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Ramachandra Guha, India after Gandhi. The History of the World's Largest Democracy

Written by Antonio Menniti Ippolito Friday, 29 February 2008 13:59 Print
Nell’estate 2007 il direttore del magazine “India Today” (di tendenza moderata e il più letto nel paese) ha celebrato il sessantennio dell’indipendenza indiana con argomenti che sembra utile rievocare. L’India, scrive Aroon Purie, è riuscita in ciò che la Comunità europea ha inutilmente cercato di raggiungere negli ultimi cinquant’anni.

Nell’estate 2007 il direttore del magazine “India Today” (di tendenza moderata e il più letto nel paese) ha celebrato il sessantennio dell’indipendenza indiana con argomenti che sembra utile rievocare. L’India, scrive Aroon Purie, è riuscita in ciò che la Comunità europea ha inutilmente cercato di raggiungere negli ultimi cinquant’anni. Con un territorio di poco inferiore all’Europa, essa ha due volte la popolazione del nostro continente e una ancora più accentuata diversità quanto a religioni, lingue, culture. E però ha una moneta unica, un governo centrale e pratica in modo assai efficace il motto, comune e all’Europa e all’India, di “unità nella diversità”. Eppure, scrive il direttore, giungere a tutto ciò non è stato facile. Il paese ha conosciuto e conosce agitazioni linguistiche, movimenti separatisti, violenze settarie, divisioni politiche, ed è spesso governato da leader inetti. L’India deve poi combattere contro la povertà, tradizioni negative e superstizioni vecchie di secoli, e paga anche le conseguenze di uno sviluppo economico a lungo caratterizzato da uno statalismo socialista soffocante. Non solo: la sua burocrazia è la più ingombrante del mondo e la corruzione tra i politici è evidente. Tutto questo non frena lo sviluppo di una nazione che viene ammirata oggi come una forza globale, giovane, ricca di energie, che costituisce la più ampia realtà democratica al mondo. Il successo odierno, conclude, non deve far dimenticare la storia della nuova nazione, le lotte, le sfide che hanno condotto ai risultati odierni.

Della vicenda dei sessant’anni dell’India indipendente, assai più complessa e ricca di chiaroscuri di quanto non sia dato cogliere da talune sintesi oggi in voga, trattano le 857 pagine del notevole volume di Ramachandra Guha, India after Gandhi. The History of the World’s Largest Democracy, Harper Collins, New York 2007. L’autore è un personaggio eclettico: opinionista di rango dalle pagine di importanti quotidiani e riviste indiane, naturalista, ha insegnato in diverse università indiane e statunitensi, ma è anche conosciuto per alcuni brillanti interventi sulla storia del cricket. Questo ponderoso volume è stato presentato dal settimanale “Outlook” come uno dei casi letterari dell’anno appena passato: «Guha ha quasi fatto l’impossibile: scritto un impeccabile libro di ricerca di storia contemporanea che è avvincente come un romanzo e con altrettanti personaggi pittoreschi. Chi si avventuri in questo pur pesante tomo potrà verificare quanto tale commento sia fondato.

Guha si muove nella consapevolezza, che trae da una bella affermazione dello storico di Cambridge F. W. Maitland, che quel che noi ora collochiamo nel passato è stato a sua volta un futuro. Ciò lo muove in modo accorto a trattare delle sfide della giovane nazione tenendo sempre presenti le alternative che i dirigenti indiani si trovarono di fronte. La situazione dall’inizio era complessa: gli inglesi, come è noto, recisero in tutta fretta il legame con il loro più importante possedimento coloniale lasciando alla classe politica locale il compito di risolvere problemi immani, in parte creati dagli stessi britannici. La scommessa col destino, così disse Nehru in un leggendario discorso, che l’India prese ad affrontare nella notte tra il 14 e il 15 agosto 1947, comportava anzitutto la creazione di una realtà sconosciuta in quell’area: mai l’unità politica aveva legato le diverse regioni del subcontinente e per di più la nuova creazione unitaria nasceva paradossalmente all’insegna della separazione. La creazione di uno Stato musulmano indipendente, il Pakistan, diviso nella parte occidentale e in quella orientale, costituì un trauma drammatico per gli uomini dell’Indian National Congress. La decisione con cui Gandhi tentò di opporsi alla «partition», al punto da offrire ai musulmani il governo del paese, sarebbe costata al Mahatma la vita, nel gennaio 1948, per mano di fanatici nazionalisti indù. Ma al di là delle province che compirono la secessione, la frammentazione politica caratterizzava tutto il subcontinente indiano. Il relativamente giovane Raj britannico (fino a poco meno di cent’anni prima l’India era stata governata dalla Compagnia delle Indie, società per azioni, e non dal governo della Corona) controllava direttamente solo una parte del territorio, mentre il resto era suddiviso in più di cinquecento Stati principeschi, taluni quasi insignificanti, altri, come il regno di Hyderabad, apparentemente solidi e poderosi.

