsa integrazione nel mercato del lavoro di certe minoranze etniche; i problemi regionali di declino economico in vecchie aree industriali con una dipendenza eccessiva e troppo marcata da un’economia di servizi a bassi salari che allontana i giovani di maggior talento ecc. Tutto questo comporta una nuova spinta verso lo sviluppo di politiche settoriali, la specializzazione regionale, le tecnologie di alto livello, nonché la necessità di programmi di governo a lungo termine, nei trasporti e in campo energetico, per affrontare il cambiamento climatico.

Una nuova fase di attivismo industriale dovrà evitare di tenere in vita imprese sofferenti, come avvenuto negli anni Settanta. Allora il risultato conseguito fu di congelare le vetuste strutture industriali dell’epoca nella vana speranza di far accettare una ristrutturazione che ne aumentasse la produttività. Ora invece occorre lasciare in secondo piano gli interventi sul versante dell’offerta − che garantiscono solo la sopravvivenza − a favore di altri che orientano invece lo sviluppo, riconoscendo in questo modo la funzione vitale che solo un governo può svolgere.

Ma il quinto e più importante punto è che il compito di una moderna socialdemocrazia consiste nel progettare un nuovo modello di capitalismo del welfare. È diffusa la ripulsa morale contro gli eccessi del capitalismo finanziario: l’arroganza e il disprezzo per qualsiasi forma di responsabilità pubblica, l’indecente enormità dei compensi percepiti dai manager, elementi che non favoriscono in alcun modo la possibilità di creare ricchezza sul lungo periodo.

La socialdemocrazia deve trovare lo stimolo per rimedi che orientino il comportamento in economia sul versante della responsabilità. Fin dagli anni Ottanta la politica pubblica britannica, sotto i governi conservatori come sotto quelli laburisti, era progettata in modo da permettere alla City londinese di battere i mercati finanziari degli Stati Uniti sul suo stesso terreno. Qualcuno può avere nostalgia e voler tornare ai “soliti affari”, ma la City avrebbe invece molto di più da guadagnare nel ripensarsi come il centro di un ben regolato mercato unico dell’Unione europea. Il che comporta però l’abbandono di una competizione che limita al massimo tutte le regole e l’accettazione di una normativa europea.

Infatti, per le attività economiche appare indispensabile una maggiore trasparenza sulle retribuzioni più alte; occorre apertura mentale per migliorare la scarsa produttività in alcuni luoghi di lavoro; servono regole sulla concorrenza che scoraggino la frenesia delle fusioni e delle acquisizioni; ed è infine necessario inserire nella riforma della legge sulle imprese gli obblighi degli stakeholders.

Ma tale approccio critico al mercato non significa un ritorno alla pervasività del settore pubblico. I moderni socialdemocratici devono senza dubbio respingere la tradizionale ostilità dei neoliberisti verso lo Stato. Devono fare propria la tesi di Albert Hirschman, secondo la quale i progressisti possono al meglio assicurare un sostegno all’azione collettiva nell’interesse pubblico se ammettono che un intervento pubblico può avere conseguenze non volute e che ci sono limiti alla sfera di azione del potere statale, come Keynes già sosteneva negli anni Venti. La socialdemocrazia non vive per promuovere e tutelare lo Stato, ma per assicurare che lo Stato porti avanti interessi collettivi e non quelli costituiti da una élite. Ciò che i socialdemocratici devono formare non è un governo più ampio, ma uno Stato strategico più capace, che sappia guidare e intervenire nelle reti e nelle istituzioni sempre più complesse di un’economia e di una società globalizzate. Questa è la principale sfida intellettuale posta dalla crisi alla socialdemocrazia europea.

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