La prima preoccupazione dei dirigenti indiani fu di evitare che taluno di detti Stati, perché soggetto alla sovranità di un principe musulmano o perché popolato da una maggioranza islamica, passasse al Pakistan, ed è in questo quadro che s’inquadra, fra le altre, la questione del Kashmir. L’altro problema fu quello di convincere tutti questi poteri ad accettare la sovranità del nuovo governo unitario. Vallabhbhai Patel, che contendeva allora a Nehru la leadership del Congress riuscì in modo straordinario a garantire questo obiettivo, con la forza (come nel caso di Hyderabad), o adoperando ogni strumento di convincimento: l’obiettivo fu raggiunto con pieno successo e fu ottenuto in tempi incredibilmente rapidi. Non si trattò solo, ovviamente, di imporre una forma di sovranità, ma anche di creare in questi luoghi una amministrazione fedele allo Stato centrale. Patel è stato un padre dell’India al pari di Gandhi e Nehru. Ma le necessità che urgevano erano molteplici. Dal dicembre 1946 al gennaio 1950 si sviluppò lo sforzo della redazione di una costituzione che, con i suoi 395 articoli e le mille pagine su cui fu stampata, è la più ponderosa al mondo. I trecento membri della Assemblea costituente, guidati dalla perizia del senza casta B. R. Ambedkar, si rivolsero a un modello federale, garante dei diritti fondamentali, ma soprattutto tesero a non indebolire l’unità della nazione. Ai musulmani non vennero accordati i diritti particolari che chiedevano e restarono equiparati a tutti gli altri cittadini, mentre speciale rispetto venne accordato alle vittime principali della plurimillenaria storia indiana, i senza casta. La Costituente pure dovette esprimersi sulla questione della lingua ufficiale nazionale, sollevando con ciò contrasti soprattutto nel sud, geloso delle proprie specificità, che si esprimevano tra l’altro in quattro principali lingue regionali (telugu, tamil, kannada, malayalam ancora oggi sono tra le lingue più parlate nel mondo). Il sud contestò la scelta di imporre l’hindi e pretese un regime transitorio fondato sull’uso dell’inglese come lingua dell’amministrazione e della politica. Intuibile comprendere l’importanza del tema: Nehru lo riteneva essenziale e, per impedire che, aggiungendosi alle divisioni religiose, politiche e sociali, la divisione linguistica conducesse all’ulteriore frammentazione di un quadro già complicato, non ritenne di dover mutare la divisione amministrativa del Raj britannico.

L’intero meridione del subcontinente continuò così a essere inquadrato nell’enorme provincia di Madras, che si spingeva fino a Bombay. La comunità di lingua telugu, la seconda più diffusa dopo quella di lingua hindi, fu la prima a richiedere la creazione di nuovo Stato, l’Andhra Pradesh, fondato sull’unità linguistica. Nehru avversò in ogni modo la richiesta, finché non prese l’iniziativa un determinato compagno di lotta del Mahatma, Potti Sriramulu, che intraprese nell’ottobre 1952 uno sciopero della fame portato all’estremo. La morte del digiunante, dopo 58 giorni di privazioni assolute, spinse Nehru alla creazione, il 1 ottobre 1953, dello Stato di lingua telugu. Seguì la formazione di una commissione indipendente, attiva tra il 1954 e l’anno successivo, che dopo un approfondito lavoro riorganizzò, su basi essenzialmente linguistiche, l’articolazione degli Stati indiani. Nel sud, all’Andhra Pradesh vennero ad aggiungersi il Karnataka, il Tamil Nadu e il Kerala; nel nord, l’area di lingua hindi venne invece divisa, per altre esigenze, negli Stati del Bihar, dell’Uttar Pradesh, del Madhya Pradesh e del Rajasthan.

Pagine rilevanti sono dedicate alla prima tornata elettorale del 1952. Fu un assoluto salto nel vuoto, la più grande delle scommesse, e il risultato premiò il coraggio di Nehru che, malgrado tutti i rischi di portare al voto un numero colossale di elettori, all’epoca 176 milioni, in gran parte analfabeti e apparentemente ignari delle regole democratiche, affrontò la sfida, venendo premiato e dall’ordine sostanziale con cui si svolsero l’elezioni e dal successo del suo partito. Il non scontato esito della prima tornata elettorale avrebbe stabilmente legato, per merito di Nehru, il destino della nazione indiana alla democrazia. Ciò fu ribadito dopo i mesi drammatici dell’Emergenza, quando Indira Gandhi (nel 1975) aggirò l’intervento di un tribunale che ne chiedeva l’incriminazione per brogli sopprimendo le libertà democratiche. Quando, due anni più tardi, sicura di aver ristabilito una situazione per lei favorevole, indisse nuove elezioni, il risultato fu che venne democraticamente allontanata dalla guida del paese. La trattazione di Guha copre un’infinità di altri problemi. Le relazioni difficili, per non dire impossibili, col Pakistan, che condussero e conducono a frequenti scontri militari; il lungo contrasto con la Cina; le sfide poste dai diversi separatismi, soprattutto nel nordest del paese; la violenza politica, in primo luogo con l’ancora attivo movimento naxalita. Come fu possibile far fronte a tutto questo? Lo spiega bene la risposta che Indira Gandhi fornì ad un interlocutore che le chiedeva come fosse possibile governare un paese così complicato e vasto. Proprio tale complessità e vastezza, proprio il ritmo incessante delle emergenze collegato al loro disperdersi in un’area ampia e non compatta – rispose – consentiva di affrontare crisi che altrove sarebbero state devastanti.

A livello politico e istituzionale, Guha segue la trasformazione del sistema politico dal modello costituzionale primigenio del primo ventennio, ispirato dagli ideali che condussero all’indipendenza nazionale, ad un modello diverso, che caratterizzò anch’esso due decenni, che vide imporre mutamenti della carta fondamentale per rafforzare il potere del partito di governo, quello del Congress, il quale a sua volta si tramutò da formazione dominata da regole democratiche in partito del leader supremo (la cui successione era regolata da un principio sostanzialmente dinastico-ereditario). La fase attuale esprime una frammentazione politica caratterizzata dall’attività di una pletora di partiti minori, soprattutto regionali, legati a singoli capi carismatici, che spesso agiscono ai limiti se non al di là della legalità. Conclude, Guha, che l’India è sì una democrazia, più che costituzionale, però, di tipo populista.

Democrazia populista, dunque, per Guha, e tuttavia una realtà estremamente vitale, una anarchia funzionale, s’è detto, che cresce traendo forza da una realtà multiculturale che è ben espressa da una industria cinematografica vitalissima, popolarissima in patria (la passione indiana per il cinema costituisce anzi una sorta di fede laica) e in gran parte del globo, ben più ampia e ramificata di quanto suggerirebbe la semplificazione che riduce tutto alla sola produzione di Bombay-Mumbai in lingua hindi nota come Bollywood. Una vitalità che s’esprime poi, soprattutto, nelle ambizioni di una gioventù che costituisce la stragrande maggioranza della popolazione, e che con la sua sete di istruzione e la sua ambizione di miglioramento è il fondamento solido ed essenziale di uno sviluppo economico straordinario e probabilmente duraturo. Restano i problemi di sempre, aggravati da una degenerazione della politica amplificata dalla velocità e dalla diffusività dei nuovi mezzi di comunicazione che, in Italia come in India, rischiano di trasformare in virtù i vizi e i difetti. Il caso più inquietante è quello di Narendra Modi, chief minister da poco riconfermato del Gujarat, che ha rafforzato la sua fortuna politica pianificando, o per lo meno consentendo, nel 2002, un vergognoso, criminale pogrom antimusulmano nel suo Stato. Il suo successo, ora assicurato da nuove, recentissime, legittime elezioni, imbarazza il paese.

L’ultimo capitolo del libro si titola, provocatoriamente, «Perché l’India sopravvive». Secondo Guha la risposta alla domanda è nella generosa partecipazione della popolazione ai riti della democrazia e alla alternanza che dopo i primi tre decenni di monopolio del Congress, le elezioni sono riuscite ad assicurare, spesso sovvertendo ogni pronostico.

Guha azzarda una interessante comparazione con la realtà europea, ove l’unità linguistica e religiosa, una esperienza storica in qualche modo condivisa, hanno caratterizzato la fase matura della formazione della nazione. In India tutto è andato in modo diverso. La popolazione è in stragrande maggioranza indù, ma l’India è ben lontana dall’essere un paese fondato sull’unità religiosa e questo da un lato avviene perché l’induismo è tutt’altro che una religione definibile secondo dottrine precisabili e condivise, ma anche perché la costituzione non discrimina alcuno sulla base della confessione religiosa cui aderisce. Presidente della Repubblica fino al luglio 2007 è stato un musulmano, primo ministro è oggi un Sikh, leader del partito ora più influente è una cattolica nata in Italia. Per di più, il fondamentalismo indù, che ispira varie formazioni politiche, parlamentari e non, è convinzione di Guha, sopravviverà finché esisteranno tensioni col Pakistan: è strumento del populismo politico ma non ha peso specifico proprio e forza autonoma al di là delle tensioni, appunto, col confinante rivale.

Il pluralismo religioso, che pure si esprime, lo si ripete, nelle infinite versioni della cosiddetta fede indù, è del resto una delle pietre angolari della Repubblica indiana. L’altro pilastro, non meno significativo, è rappresentato dal pluralismo linguistico, che pure, come s’è visto, Nehru si trovò a subire e sopportare. La pluralità delle lingue ha garantito la stabilità della Repubblica. All’interno di ciascuno Stato, scrive Guha, la lingua regionale ha consentito l’unità e l’efficienza dell’amministrazione, ha favorito la creatività culturale e ciò non ha mai creato conflitti con l’identificazione di tutti con una più ampia nazione: gli indiani si sentono insieme parte della piccola patria d’origine e della più estesa nazione, si è insieme bengalesi e indiani, tamil e indiani, gujarati e indiani, senza contraddizione, senza conflitti, e questo perché la bomba linguistica venne disinnescata provvidenzialmente, sia pur dopo le difficoltà cui s’è accennato. Ma vi sono altri forti fattori, ereditati dal Raj britannico, che garantiscono la sopravvivenza della nazione: la struttura amministrativa, che fu mantenuta dopo l’indipendenza, imperniata su un corpo selezionatissimo di funzionari, struttura che mutò solo nel nome, da Indian Civil Service (ICS) a Indian Administrative Service (IAS); un esercito professionale tradizionalmente apolitico; infine, la diffusione, sia pure ad un livello culturale elevato, della lingua inglese.

Ma l’India, malgrado l’istintiva tendenza occidentale sia quella di andare a rinvenire i crediti vantati dal dominio britannico, è soprattutto figlia delle specificità indiane, di una storia appassionante e difficile, tutta indiana, che di fatto è assai più antica di quella riferibile al sessantennio di cui parla questo utile e illuminante volume. Vale la pena sintetizzare le ultime righe di questo After Gandhi. Scrive Guha che finché la costituzione del 1950 non verrà trasfigurata, finché le elezioni potranno svolgersi regolarmente e il secolarismo tradizionale prevarrà, finché i cittadini potranno parlare e scrivere nella lingua che sceglieranno liberamente, finché ci sarà un mercato comune integrato e un servizio civile e un esercito moderatamente efficienti, finché si continueranno a vedere film in hindi e si proseguirà a cantare le canzoni in essi contenuti, l’India sopravviverà. L’India indiana, dunque, frutto di una delle vicende più avvincenti e non scontate che sia dato conoscere.

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